I Reti che vivevano tra Verona e la zona alpina e i Romani repubblicani, usciti vincitori dalle guerre puniche, si conoscevano bene già da secoli, anche se i commerci tra i due mondi avvenivano spesso tramite intermediari, come i “cugini” Atestini (di Este, patria anche della divinità comune Reitia) e gli Etruschi, o Rasenna, dell’Italia centrale. Si trattava di popoli italici in contatto e in relazione per tutta l’età del Ferro e che, pur nella distanza culturale, si rispettavano.
Certo, i Latini guardavano con una certa diffidenza a quei montanari, ritenuti aspri e poco raffinati, che parlavano una lingua affine a quella dei loro vicini più prossimi, gli Etruschi. Allo stesso tempo, però, ne apprezzavano alcuni prodotti: in particolare il vino retico, celebre nel mondo romano. Secondo Virgilio, esso era secondo solo a rinomato Falerno. Lo aveva bevuto Giulio Cesare, e anche Augusto lo apprezzava.
Poi, dopo il 15 a.C., l’intera area alpina, compresa la valle dell’Adige, subì una trasformazione profonda. Con le campagne condotte sotto Augusto – che a parole rinnovò la repubblica ma nei fatti la seppellì per sempre – e guidate da Druso e Tiberio, Roma impose con la forza bruta il proprio controllo su territori abitati da popolazioni retiche e alpine che non garantivano più un passaggio sicuro lungo la valle dell’Adige. In sostanza, i Reti della Val d’Adige esigevano pedaggi sempre più onerosi ai militari romani e, in caso di rifiuto, li invitavano a scegliere altre strade.
Molti insediamenti furono distrutti, le strutture locali smantellate e le comunità decimate o integrate nel sistema imperiale; i giovani vennero inseriti nell’esercito o nelle reti economiche legate alle nuove vie di comunicazione.
Data la rilevanza strategica dell’area, ponte per l’espansione germanica, non si fondarono grandi città lungo l’asse alpino. La valle dell’Adige fu organizzata come corridoio di transito e controllo, dotato di stationes, mansiones e mutationes (ovvero posti di controllo, punti di cambio dei cavalli e punti di ristoro) funzionali alla mobilità di truppe, funzionari e merci.
L’ager, ossia la campagna, venne affidato a coloni romani, riorganizzato e integrato in un sistema economico più ampio, volto a garantire approvvigionamenti e stabilità lungo una direttrice fondamentale.
Diverso il caso della vecchia città retica di Tridentum, definita splendidum municipium e principale centro urbano dell’alto Adige tra Verona e il confine alpino fin dal I secolo a.C. Il suo territorio comprendeva la Bassa Atesina fino alle soglie della conca bolzanina. Qui i Romani non fondarono nuove città non per disinteresse, ma per razionalità: era più importante garantire la continuità dei collegamenti verso le province settentrionali. Questo asse era assicurato dalla Via Claudia Augusta e da una fitta rete di vie collaterali, che collegavano l’Italia con il bacino danubiano e con Augusta Vindelicorum.
Lungo la via si sviluppò una rete di punti di sosta: a nord di Trento si colloca
Endidae; più oltre il nodo di Pons Drusi; quindi le mansiones come Sublavio, fino a Vipitenum, uno dei pochi centri con una certa stabilità insediativa. Secondo l’opinione di alcuni studiosi, il percorso indicato dalla Tabula Peutingeriana e dall’Itinerarium Antonini, in realtà, giunto a Endidae da Salurnis, si snodava verso Vicus Augusti (Ora) per poi risalire da Foetibus (Vadena) fino a Castrum Formicarium (Castel Firmiano), Teriolanum (Terlano) e Castrum Maiense e Teriolis (rispettivamente Maia e Tirolo). Da qui la via proseguiva da un lato verso Resia e dall’altro verso il Passo Giovo fino a Vipitenum e al Brennero.
A questa rete si affiancava un controllo militare capillare, sufficiente a garantire sicurezza e continuità. La valle dell’Adige non era dunque uno spazio marginale, ma un’infrastruttura territoriale di primaria importanza: tra Verona e Augusta Vindelicorum funzionava come corridoio vitale, attraversato da uomini, merci e informazioni.
Autore: Reinhard Christanell