La piazza dedicata all’imperatore Adriano

Piazza Adriano: importante crocevia tra via Druso, Corso Italia e via Roma, è intitolato ad un imperatore romano. Publio Elio Traiano Adriano, più noto come Adriano, era nato da famiglia romana il 24 gennaio 76 d.C. a Italica, vicino a Siviglia (Spagna). Rimasto orfano dei genitori a otto anni, l’imperatore Traiano trattò Adriano come proprio figlio. Fu infatti Adriano a succedergli, l’11 agosto 117. La sua politica ebbe per principale obiettivo la pace, che cercò di perseguire anche con l’abbandono di alcune province, come l’Assiria, la Mesopotamia, l’Armenia, conquistate dal suo predecessore. Un altro caposaldo della sua politica fu l’idea di ampliare i livelli di tolleranza; esempio ne è, oltre ad alleggerire la posizione degli schiavi, il suo atteggiarsi nei confronti dei cristiani. Tra le riforme promesse da Adriano va ricordata quella della pubblica amministrazione. Consolidata la sua posizione, intraprese una serie di viaggi, che lo portarono a visitare tutti i territori dell’Impero. Viaggiava accompagnato da un numeroso seguito di studiosi e tecnici; il tutto per risolvere i più urgenti problemi relativi all’economia, al benessere, alla sicurezza delle varie province. Partito da Roma nel 121, impiegò due anni a visitare la Gallia, la Germania, il Norico e la Britannia; fu lui a progettare il Vallo Adriano, l’opera di difesa che si estendeva per 117 km dal Mare del Nord e quello d’Irlanda. Passò poi in Africa, in Siria, in Grecia, dove si trattenne a lungo, spinto da ammirazione e amore per la cultura, l’architettura e la scultura greca, tanto che ebbe il soprannome di “Graeculus”. I popoli dell’Impero conobbero un’era di benessere. A parte la lotta per domare la rivolta degli Ebrei, nell’Impero di Roma regnò la pace. Nel 134, stanco e malato, Adriano tornò a Rona, dove iniziarono i lavori per la costruzione di Castel Sant’Angelo. Fece costruire la Villa Adriana,  non lontano da Tivoli. Morì il 10 luglio 138 d.C. Fu sepolto a Castel Sant’Angelo.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Giulio Pastore

In zona Agruzzo vi è, nei pressi di via Einstein, una via minore, intitolata a Giulio Pastore. Nato a Genova il 17 agosto 1902, già a dodici anni lavorò, rimasto invalido il padre per infortunio sul lavoro, alle Manifatture Lane di Borgosesia. Fu allora che fece l’esperienza di associazionismo giovanile cattolico; divenne presidente della Gioventù Cattolica della Valsesia.  Dal 1918 fu organizzatore sindacale; come tale fu segretario dell’Unione del Lavoro di Varallo. Nel 1920 organizzò il primo Convegno della GC e nel settembre 1923 quello della Federazione diocesana. Con l’avvento del fascismo non mancarono gli attriti con i fascisti della provincia. Nel dicembre 1924 fu nominato direttore del periodico locale “Il Cittadino”, la cui tipografia fu distrutta dai fascisti. Dopo un periodo di lavoro al Piccolo Credito Novarese, passò al Banco di San Paolo. Anche a Novara, dal 1927 al 1935, si impegnò nella GC. Nel 1935 si trasferì a Roma, come membro della Presidenza centrale della GC. Dopo il 1938 partecipò con gli ex dirigenti del Partito Popolare Italiano, in particolare con Alcide De Gasperi, alla preparazione di programmi volti ad assumere, crollato il regime, ruoli di responsabilità nella vita politica e in quella economico sociale. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla progettazione del nuovo ordinamento sindacale; fu membro della direzione clandestina della D.C.  Il 30 aprile 1944 fu arrestato e rinchiuso a Regina Coeli. Liberato il 4 giugno, fu nominato nel direttivo del sindacato unitario, la CGIL. Dall’agosto1944 al febbraio 1946 fu segretario generale delle ACLI. Alla fine del 1945 lavorò con Amintore Fanfani nell’Ufficio studi e propaganda della D.C. Nel dopoguerra fu anche sindaco di Varallo. Nel 1950 fu tra i fondatori della CISL, il sindacato di ispirazione democratica di cui fu Segretario generale fino al 1958; in tale anno entrò nel governo Fanfani come  Ministro per lo sviluppo del Mezzogiorno e come tale rimase fino al 1968. Morì a Roma il 14 ottobre 1969.

Autore: Leone Sticcotti

La strada di Oltrisarco dedicata alla memoria di Francesco Rismondo

Nel quartiere Oltrisarco, da via Roma si raggiunge, a sinistra della ferrovia, una via minore, dedicata alla memoria di  Francesco Rismondo. 

Nato il 15 aprile 1885 a Spalato (Dalmazia), fece gli studi commerciali all’Università di Graz. Fin da giovane si dedicò all’attività sportiva; fu presidente del “Veloce Club”, di ciclisti, e dei “Canottieri” di Spalato. Scoppiata la prima guerra mondiale, con la moglie Lidia Bugliovazzi, sposata nel 1914, entrò sotto falso nome nel Regno d’Italia. Il 16 giugno 1915 si arruolò volontario nel Regio esercito; all’inizio per le sue conoscenze linguistiche fu impiegato come interprete, poi, per le sue insistenze, fu assegnato al fronte; Incorporato nell’ 8° Battaglione ciclisti dell’ 8° Reggimento bersaglieri, inviato al fronte del Carso, si distinse, il 21 luglio, sul Monte San Michele, meritandosi la Medaglia d’oro. Ferito a Opacchiasella (Opatje Selo), cadde prigioniero. Portato in un ospedale di Gorizia, fu identificato e, processato per diserzione e alto tradimento, condannato al capestro; la sentenza fu eseguita il 10 agosto 1915, secondo quanto riportato da un notiziario di Innsbruck; la notizia fu confermata da amici irredentisti ai giornali italiani. Alla sua memoria il 18 giugno 1952 venne conferita la Medaglia d’oro al valor militare, con la motivazione: “Volontario di guerra, irredento, animato dal più alto patriottismo, nelle prime aspre lotte, sul Monte San Michele, combatteva accanitamente dando prova di mirabile slancio e di indomito ardimento, finché cadeva gravemente ferito. Catturato, riconosciuto dal nemico, affrontava serenamente il patibolo, confermando col martirio il suo sublime amor di patria”. 

Oltre a Bolzano, anche altre città italiane hanno dedicato una via a Francesco Rismondo, come Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Catania, Firenze, La Spezia, Milano, Padova, Pisa, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Verona. A commemorarlo, inoltre, vi sono cippi e monumenti in diverse città.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Torquato Taramelli

Torquato Taramelli: a lui è dedicata la via che collega via Druso a via Novacella. Nato a Bergamo il 15 ottobre 1845, si laureò nel 1865 in scienze naturali presso l’Università di Pavia. A indirizzarlo verso gli studi di geologia fu il grande geologo Antonio Stoppani, il quale, apprezzando le capacità dell’allievo, ne fece il proprio assistente. Taramelli, il quale fu tra i volontari garibaldini alla guerra di indipendenza del 1866, annesso il Friuli all’Italia ricoprì la cattedra di scienze naturali nell’Istituto tecnico di Udine, città dove rimase fino al 1874. Nel 1868 si sposò con Clotilde Boschetti, figlia di un ingegnere; ebbero sedici figli, tre dei quali morirono in tenera età. Nel 1874 vinse un concorso per docente ordinario di geologia e dopo un breve periodo a Genova fu chiamato a ricoprire tale cattedra a Pavia, dove rimase fino alla pensione, ottenuta nel 1920; si ritirò dall’insegnamento anche per aver perso quasi del tutto la vista. Come docente  Torquato Taramelli formò intere generazioni di geologi; estese le proprie ricerche a tutto l’arco alpino e alla Pianura Padana, per poi occuparsi anche dell’Appennino. Fornì consulenze anche per le  costruzioni ferroviarie, come il traforo del Sempione. Dell’Università di Pavia Taramelli fu anche rettore tra il 1888 e il 1891, oltre a ricoprire diverse cariche accademiche; fu presidente della Società geologica e membro di diverse società scientifiche nazionali e internazionali. A lui si devono le prime carte geologiche moderne (provincie di Treviso e Pavia, Friuli, Istria, Bellunese, Canton Ticino). Deceduto a Pavia il 31 marzo 1922, è considerato tra i massimi geologi italiani dell’Ottocento. Non mancarono i riconoscimenti pubblici; fu insignito di molte prestigiose onorificenze. In fatto di dedica di vie, oltre  a Bolzano, vi è Pavia, città che gli ha intitolato anche il Liceo scientifico. Porta il suo nome il Rifugio Monzone, della Società degli alpinisti tridentini. Da lui prende nome il minerale denominato “taramellite”.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Nicolò Copernico

Nei pressi del casello stradale Bolzano Sud vi sono due strade dedicate ad astronomi, via Keplero e via Copernico, dedicata a Niccolò Copernico. Nato a Torun (Polonia) il 19 febbraio 1473, Niklas aveva 10 anni quando il padre morì. Lo zio vescovo, Lucas Watzenrode, mandò i nipoti all’Università di Cracovia, dove Nicolaus studiò logica, poesia, retorica, filosofia naturale e astronomia matematica. Studiò poi diritto canonico a Bologna, dove con il docente di astronomia Domenico Maria Ploti iniziò ad osservare seriamente il cielo; il 9 marzo 1497, anno in cui fu nominato canonico, osservò la Luna che passa davanti alla stella fissa Aldebaran. Il 1500, anno del Giubileo, lo passò a Roma, dando lezioni di matematica e astronomia. Dall’autunno 1501 studiò per tre anni giurisprudenza e medicina all’Università di Padova. Nel 1503 raggiunse lo zio vescovo nel palazzo episcopale di Heilsberg, dove fu medico personale e segretario del vescovo per circa sei anni, durante i quali tornò agli studi di astronomia. Morto lo zio vescovo nel 1512, Copernico, che aveva preso la residenza a Frauenberg, riprese gli studi di astronomia; calcolando, osservando, poté elaborare teorie sul moto dei pianeti. Nacque una nuova concezione dell’Universo: è la Terra a muoversi mentre il Sole è immobile.  Per lavorare sui dettagli della sua teoria, in una delle torri di Frauenberg si era fatto costruire un terrazzo per le osservazioni celesti. Nel 1539 per due anni ospitò un giovane professore di matematica, Georg Joachim Iserin (detto Retico); fu lui a pubblicare nel 1540 ciò che Copernico stava elaborando da trent’anni;  era “Narratio prima de libris revolutionum Copernici”; allora Copernico si decise a completare la sua opera “De revolutionibus orbium coelestium”. La prima copia del libro, del 1543, arrivò a Copernico già gravemente ammalato; guardò tale opera e morì. Sepolto nella cattedrale di Frauenberg, dal 2008 una lapide lo ricorda come “il fondatore della teoria eliocentrica”.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata ai Tre Santi. Chi erano?

Nel quartiere Gries-S. Quirino vi è,  tra le vie Duca d’Aosta e Penegal, via Tre Santi. Chi erano e cosa fecero? Si tratta di  Sisinio, Martirio, Alessandro. Riferimenti alla loro vita si trovano nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, come negli scritti di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino. I tre vissero mentre si stava diffondendo il cristianesimo, nei centri storici ma anche nelle vallate, come l’Anaunia (attuale Val di Non). Per evangelizzare appunto tale valle il vescovo di Milano, Ambrogio, aveva raccomandato al vescovo di Trento, Vigilio, al momento con scarsità di pastori nella diocesi, tre evangelizzatori, provenienti dalla Cappadocia (attuale Turchia); erano Sisinio, diacono, Martirio, lettore, e il fratello Alessandro, ostiario. I pagani del luogo, adirati per l’adesione alla fede cristiana di molti, che abbandonavano l’adorazione del dio Saturno, al rifiuto dei neo convertiti al cristianesimo di ritornare al politeismo, ritenendo responsabili di ciò gli evangelizzatori Sisinio, Martirio e Alessandro, li assalirono e li malmenarono nel loro tempio, edificato presso Methon (Medol). Il primo morì subito dopo l’aggressione, i due fratelli vennero arsi insieme davanti all’altare del dio Saturno. Era il 29 maggio 397. Secondo la tradizione popolare la scena del martirio sarebbe stata la chiesa di San Zeno in Val di Non. Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria. Nel 1927 la basilica milanese di San Simpliciano concesse di restituire alcune reliquie dei tre martiri alla basilica di San Zeno, riunite in un antico e prezioso reliquiario.  Nel 1997, nel 1600° anniversario della loro morte, le loro reliquie hanno visitato in pellegrinaggio tutte le parrocchie del Trentino. Nel corso degli anni reliquie dei “Tre Santi” furono inviate in varie località (Milano, Costantinopoli, Brescia, Ravenna, Verona, Roma, Saint Riquier (diocesi di Amiens).

Autore: Leone Sticcotti

La strada in Zona dedicata a Louis Braille

Via Braille in zona produttiva, quartiere Oltrisarco, è dedicata all’inventore del metodo di scrittura e lettura per i ciechi. Nato il 4 gennaio 1809 a Coupvray (Francia), mentre suo padre Simon, sellaio, era fuori casa, il piccolo Louis volle imitarlo impugnando un coltello a due lame per ritagliare del cuoio; d’un tratto la lama sottile si staccò dal manico colpendolo ad un occhio. Un medico lo bendò ma sorse un’infezione che colpì entrambi gli occhi. Louis, divenuto cieco, imparò a girare per le strade munito di un bastone fatto da papà Simon;  con l’aiuto del parroco Jacob Palluy imparò a contare, ma anche a suonare il flauto. Frequentò per tre anni la scuola del villaggio. Il 15 febbraio 1819 entrò nell’Istituto parigino per ciechi, dove imparò a suonare il pianoforte. Circa lettura e scrittura, esistevano delle assicelle con le lettere incise; c’erano anche delle lettere di legno. Sulla possibilità di una scrittura per ciechi e di libri su cui leggere con le dita, Louis pensava a dei caratteri fatti di punti perforati, più semplici da usare e capire. 

Momento di svolta fu l’incontro con Charles Barbier, inventore di un sistema di “scrittura notturna”, avente lettere e sillabe espresse con  punti in rilievo. Louis lavorò per migliorarlo: con sei punti creò 63 segni. La nuova scrittura fu adottata da tutti gli ospiti dell’Istituto. A 19 anni Louis fu nominato assistente di classe per varie materie, poi divenne insegnante. Intanto il sistema Braille veniva esposto al pubblico in un grande mostra parigina. Louis  fu anche organista nella chiesa di S. Nicolas des Champes. Aver vissuto tra le mura malsane dell’Istituto aveva danneggiato i suoi polmoni; la diagnosi medica fu di tubercolosi. Nel nuovo edificio, inaugurato nel febbraio 1844, ci fu l’adozione ufficiale della scrittura Braille e la presentazione dell’inventore del metodo. Il sistema si diffuse in Europa e man mano in tutto il mondo. Peggiorate le condizioni di salute, Louis Braille morì, con i conforti religiosi, il 6 gennaio 1852.  Sepolto nel piccolo cimitero di Coupray, dal 1952 le sue spoglie sono a Parigi,  nella cappella del Pantheon.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Amedeo Avogadro

Tra le vie dedicate a scienziati, come Galileo Galilei, vi è, per dar risalto al grande contributo che l’Italia ha dato alla scienza, anche via Avogadro. Amedeo Avogadro, battezzato come Lorenzo Romano Amedeo Carlo, nato a Torino il 9 agosto 1776, studiò legge, laureandosi a venti anni, facendosi “avvocato dei poveri”. Ma Amedeo, studente brillante, in pochi anni si laureò anche in filosofia, fisica, chimica, matematica; dopo studi sui fenomeni elettrici, esaminò le relazioni tra fenomeni elettrici e fenomeni chimici. Divenuto docente di fisica matematica all’Università di Torino, approfondì studi ed esperienze, in particolare sulla struttura della materia, con riferimento alla teoria dello scienziato inglese John Dalton (1766-1844), secondo il quale (con riferimento alle minuscole particelle indivisibili di cui aveva parlato il filosofo greco Democrito) tutti gli elementi chimici sono composti di atomi. Avogadro giunse, correggendo l’opinione di Dalton, a fondare la moderna concezione atomica molecolare della materia;  fu Avogadro a chiamare “molecole” le particelle più piccole.  Avogadro stabilì che per formare l’acqua erano necessari due atomi di idrogeno (non soltanto uno come teorizzato da Dalton) e uno di ossigeno. Partendo da tale legge si poté indicare il peso atomico dei vari elementi chimici e stabilire le esatte formule dei loro composti. Soltanto dopo la morte di Avogadro, avvenuta a Torino  il 9 luglio 1856, le sue scoperte vennero difese e dimostrate da un altro scienziato italiano, Stanislao Cannizzaro (1826-1910). Nel 1860, quattro anni dopo la morte di Avogadro, la sua ipotesi venne riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale, nel corso del Primo congresso internazionale di chimica, svoltosi a Karlsruhe (Germania). In onore del chimico e fisico torinese sono stati dedicati, oltre a Licei e Università in città italiane, l’asteroide “12294 Avogadro” e il cratere lunare “Avogadro”.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata ad Antonio Rosmini

Da ponte Talvera, provenendo da piazza Vittoria,  si accede a destra in via Antonio Rosmini. Nato a Rovereto il 24 marzo 1797, Antonio  Rosmini dopo l’Imperial regio Ginnasio di Rovereto  frequentò la facoltà di teologia dell’Università di Padova, laureandosi nel 1822 in Teologia e Diritto canonico, dopo esser stato ordinato sacerdote a Chioggia il 21 aprile 1821. Mostrò profonda inclinazione per gli studi filosofici, per approfondire i quali nel 1826 si recò a Milano, dove divenne amico di Alessandro Manzoni. Dopo qualche tempo in Trentino, nel 1828 fondò al Sacro Monte Calvario  di Domodossola la Congregazione religiosa dell’Istituto della Carità, la prima comunità di religiosi, i “Rosminiani”, cui seguì il ramo femminile. Le  Costituzioni furono approvate nel 1839 da papa Gregorio XVI. Antonio Rosmini, oltre ad affrontare i problemi della conoscenza, la morale e la metafisica, rivolse l’attenzione ai problemi etico-politici. Fu insegnante e guida spirituale a Borgomanero in un collegio rosminiano. Scrittore  fecondissimo, fu autore di opere filosofiche, ma anche teologiche e ascetiche. Inviato a Roma in missione diplomatica dal governo piemontese, cercò di portare avanti esigenze politiche ed ecclesiali, come quella dell’indipendenza della Chiesa dal potere civile; la dipendenza era la quarta delle “cinque piaghe”, di cui Rosmini tratta nell’opera “Delle Cinque Piaghe della S. Chiesa” (1848); seguì, nel 1849, la “Costituzione secondo la giustizia”. Le due opere furono messe all’Indice dei libri proibiti. Rosmini si ritirò a Stresa sul Lago Maggiore. Con il tempo la polemica sulle sue opere si attenuò e “Le Cinque Piaghe” furono tolte dall’Indice. Antonio Rosmini per misteriosa e dolorosa malattia si spense a Stresa il 1° luglio 1855; è sepolto nel santuario del Santissimo Crocifisso di Stresa. Vita, messaggio e opera di Rosmini sono ancora oggetto di riflessione e approfondimento. Fu beatificato il 18 novembre 2007.

Autore: Leone Sticcotti

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti