Radici nella nebbia

L’uomo contemporaneo scivola come acqua tra le dita: senza forma stabile, senza legami durevoli, in continua tensione verso l’ignoto. Le identità si sgretolano sotto il peso della precarietà, le relazioni si contraggono e si dissolvono con la stessa facilità con cui si intraprendono, e le istituzioni sembrano inseguire un mondo che muta troppo in fretta per essere compreso, tanto meno regolato. 

Bauman ci parla di una società in cui tutto è provvisorio, consumabile, sostituibile. L’individuo si ritrova solo, sommerso da scelte infinite ma privo di coordinate, costretto a reinventarsi di continuo senza una bussola etica. In questi contesti, il tempo perde la sua linearità e diventa l’eterno presente da sbranare il più in fretta possibile. E in questa corsa spasmodica, la giustizia si inceppa. Eppure, c’è chi vive tempi diversi. Chi lavora la terra, chi coltiva, chi osserva gli alberi, le stagioni non da uno schermo ma dal cielo, dalla luce, dai segni della natura. Queste persone, spesso invisibili alla società mondana e dell’immagine (pensiamo p.es.. agli zingari, ai senzatetto e ai fotografi), esistono in un ritmo opposto a quello liquido. Loro vivono nella ciclicità, nella pazienza, nell’attesa. Sanno che non tutto può essere subito, che ogni frutto richiede un tempo, che ogni seme ha bisogno di terra, di silenzio e meno cemento. L’agricoltore non si illude di poter controllare tutto! Vive nell’incertezza del riscaldamento globale, dei nubifragi, della siccità, di nuovi fitofagi, di scelte politiche scevre da interessi malvagi (OGM e TEA). Ma in questo abbandono c’è anche una profonda fiducia nel ritmo naturale delle cose, che nella modernità liquida si è persa, sostituita dall’ansia di controllo, dall’illusione tecnologica di prevedere e dominare il tutto, perfino il tempo. La giustizia moderna, ingolfata da codici, burocrazia e ritardi, appare incapace di rispondere ai bisogni concreti. Una giustizia zoppa che, paradossalmente, non riesce nemmeno a tornare alle radici della sua funzione: ricomporre, riparare, riconciliare. Forse è proprio da chi lavora la terra che dovremmo imparare una nuova idea di giustizia. Una giustizia che ascolti, che attenda, che lavori con pazienza, senza tenere conto di quel mostro diarroico che è l’opinione pubblica. Che sappia distinguere il tempo del raccolto da quello della semina. Una giustizia che non si lasci travolgere dall’immediatezza ma che, come l’agricoltore, affondi le mani nella complessità della realtà. 

Se nella società liquida tutto cambia, scivola e si dissolve, c’è ancora bisogno di qualcosa che somigli più alla terra che all’acqua. Più a un campo coltivato che a un algoritmo. Più a una giustizia lenta e umana che a una sentenza rapida ma disincarnata. In questi disequilibri si gioca il nostro futuro. Ed è forse tempo di scegliere da che parte stare: se continuare a galleggiare nel liquido, o tornare a camminare, con passo lento e cosciente, sulla terra. 

Autore: Donatello Vallotta