Passo dopo passo

Una chiacchierata con Adriano Zecchinato: dalle origini della sua passione per la macchina fotografica alla fotografia come mezzo per fare volontariato.

Quando ha iniziato a fotografare?
Ho iniziato a fotografare per caso, più di 50 anni fa. Ero andato a lavorare in Val Badia, il proprietario dell’albergo dove lavoravo aveva una macchina fotografica. Inizialmente ero più affascinato dalla macchina che dalla fotografia in sé, quindi quando l’albergatore ha cominciato a spiegarmi come funzionava ho deciso che avrei comprato una macchina fotografica, e l’ho fatto!

Quali soggetti è solito fotografare?
Mi piacciono molto la flora, i volti e le mani. A maggio dell’anno prossimo in ospedale, in occasione della giornata mondiale per l’igiene delle mani, saranno esposti alcuni dei miei scatti. Fotografo anche paesaggi, animali e chiese. Lavorando per tanti anni sulle Dolomiti ero sempre in giro a camminare, e mi piaceva fotografare ciò che vedevo.

Tende a tenerle a colori o in bianco e nero?
Solitamente le faccio a colori ma non tutte. Mi piacciono in bianco e nero i paesaggi dei paesi, i campanili e le vecchie vie se non sono piene di fiori, perché quelle sono belle a colori. Le mani sono belle in bianco e nero, ma dipende sempre da cosa si vuole esaltare.

Oltre alla fotografia c’è altro che la appassiona?
Tramite la fotografia sono arrivato a fare del volontariato. Circa sette anni fa, è passata la parata del carnevale sotto casa mia, e ho scattato delle foto. Mia moglie, che lavorava con il presidente dell’Associazione del carnevale, il giorno dopo ha mostrato le mie foto. Il presidente mi ha proposto di fare delle foto al capannone dove lavoravano i volontari e quando sono andato a vedere, ho scoperto questo mondo.

Come lo vive questo mondo del volontariato?
Sono iscritto all’Associazione Diabetici da una ventina d’anni ormai, ma non mi ero mai interessato attivamente. Durante la pandemia, mentre facevo volontariato al carnevale, avevo dato la mia disponibilità per andare anche lì. C’era magari da mettere a posto la sala, aggiustare delle cose, fare dei piccoli lavoretti insomma. Mi trovo molto bene, e di recente sono entrato a far parte del direttivo.

Cosa trae da queste esperienze?
Sono cose che mi piace fare perché mi danno la possibilità di aiutare le persone. In un futuro prossimo svilupperemo un progetto fotografico sui diabetici all’ospedale, del quale poi si farà una mostra a settembre. Nel frattempo ho conosciuto l’associazione il Papavero, e adesso quando ci sono manifestazioni faccio foto anche lì. Insomma, in tasca non mi viene nulla ma ho sempre la possibilità di seguire le mie passioni, passo dopo passo.

Autrice: Ilaria Talamoni – COOLtour

Cambiare totalmente vita a 57 anni

Oggi vi raccontiamo la storia di Franco Barcatta. Fino ad un anno fa era ispettore dei Vigili di Bolzano, ma ha lasciato il posto sicuro per vivere il suo sogno come FrancoB Dj, divenendo ospite fisso di un locale/terrazza di lusso a Caorle.

“Si tratta di una passione riesplosa dopo tanti anni. Sin da piccolo volevo fare il DJ: a metà anni 80 a Radio Rosengarten ho cominciato ad esercitarmi al mixer con i primi vinili. E da lì la passione mi ha portato a diventare il DJ resident del Jumbo Discopub a Mazzon di Egna. La passione per il DJing è rimasta, ma ho dovuto giocoforza reprimerla in quanto con il passare del tempo non era più conciliabile con il tipo di lavoro che facevo. Fino a quando l’anno scorso mia moglie ha avuto l’intuizione di risvegliare questa mia passione: vedeva che la sera passavo molte ore al computer a documentarmi sulla musica, e quindi un giorno è andata a comprarmi una console per DJ. Quindi in un certo senso devo tanto a lei, che è stata brava a sostenermi e a creare le condizioni che mi hanno spinto a prendere questa decisione. Ci ho messo pochissimo a ritrovare la tecnica, era come se non avessi mai smesso di mixare, e questa ritrovata passione mi ha portato a una svolta di vita. Dopo 23 anni di lavoro nella polizia municipale, dove ero arrivato anche al grado di luogotenente, il massimo grado dell’ispettore, ho deciso di rassegnare le dimissioni. C’è da dire che negli ultimi anni era cambiato molto il lavoro, oltre che la città stessa, tanto che ho cominciato a provare stanchezza. Sono sicuro che, anche senza questa mia ritrovata passione, qualcosa sarebbe cambiato in ogni caso a livello professionale.”

Quello che colpisce è la luce negli occhi di Franco quando parla del suo nuovo lavoro come FrancoB Dj. Proviamo a provocarlo: aveva 57 anni quando ha deciso di tornare a fare il DJ. Ma chi è che, oggigiorno, dà fiducia ad un 57enne?

E invece ho scoperto che dove vado a suonare, l’età non solo non conta, ma qualche capello grigio aiuta. Io stesso pensavo il contrario: ero rimasto a trent’anni fa quando quando il DJ era giovane e ho scoperto invece che qui in Trentino Alto Adige, ma soprattutto nel Veneto, dove io suono tantissimo, 50 anni è la media dei DJ che vengono chiamati per le serate. È stato questo un aspetto mi ha tranquillizzato molto, e anzi ha contribuito a darmi una ulteriore spinta.

Come è stato accolto dal pubblico?

Mi ha aiutato l’esperienza che ho accumulato negli anni facendo radio; quindi non solo nel mixare la musica, ma anche nel conoscere i brani, nell’aver interiorizzato quali fossero i riempipista, quali i successi nel corso degli anni, e poi negli anni a venire ho sempre cercato di rimanere aggiornato, nonostante il poco tempo a mia disposizione. Ho seguito l’evoluzione musicale dagli anni  ‘70 in poi, e questa esperienza mi permette anche di saper poi modulare la musica a seconda delle circostanze.

Come si sente a fare il DJ?

Io sono completamente rinato! Avevo bisogno di staccare completamente la spina e salvaguardare  la mia salute. E la musica mi ha salvato!

Autore: Till Antonio Mola

24homes, altrettanti concerti in… casa

24 house concert e 24 case private posizionate in tutta Bolzano: un nuovo calendario d’avvento artistico-culturale in grado di creare un legame fra la comunità artistica e la cittadinanza. Il concetto di base è quello di sentirsi a casa, di intimità e la creazione di nuovi spazi in cui esaltare la convivialità e rafforzare i legami di comunità. Il progetto nasce dalla musicista bolzanina Greta Marcolongo. Le abbiamo fatto qualche domanda, per scoprire nei dettagli il progetto.

Com’è nata questa idea?

Il progetto nasce come risposta al bisogno di instaurare e rafforzare nuovi legami fra la città e i suoi abitanti, valorizzandone gli  spazi. Si cerca di diffondere il messaggio legato al concetto di “porta aperta”: ossia di attenzione e accoglienza verso “l’altro” attraverso lo sviluppo e creazione di relazioni umane, anche semplicemente con i propri vicini di casa. Il progetto 24homes risponde anche al bisogno di offrire nuovi ed inusuali spazi d’incontro a chi ha qualcosa da dire, ovvero ai musicisti. A Bolzano purtroppo le situazioni in cui potersi esprimere e far conoscere la propria musica non sono poi così tante e le limitazioni di orario e di volume non aiutano di certo.

Cos’è un house concert?

È una performance musicale che ha luogo in una casa privata. Gli house concert sono un’esperienza unica per chi ospita, per chi suona e per chi partecipa. Ogni evento è unico e speciale, ma i tratti comuni sono i seguenti: si svolge all’interno di uno spazio privato che viene messo a disposizione gratuitamente. Gli invitati sono solitamente amici del proprietario di casa (colleghi, vicini di casa, amici di amici ecc), e gli artisti suonano in acustico senza alcun utilizzo di amplificazione. Il proprietario di casa allestisce anche un tavolo che viene imbandito con cibo e bevande. Il pubblico si siede per terra, sul divano o resta semplicemente in piedi. La performance dura circa una mezz’ora, dalle ore 17 alle ore 17.30.

A chi è rivolto questo progetto? Chi può parteciparvi?

Si rivolge a tutta la cittadinanza senza alcuna esclusione. Inoltre – poiché le case scelte per gli eventi saranno dislocate nei cinque differenti quartieri di Bolzano  – 24homes presta un’attenzione particolare volta a coinvolgere anche le zone più periferiche della città. Protagoniste sono le case private, il luogo più intimo ma che “non esiste, se non viene condiviso”.

Oltre ad una serie di eventi, 24homes è un vero e proprio calendario d’avvento… 

Esatto, ci sarà un evento per ogni giornata prima del Natale, partendo dal primo dicembre. Ognuno di questi eventi verrà documentato attraverso video e foto, e condiviso sempre alla stessa ora mediante pagine social (Instagram e Facebook) realizzate ad hoc, andando a creare quindi un calendario dell’Avvento originale ed inedito.
Il progetto si sviluppa attraverso due differenti bandi pubblici: il primo rivolto ai cittadini e alle cittadine che vogliano ospitare un evento nella propria casa e il secondo rivolto alle artiste e agli artisti che vogliano esibirsi e offrire la propria musica in uno spazio insolito e inusuale. 
La chiusura del bando è prevista entro e non oltre il 31 ottobre.
La partecipazione agli eventi è a discrezione dell’host e facilitata dal team di lavoro. Per eventuali prenotazioni ai concerti, informazioni o richieste, si può scrivere a: 24homesbz@gmail.com. Entro e non oltre il 20 novembre verrà reso pubblico un calendario nel quale verranno elencati tutti gli eventi e gli artisti selezionati. Altre informazioni si possono potete trovare sul sito web www.24homes.bz

Autore: Niccolò Dametto

Diego Tartarotti: l’arte per resistere

In questo numero vi proponiamo un’intervista a Diego Tartarotti, in arte 2rxst. Tartarotti è un giovane artista visivo bolzanino. L’artista dipinge ad olio, acrilico, su tele o su muri. Fa anche graffiti, e utilizza pure la fotografia e i video.

Il tuo nome d’arte da cosa deriva?

All’inizio quando dovevo cercare un nome d’arte, il concetto che mi piaceva era “esistere”. Il mio  amico Marco Tork però mi disse: “mettici una r, è più un resistere che esistere”. “2rxst” ovvero “to resist” prende il significato di “resistere”. Nei momenti difficili in cui si vive un disagio, l’arte può essere anche resistenza.

Come nasce questa tua passione?

Ho sempre disegnato da quando ero piccolo. Mi ricordo che già alla scuola materna dicevo: “Voglio fare il pittore” ed è una cosa che poi ho coltivato facendo l’artistico e in seguito l’accademia. I miei genitori amano molto l’arte, non mi hanno mai tarpato le ali e mi hanno sempre appoggiato in quello che mi piaceva fare.

Quali tecniche artistiche prediligi?

In accademia ho fatto l’indirizzo di pittura, però sono sempre stato portato per le arti grafiche, quindi progettazione grafica a mano, su carta e sul computer. Mi piace la poliedricità della mia arte; in pratica dipingo ad olio, acrilico, su tele o su muri, faccio graffiti, e utilizzo anche la fotografia e i video.

Come definiresti il tuo stile?

Ho uno stile molto duro, ci sono dei contorni spessi, molto definiti da queste linee nette, decise, poi quando uso la matita calco. È uno stile molto incisivo, molto pesante. Mi piacerebbe provare a unire il mio stile con l’arte accademica, più pittorica e delicata.

Di questo ne hai fatto un lavoro?

Diciamo che ci sto lavorando, ho varie commissioni. Faccio quadri e graffiti su commissione. Sono partito regalando molti dei miei lavori, poi pian piano ho iniziato a vendere le mie opere, ma ancora cerco di tenere un equilibrio per quella che è l’arte su commissione e l’arte per l’arte. Non voglio definirmi né un professionista, né un artista di strada: sono Diego.

Cosa ti ispira in particolare?

Mi faccio ispirare un po’ da tutto. Quando disegno fumetti mi ispirano i viaggi e le storie di vita. Quando dipingo mi faccio ispirare dai miei sentimenti, la creatività deriva dallo stato d’animo. Penso mi sia rimasta un po’ di quella fantasia e di quello stupore che hanno i bambini per tutto. La mia è una ricerca che va dall’estetica al sentimento. 

Ambizioni?

Star bene nella vita, far star bene gli altri ed essere felice. Sogno di fare dell’arte il mio lavoro ma senza trovare compromessi. Farò la magistrale per poi fare l’insegnante. Insomma, vorrei che il mondo dell’arte fosse una costante della mia vita.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Anche a Bolzano appuntamento con il Linux Day

Sabato 28 ottobre anche Bolzano festeggia il Linux Day presso l’Università di Bolzano, con orario dalle 9 alle 19. Intervista a Paolo Dongilli del Linux User Group Bolzano (LUGBZ).

Che cosa è il Linux Day?

Si tratta della principale manifestazione italiana dedicata a Linux, al software libero, alla cultura aperta ed alla condivisione. Sono previsti decine di eventi in tutta Italia, che coinvolgono centinaia di volontari e migliaia di visitatori per celebrare insieme la libertà digitale.Partito nel 2001, il Linux Day è una iniziativa volta a far conoscere Linux ed il software libero. Si compone di numerosi eventi locali, organizzati autonomamente da gruppi di appassionati nelle rispettive città, tutti nello stesso giorno. Si tratta di contesti in cui gli interessati possono partecipare a talk, workshop e dibattiti, trovare spazi per l’assistenza tecnica e assistere a dimostrazioni pratiche.

Da chi viene organizzato il Linux Day a Bolzano?

Sul nostro territorio il Linux Day 2023 (South Tyrol) è organizzato dall’associazione LUGBZ (Linux User Group Bozen-Bolzano-Bulsan) con la collaborazione del Progetto FUSS dell’Intendenza Scolastica Italiana. L’evento sarà gentilmente ospitato dalla Libera Università di Bolzano, dove hanno avuto luogo anche le edizioni precedenti.

Può spiegarci da chi è composto il LUGBZ?

Si tratta di un’associazione senza scopo di lucro, nata nel 2001 con lo scopo di promuovere la diffusione e la conoscenza del sistema operativo GNU/Linux, del Free Software e di formati e dstandard aperti nel territorio della provincia di Bolzano. È nata ed è composta tra gli altri da professionisti informatici del settore pubblico o privato e da semplici cittadini che condividono lo stesso obiettivo di mettere l’essere umano al centro nel processo di digitalizzazione della società. Nel 2004, poco dopo la sua nascita, il LUGBZ collaborava già con le istituzioni per la stesura del Piano d’Azione eSüdtirol 2004-2008.
Il Progetto FUSS è un progetto nato nel 2005 dalla Direzione Istruzione e Formazione Italiana con lo scopo di portare Software Libero nelle scuole, permettendo così a docenti ed alunni di utilizzare a casa gli stessi strumenti software utilizzati a scuola senza aggravi di costo per le famiglie.

Quale obiettivo vi prefiggete con il Linux Day?

Il nostro Linux Day di quest’anno sarà denso di contenuti e con un numero di relatori ai limiti dell’overbooking. Gli argomenti saranno quelli della sostenibilità e sovranità digitale a scuola e a casa, concetti che includono il Software Libero, l’hardware aperto e trasparente e i contenuti didattici aperti. I relatori, in parte in presenza e in parte da remoto, sono professionisti in ambito IT ed educativo provenienti dalla nostra provincia, dal territorio nazionale ed europeo. Avremo rappresentanti di associazioni come DigitalCourage, Wikimedia Italia, Informatici Senza Frontiere, rappresentanti di enti pubblici, aziende e molti altri. Ci sarà anche l’intervento del Centro Tutela Consumatori Utenti – Verbraucherzentrale Südtirol per dare ulteriore slancio alla campagna “Transparent Hardware” www.lugbz.org/thw,  partita nel 2007 da una sinergia nata tra VZS e LUGBZ.

Può dirci qualcosa a proposito del vostro Premio?

Quest’anno verrà conferito dal LUGBZ il 20° South Tyrol Free Software Award, che come nelle precedenti 19 edizioni assegna un premio a persone che hanno contribuito alla diffusione del software libero nella nostra provincia.

Chi è interessato trova tutte le informazioni sul sito lugbz.org

Autore: Till Antonio Mola

InchiostroVIVO: Il Mondo guarda il Mondo

La terza edizione di InchiostroVIVO, Il Mondo guarda il Mondo, avrà luogo al Museion di Bolzano il 20 e il 21 ottobre. L’iniziativa quest’anno è intitolata “Il Mondo guarda il Mondo” e intende celebrare Italo Calvino a Bolzano, nell’ambito di una rassegna culturale che fonde letteratura, teatro ed arti visive.

Per gli amanti della cultura e della letteratura, il mese di ottobre porterà con sé un interessante evento. La terza edizione di InchiostroVIVO, Il Mondo guarda il Mondo, avrà luogo al Museion il 20 ottobre con due appuntamenti mattutini alle 9.30 e alle 11.30 dedicati alle scuole, e il 21 ottobre con due appuntamenti serali alle ore 18 e alle 20.30, aperti alla cittadinanza. Gli eventi sono ad ingresso libero e gratuito.

InchiostroVIVO è una rassegna nata nel 2021 dall’impegno di giovani bolzanini in collaborazione con il centro di promozione giovanile COOLtour dell’associazione La Strada-Der Weg e gode del sostegno del Comune e della Provincia di Bolzano. È un’esperienza coinvolgente che pone al centro un autore letterario e che si rinnova ogni anno. L’obiettivo è quello di riportare la letteratura nella vita del pubblico utilizzando altre forme d’arte quali il teatro e la musica.

Quest’anno la manifestazione s’intitola Il Mondo guarda il Mondo e sarà dedicata a uno dei più grandi intellettuali del ‘900 in occasione dei 100 anni dalla sua nascita: Italo Calvino.

L’iniziativa consiste in uno spettacolo creato dai ragazzi con l’aiuto e sotto la guida dell’attrice bolzanina Diletta La Rosa. I giovani attori daranno voce a passi tratti dall’opera omnia di Calvino sullo sfondo di videoarte.

L’intento è quello di mettere in risalto il rapporto che ognuno ha con sé stesso, con gli altri e con il mondo, portando il pubblico a riflettere attraverso l’universo calviniano.

La rappresentazione ha come fil rouge l’idea di guardare: guardare il mondo, guardarsi dentro, guardarsi a vicenda e nel profondo. Un guardare che supera il senso della vista e diventa qualcosa di più.

L’evento si terrà al museo d’arte contemporanea Museion, in piazza Piero Siena 1, Bolzano, al primo piano.

Collaboratori e partner de Il Mondo guarda il Mondo sono diverse realtà del territorio, in particolare l’associazione Teatro Cristallo Young e la compagnia teatrale Controtempo Teatro.

L’attesa della rassegna culturale è stata animata da due appuntamenti, aperti al pubblico, per un Road to InchiostroVIVO che uniscono il piacere della letteratura alla cucina e alla musica. Il primo di questi eventi si è svolto il 18 settembre alle 20.30 presso il centro Lovera (Viale Europa, 3). In quell’occasione i partecipanti hanno avuto la possibilità di immergersi nell’universo calviniano gustando una cena con delitto a tema. La celebrazione di questo autore è continuata il 10 ottobre alle ore 18 con un aperitivo letterario che ha avuto luogo a Cooltour (via Sassari 13/b e 13/c).

Per partecipare alle iniziative sarà obbligatorio prenotarsi mandando una mail a cooltour@lastrada-derweg.org con nome e cognome, evento e, nel caso degli spettacoli di fine ottobre, anche l’orario desiderato. Per quest’ultimo saranno disponibili un massimo di 35/40 posti per ogni replica.

Autrice: Saana El Abidi COOLtour

“Le mie mani, i miei occhi”

Il bolzanino Andrea Bianco è uno scultore e il legno è il materiale in cui, perlopiù, le sue creazioni prendono vita. Nicola Hornäcker, designer e artista, è il maestro che ha aiutato Andrea Bianco a realizzare il suo sogno di lavorare una materia solitamente preclusa a chi non vede, come lui. Quella tra Andrea e Nicola è una storia di amicizia che si nutre della bellezza e della spinta a superare insieme i limiti.

L’atelier dell’artista Andrea Bianco è una piccola casupola di legno, appoggiata alla parete esterna del condominio in cui vive. Nel suo laboratorio, il pomeriggio, dopo il lavoro in ufficio, si dedica alla sua passione, la scultura. Lì dentro, nonostante la cecità che l’affligge da quando a 21 anni perse la vista a causa di un incidente stradale, lavora da solo con scalpello e martello, modella figure umane e animali. Quando lo andiamo a trovare, sta abbozzando un ippopotamo di legno. La sagoma dell’animale è già visibile ma ci vorrà ancora qualche settimana prima che la statua sia pronta.  

Dopo averci accolto nel suo spazio creativo, Andrea ci invita nell’appartamento che condivide con la famiglia. Le stanze sono piene delle sue opere: figure maschili e femminili, volti, opere di arte sacra che l’hanno fatto conoscere ed apprezzare fuori dell’Alto Adige. Sul tavolo della sala è appoggiato un Cristo ligneo che verrà presto esposto nel museo di Sant’Anna dei Lombardi a Napoli. L’amore per l’arte e il bello lo accompagnano da tutta la vita. Solo a quarant’anni però si è avvicinato alla lavorazione dell’argilla. Navigando su Internet, Andrea aveva letto che anche le persone non vedenti possono svolgere questa attività. Successivamente ha sperimentato con il marmo, quindi con il bronzo. Ma il suo vero desiderio era intagliare e scolpire il legno. “Se prima avevo trovato chi mi aveva insegnato, quando cominciai a cercare un maestro per cominciare a scolpire blocchi di legno, nessuno era disponibile”, racconta, “avevano tutti paura che mi facessi male. Nessuno me lo diceva apertamente ma me lo facevano capire”. Poco alla volta, grazie al passaparola, Andrea riuscì a scoprire un maestro coraggioso, alla Facoltà di Design e Arte della Libera Università di Bolzano: Nicola Hornäcker, all’epoca artista e studente di Design. Nicola, di carattere aperto nonostante l’apparenza di persona taciturna e riservata, accettò subito la sfida. “Avevo già insegnato ad altre persone a scolpire ma mai a un non vedente. L’ho presa come una provocazione”, confessa. I primi passi sono stati dedicati al lavoro in sicurezza, con prudenza. Manipolare il legno è più rischioso rispetto ad altri materiali. Chi non vede, deve prestare molta più cautela perché le possibilità di sfregiarsi, tagliarsi o farsi male sono reali.  

Dapprima Nicola ha spiegato ad Andrea come realizzare forme piane, concave, convesse, “poi siamo passati a realizzare volti, partendo dal mio”, ricorda Bianco, “mi ha spiegato come usare le mani per vedere e poi riprodurre. Per me era tutto un mondo ignoto. Per farmi capire l’anatomia, mi invitava a infilare le dita nelle mie orecchie per sentirne la profondità, avvertirne la forma. Abbiamo potuto capire che le mani hanno una certa memoria”. Più volte in settimana Nicola andava nel laboratorio di Andrea. Lavorarono insieme in ogni condizione, col freddo e con il caldo, per tre anni di formazione molto intensi. 

La straordinaria capacità di immedesimazione di Nicola ha fatto la differenza. “Ad esempio quando mi diceva di eseguire un determinato passaggio con la sgorbia e io gli dicevo che non mi riusciva, lui chiudeva gli occhi e rifletteva su come avrebbe fatto lui se fosse stato cieco. E si inventava la tecnica per permettermi di arrivare al risultato”, afferma Bianco. Poi Nicola si è allontanato per qualche anno da Bolzano, per continuare la sua formazione in Inghilterra. Adesso lavora nelle officine della Facoltà di Design e Arti e ha ripreso la collaborazione artistica con Andrea. Ma il loro prossimo progetto non è di natura artistica. Non solo. L’obiettivo è creare un corso di scultura lignea per persone non vedenti, basandosi sulla loro esperienza che è risultata vincente. Andrea è un artista affermato, che espone e le cui opere sono richieste. Ora vorrebbe aiutare altre persone nella sua condizione e con la sua stessa voglia di realizzare un sogno. Finora tutte le porte cui hanno bussato non si sono aperte. “Abbiamo fatto solo un corso di argilla a Firenze, tempo fa, ma non esiste scuola al mondo che proponga corsi come quello che potremmo fare noi”, conclude lo scultore, “io sono stato fortunato a conoscere Nicola ma credo che un’esperienza valga di più se diventa un patrimonio anche di altre persone. Bolzano e la sua provincia hanno una tradizione artistica nella scultura del legno, è forse il momento di allargare la possibilità di entrare in questo mondo anche a chi finora ne è stato escluso”.  

Per ammirare le opere di Andrea: www.biancoandrea.com

Autore: Nilo Ruggeri

Andreetto: rock, letteratura ed attivismo

Abbiamo incontrato Jadel Andreetto a margine di alcune sue riprese per un documentario sulla storia del rock in Alto Adige, che sta realizzando insieme al regista Armin Ferrari. Un’occasione per raccontare il percorso di questo bolzanino che da anni vive altrove, scrivendo e lavorando in maniera creativa. 

“Questo mio ultimo è un lavoro con il quale sto indagando i meandri di Bolzano e del Sud Tirolo nella sua espressione più viscerale, che secondo me è stata la scena musicale punk, hardcore e in parte metal, che, dalla fine degli anni’ 80 fino alla fine degli anni ‘90, ha fornito una linfa vitale ad una città un po’ sonnolenta. Il mio obiettivo è di parlare di questi generi musicali, spiegare cosa rappresentassero e perché fossero così importanti e di rottura per questo territorio. Con questo documentario cerco di fornire uno sguardo onnicomprensivo che cerca di mettere insieme i fili di quella che era la scena musicale con la storia del Sud Tirolo. Credo che la sua particolarità consista nel voler raccontare una scena musicale all’interno del suo contesto, quindi non un documentario musicale fine a sé stesso, ma qualcosa di più complesso.”

Lo capiremo quando sarà terminato. Parliamo di te: sei conosciuto per essere uno scrittore e un creatore di radiodrammi… 

Si, perché ho lavorato ad un podcast che in realtà è un radiodramma, potremmo anche definirlo un podcast immersivo. È stato realizzato per Rai Alto-Adige e si chiama “Morte di un giallista bolzanino” e mi ha dato parecchie soddisfazioni, in quanto è stato anche il primo in classifica su RaiPlay, su cui è stato distribuito di lì a breve, per diverse settimane, battendo una concorrenza ben più blasonata.
È stata la prima volta che mi sono cimentato in questo tipo di narrazione e da romanziere, devo dire che non è stato facile, in quanto si tratta di tutto un altro tipo di scrittura e di struttura. È stato un lavoro lungo e complicato. Assieme a me avevo dei sound designer e dei musicisti, persone che si occupavano della narrazione parallela, che in un radiodramma è altrettanto importante, per cui oltre alla voce bisognava creare degli spazi sonori. È stato un podcast avventuroso, anche perché alcune riprese sono state fatte ad hoc, dal vivo, nel senso che siamo andati nei boschi a registrare alcuni suoni.
Il podcast “Morte di un giallista bolzanino” racconta la morte di questo Marco Felder, che è uno pseudonimo che io e il mio collega Guglielmo Pispisa abbiamo usato per firmare il nostro primo romanzo: mentre il secondo lo abbiamo firmato con i nostri nomi. L’intento del podcast era quindi anche quello di spiegare che fine avesse fatto Marco Felder. Il podcast è la storia di un giornalista che si appassiona alla storia delle circostanze che hanno portato alla morte di questo Marco Felder.

Parliamo di te.

A novembre compio 49 anni. A metà anni ’90, dopo aver conseguito il diploma di ragioneria a Bolzano, sono andato a studiare Filosofia a Bologna. In quel periodo ho cominciato a gravitare attorno alla scena dei centri sociali occupati, dove mi sono occupato di musica, di politica e di attivismo.
Successivamente ho cominciato a scrivere dei romanzi con dei collettivi (Luther Blissett, Wu Ming, il collettivo Zen). Ho pubblicato per Mondadori, Rizzoli e curato antologie per Bompiani.
L’ultimo progetto a cui mi sono appassionato si chiama Resistenza in Cirenaica, che dal 2015 si occupa di ricontestualizzare i nomi dei luoghi a partire proprio da quello in cui vivo io a Bologna, via Libia, trasformandolo in “via Libia, luogo di crimini del colonialismo italiano”. Mettendo dunque dei sottotitoli, quasi delle didascalie ai cartelli delle strade. 

Autore: Till Antonio Mola

Un laboratorio per tessere relazioni

Adele Buffa si occupa del progetto “Sartoria Sociale” di Officine Vispa. Una sognatrice che crede nel valore dei tessuti, anche di quelli che sembrano da buttare. Anzi,  soprattutto in quelli!

Di cosa ti occupi a Officine Vispa?

Da un anno mi occupo del progetto “Sartoria sociale”. Di formazione sono Eco-Social-Designer e il mio codice di espressione passa attraverso il tessuto. Esattamente come i fili durante la tessitura, il cucito per me rappresenta l’occasione per parlare, conoscere e approfondire determinate tematiche. In due parole: fare comunità.

Come funziona il laboratorio di Sartoria Sociale e qual è il tuo ruolo all’interno?

L’idea di fondo è quella di fare cultura e comunità insieme. Lo scorso inverno ci si trovava di lunedì. Erano molte le persone che partecipavano agli incontri. Molte sapevano già cucire, facevamo maglioni di lana. In quell’atmosfera non si percepivano i maestri e gli allievi perché ognuno, con le proprie conoscenze, era maestro per qualcun altro. Il laboratorio di Sartoria Sociale non è fatto di progetti guidati ma di proposte, poiché il fulcro del progetto è avere uno spazio dove incontrarsi, fare progetti insieme o portarsi la propria “calza” e cucire in compagnia.

Dove si trova il laboratorio e come ci si accede?

Al momento la Sartoria Sociale è nel quartiere Casanova in piazzetta Anne Frank e il giovedì pomeriggio lo spazio è aperto. Siamo sempre felici di accogliere nuove persone!

Il tuo percorso personale invece qual è?

Quando ero bambina vedevo mia nonna che riparava i vestiti di tutta la famiglia, io la aiutavo e insieme sperimentavamo. Era una cosa che a me e a lei piaceva tantissimo. Un po’ più grande, durante l’adolescenza, mi vergognavo di questa mia passione e l’avevo messa da parte. All’università con un’amica mi sono iscritta ad un laboratorio di sartoria e in quel momento ho ricordato l’amore per il cucito. Insieme poi abbiamo preso uno spazio e abbiamo aperto un laboratorio di sartoria a Torino. Quando mi sono trasferita qui a Bolzano per fare la magistrale, ho conosciuto le Officine Vispa. Il loro lavoro sul territorio mi interessava e così ho chiesto di poter collaborare proponendo dei laboratori artistici inerenti al tessile e al cucito. Quando è arrivata l’ora di scrivere la tesi di laurea ho scelto proprio Officine Vispa come partner. La tesi riguardava lo scarto tessile e la produzione tessile locale, perché ero rimasta colpita – venendo da una città grande come Torino – nel vedere che nella città di Bolzano c’erano molti più bidoni per la raccolta di indumenti. Ho quindi sviluppato una mappa dove le persone potevano essere indirizzate a tutte le realtà  del territorio che si occupano della valorizzazione dei vestiti usati. Poi la mia storia di ricerca è continuata anche dopo la laurea, nella collaborazione con le Officine Vispa.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

Connettere Alto Adige e l’Europa: intervista a Giulia Chiarel

Oggi dialoghiamo con una bolzanina che da anni vive nel cuore dell’Europa. Il suo compito è proprio quello di connettere la provincia di Bolzano, con le sue diverse realtà, con le potenzialità rappresentate dai fondi europei. 

Quando qualcuno racconta di essersi trasferito in una città per il suo clima, è probabile che Bruxelles non sia la prima a venire in mente. “Invece è proprio così che Bruxelles mi ha fregata” racconta ridendo Giulia Chiarel. “Ho studiato Giurisprudenza a Trento e cercavo un impiego che mi permettesse di andare all’estero, perciò ho partecipato a una Summer school organizzata da quello che, anche se ancora non lo sapevo, sarebbe diventato il mio posto di lavoro: l’Ufficio di Bruxelles della Provincia di Bolzano, all’interno della Rappresentanza comune della Regione europea Tirolo-Alto Adige-Trentino. Come dicevo, Bruxelles mi ha fregata perché a luglio è bellissima: è piena di vita, ci sono moltissime attività e luce fino a tardi, e ho subito pensato di volermi trasferire lì. Poi ha nevicato da novembre fino a marzo”.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di fondi europei diretti: in altre parole, cerco di mappare le possibilità che ci sono per le realtà dell’Alto Adige in diversi campi, dalla ricerca all’agricoltura, dalla cultura alla salute. Ci occupiamo di tanti progetti diversi, il più famoso è senza dubbio il progetto Erasmus. Quello che facciamo, comunque, è monitorare i fondi, mettere in connessione le realtà altoatesine e quelle europee e affiancarle durante il percorso, collaborando anche con gli uffici di Trento e Innsbruck. Oltre a questo, svolgiamo altre mansioni. Io, per esempio, mi occupo di co-coordinare, a nome dell’Ufficio, un gruppo di lavoro su design e creatività all’interno della rete ERRIN (European Regions Research and Innovation Network), del quale l’Alto Adige è co-leader. Lo stesso vale per il gruppo di lavoro sul New European Bauhaus.

Cosa ami del tuo lavoro?

Che non ho una giornata tipo: dover seguire progetti diversi ti dà l’opportunità di incontrare e conoscere tante persone. Avere a che fare con università, centri di ricerca, realtà territoriali ed esponenti delle istituzioni come il Parlamento europeo è molto stimolante. Non ci si annoia mai.

Come racconteresti Bruxelles a chi non la conosce?

La cosa più importante è che, benché sia una grande città, Bruxelles mantiene una dimensione umana: offre tantissimo, anche in termini di attività culturali, e puoi raggiungere ogni posto con facilità. E poi è un luogo fortemente multiculturale: una delle città al mondo con la maggior presenza di cittadinanze diverse. Inoltre, i belgi hanno la tendenza a supportare l’associazionismo, le organizzazioni dal basso, e questo è fondamentale per costruire una comunità. Un’altra cosa di cui non si può non parlare quando si parla del Belgio sono le lingue. Quelle ufficiali sono il francese, il fiammingo e il tedesco, ma la cosa bizzarra è che a scuola si impara una lingua sola. Mia figlia fa la scuola francese e non studia il tedesco – a noi altoatesini, all’inizio, fa uno strano effetto. Cosa non mi piace? Beh, anche se all’inizio è quello che mi aveva convinta, il clima. Ma in quanto italiana è quasi una risposta da statuto, no?

Autore: Alex Piovan COOLtour