Come si esprime la creatività dei designer?

Per meglio comprendere il suo lavoro di designer,  il nostro giornale ha incontrato la bolzanina Patrizia Bertolini.

Nemo propheta in patria. Espressione  più che azzeccata, considerate le mille difficoltà riscontrate da Patrizia Bertolini per far emergere i suoi talenti a Bolzano. In quasi 30 anni di attività, Bertolini è un nome conosciuto nel mondo del design di arredo, ha firmato diversi mobili, eppure a Bolzano fatica a vedere riconosciuto il suo valore. Basti pensare che, per fare un lavoro attinente alle sue competenze, deve spostarsi regolarmente a Pordenone per insegnare nella sede distaccata della Università ISIA Roma Design.

Ma anche a Bolzano l’artista ha i suoi estimatori, come per esempio la gallerista Antonella Cattani, che ha recentemente deciso di esporre le sue opere recenti all’interno della mostra “Home Breaking Boundaries”, che inaugura venerdì 17 novembre alle ore 18 nella galleria di via Catinaccio 1/A a Bolzano (ingresso libero e gratuito). Dal testo di presentazione, apprendiamo che la mostra è un invito a rompere i confini tra le discipline Arte e Design. “La mostra sancisce l’idea del progetto di interni che si confronta con l’opera d’arte, indicando questo dialogo come un metodo per la scoperta di linguaggi nuovi”.

“Sono una designer che lavora soprattutto nel mondo dell’arredo. Mi piace e mi diverte disegnare. Il tema è quello della casa, una passione che devo a Bruno Munari, di cui ho letto tutti i libri”. 

Patrizia Bertolini, si sente più artista o artigiana?
Mi sento più artigiana.

Con che materiali lavora?
Con la testa (ride). Ho cominciato negli anni ‘90 insieme a Christoph Burtscher: lui era un artigiano e realizzavamo insieme mobili firmandoci come Burtscher e Bertolini. Avevamo scelto Vienna come nostra base operativa. Seguivamo tutto, dall’ideazione fino alla produzione e la nostra era a tutti gli effetti una autoproduzione. In quegli anni siamo stati tra i primi a cercare e trovare il contatto con altri artigiani, una cosa che a partire dagli anni 2000 ha cominciato a prendere piede ed ora è diventata una pratica usuale. Intorno al 2005, poi, ho collaborato con Christian Mitterdorfer, ma da allora sono passati quasi 20 anni. Se all’inizio la mia ricerca ruotava intorno al legno, ora il materiale con cui lavoro è il ferro. Mi piace molto il minimalismo, amo togliere tutto il superfluo dagli oggetti, ed ogni progetto diventa una sfida tecnica, dovendo comunque gli oggetti mantenere una propria funzione. Per i miei ultimi lavori, sto collaborando con un fabbro di Bolzano, Paolo Mancabelli.

Per capire meglio questa affermazione, ci giunge nuovamente in soccorso il testo di Antonella Cattani: “Per realizzare le linee costruttive di tavoli, sedie, letto e altri elementi, è stato utilizzato intenzionalmente un materiale come il tondino di ferro, che attraverso una linea curvea ritorta su sé stessa, compone gli elementi”.
Che materiale usa per le sue opere?

Con la mia nuova collezione arrivo ad un punto estremo della mia ricerca sia dal punto di vista formale che tecnico, considerato che utilizzo il minimo materiale possibile, con il minimo volume possibile.

Che effetto fa, da artigiana quale si considera, essere stata contattata da una gallerista?
L’effetto è senz’altro piacevole, anche se molto particolare. In galleria esporrò degli elementi d’arredo che sono in dialogo anche  con delle opere che stanno alle pareti o nello spazio della galleria, e questa è comunque per me una novità. Inoltre cambiando il pubblico, cambia anche quello che le persone si aspettano dalle cose esposte. Si tratta di una differenza che si manifesta soprattutto a livello mentale.

Autore: Till Antonio Mola

Coltivare la speranza, oltre “Le sbarre”

Il racconto “umano” di un direttore del carcere che tratta il carcere come casa sua.  Questa è la trama del libro “Senza Sbarre”, scritto da Cosima Buccoliero, a lungo vicedirettrice e poi direttrice del carcere di Milano Bollate, ospite nei giorni scorsi di un incontro pubblico a Bolzano. 

Quello del direttore di carcere può sembrare un lavoro che va svolto in maniera rigida, in cui freddezza e rigore sono i presupposti per avere la situazione sottomano. Eppure, l’approccio della protagonista della nostra intervista è un altro. Quando Buccoliero annunciò che gli ergastolani nel suo carcere hanno diritto a una cella singola, suscitò infatti molto stupore in chi crede che oltre le sbarre non ci debba essere più speranza. La chiave del suo lavoro? ospitalità e umanità. La prigione per lei è un microcosmo di vita. 

Ci sono i prigionieri, il personale di sorveglianza e il personale medico, oltre a numerosi volontari. E le loro famiglie. La reclusione deve essere finalizzata al reinserimento nella società e non solamente una punizione. La detenzione non deve perdere la sua funzione educativa, altrimenti diventerà solo una forma di tortura. 

E libro di Biccoliero spiega il perché.

“Prigione senza sbarre”. Utopia? 
Le sbarre non si possono eliminare, questo è certo. Ma nella mia mente il carcere cerca respiro e contatto con il mondo esterno. è aperto e comunica con la città.

Uno scambio complesso. Qual è la difficoltà maggiore?
Il pregiudizio è sicuramente la difficoltà maggiore, bisogna lavorare affinché le persone non pensino che dietro le sbarre ci sono i “cattivi” e fuori i “buoni”. Un reato non coincide quasi mai con la totalità della persona.

Come si traduce tutto questo nella pratica?
Acquisire una migliore comprensione della realtà carceraria, del personale e dei detenuti. Chiunque stia scontando una pena detentiva prima o poi verrà rilasciato e dovrà essere accolto. Ecco, questo processo di benvenuto deve iniziare molto prima. Bisogna fornire ai detenuti una “cassetta degli attrezzi” per reintegrarsi e ricostruirsi.

All’interno del suo libro, lei racconta la sua esperienza al carcere di Bollate, a Milano. Cosa le ha lasciato?
A Bollate sono stata 16 anni, prima come vice e poi come direttrice. Mi ha dimostrato che questo modo di intendere il carcere è un modo che paga, affinché la detenzione non sia inutile. Un grandissimo esempio è quello di Stefani, una giovane ragazza che si è laureata dietro le sbarre: l’incontro con l’università e i docenti hanno fatto la differenza nella sua vita. All’esterno, forse, sarebbe stato più difficile riscattarsi.

Il riscatto è possibile per tutti?
Sì, alcune situazioni sono più difficili, ma non impossibili. Come dice la legge, a ciascuno serve un trattamento personalizzato. A volte siamo impreparati ad affrontare certe situazioni, non sappiamo come fare.

“Senza sbarre” è il suo primo libro. Cosa l’ha spinta a scriverlo? Cosa vuole trasmettere?
Spesso ci si ritrova a parlare di lavoro con i colleghi. Io volevo raccontare il carcere non solo agli addetti ai lavori, che già sanno, ma a chi questa realtà non la conosce. E raccontare che un modello di carcere, diverso da quello che si vede in televisione, è possibile. Bisogna incidere sulle relazioni con i detenuti. In carcere non c’è il male assoluto. C’è chi ha sbagliato e ha il diritto di essere recuperato. 
Questo libro descrive come le carceri possono e devono diventare parte integrante della comunità in ogni suo aspetto è un libro che ispira riflessione e indica un percorso concreto non solo dal punto di vista della gestione carceraria ma anche dal punto di vista etico-personale. Un’opera condivisa fa sì che l’esperienza personale dell’autore non sia più un caso isolato. 

Si tratta quindi di un libro importante che affronta un tema scottante che tocca profondamente la sensibilità dei cittadini in modo inedito.

Autore: Niccolò Dametto

Walter Bonatti in mostra alla Civica

C’è tempo fino al 7 gennaio per visitare la mostra “Walter Bonatti, stati di grazia. Un’avventura ai confini dell’uomo”. Organizzata dal Museo Nazionale della Montagna di Torino, la mostra è stata fortemente voluta dal Cai di Bolzano, che, grazie al Comune che ha concesso il patrocinio, ha ottenuto gli spazi della centralissima Galleria Civica.

L’esposizione è un’avventura ai confini dell’uomo dedicata a Walter Bonatti, alpinista ed esploratore, che ha saputo andare alla scoperta non solo della montagna e del mondo, ma soprattutto di se stesso, attirato dal senso di avventura e dai viaggi nell’ignoto che portano a confrontarsi con il sé.

Perché portare una mostra su Walter Bonatti a Bolzano?
Maurizio Veronese, presidente del CAI Bolzano – Il capoluogo aveva già risposto molto bene diversi anni nel 2005 fa quando Bonatti era venuto in città per la mostra “Fermare le emozioni”, sempre alla Galleria Civica, e ad una successiva conferenza all’Auditorium Roen. 
Io ho visto questa mostra a Torino due anni fa, me ne sono innamorato, e ho lavorato affinché Bolzano potesse godere di questa cosa.

Daniela Berta, Lei è la direttrice del Museo Nazionale della Montagna. Perché avete scelto Bolzano per questa mostra?
Daniela Berta – Abbiamo trovato qui a Bolzano una forte affezione per la figura di Walter Bonatti e lo sforzo del Cai Bolzano, e anche la disponibilità degli spazi da parte della città ci ha consentito di proporre un adattamento di questa esposizione. Qui a Bolzano c’è molta  attenzione per i temi che riguardano le terre alte e sicuramente la presenza di Reinhold Messner, anche il suo legame personale con Bonatti, è un elemento che può contribuire a incrementare l’interesse per un’esposizione, attraverso la quale vogliamo raccontare l’approccio di Bonatti all’avventura verticale e all’avventura orizzontale.

Un grande tema di questa mostra sono le sue esplorazioni… 
Non volevamo  appiattire la figura di Bonatti sulla sua attività alpinistica, pur essendo noi un museo della montagna, perché leggendo i suoi scritti, ascoltando le sue interviste, lavorando sul suo archivio, è emerso quanto fossero per lui parimenti importanti anche le esplorazioni nelle terre all’epoca non ancora conosciute, che oggi invece lo sono.

Autore: Till Antonio Mola

Le bambole di ceramica di Nonna Lelli

Nonna Lelli e le bambole di ceramica. Con la “pasta” giusta, la passione può durare per sempre.

Anna ed Elisa intervistano Nonna Lelli, chiedendole di svelare i segreti delle sue bamboline di ceramica.

Anna – Come è iniziata la tua passione per le bamboline?
Questa avventura è iniziata nel ‘98, parecchi anni fa su insistenza di una mia amica che voleva assolutamente insegnarmi a fare le bamboline e io non volevo imparare perché pensavo di non essere all’altezza. Poi finalmente mi sono decisa e ho iniziato. E da lì è partita la passione, un passatempo, un hobby a cui dedico le mie ore libere. Ho iniziato con la pasta di sale. Per diversi anni ho prodotto questi oggetti con la pasta di sale, però la pasta di sale a un certo punto si rovina, si deteriora, non è per sempre. E così, cercando informazioni qua e là, ho captato suggerimenti diversi. Ho appreso delle nozioni per riuscire a produrre degli oggetti con la porcellana fredda, una tecnica non così facile come quella della pasta di sale.

Elisa – E quindi ha una casa piena di bamboline?
Sì. Ne ho, poi le faccio anche da appendere, non solo da tavolo. Sperimento tante tipologie di bamboline.

Elisa – Le prepara ogni settimana?
No, d’estate un po’ meno perché fa caldo, oppure me ne occupo di sera. Anche quando lavoravo, le facevo di sera e mi servivano a rilassarmi. Veramente non avrei mai immaginato che sarebbe diventata un’attività così gratificante.

Elisa – Quindi è felice di aver imparato da questa amica?
Sì sì sì. E sono l’unica di cinque amiche che ha continuato. Ci si trovava ogni tanto per passare così il tempo insieme.

Elisa – E ha un posto preferito, diciamo in casa, dove lavorare alle bamboline?
Sì, è una stanza che era dei miei figli, una stanzetta tutta per me e così lascio tutto lì. Prima lavoravo in soggiorno però ogni volta dovevo pulire, togliere tutto, invece adesso ho il tavolo tutto per me e la stanza è diventata il mio laboratorio. 

Elisa – E si è ispirata a qualcosa in particolare quando creava queste bamboline? O è tutta fantasia?
No, ho dei libri. Però diciamo che quando ho la base dopo vado a fantasia. Cioè lavoro secondo quello che al momento mi viene in mente.

Anna – Potremmo fare anche un’ esposizione…
Se vuoi, puoi portarne alcune con te. Si può fare senz’altro, basta avere un tavolino, tanto sono là. E poi, sai, non è che ho smesso, ne farò ancora. Perché è un passatempo. Ecco, questa è la mia storia. Non immaginavo, diventa davvero una cosa che ti prende.

Elisa – Quanto tempo ci vuole per fare una bambolina?
Un’ora e mezza, circa. Per quelle in piedi impiego meno perché il vestito è di stoffa, le altre vanno anche dipinte e ci si mette di più, circa due ore. 

Elisa: Qual è il procedimento ? Come avviene la creazione?
Per fare l’impasto della porcellana fredda ci vuole la colla vinilica, la farina di maizena, la Nivea, l’olio di glicerina e un po’ d’acqua. Si mette in padella e si cuoce sul fuoco: quando si addensa si deve togliere subito dal fuoco perché l’impasto rischia di diventare troppo duro, poi la manipolo finché diventa elastica e poi la coloro con le tempere.

Anna Crepazzi e Elisa COOLtour

On Lovera prosegue con le sue attività

Nel quartiere Europa Novacella proseguono le iniziative del progetto “On Lovera”, che ha sede nel centro culturale ideato a suo tempo da don Giuseppe Rauzi, accanto alla parrocchia della Visitazione di Viale Europa. Abbiamo dialogato con Daniel Valentini, operatore che segue le iniziative attivate nella struttura. 

Ciao Daniel, come descriveresti, sinteticamente, “On Lovera”?
“On Lovera” è un progetto di animazione territoriale e sviluppo di comunità che ha sede ed è indirizzato al quartiere “Europa-Novacella”. Oltre ad animare il quartiere, il nostro obiettivo è quello di creare connessioni significative tra le numerose associazioni e realtà attive nella zona. Il nostro target di lavoro comprende tutta la popolazione, si rivolge quindi a persone di ogni età ed estrazione sociale. Abbiamo organizzato diversi eventi culturali e musicali per i giovani con la collaborazione di realtà come Bluspace di MusicaBlu, BEYoung, COOLtour e Villa delle Rose. Durante l’estate inoltre è stato organizzato un corso di Fitness ed altre attività come letture nei parchi del quartiere e all’interno del Centro Lovera. Per tutta l’estate, in aggiunta, il Club Della Visitazione ha animato le piazze con sagre, eventi, balli e cene. In breve, abbiamo avuto un programma estivo ricco di iniziative e ci stiamo al momento concentrando sul piano autunnale ed invernale. 

Sei soddisfatto dei risultati raggiunti? 
Sì, apprezzo questo lavoro. Sono soddisfatto, in primis perché gli eventi realizzati finora hanno suscitato grande partecipazione. Il 19 agosto, ad esempio, ha avuto luogo la “Sagra dell’arrosticino”. Sono stati distribuiti circa 500 piatti e si percepiva un’atmosfera di festa tra le persone che si divertivano e ballavano. Anche poco prima di mezzanotte, con la musica già spenta, la piazza era ancora gremita di gente e siamo stati costretti ad esortare le persone ad andare via invitandole alle iniziative ed appuntamenti futuri. Il quartiere ha risposto molto positivamente, segno chiaro del desiderio di aggregazione, incontro e, soprattutto, di festa. 

Avete incontrato difficoltà durante le attività?
Abbiamo indubbiamente affrontato alcuni ostacoli, ma niente di insormontabile. Come progetto On Lovera, ci impegniamo ad offrire un sostegno pratico e burocratico nella realizzazione degli eventi proposti ed il Comune di Bolzano ci fornisce un aiuto fondamentale, soprattutto per risolvere e superare i vari intoppi che si possono creare durante un evento o una manifestazione. Coinvolgendo tante associazioni e realtà differenti, è, inoltre, abituale lo scambio di aiuto reciproco. Grazie a questa collaborazione è possibile impiegare le diverse competenze e qualità di ciascuno, e risulta, di conseguenza, essere abbastanza “semplice” superare le varie difficoltà. 

Chi può aderire all’iniziativa?
Il nostro progetto On Lovera è aperto a tutti, accogliamo sia singoli che associazioni. L’unico requisito che chiediamo ai nostri collaboratori è quella di essere portatori di idee, creatività e, soprattutto, avere una grande voglia di creare e di fare. 

Quali sono le prossime attività in programma?
Durante l’intero mese di dicembre, in collaborazione con la circoscrizione Europa-Novacella, stiamo organizzando una serie di eventi a tema natalizio. Questi, avranno inizio il 2 dicembre presso il centro Lovera con un laboratorio di corone d’avvento. L’entrata e la partecipazione saranno gratuite. Successivamente, il 4 e 5 dicembre in piazza Matteotti, ospiteremo una “fiera delle associazioni” con musica ed eventi, tra cui, per i più piccoli, l’arrivo di San Nicolò il 5 dicembre.

Sanaa El Abidi Cooltour 

Francesco Brazzo: una vita per la musica

Domenica 12 novembre dopo una lunga malattia se n’è andato a soli 59 anni Francesco Brazzo, una delle figure più significative del panorama musicale altoatesino. Il suo ricordo resterà indelebile a lungo nella memoria di tutti coloro che hanno avuto l’occasione e la fortuna d’incontrarlo.

Nato in una famiglia musicale dove soprattutto regnavano gli strumenti a corda, Brazzo si era dotato di una formazione musicale solidissima, diplomandosi al Conservatorio di Bolzano, prima in tromba con Iginio Ferrari e poi in composizione con Francesco Valdambrini. Come compositore Francesco Brazzo dal 1989 al 1996 ha realizzato diversi lavori sinfonici commissionati da Orchestra Haydn e Festival Musica contemporanea, accanto a lavori cameristici richiesti da Quartetto di Torino, Settimane Mahleriane, Festival di Musica Sacra e Filmfestival della Montagna. Per diversi anni ha realizzato anche arrangiamenti orchestrali di brani natalizi, eseguiti nella basilica di Assisi in occasione delle festività e trasmessi in televisione dalla Rai nazionale. Diverse sono state anche le sue incursioni musicali in campo teatrale, ma dalla metà degli anni ’90 i contesti in cui ha profuso le sue grandi energie sono stati soprattutto l’insegnamento presso l’Istituto Musicale in lingua italiana (oggi Scuola di musica Vivaldi) e la pratica musicale della musica irlandese. Nell’insegnamento è stato un punto di riferimento per generazioni di musicisti in erba, occupandosi di teoria musicale, armonia e musica d’insieme. In quest’ultimo ambito proverbiale è stata la sua capacità di lavorare sui materiali musicali, anche di repertorio, creando arrangiamenti ed adattamenti in grado venire incontro alle più diverse esigenze, anche estemporanee. Rispondendo in questo modo alla sua idea inclusiva di rendere la musica il più possibile una gioia per tutti, a prescindere da capacità tecniche e competenze acquisite.
Polistrumentista, oltre alla tromba era in grado di suonare anche pianoforte, chitarre, violino e viola, sassofono, trombone, flauto dolce, e – con grande maestria – tutti gli strumenti a fiato della musica irlandese tra cui i “whistles” e la Uilleann pipe, la cornamusa irlandese. 

IL RICORDO

I ricordi personali che mi legano a Francesco Brazzo sono molteplici e variegati, dovuti anche ad amicizie comuni e frequentazioni personali. Di lui mi hanno sempre colpito la modestia a fronte di straordinarie capacità e competenze musicali, e la sua indefessa esigenza interiore di andare alla ricerca di quello che fosse il vero nucleo della sua passione. Senz’altro la sua strada – dopo il primo periodo di (alta) formazione e diversi esperimenti – è riuscito a individuarla in due direttrici principali. Innanzitutto quella del facilitatore e dell’animatore musicale, prima ancora che del formatore. In questo modo Brazzo ha portato avanti anche l’esperienza scoutistica che in gioventù l’aveva entusiasmato e indirizzato, anche e soprattutto dal punto di vista dei valori personali e interpersonali. Il secondo aspetto in cui Francesco Brazzo è riuscito ad esprimersi è senz’altro quello della pratica musicale, identificando ad un certo punto soprattutto la musica irlandese come veicolo prediletto. è in quel campo che è riuscito a incanalare ed esprimere la gioia del “fare musica”, trasmessa e condivisa anche ai suoi figli e alle tante persone che gli sono state accanto, cantando e suonando, in questi anni. Ma non va dimenticato che la passione creativa e autoriale di Francesco Brazzo ha trovato modo anche di esprimersi attraverso la realizzazione di un cospicuo catalogo di canzoni e materiali didattici per bambini, anche in collaborazione con il fratello Davide. La scomparsa di Francesco Brazzo è una grave perdita per i tantissimi che ne hanno apprezzato le qualità umane e musicali. Ma la sua semina nei campi della musica, resi fecondi dal suo entusiasmo e dalle sue grandi capacità di coinvolgimento, continuerà a dare frutti anche in futuro. Ne siamo assolutamente certi.

Autore: Luca Sticcotti

Uno scenario nuovo

Le recenti elezioni provinciali del 22 ottobre hanno aperto prospetive inedite per la politica altoatesina. Per la prima volta la giunta provinciale dovrà essere basata su una vera coalizione, composta da almeno tre partiti. Ne abbiamo parlato con il politologo nativo di Bronzolo Günther Pallaver.

A grandi linee i risultati del voto del 22 ottobre erano stati ampiamente previsti dai sondaggi ma,  lo sappiamo, una cosa è paventare nuovi scenari anche per forzare gli elettori nelle loro scelte dell’ultima ora, e un’altra è invece confrontarsi con il nuovo panorama  degli eletti in consiglio, prossimamente impegnati a dare un nuovo governo alla nostra provincia, 

Le novità sono molte, naturalmente tutte volute dagli elettori direttamente attraverso le loro scelte di voto oppure indirettamente attraverso la decisione di disertare le urne. Su tutte spicca un passaggio epocale, ovvero la necessità per la SVP di allearsi per la prima volta anche con un partito “di lingua tedesca”. è la fine di un’epoca, quella della rappresentanza esclusiva del gruppo linguistico (etnico) tedesco. Un vero e proprio cambio di paradigma per l’autonomia altoatesina.

L’INTERVISTA

Davvero è cambiato tutto, ora?

Direi di sì. Non c’è stata infatti solo la discesa della SVP più o meno al 35% dei consensi complessivi. La grande novità è che la Volskpartei non ha più l’esclusiva della rappresentanza dei gruppi linguistici tedesco e ladino. Oggi rappresenta infatti solo il 45% della “minoranza”; il restante 55% di elettori di madrelingua tedesca ha votato altri partiti. Ora la Stella Alpina a Roma, Vienna e Bruxelles non può più dire “noi rappresentiamo le minoranze linguistiche”. In secondo luogo, diretta conseguenza di questo, la SVP ha ora bisogno di un partito partner di giunta anche di lingua tedesca. è la prima volta questo accade dal 1948, si tratta davvero di un momento storico. In sostanza: la SVP non è più un “partito di raccolta”.

Si ragiona molto sull’emorragia di voti della SVP. Cos’è davvero successo al suo tradizionale elettorato?

Ha pesato molto la rissosità all’interno del partito tra le varie fazioni, che evidentemente all’elettorato non sono piaciute. Non sono riusciti a trovare un consenso tra le varie anime interne. La SVP era diventata il partito delle lobby dei contadini e degli albergatori. Ci sono poi tutta una serie di questioni politiche che sono rimaste irrisolte. Basti pensare alla questione del limite dei posti letto da mettere a disposizione per il turismo, oppure ai problemi legati all’urbanistica o alla gestione delle risorse energetiche. Si è poi verificata anche una certa discrepanza tra l’obiettivo della sostenibilità ambientale per il territorio indicata dal presidente Kompatscher come importante obiettivo da raggiungere, e quello che si è riusciti concretamente a realizzare. Il freno, com’è noto, è giunto appunto dalle lobby interne. C’è poi anche un altro aspetto, particolarmente interessante che va considerato. 

Quale?

La SVP è stata sempre il partito di grande successo, in grado di portare sicurezza alla minoranza grazie all’autonomia che tutti ci invidiano. L’autonomia è quindi diventata quasi… ovvia ed è venuto meno il collante etnico che alimentava il consenso del partito di raccolta. Il tradizionale appello all’unità perché la minoranza sarebbe sempre sotto attacco, in sostanza è stato superato dalla normalizzazione. E quindi ora gli elettori di lingua tedesca si sentono nelle condizioni di uscire dall’alveo della difesa rappresentato dalla SVP. Possiamo dire che la Volkspartei in qualche modo è vittima del successo da lei ottenuto. 

A questo proposito si parla molto degli “italiani” in consiglio provinciale e degli “italiani” in giunta. Le categorie etniche della politica quanto sono ancora attuali dopo questo voto?

Sì e no. Durante il voto sono meno attuali, ma poi quando si va alla formazione del governo ovviamente i gruppi esistono eccome. Lo vediamo dalle lacrime del gruppo italiano che è rappresentato da soli cinque consiglieri. In realtà è la seconda volta che questo succede, erano stati cinque già nelle elezioni del 2013. Ma in una democrazia consociativa, come quella di cui facciamo parte (* cfr box a fondo pagina) una delle logiche è l’inclusione massima di tutti i gruppi sociali e nel nostro specifico i gruppi linguistici. Dal punto di vista formale oggi puoi senz’altro dire che se in consiglio provinciale gli italiani sono cinque, poi in giunta ce ne sarà uno. Ma quell’uno andrà quindi a rappresenta solo una minima parte della popolazione di lingua italiana. E questo dal punto di vista politico diventa un problema. Questo meccanismo è uno dei motivi di quello che abbiamo chiamato disagio di italiani: mano a mano si sono sentiti sempre più estromessi. Certo che chi non va a votare… Basti vedere che nella maggior parte dei 116 comuni la percentuale di voto è stata più o meno dell’80%. A Bolzano, Merano e Laives, invece siamo andati sotto il 60%. La differenza è notevole. 

I prossimi passi sono l’insediamento del consiglio, l’elezione dell’ufficio di presidenza e poi le trattative per la giunta per le quali ci sono a disposizione 90 giorni. Cosa succederà? Quanto peseranno Roma e i risultati delle elezioni in Trentino?

La SVP è combattuta al suo interno. Ma per capire cosa succederà è utile partire da una serie di precondizioni. Innanzitutto per avere una maggioranza solida ci vogliono 19 consiglieri su 35, 18 sono pochi. 19 erano anche all’inizio della scorsa legislatura. Vanno rispettati poi la proporzionale etnica e la quota riservata alle donne. C’è poi anche la questione della vicinanza o distanza politica rispetto alla SVP. Nell’ultimo periodo Fratelli d’Italia ha assunto una posizione molto moderata su autonomia e proporzionale, con lo scopo di accreditarsi per entrare in giunta. Ma dal punto di vista ideologico sappiamo che a Roma nel partito ci sono ancora molti rappresentanti nostalgici del fascismo. Sta di fatto che nella SVP c’è un’ala conservatrice che vuole allearsi con Fratelli d’Italia per avere un collegamento con Roma, e un’altra metà che invece non lo vuole. Si parla anche dell’intenzione della Volkspartei di fare un sondaggio tra i suoi iscritti, prima di fare eventualmente questo passo. A mio avviso la Volkspartei non può poi fare una coalizione con un partito che vuole l’autodeterminazione al posto dell’autonomia, come Südtiroler Freiheit. Un’altra questione è la posizione o meno a favore dell’Europa sovranazionale oppure il sovranismo. Sappiamo che la Lega è un partito antieuropeo e che a questo proposito la Meloni è meno rigida. Poi: può la SVP fare un’alleanza con un partito come la Lega che ha appena aperto un contenzioso a livello europeo contro le limitazioni al traffico commerciale introdotte dall’Austria che, lo ricordiamo, è la potenza tutrice dei sudtirolesi? 
In definitiva: fare una coalizione con Fratelli d’Italia è difficile. Ma avere un contatto con Roma è importante e la SVP con le sue coalizioni ha sempre rispecchiato il governo nazionale, a parte il periodo di Berlusconi. Secondo me allora la Stella Alpina cercherà comunque di fare una coalizione con la Lega. Con questo partito ha già governato negli ultimi cinque anni e già allora nel programma di coalizione insieme avevano sottoscritto un preambolo a favore anche dell’Europa. Va poi detto che  Christian Bianchi è stato eletto nella lista della Lega, ma in realtà è un indipendente candidato in rappresentanza della sua lista civica Uniti per Laives. Bianchi è quindi autonomo e ha governato per anni in grande sintonia con la SVP a Laives. Poi la SVP ha bisogno di un partito tedesco e qui in pole position a mio avviso c’è il Team K. Il diciannovesimo consigliere potrebbe quindi essere Gennaccaro. 

Da queste elezioni Kompatscher come ne esce? C’è chi lo indica come corresponsabile della “sconfitta” e chi invece lo ritiene colui che è riuscito a contenere la perdita di consenso della SVP.

La SVP ha diminuito i consensi ma all’interno del suo partito Kompascher ne è uscito rafforzato. Nel 2018 il 57% dell’elettorato della SVP aveva dato la preferenza a Kompatscher, nel 2023 la percentuale è stata invece del 60%. Molti hanno detto di aver votato SVP, questa volta, “per dare man forte a Kompatscher”. E senza la ricandidatura di Kompatscher a Landeshauptmann probabilmente il partito avrebbe perso ancora di più. Inoltre ora in consiglio provinciale Kompatscher ha con sé la maggioranza del gruppo consigliare, cosa che prima non c’era. Invece molto  indebolita è la figura di Achammer, che secondo me prima o poi durante la legislatura verrà sostituito nel ruolo di Obmann del partito. Trovarne uno nuovo non sarà facile, a causa del compito davvero ingrato. Quindi forse potrà anche rimanere…

Sì, ma non più con le percentuali bulgare di consenso degli scorsi anni…

Eh già. E anche questo è un grande cambiamento.

Autore: Luca Sticcotti

La musica elettronica del bolzanino Bartolomeo Sailer 

Nel mese di luglio abbiamo raccontato il giro di Islanda in bicicletta intrapreso dal bolzanino  Bartolomeo Sailer insieme alla sua compagna per festeggiare i loro 50 anni. Quello che non tutti sanno è che Sailer, che dagli anni ‘90 vive a Bologna, è un musicista elettronico. A fine settembre è tornato a Bolzano, sua città natale, per suonare in occasione della festa per i 20 anni dello spazio Lungomare.

Quando hai capito che saresti divenuto un musicista?

Quando nel 1999 una etichetta discografica aveva deciso di pubblicare un disco mio: è stato lì che ho deciso di trasformare la mia passione per la musica elettronica in un lavoro, certamente faticoso e spesso poco remunerato, però in qualche modo ce l’ho fatta.

Affronti i tuoi set collegando e suonando con diversi dispositivi elettronici. Con che stumentazione hai iniziato?

Con una drum machine, ovvero una batteria elettronica che dava la possibilità di programmare dei ritmi con i suoni campionati, cioè registrati, della batteria, quindi la cassa, il rullante e via dicendo. Io ero ispirato da una band emiliano romagnola che si chiamava CCCP, che non aveva il batterista, ma una di queste macchine che faceva i ritmi per loro.

Come definiresti la tua musica di oggi?

Faccio musica elettronica, che non ha a che fare con i canoni della pop music, non faccio canzoni dove c’è un cantante e ci sono le strofe e i versi, ma faccio delle cose più fluide, con dei suoni particolari di ricerca. Se uno fa riferimento alla musica pop, io sarei quello che fa le basi e cerco di farle nel modo più all’avanguardia possibile. Quindi ci saranno dei ritmi, ci saranno delle melodie eventualmente, e tutto questo si mescolerà insieme.

Hai anche composto musiche per spot televisivi… 

Vi ho dedicato dieci anni della mia vita. È stato un lavoro molto artigianale che consisteva nel cercare di sviluppare uno schema fornitomi dall’agenzia pubblicitaria. Il lavoro consisteva nel comporre 30 secondi, massimo un minuto, di musica, che andasse a tempo con le immagini e che piacesse a tutti nella catena di produzione, a partire dall’art director, che è quello che inventa tutta la pubblicità, fino al cliente.

Parliamo della tua musica, delle tue produzioni: con che nomi sei conosciuto?

Il nome principale con cui mi presento è Wang Inc. Però ogni tanto compaio anche come Bartolomeo Sailer, oppure come Walking Mountains o White Raven. Recentemente ho creato Dead Soul Rave, un nome che praticamente non è quasi mai stato pubblicato.

Con i nomi, cambia anche la proposta?

Sì, ogni nome ha una sua linea.Wang Inc. è il progetto con cui sono cresciuto, con cui sviluppo in musica temi più politici, spesso ambientali oppure sociali. Ad esempio a fine settembre, per i 20 anni di Lungomare, ho presentato il mio ultimo disco “Mediterraneo”, del 2020, ispirato alle vicende di chi deve fuggire dai lager libici o di chi prova ad attraversare con un’imbarcazione di fortuna il mare, di chi affoga e chi invece litiga con il governo italiano per poter approdare in un porto sicuro. Uso la mia immaginazione musicale, è un viaggio senza parole, ma chi ascolta trova delle suggestioni riportate in musica che interpretano i nomi dati alle tracce.
Tornando ai nomi: White Raven è il romantico che parla d’amore e di sogni; Walking Mountains è pensato come il nome con cui lascio più spazio alla distorsione, ai suoni violenti, ai ritmi veloci. E infine con Bartolomeo Sailer firmo le cose più ambient o le colonne sonore di film.

Autore: Till Antonio Mola

Castagne contro lo spaccio nel parco Pompei di Gries

Venerdì e sabato 27 e 28 ottobre presso il chiosco Time Out al parco Pompei il Comitato Cittadino di via Roen guidato dall’Associazione Restart Bz, dagli Alpini di Gries e dal Chiosco Time Out, hanno proposto una castagnata di quartiere e comunità. Quale l’obiettivo? Contrastare i momenti d’illegalità e promuovere valori del fare comunità, aggregazione e cittadinanza solidale ed attiva. 

Dopo il grande successo del Roen Urban Party di giugno, gli organizzatori riprendono il percorso di rigenerazione della via, della sua spazialità e della sua comunità. In attesa della seconda edizione della riuscita festa nel Parco Pompei (che avrà luogo in maggio 2024), il 27 e 28 ottobre è avvenuta una castagnata di quartiere presso il Chiosco Time Out, definita “un’occasione per socializzare, divertirsi e stare in compagnia; una risposta attiva e partecipata ai recenti fatti di cronaca che hanno caratterizzato la via”. 

In seguito alle ultime notizie riguardanti il sequestro del locale “Hawaii Food” nell’ambito dell’operazione internazionale di contrasto allo spaccio, il Comitato di Via ha deciso di reagire organizzando un nuovo momento in cui seminare i valori del fare comunità, aggregazione e cittadinanza solidale ed attiva. La risposta la si trova nell’evento Castagnata Roen, che non va intesa come una semplice manifestazione pubblica: da circa un anno Restart ha attivato un laboratorio permanente di rigenerazione urbana e sociale con l’obiettivo di trovare un nuovo senso a luoghi che quel senso l’hanno perso. Come si riesce in quest’intento? Avvicinando le persone, creando una comunità attiva e solidale.

L’obiettivo di ID ROEN è quello di coinvolgere cittadini, associazioni, commercianti e istituzioni in un percorso volto a riscoprire l’identità dei luoghi, valorizzare gli spazi urbani e dare forma agli spazi di relazione sociale e di quartiere. A tal fine, l’iniziativa prevede l’apertura dello spazio del cortile scolastico ai cittadini, laboratori urbani in collaborazione con l’asilo Bambi, passeggiate di quartiere e un percorso di valorizzazione della storia della strada e dei suoi antichi masi (Seidhof, Sirchhof, Mailändergut e Veidlhof).

“Vorremmo far diventare questo angolo di Bolzano un laboratorio di rigenerazione urbana a cielo aperto in cui mettere i semi per la costruzione di un nuovo concetto di città e comunità. Aggregazione, partecipazione, confronto e dialogo saranno i valori su cui abbiamo intenzione di costruire un tavolo libero aperto ai cittadini, alle associazioni, ai commercianti, agli sportivi e a tutti quelli che hanno interesse e voglia di contribuire ad una nuova visione di quartiere.” 

Il sogno degli attivisti di Restart Bz è quello di aprire un presidio: un centro urbano dove continuare questo percorso, fatto di tante piccole azioni tra loro correlate che, se combinate, possono generare un nuovo concetto di spazio pubblico.

La Castagnata Roen sarà seguita da un evento natalizio al Parco Roen e verranno finalizzate una serie di iniziative che porteranno al secondo Roen Urban Party. “Vorremmo installare sulla via – raccontano i ragazzi di Restart Bz – dei cartelli che raccontano la sua storia e la sua vita. Un intervento di agopuntura urbana, a cui legare altre iniziative (come a esempio la creazione di un murales) che stiamo preparando insieme alla fitta rete di associazioni del Comitato di via”.

Autore: Niccolò Dametto

Passo dopo passo

Una chiacchierata con Adriano Zecchinato: dalle origini della sua passione per la macchina fotografica alla fotografia come mezzo per fare volontariato.

Quando ha iniziato a fotografare?
Ho iniziato a fotografare per caso, più di 50 anni fa. Ero andato a lavorare in Val Badia, il proprietario dell’albergo dove lavoravo aveva una macchina fotografica. Inizialmente ero più affascinato dalla macchina che dalla fotografia in sé, quindi quando l’albergatore ha cominciato a spiegarmi come funzionava ho deciso che avrei comprato una macchina fotografica, e l’ho fatto!

Quali soggetti è solito fotografare?
Mi piacciono molto la flora, i volti e le mani. A maggio dell’anno prossimo in ospedale, in occasione della giornata mondiale per l’igiene delle mani, saranno esposti alcuni dei miei scatti. Fotografo anche paesaggi, animali e chiese. Lavorando per tanti anni sulle Dolomiti ero sempre in giro a camminare, e mi piaceva fotografare ciò che vedevo.

Tende a tenerle a colori o in bianco e nero?
Solitamente le faccio a colori ma non tutte. Mi piacciono in bianco e nero i paesaggi dei paesi, i campanili e le vecchie vie se non sono piene di fiori, perché quelle sono belle a colori. Le mani sono belle in bianco e nero, ma dipende sempre da cosa si vuole esaltare.

Oltre alla fotografia c’è altro che la appassiona?
Tramite la fotografia sono arrivato a fare del volontariato. Circa sette anni fa, è passata la parata del carnevale sotto casa mia, e ho scattato delle foto. Mia moglie, che lavorava con il presidente dell’Associazione del carnevale, il giorno dopo ha mostrato le mie foto. Il presidente mi ha proposto di fare delle foto al capannone dove lavoravano i volontari e quando sono andato a vedere, ho scoperto questo mondo.

Come lo vive questo mondo del volontariato?
Sono iscritto all’Associazione Diabetici da una ventina d’anni ormai, ma non mi ero mai interessato attivamente. Durante la pandemia, mentre facevo volontariato al carnevale, avevo dato la mia disponibilità per andare anche lì. C’era magari da mettere a posto la sala, aggiustare delle cose, fare dei piccoli lavoretti insomma. Mi trovo molto bene, e di recente sono entrato a far parte del direttivo.

Cosa trae da queste esperienze?
Sono cose che mi piace fare perché mi danno la possibilità di aiutare le persone. In un futuro prossimo svilupperemo un progetto fotografico sui diabetici all’ospedale, del quale poi si farà una mostra a settembre. Nel frattempo ho conosciuto l’associazione il Papavero, e adesso quando ci sono manifestazioni faccio foto anche lì. Insomma, in tasca non mi viene nulla ma ho sempre la possibilità di seguire le mie passioni, passo dopo passo.

Autrice: Ilaria Talamoni – COOLtour