Christmas Voice, un coro davvero animato dallo spirito natalizio

In attesa del Natale, abbiamo incontrato Omar Tessaro, fondatore del coro Christmas Voice: uno speciale gruppo corale, che trasmette lo spirito natalizio non solo come repertorio ma anche per l’animo sociale.

Com’è nato Christmas Voice?

È un progetto che nasce quasi per caso. Da diversi anni insegno musica in una scuola primaria e nel 2019 con degli amici ci siamo messi a creare un gruppetto per condividere le nostre grandi passioni: la musica e il Natale. Nel giro di qualche mese siamo riusciti a raggiungere un buon numero di persone, tra parenti e amici, per mettere su un coro natalizio. Da lì ci siamo poi organizzati per portare in scena delle restituzioni pubbliche: a San Pio X, dove facciamo anche le prove, una collaborazione con il coro di Don Bosco e abbiamo anche contattato l’azienda di Soggiorno per cui ci siamo esibiti ai mercatini di Natale. Poi c’è stata una pausa dovuta ai periodi di lockdown, ma quest’anno siamo tornati con tutta la passione e forza con cui abbiamo iniziato.

Come vi siete organizzati per quest’anno? Com’è il programma?

Ad agosto ci siamo ritrovati, il gruppo si è un po’ ricomposto: ci sono stati molti cambiamenti e alcuni non se la sono sentita di ripresentarsi e abbiamo nuovi partecipanti. A ottobre abbiamo iniziato con le prove e la scelta del repertorio così da poter essere pronti per gli eventi di dicembre. Quest’anno abbiamo un’agenda molto ricca: il 2 dicembre al mercatino di Natale, grazie all’Azienda di Soggiorno, il 16 avremo il nostro concerto a San Pio X, il 18 un’esibizione per il reparto di oncologia dell’ospedale di Bolzano e il 23 saremo a Villa Melitta. Queste ultime due date ci stanno molto a cuore, perché ci fa piacere regalare una pausa di magia natalizia a chi non può passare questo periodo con la propria famiglia, per ragioni mediche o lavorative.

Quali sono le prospettive future di Christmas Voice?

Siamo un gruppo a cui piace stare nel presente, quindi non ci abbiamo molto ragionato. L’elemento fondamentale, che ci fa davvero apprezzare queste attività, è che ci dà gioia condividere qualcosa insieme. Non abbiamo la presunzione e neanche il desiderio di diventare un coro più istituzionale, perché è sicuramente un impegno ma non deve essere un peso. Detto questo, per il futuro non escludiamo di creare un’associazione per far fronte anche a quei fardelli economici che ci vengono chiesti per la strumentazione e simili, visto che non ci esibiamo a scopo di lucro, ma sono tutte iniziative gratuite. Quello che per noi è davvero importante è quest’aria di famiglia che ci unisce, non solo al Natale, ma anche come amici e compagni.

Autrice: Anita Danese COOLtour

Lidia, e il sogno a fumetti di Valentina

In occasione dell’uscita della Graphic Novel “Lidia” di Valentina Stecchi, abbiamo incontrato l’autrice per scoprire cosa si nasconde dietro un lavoro di scrittura per immagini e parole che racconta la storia di Lidia Menapace, scomparsa nel 2020, attraverso l’intuizione del sogno.

Quando hai deciso di intraprendere la carriera come fumettista?

In realtà non ho proprio deciso di intraprenderla, diciamo che è stato più inseguire un sogno che coltivavo da molto tempo.  Fin da piccola mi è sempre piaciuto disegnare vignette e fumetti, per questo ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti dove ho studiato Pittura. Dopo aver concluso gli studi ho lavorato in luoghi collegati con l’arte per poi decidere di voler far dei fumetti il mio lavoro.

Come mai usi spesso la citazione “non sono una signorina e te lo dico con i fumetti”? 

Ho deciso di usare questa frase, perché ormai quattro anni fa è uscito il mio libro chiamato “non sono signorina” che ha funzionato anche abbastanza bene. In questo libro parlavo delle tematiche di genere. Sono arrivata a parlare di questo tema dopo essermi interrogata su quello che ho passato io, allora sono partita da una frase che ho sempre odiato: “non farlo perché una signorina non lo fa”. Ho deciso di intitolare il libro così proprio perché volevo far capire con l’arte, che comunque è un modo per esprimere se stessi, che siamo libere di far ciò che ci sentiamo di fare e che urlare, saltare arrampicarsi e sporcarsi non ci fa essere meno donne.

Ti immaginavi di riscuotere cosi tanto successo o avevi altre aspettative?

No, non mi sarei mai aspettata tutto ciò, diciamo che ho sempre voluto vivere di quello che mi piace cioè di arte e sapere di starci riuscendo mi rende felice.

Perché hai deciso di scrivere e raccontare la storia di Lidia Menapace nel tuo nuovo libro?

Ho scelto lei perché cercavo da tempo una figura femminile che mi potesse essere di ispirazione ma che comunque potesse ispirare anche tutti quelli nati dopo di me, delle nuove generazioni. Diciamo  che Lidia incarna  i valori che ho sempre portato avanti io. In realtà iniziando a studiarla meglio mi ha colpita molto quindi mi sono detta “è lei la persona di cui voglio parlare”.

Che emozioni provavi mentre realizzavi il libro?

Sinceramente un sacco: ansia, timore, paura, gioia. Provavo ansia e timore perché avevo paura di fare qualcosa di sbagliato, stavo comunque raccontando e parlando di una persona reale, non di un personaggio inventato.

Hai in mente altri progetti?

Si, ho in mente un sacco di altri progetti, troppi sinceramente, non so se riuscirò a realizzarli perché diciamo che non ho molto tempo però sai cosa ti dico? Sognare non costa nulla ed è il sogno che mi ha portata fino a qui quindi perché fermarsi proprio adesso?

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Gli scritti e i valori di Menapace

Un libro uscito quest’anno per le edizioni alphabeta raccoglie un’ampia selezione di scritti di Lidia Menapace. Il volume è curato da Maria Pia Bigaran e Carlo Bertorelle. A quest’ultimo abbiamo rivolto alcune domande, per spiegare qual è lo scopo che si prefigge questa pubblicazione dedicata alla Menapace, della quale il prossimo anno si ricorderà il centenario della nascita. 

Chi era Lidia Menapace e cos’è successo dopo la sua scomparsa avvenuta tre anni fa?

Quando è morta abbiamo tutti pensato che poi ci sarebbe stata un po’ più di più di ricerca e attività sulla sua opera. Invece stranamente ho visto che non c’è stato molto, nemmeno da parte del Manifesto, il giornale dove lei ha molto lavorato. Lei era un personaggio tutto sommato un po’ scomodo. E questo è forse conseguenza del suo anticonformismo, il suo non appartenere integralmente a nessuno, il suo essere sempre di passaggio in partiti, istituzioni e aggregazioni di vario tipo. è un aspetto del quale lei pure si vantava; non ha mai mancato di rimarcare anche in maniera ironica la sua indipendenza. Questo nonostante i periodi in cui ha fatto parte dei direttivi di realtà importanti come l’Unione Donne Italiane, l’Anpi, il Pdup, Rifondazione, ecc. 

E’ un po’ il destino degli anticonformisti… Le celebrazioni normalmente sono fatte, anche, per segnalare o rincarare un’appropriazione. E nel suo caso, forse, risulta particolarmente complicato l’avviarsi di questo meccanismo.  

Sì. Quello che stupisce è che però si sia messo poco in modo anche dal punto di vista della ricerca storico-archivistica. Lì siamo molto in ritardo. Una parte delle sue carte oggi sono presso la Casa della Donna di Roma, ma non sono state nemmeno inventariate. E le sue carte personali, tra  cui molto materiale inedito, sono state invece consegnate all’Istituto per la resistenza e la lotta partigiana di Bergamo. Bolzano da questo processo è stata tagliata fuori, anche se Lidia Menapace ha vissuto a lungo qui, anche e soprattutto negli ultimi anni. 

Quindi il libro sulla base di quali materiali è stato realizzato?

Esclusivamente sugli scritti editi. Giornali, riviste, libri. Il lavoro l’abbiamo realizzato insieme io e Maria Pia Bigaran. Il volume è diviso in sette sezioni tematiche e abbiamo privilegiato materiali che potessero essere anche oggi di grande interesse. 

Com’è nata l’idea di realizzare questo libro?

Avevo paura che la figura e l’opera della Menapace venissero monopolizzate da parte di partiti o gruppi di vario genere. Ci tenevo invece che attraverso una scelta curata dei suo scritti venisse messa in luce la varietà e la multiformità del suo pensiero. In particolare mi interessava il periodo post Concilio degli anni ’60 in cui l’avevo conosciuta direttamente. Fu una fase interetnica in cui lei si avvicino ai gruppi dei cattolici di base, a Bolzano, in cui c’erano sia italiani che tedeschi, tra cui un giovane Alexander Langer. E poi la famosa scelta marxista della fine degli anni ’60 che io avevo visto come una logica conseguenza di un’incubazione che durava da anni. All’epoca si discuteva molto di dissenso e partecipazione. 

Sulla quarta di copertina del libro una frase di Lidia Menapace riassume l’atteggiamento intellettuale che lei ebbe per tutta la vita. Citiamola. “Le domande fondamentali si affollano dentro di me, senza risposte definitive. Non mi assillano, non mi tormentano, non mi fanno paura, ma mi interessano.” 

Sì, ma al di là dell’atteggiamento aperto, nella sua attualità vanno sottolineati alcuni insegnamenti in merito a guerra e nonviolenza. La necessità di un’Europa neutrale e del disarmo da una parte, e dall’altra la sottolineatura così forte del valore della Costituzione italiana. Le due cose a cui è rimasta più fedele sono state la lotta partigiana e, proprio, la Costituzione, con i suo articoli fondamentali. Lavoro, pace, diritti e uguaglianza, su tutti. Altrettanto importante per lei è stato il tema non solo dell’emancipazione, ma di una vera e propria liberazione della donna. 

Autore: Luca Sticcotti

La magia del Natale a teatro è ‘spettacolare’

Ancora qualche giorno e poi sarà davvero tempo di tornare a respirare la magica atmosfera del Natale. Il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro per trascorre in allegria e spensieratezza le festività natalizie, in compagnia di una programmazione pensata per le famiglie, tra musica, danza, acrobazie, comicità e grande intrattenimento.

L’avvio è nel segno delle risate in compagnia di Loredana Cont, che martedì 5 dicembre salirà sul palco del Teatro Sociale di Trento con Le Casalingue, uno spettacolo nel quale l’attrice e autrice trentina, ricorrendo a veloci cambi di scena, darà voce e corpo a quattro donne che si raccontano dentro le mura di casa. Uno spettacolo in cui si ride molto, ironizzando sulle donne, sugli uomini, e sulla vita di tutti i giorni. 

E a proposito di comicità, dal 19 al 22 dicembre il Teatro Sociale vedrà protagonista uno tra i volti più amati dal pubblico regionale: l’attore e artista trentino Andrea Castelli. Dopo aver riportato in scena lo scorso anno, a distanza di trentasei anni, il suo primo monologo “Sol” – peraltro con un incredibile successo di pubblico –, Castelli tornerà sul palco del Sociale con Pio. Andata e Ritorno, monologo che ha debuttato nel 1993. Il viaggio dei due amici nel presepio dell’ex professor Severini che sono andati a salutare per Natale fece registrare all’epoca quasi duecento repliche in tutta la regione. Ora, a distanza di trent’anni, Castelli ha deciso di riproporlo, snellendolo e rispolverandolo insieme agli animali parlanti – causa mutazioni genetiche -, che nel cammino lo accompagneranno. Un viaggio iniziatico dove il percorso è più importante della meta finale. 

Per tutti gli appassionati di danza, invece, da non mancare in alcun modo l’appuntamento in calendario sabato 23 dicembre all’Auditorium S. Chiara di Trento con un classico del balletto natalizio come Lo Schiaccianoci di P.I. Tchaikovsky (con le coreografie di Marius Petipa), che nell’occasione verrà rappresentato dall’acclamata e prestigiosa compagnia Balletto di Mosca – Russian Classical Ballet, composta da un cast di stelle del balletto russo, con la direzione artistica di Evgeniya Bespalova e Denis Karakashev. Basato sulla fiaba “Schiaccianoci e il re dei topi” di E.T.A. Hoffmann, il balletto racconta la storia di una ragazza che sogna un principe. Una storia capace, ancora oggi, di attivare l’immaginazione in ognuno di noi, accompagnandoci in musica nel regno della fantasia. Lo spettacolo verrà proposto in doppia replica, alle ore 17 e alle ore 21.

A seguire, dal 24 al 27 dicembre, sempre al Sociale, sarà possibile vivere la magia del circo con il Gran Gala du Cirque, un sorprendente show di teatro-circo con un cast scelto tra i migliori perfomer contemporanei, a metà tra la suspense del circo classico e il fascino della coreografia, tra intensa poesia e grande comicità. Nella nuova edizione, completamente rinnovata, dal titolo Multiversal – che verrà proposta a Trento in prima nazionale assoluta -, il pluripremiato quartetto di mimi ucraini Dekru vi accompagnerà in un multiverso composto da mondi in continua espansione: simulando col solo virtuosismo fisico la presenza di visori tecnologici e l’utilizzo di social network, questi artisti sapranno evocare in scena alcuni tra i più creativi interpreti circensi al mondo che, ad ogni numero, proiettano il pubblico in atmosfere, colori, emozioni differenti. 

La conclusione dell’anno (30-31 dicembre e 1 gennaio, al Teatro Sociale) sarà invece affidata ai The Black Blues Brothers. Tra circo contemporaneo e commedia musicale, questa produzione di teatro acrobatico, nata dalla fantasia di Alexander Sunny (già produttore di spettacoli di successo e curatore di speciali TV sul Cirque du Soleil), tra gag esilaranti, buffi striptease e spassose sfide di ballo, ha conquistato teatri e festival di tutto il mondo. Sulle travolgenti note della colonna sonora del leggendario film di John Landis, i Black Blues Brothers faranno rivivere uno dei più grandi miti pop dei nostri tempi a colpi di piramidi umane, limbo col fuoco, salti acrobatici con la corda e nei cerchi.

Ma la programmazione natalizia del Centro S. Chiara non finisce qui, visto che l’offerta di spettacoli coinvolgerà anche il Teatro Comunale di Bolzano che – oltre ad ospitare Pio. Andata e ritorno di Andrea Castelli (5 gennaio), Lo Schiaccianoci del Balletto di Mosca (4 gennaio), e il circo contemporaneo dei Black Blues Brothers (dal 26 al 28 dicembre) – il 31 dicembre e l’1 gennaio, vedrà esibirsi la pluripremiata coreografa e ballerina spagnola Blanca Li con la propria versione moderna dello Schiaccianoci: una versione hip hop del balletto di Tchaikovsky, all’insegna del métissage e con un corpo di ballo davvero incredibile. Una nuova e fantastica interpretazione che domina il capolavoro musicale di Tchaikovsky e lo reinterpreta in stile urbano, in maniera stupefacente. 

(inserzione pubblicitaria)

Il romanzo storico di Alessandro Beati su Vadena

È disponibile da pochi giorni “Fethanei, l’approdo perduto”, un romanzo storico scritto da Alessandro Beati, che si presenta molto bene con le sue 400 pagine racchiuse in una copertina rigida, con una bella illustrazione del pittore Amedeo Masetti.

// Di Till Antonio Mola

Il romanzo scritto da Alessandro Beati narra la storia di Fethanei, un piccolo villaggio retico che all’alba della conquista imperiale romana sorgeva all’altezza della odierna Laimburg, e del suo approdo sul fiume Adige. Stiamo parlando di un’epoca in cui le strade erano scomodi sentieri e dove i mercanti erano facilmente derubati e quindi la possibilità di un sicuro collegamento fluviale con il mare Adriatico aveva un grande valore. 
A comprendere la rilevanza di questo punto di congiunzione e autentico crocevia fra culture e mondi diversi, è l’imperatore Augusto, che con uno stratagemma vuole impadronirsi dell’approdo. Sarà infatti questo tentativo a rompere per sempre gli equilibri della piccola comunità retica, impattando sulle vicende umane ed esistenziali dei suoi tanti personaggi. 

L’INTERVISTA

Alessandro Beati, lei è stato sindaco di Vadena per 15 anni, dal 2005 al 2020, ed oggi siamo con lei a parlare di un progetto editoriale ambientato nel territorio che lei ha amministrato. 
Alla base del lavoro ci sono stati tre anni di ricerche importanti dal punto di vista archeologico-storico, con visite anche a musei dove ho raccolto tantissimo materiale. Ho usato gran parte di questo materiale all’interno del romanzo, sia nel racconto che nelle parti alla fine  di ogni capitolo, in cui fornisco degli elementi storici e geografici di contestualizzazione.

Stiamo parlando di un romanzo ambientato nel 1° secolo avanti Cristo e che riguarda l’area dove è stata individuata una necropoli retica nella zona di Vadena.
È ambientata nella frazione di Laimburg, oggi molto conosciuta per il Centro sperimentale e per la cantina vinicola nella roccia. È stata una località estremamente importante nell’antichità: gli studi archeologici che sono stati fatti vi hanno rilevato una necropoli che è stata utilizzata per più di 1500 anni continuativamente. Quindi io sono andato a studiare il motivo per cui fosse così importante e ho trovato diverse possibili soluzioni.

Si tratta di un periodo in cui la zona era raggiungibile soprattutto per via fluviale con delle zattere. Inoltre la popolazione non era data da romani, visto che la necropoli era retica. Quindi lei ha ricostruito prima l’ambiente storico e poi vi ha ambientato la storia…
Posso dire che la cultura retica individuata in quella zona 2000 anni fa, è  quella di Fritzens-Sanzeno, che sono due località dove sono stati fatti dei ritrovamenti ceramici che l’hanno identificata. Questa cultura è sparita  con l’avvento dei romani nel 15 a.C. Nel mio racconto mi sono focalizzato su quel periodo per capire cosa succedeva prima, durante e dopo l’avvento dei romani.
Sulla narrazione, posso anticipare che la storia parte dai giorni nostri e in men che non si dica ci si ritrova catapultati a 2000 anni fa. 

Dove si può acquistare il libro?
Lo si trova principalmente su Amazon, dove è disponibile in tre versioni: con copertina rigida, copertina flessibile e in formato elettronico Kindle. 
Il libro è inoltre disponibile in alcune edicole a Bolzano, Bronzolo, Laives e Merano, oltre che nelle librerie Athesia di via Portici e Nuova Cappelli di Corso Libertà.
Pur trattandosi di una autoproduzione, posso garantire che il modo in cui è stato realizzato questo libro è stato assolutamente professionale in tutte le sue fasi di realizzazione
Per maggiori informazioni ho creato un sito internet di riferimento (www.fethanei.eu) da cui è possibile anche scaricare un’anteprima gratuita di lettura.

Autore: Till Antonio Mola

Gli ex ragazzi delle ex case Lancia si ritrovano insieme

Gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia di Bolzano si incontrano ogni anno per ricordare i bei vecchi tempi, fatti di piedi scalzi e di quel poco che bastava per essere felici. Marco è uno di loro e ci tiene a mantenere il legame indissolubile che si è creato attorno alle case Lancia, tra i ragazzi che abitavano insieme un cortile pieno di scoperte.

Cominciamo dal principio: cosa sono e dove si trovano le “Case Lancia”? 

Le “Case Lancia” si trovano tutt’oggi in via Resia al n. 172. Pur essendo quattro case distinte hanno tutte lo stesso numero civico, l’unica differenza sta nella denominazione delle scale, che va dalla “A” alla “L”. Sono state costruite nel 1952 su richiesta dello stabilimento “Lancia” per dare un luogo dove vivere ai molti operai trasferitisi da altre città e regioni.

Com’era la vita alle “Case Lancia”? 

La vita era semplice ma anche semplicemente felice. Per noi ragazzi la vita si svolgeva in cortile, tra i giochi di carte sotto i balconi del primo piano, un po’ raggomitolati su noi stessi per starci, le molte biglie perse nella sabbia, le partite di pallone, il tempo che volava. Erano anni difficili ma ricordiamo sempre i momenti belli, quelli del cuore, condivisi con i compagni di cortile, quelli che sono ancora scolpiti dentro di noi.

E adesso? Come siete riusciti a mantenere i rapporti tra gli “ex” ragazzi delle “ex” Case Lancia?

Nel 2002 abbiamo festeggiato i 50 anni dalla costruzione dei palazzi destinati ai nostri genitori operai. Abbiamo festeggiato proprio lì, dove ci eravamo incontrati tutti, dove siamo stati bambini, poi giovani e adulti. Nel posto in cui siamo stati felici e dal quale ce ne siamo andati per iniziare le nostre di vite, da mariti, mogli, padri, madri. In quell’occasione ci siamo rivisti e riconosciuti, non dimentichi delle persone che hanno condiviso con noi la prima felicità…

E dal 2002 è stato un appuntamento fisso quello di rivedersi?

Non proprio, ma soprattutto a causa di forze maggiori durante il periodo 2020-2022, si capisce. Quest’anno è stata la decima volta che ci siamo incontrati dopo quel 2002. Ogni anno è un appuntamento che attendiamo con trepidazione, perché in fondo quello che facciamo è solo raccogliere altri ricordi condivisi, come quelli di bambini, per non smettere mai di crescere insieme.

Autori: Redazione COOLtour

Connettersi, attraverso il linguaggio

Che cos’è l’Associazione di volontariato Scioglilingua?

E’ un’associazione di volontariato senza scopo di lucro, cioè nella quale nessuno viene pagato per il lavoro che svolge. Siamo in 43, quasi tutti insegnanti in pensione, poi professionisti in pensione e altri* volontar* che ancor lavorano e dedicano il tempo libero all’associazione.

E che cosa fa?

Noi insegniamo italiano e tedesco alle persone immigrate che arrivano a Bolzano da tanti paesi lontani.

Dov’è la sede della vostra associazione?

La nostra associazione si trova in via Torino 67 ma una classe è ospitata la mattina presso lo Spazio autogestito in via Dalmazia 77f.

Da dove arrivano i vostri studenti?

Arrivano da tutte le parti del mondo, dall’Africa, dall’Asia, dall’America e dall’Europa. Abbiamo contato, in questi quasi 14 anni di attività, circa 40 nazionalità.

Avete anche famiglie o solo uomini?

Ci sono famiglie, mamme con bambini e uomini, ognuno di loro ha una storia diversa, una storia di dolore e speranza.

Perché dolore e speranza?

Hanno sofferto molto quando sono stati costretti a lasciare la loro terra e soffrono ancora quando pensano ai loro cari lontani ma sono pieni di speranza, perché sperano di trovare un lavoro, di avere una casa, di vivere sereni.

E in questi 14 anni di attività ci sono state persone che sono riuscite a realizzare i loro sogni?

Certo, abbiamo tante persone che ancora dopo tanti anni rimangono in contatto con noi e lavorano, hanno trovato una casa, hanno una famiglia, dei figli.

Quali sono le difficoltà maggiori che devono affrontare?

Hanno affrontato tante difficoltà, a partire dal viaggio per arrivare in Italia; molti infatti arrivano da paesi lontani, hanno dovuto affrontare la fame, la sete, hanno rischiato di morire in mare. Poi sono arrivati in Italia e è incominciata la trafila per avere il permesso di soggiorno che permette loro di lavorare. Passano anche anni prima che riescano ad avere i documenti e nel frattempo sono costretti anche a dormire in strada perché non ci sono posti sufficienti nell’accoglienza.

Ma come mai vi è venuto in mente di creare questa associazione?

E’ stato un caso, è successo che una volta un gruppo di amici aveva scoperto che alcune signore marocchine che abitavano nello stesso caseggiato avevano bisogno di imparare l’italiano per poter seguire i figli che andavano a scuola e per poter parlare con gli insegnanti quando andavano ad udienza dai professori. E così abbiamo cominciato con un piccolo gruppo e poi a poco a poco la nostra associazione si è ingrandita.

E adesso quanti studenti avete?

La mattina abbiamo più di 70 persone e nel pomeriggio altre 90 persone che frequentano tutti i giorni dal lunedì al venerdì.

E avete mai riscontrato problemi? 

Non abbiamo mai avuto problemi, le persone sono tutte corrette, gentili, grate per quello che facciamo per loro e si sentono accolte. Abbiamo invece gravi problemi di spazio, dobbiamo rifiutare alcune iscrizioni perchè non abbiamo il posto per accogliere tutti quelli che fanno domanda. Speriamo di poter avere nuovi spazi.

Svolgete altre attività oltre ad insegnare italiano e tedesco?

Sì, abbiamo lo sportello sociale che si occupa di aiutare i migranti per l’ottenimento del permesso di soggiorno, per le diverse pratiche burocratiche, per l’iscrizione a scuola dei figli, ecc. Poi abbiamo un orto comunale che gestiamo insieme agli studenti, una cabina libri sita in Piazza Ziller, e quindi organizziamo la festa di fine anno scolastico con tornei di calcio e cibi etnici.

Autrice: Anna Crepazzi COOLtour

La meranese Milanovic, talento Forbes 2022

Di meranesi che si sono fatti valere nel panorama internazionale ne abbiamo qualcuno, ma è la prima volta che la città del Passirio può fregiarsi di aver dato i natali ad una scienziata, Selena Milanovic, 28 anni di vitalità, voglia di vivere, voglia di lavorare, voglia di lasciare un segno. Secondo Forbes, una tra le cento menti più influenti under 30 nel 2022.  Le sue ricerche all’università di Oxford le sono valse il privilegio di illustrarle al Parlamento britannico e ha girato già il mondo per presentarle. 

Dottoressa, in pratica di che si tratta?

E’ uno studio matematico che ho sviluppato in quattro anni di lavoro ad Oxford che ci da la possibilità concreta di prevenire e curare la demenza senile e l’Alzheimer intervenendo a supporto delle indagini con gli strumenti. Un algoritmo che può aiutare la medicina a comprendere meglio la circolazione del sangue nel cervello, scendendo ad un livello di dettaglio che nemmeno le più sofisticate macchine di risonanza magnetica possono raggiungere.

Come è arrivata a questo livello?

Ho frequentato le scuole primarie e secondarie a Merano e, sfruttando borse di studio, sono andata all’estero, in Germania e Irlanda già durante le due ultime classi del liceo scientifico. Poi la scelta di iscrivermi alla Lub e conseguire la laurea in ingegneria meccanica, per poi passare attraverso Vieenna, Brno e Londra a quella in biomedicina conseguendo due masters. Oxford infine, mi ha dato la possibilità di svolgere il lavoro di ricercatrice per quattro anni.

Come è stata l’esperienza al Parlamento britannico?

Il Parlamento londinese ogni anno sceglie un paio di giovani ricercatori che abbiano fatto studi di rilievo e consente loro di presentarli. Per me è stata una grossa emozione.

Lei è stata anche consulente del governo britannico sul Covid. Come è stata questa esperienza?

Direi fondamentale. Per la prima volta la politica si è rivolta alla scienza per sapere cosa fare. Prima erano due mondi molto separati. Oggi dialogano.

Anche lei è una delle menti italiane in fuga…

È un tema delicato. Nel mondo scientifico in Italia si fa una grande fatica e c’è anche una certa predominanza maschile. Il merito viene riconosciuto solo quando ti sei già fatta un nome e a quel punto forse puoi anche tornare in Italia. C’è poi un aspetto non secondario, ossia quello della disponibilità di fondi.

Dal mondo scientifico ora lei ha fatto il salto verso quello dell’industria andando a lavorare in Siemens a Monaco. Quali le ragioni?

La ricerca ha tempi lunghi e le opportunità di fare qualcosa di concreto per il tuo prossimo sono importanti, ma da ricercatore puoi sperare di partecipare nell’arco della tua vita, a pochi studi che possano in qualche modo lasciare il segno. Nell’industria ti viene offerta l’opportunità di fare molto di più.

Di cosa si occupa?

Lavoro molto con i governi per l’introduzione di nuovi processi di gestione del sistema sanitario, con le case farmaceutiche, e con gli ospedali per la fornitura di attrezzature all’avanguardia. In particolare mi occupo della digitalizzazione della medicina, un campo che dopo il Covid si è aperto mostrandoci che molto, soprattutto in luoghi e paesi disagiati, si può fare a distanza. 

Cosa accade in questo campo nel mondo?

Ci sono paesi come il Pakistan, dove gli ospedali sono cattedrali nel deserto, difficili da raggiungere per la popolazione, con strutture carenti e senza personale. Ci sono invece stati come l’Arabia Saudita, dove grazie ai finanziamenti possiamo sviluppare al massimo e a beneficio di tutto il mondo, i nostri progetti.

Lei ha sacrificato molto della sua vita privata, della possibilità di divertirsi, per i suoi studi. Non le sembra di aver perso qualcosa?

Non penso. Si fanno sacrifici in giovanissima età e io ho passato quattro anni quasi rinchiusa ad Oxford, ma non si perde il bello della vita che può venire anche dopo essersi sacrificati. A me è successo così e può capitare a tutti, basta volerlo.

Quale è il messaggio che vuole mandare ai giovani?

Voglio dire loro che la creatività del nostro cervello è senza limiti e che impegnarsi per fare qualcosa per il prossimo e per il mondo, è il lavoro più bello che si possa fare, a tutti i livelli. Il talento è solo l’1% del successo, il 99% è solo duro lavoro. 

Autore: Enzo Coco

Fabio Concato, il “Musico ambulante”

Teatro Puccini pieno a Merano, per il concerto di Fabio Concato svoltosi lo scorso 15 Novembre. Un ritorno per un cantautore che ha scritto alcuni dei brani più poetici degli anni Settanta e Ottanta.

Lo incontriamo nel camerino del Teatro Puccini, a Merano, dopo un brevissimo sound check con il suo collaudatissimo gruppo. Giusto un accenno ad un paio di brani per verificare i livelli del suono: dopo centinaia di repliche in giro per tutta l’Italia, l’affiatamento e tale per cui non serve proprio di più. È Fabio Concato, il “Musico ambulante” come egli stesso si è descritto e che è anche il titolo dell’ultima fatica in sala d’incisione prima di tramutarla in una serie ormai infinita di concerti che hanno riempito le sale dal Nord al Sud della Penisola.

Fabio, quando è cominciata la tua avventura canora?

A dire il vero prima di dedicarmi alla musica attorno al 1977, avevo già esordito in pubblico con un trio di “cabarettari” che era considerato molto in gamba, almeno così dicevano i nostri colleghi dell’epoca e il pubblico che veniva a sentirci.

Ma le radici sono nel jazz la cui impronta si percepisce chiaramente nella tua produzione…

Forzatamente direi perché quella era la musica che si sentiva a casa mia alla fine degli anni Cinquanta. C’erano dei pezzi bellissimi che mio padre ascoltava e suonava tutti. Io sono cresciuto in quell’atmosfera. Erano gli anni di Natalino Otto che ai più non dirà nulla oggi, ma è stato un gigante della sua epoca. 

Attribuendoti il Premio Tenco hanno detto che negli anni Trenta c’era il filone dell’allegria e che Concato negli anni Settanta e Ottanta ne è stato la versione aggiornata. È una definizione che condividi?

Ricordo che quando me la diedero come motivazione rimasi un po’ sorpreso ma poi devo dire che è stato esattamente così. Io facevo delle cose che erano un po’ particolari, anche se poi ho cambiato leggermente strada, ma potevo in effetti essere un Natalino Otto della mia epoca.

“Musico Ambulante” nasce nel 2021. Un ritorno per un Fabio Concato che era rimasto un po’ nascosto?

Si devo dire di si. La storia è abbastanza curiosa. Quel lavoro non era nato per diventare un disco. Era semplicemente un mio desiderio di tornare in sala d’incisione per una versione aggiornata e più acustica, quasi solo voce e chitarra, dei miei brani. Ma era una cosa che io volevo solamente mettere vicino alla mia discografia, solo per me, per il piacere di averla. Poi riascoltandola, quasi casualmente, alcuni amici mi hanno detto, ma perché devi tenertela solo per te? E così ci ho ripensato.

Stai riempiendo i teatri nazionali da tre anni a questa parte. Che effetto ti fa?

Molto bello, direi ed è una cosa che non mi aspettavo. Dipende molto anche dal mio management che sa fare una promozione con gli strumenti moderni dei social dove “smanettano” per bene facendo quelle cose che bisogna fare se vuoi avere un minimo di seguito ai giorni nostri. 

Forse non solo i social, ma anche il segno che tu hai lasciato nel panorama musicale italiano…

Si, sì, certamente non voglio piangermi addosso né sminuire quello che è stato. è sicuramente anche questo.

La tua “M’innamoro davvero” è colonna sonora del bellissimo film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi”. Come è nata questa collaborazione?

Non me l’aspettavo proprio. È arrivata la richiesta ed è chiaro che il mio è stato subito un sì. Non immaginavo di entrare a far parte di una colonna sonora per un film importantissimo. Appena la intono nei teatri, tutti subito sussurrano “questa è quella del film” ed è fantastico.

Autore: Enzo Coco

Ecco i giovani scienziati di Eureka 2023

Nel suggestivo scenario del Castel Mareccio, sabato 11 novembre, si è svolta la premiazione del concorso “Eureka”. Questo evento ha offerto una piattaforma per le menti giovani e creative, premiando idee e invenzioni scientifiche presentate da ragazze e ragazzi. I numeri record di tre anni di Eureka e Mille Una Scienza dimostrano in sostanza che le famiglie e i giovani dell’Alto Adige sono molto interessati alle scienze e che l’alleanza tra politiche giovani, ricerca, università, scuola e altre realtà, possono davvero dare grandi risultati.

Il concorso “Eureka” ha contemplato due categorie di partecipanti suddivise in base all’età: la prima categoria, destinata ai giovani tra gli 8 e i 12 anni, e la seconda categoria, per i giovani tra i 13 e i 18 anni. Le proposte potevano riguardare invenzioni, opere d’arte o video della durata massima di 5 minuti, incentrati sul tema dello spazio e della sua esplorazione. Gli aspiranti partecipanti avevano la possibilità di concorrere sia come singoli che in gruppo.

In tre anni di premio sono centinaia le ragazze e i ragazzi che fra gli 8 e i 18 anni hanno partecipato al premio con le proprie invenzioni confermando la partecipazione positiva delle nuove generazioni al tema delle scienze e della tecnologia.

Fra le idee di quest’anno hanno vinto nella categoria dei più giovani “Ascoltando lo spazio” di Gea Capisani che riproduce l’esperienza di trovarsi nello spazio grazie a cartone e colori e nella categoria dei più grandi il video trilingue “Caccia alla supernova” di Alex Pardew e Noah Knapp che spiegano in un video di 5 minuti come sono riusciti a vedere una supernova con un telescopio.

L’evento ha visto l’assegnazione dei premi alle menti più brillanti e creative, con riconoscimenti speciali per chi si è distinto. Questo è solo un esempio dell’impegno dell’Ufficio Politiche giovanili della provincia di Bolzano nell’ambito delle scienze e delle tecnologie. In un’epoca in cui la tecnologia e il digitale permeano sempre di più la nostra quotidianità, è essenziale riflettere, insieme agli attori principali di questo cambiamento, sul potenziale delle nuove tecnologie e riconoscere coloro che si dedicano con passione e determinazione all’approfondimento e alla riflessione su questi temi.

Il progetto “Mille e Una Scienza”, come “Eureka”, è finanziato dall’Ufficio Politiche giovanili e mira a mettere in luce i giovani del territorio per i quali la scienza rappresenta un elemento cruciale della loro vita. Questo evento è realizzato grazie alla collaborazione con Arciragazzi Bolzano e una rete di partner, tra cui l’Ufficio Ricerca scientifica della Provincia di Bolzano, l’Intendenza scolastica italiana e la Libera Università di Bolzano.

Un’altra iniziativa in questa direzione è “GameGround”, un progetto di BeYoung finanziato dall’Ufficio Politiche giovanili, che da tre anni porta il mondo dei videogiochi nell’Alto Adige. Quest’anno, in particolare, il progetto ha dedicato uno spazio significativo al tema del lavoro, offrendo ai giovani appassionati l’opportunità di mettersi alla prova nel creare un videogioco partendo da zero.

Vista l’importanza del tema e la positiva risposta del territorio, l’Ufficio Politiche giovanili desidera creare un gruppo di giovani interessati a esplorare le possibilità offerte dal territorio per promuovere le passioni legate al mondo della tecnologia, del digitale e del gaming. Coloro che fossero interessati a partecipare possono contattare il collaboratore dell’Ufficio, Fabio Raffaelli, all’indirizzo e-mail fabio.raffaelli@provincia.bz.it o chiamare il numero 0471 411286.

(Inserzione pubblicitaria)