Giornata della memoria: una mostra per ricordare chi siamo

In vista della giornata della memoria abbiamo incontrato Antonio Viganò per parlare della mostra “Prove di sterminio” che verrà inaugurata in un evento gratuito proprio il giorno 27 gennaio presso il Teatro Cristallo a Bolzano. Un tema molto sentito anche da noi di COOLtour quello della memoria, che ci ha portato a quest’incontro.

Com’è nato il progetto di questa mostra?

Il progetto della mostra nasce in concomitanza con l’allestimento dello spettacolo “Impronte dell’anima” che tratta il tema del processo di eugenetica. Prima e durante l’allestimento abbiamo fatto delle indagini per cercare dei materiali utili e a Genova abbiamo trovato una cooperativa sociale di persone con handicap che aveva questa mostra e abbiamo chiesto di poterla condividere. L’abbiamo quindi ristampata e la accompagniamo ai nostri spettacoli. In questo modo resta una traccia del lavoro svolto e dà la possibilità di poter leggere e approfondire questo tema.

I ragazzi sono stati coinvolti nella realizzazione della mostra?

Con i ragazzi abbiamo approfondito e studiato il tema facendo un percorso volto a realizzare lo spettacolo. La mostra è stata un supporto e un implemento da cui trarre lo spettacolo. Nella mostra, infatti, ci sono delle cose scritte che noi poi riportiamo nello spettacolo, la connessione è evidente.

Come affrontate l’argomento del genocidio con i ragazzi?

La affrontiamo attraverso lo spettacolo che è il nostro linguaggio. La difficoltà iniziale era condividere con le famiglie dei nostri attori questa tematica. Inoltre è successo che durante le prove un’attrice ha deciso che non voleva più interpretare quel ruolo. Il fatto che non volesse più farlo per noi è stato un segnale importante perché ci ha confermato la sua consapevolezza di quello che stavamo facendo e coscienza del fatto che loro erano strumenti e attori di una storia che li toccava da vicino. Al tempo della guerra le loro erano vite non degne di essere vissute.

Questo pensiero nazista secondo lei è ancora attuale?

Questo pensiero non ha più quella radicalità che ha avuto in quel momento storico. Quando c’è una crisi profonda e si comincia a pensare che non ci sono soldi per tutti, e forse bisogna fare una scelta a chi dare e a chi non dare, in quel caso è possibile che qualche barriera crolli e che si sdoganino cose che prima non si dicevano. Più la crisi è profonda e più questi ostacoli morali crollano.

Quanto è importante occuparsi ancora di memoria?

Il tema della memoria oggi è ancor più necessario di prima perché chi è stato testimone di quei tempi tra un po’ non ci sarà più e la paura è che quello che è stato uno dei peggiori orrori della storia possa in qualche modo scomparire dalla nostra memoria. Il tenerlo in vita e farci riflettere su cosa è successo e come è potuto accedere è molto importante. Noi lo facciamo attraverso la mostra e lo spettacolo.

Autori: Redazione COOLtour

Supermarket, un progetto di gruppo

Sapete cosa si nasconde dietro all’incontro quando c’è musica e passione? Una grande potenzialità e un’occasione unica per affermarsi. E nei meandri della nostra città c’è un gruppo che incarna tutti gli ideali del fare musica insieme. Ma di chi si tratta? In realtà ne abbiamo già parlato, nella nostra rubrica La Scena Musicale, qualche settimana fa. Ma ci sono delle novità, in merito, che dobbiamo proprio comunicarvi. 

SUPERMARKET è il nome del collettivo musicale bolzanino nato nel 2021 dall’idea di Thomas Traversa e Dixta. Nel corso degli anni, il gruppo ha continuato a crescere ed evolversi raggiungendo ora circa quindici membri tra cantautori, rapper, dj e musicisti di diversi generi musicali.

I componenti del collettivo sono giovani, tutti tra i 20 e i 25 anni, e si dedicano alla produzione musicale, all’organizzazione di concerti ed eventi, nonché al sostegno e valorizzazione di giovani artisti emergenti.

Di recente, nel novembre 2023, i ragazzi hanno partecipato con entusiasmo alla diciottesima edizione del contest musicale “Suoni Universitari” organizzato da Opera Universitaria e Centro Musica Trento.

Grazie alla loro passione e al loro talento, il collettivo ha superato le preselezioni e – a sorpresa di tutto il gruppo – si è aggiudicato il primo posto alla finale tenutasi il 6 dicembre presso il Teatro Sanbàpolis di Trento. Questa vittoria ha aperto nuove possibilità al gruppo che avrà la possibilità di aprire la diciannovesima edizione di “Suoni Universitari” nel 2024. Inoltre, tra i premi ottenuti, i ragazzi avranno a disposizione 16 ore nello studio di registrazione presso il Centro Musica del Comune di Trento.

Questa piccola vittoria ha dimostrato ai membri di avere un enorme potenziale e conferma che le loro capacità possono essere apprezzate anche al di fuori dei confini cittadini di Bolzano.

Nel futuro, SUPERMARKET ambisce ad espandersi ulteriormente continuando a produrre musica ed organizzare eventi sperando di diventare un’etichetta discografica in grado di promuovere giovani artisti nel mondo della musica.

Con il loro entusiasmo, talento e determinazione il collettivo si prospetta di avere una carriera promettente. Il 2024 è da poco iniziato eppure sono già numerosi gli eventi pianificati. Il prossimo, al quale i ragazzi parteciperanno, è “SOUND ARENA”, una competizione che li vedrà sfidarsi contro il collettivo Beat Coin. A chiudere la serata ci sarà il dj set di Drone126, componente della crew romana LoveGang. L’evento si terrà il 27 gennaio alle ore 22:00 al Pippo Stage.

E a noi non resta che fare un grande in bocca al lupo a tutti i componenti di SUPERMARKET e invitare tutti i nostri lettori ad andare a gustarsi la loro incredibile musica!

Autrice: Sanaa El Abidi COOLtour

Un Maestro di scacchiin portineria Athesia

Joško Mukić lavora da oltre quindici anni nella portineria dell’azienda Athesia di Bolzano Sud. Nato in Croazia, è un campione internazionale di scacchi e uno dei migliori giocatori dell’Alto Adige. Ad oggi ha una scuola di scacchi, una memoria di ferro e una conoscenza perfetta di cinque lingue. Gli scacchi hanno cambiato il suo modo di vivere, oggi andremo a scoprire il perché.

Ciao Joško, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Joško Mukic, sono nato nel 1962 nella ex Jugoslavia, sono qui in Alto Adige da più di 27 anni, lavoro come portiere presso la sede di Athesia e ho una scuola di scacchi. Ogni venerdì scrivo per il giornale Dolomiten dove ho il mio angolo scacchistico che si chiama “Schachecke”.

Come ti sei avvicinato al mondo degli scatti?

È sempre stata una cosa di famiglia. Mio padre quando ero piccolo mi ha insegnato come si gioca, lui aveva imparato da mio nonno e mio nonno dal bisnonno. Solo che loro non erano così forti come me (ride n.d.r.).

Scacchi solo per passione?

Quando ero giovane era la mia professione, per otto mesi l’anno andavo in giro per tornei in tutto il mondo, ho vinto anche un titolo: “Maestro Internazionale” un titolo che si guadagna giocando bene contro i giocatori più forti. Ho girato davvero tanto con gli scacchi.
Adesso tengo lezioni di scacchi, tanti giocatori che adesso sono maestri di scacchi erano miei allievi. Un mio allievo di 17 anni adesso ha il titolo di “Maestro Italiano” di scacchi, Casadio Niccolò, è uno degli allievi di cui sono più fiero.

Ci giochi ancora?

Prima giocavo tanto, ultimamente invece ho tanti allievi e quindi principalmente insegno. Ogni tanto mi diverto a giocare agli scacchi giapponesi online, gli Shogi, ho imparato a giocarci qualche annetto fa.

A Bolzano c’è una cultura degli scacchi? 

Sì! Assolutamente. Cento anni fa i migliori giocatori di scacchi al mondo giocavano a Merano e negli anni 80 hanno addirittura giocato un match per il campionato del mondo proprio qui.

Come sei arrivato qui in Alto Adige?

Per caso… se esiste il caso. Tempo fa facevo l’interprete per una ditta austriaca in lingua ungherese (parlo anche l’ungherese oltre all’italiano, il tedesco, il croato, il russo e lo spagnolo) e abbiamo fatto tappa a Bolzano per una cena, vicino a ponte Talvera. Ho sentito che si parlava anche in tedesco (all’epoca non conoscevo la storia dell’Alto Adige e nemmeno l’italiano), questa cosa mi aveva incuriosito molto e allora ho detto al mio collega “sai che cosa? Io rimango qui”. Se avessimo fatto la sosta cento chilometri più avanti, sarebbe stata tutta un’altra vita la mia (ride n.d.r.).

Quali sono le caratteristiche per diventare un forte giocatore di scacchi?

Per prima cosa ci vuole il talento, poi ci vuole il carattere e avere la capacità di saper lavorare tanto. Gli scacchi si studiano, solo giocando si ripetono gli stessi errori e non ci si migliora, bisogna studiare molto. Il miglior giocatore del mondo studia otto ore al giorno.
Poi ci vuole la passione, grande passione, ma la passione c’è solo se c’è il talento. 

Perché consiglieresti gli scacchi?

Gli scacchi fanno bene alla salute, si sviluppa la memoria, la fantasia, si migliorano le capacità di calcolo e di logica. Poi diversi studi hanno anche dimostrato che aiutano le persone a recuperare dopo un ictus o un infarto. Fanno bene alla memoria, non solo per i bambini, ma anche per gli anziani. Un po’ di tempo fa mi è stata consegnata una rubrica telefonica qui in portineria dove lavoro, circa una trentina di pagine piene di numeri. Alcuni giorni dopo la ho restituita, non mi serviva più, li sapevo tutti a memoria. A 62 anni, direi che la mia memoria – grazie agli scacchi – è molto buona (ride ancora n.d.r.).

Autore: Niccolò Dametto

Campione europeo assoluto a 22 anni

Storica vittoria nel chilometro da fermo per Matteo Bianchi che fa registrare il tempo di 1’00’’272. Ai campionati europei di ciclismo su pista che si sono disputati due settimane fa a Apeldoorn (Olanda), Bianchi fa qualcosa di incredibile: mai nella storia l’Italia era riuscita a conquistare l’oro in questa disciplina agli Europei. Oggi andremo un po’ a scoprire la sua storia e il suo rapporto con il territorio.

Ciao Matteo, raccontaci un po’ chi sei…

Sono Matteo Bianchi, un normalissimo ragazzo nato a Bolzano nel 2001 che ha frequentato il liceo scientifico Rainerum. Sono da sempre stato un grande appassionato di sport, infatti ho iniziato come sciatore. Mi sono avvicinato al mondo del ciclismo in quinta elementare, perché come sciatore era necessario fare qualcosa durante l’estate come preparazione atletica e degli amici nella città di Laives mi hanno coinvolto. Così ho iniziato a pedalare, prima solo per passione, poi mi sono iscritto in una squadretta e ho iniziato a fare gare, fino a che, in prima superiore, ho deciso di dedicarmi solamente al mondo del ciclismo.

Hai iniziato direttamente con il ciclismo su pista?

Non ho iniziato subito con la pista; tutti i ciclisti partono dalla strada, con la bici da corsa (in Italia purtroppo non c’è molta cultura del ciclismo su pista), poi ci sono degli enti regionali che portano i ragazzi a provare nelle varie piste in giro per l’Italia. Io mi sono fatto un po’ prendere, mi piaceva e ci andavo volentieri, fino a quando ho raggiunto un primo risultato: un podio ai campionati italiani nella categoria allievi. Da lì mi sono appassionato sempre di più e ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.

La città di Bolzano ti ha aiutato nel raggiungimento dei tuoi obiettivi?

Una parte del mio allenamento consiste in pedalate su strada e la città di Bolzano e i suoi dintorni sono degli ottimi territori dove allenarsi, con una grande presenza di ciclabili e molte strade libere. Questo fa la differenza, la qualità dell’allenamento si sente.

Ti saresti mai aspettato di diventare campione europeo assoluto alla tua giovane età?

No, sinceramente non me lo aspettavo… andavo a questi europei convinto di poter fare bene, la condizione era buona ma nelle mie previsioni non c’era la possibilità di vincere, soprattutto vedendo la lista degli avversari. Mi aspettavo di trovarli in una condizione migliore, ma è anche vero che non è mai facile preparare un appuntamento così presto nell’anno. Però insomma, io ci sono riuscito bene e ho dimostrato di essere in una migliore forma rispetto ai miei avversari. 

Che emozioni si provano nel raggiungere questi livelli?

In realtà è molto particolare la mia situazione, sono molto soggettivo, io in primis sono uno che non si fa trasportare molto dalle emozioni, sono abbastanza cinico. Provo moltissima gioia nel portare a casa un risultato del genere, sicuramente, ma essendo in un tunnel di gare e allenamenti, faccio quasi un po’ fatica a godermi i risultati che ottengo. Ho la testa sempre dietro ai prossimi appuntamenti stagionali.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Ci alleniamo tutti i giorni della settimana tranne la domenica che solitamente facciamo riposo. Svariati giorni durante la settimana facciamo doppia sessione, in base al periodo dell’anno e della preparazione. I sacrifici sono sempre direttamente proporzionali al risultato che ottieni. Più ti sacrifichi, più impegno ci metti, più dedizione, più cura del dettaglio, e più hai possibilità di arrivare ad ottenere un risultato di alto livello.

Autore: Niccolò Dametto

Uno sguardo sul 2023

// Di Luca Sticcotti

Con l’inviato Rai Gianfranco Benincasa, a lungo attivo in provincia di Bolzano e da marzo scorso presidente regionale dell’Ordine dei Giornalisti, ripercorriamo i fatti principali dell’anno che si è appena concluso.

Come ogni anno anche in questi primi giorni del 2024 abbiamo pensato di gettare uno sguardo nel recente passato, focalizzando assieme ad un collega giornalista i temi più importanti apparsi sui media. In questo frangente la scelta è caduta su Gianfranco Benincasa, inviato della Rai e volto noto anche delle cronache sportive offerte dal servizio pubblico radio televisivo. Nato in Svizzera nel 1966, Benincasa ha lavorato a lungo a Bolzano prima di trasferirsi a Trento. Nel marzo 2023 è divenuto il nuovo presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti. Con lui abbiamo dunque colto l’occasione di parlare anche di come i principali fatti regionali sono stati visti dal vicino Trentino e di quali sono le prospettive per la professione giornalistica nella nostra terra, alla luce dei grandi cambiamenti in atto nel mondo dell’informazione.

Lo scorso anno uno dei temi più presenti sia nelle cronache che nel dibattito pubblico è stato quello della necessità di un ripensamento del turismo in un’ottica più sostenibile. Non è una questione da poco, perché ogni passo indietro penalizza gli introiti economici. Ma tutti sono d’accordo sul fatto che ci vuole davvero un nuovo equilibrio, ribilanciando le esigenze di ospiti e residenti, e offrendo ai turisti anche un modo diverso di vivere la montagna. Questo tema come viene visto in provincia di Trento?

In Trentino l’assessora competente ha detto “i turisti vanno dove ci sono i turisti”. Questo vuol dire che si accalcano soprattutto in alcune zone, ovvero a seconda della stagione nello specifico ad esempio a Madonna di Campeggio o sul Garda. La discussione su un modello diverso di turismo in realtà non è nuova; in alcuni casi si era pensato addirittura smantellare gli impianti e sostituire il tutto con un turismo green. Poi nello specifico in quella zona, il passo Rolle, il progetto è stato abortito e la Provincia ha fatto altre scelte. Ma il tema c’è, e non solo in montagna. Anche la città di Trento in 20 anni è cambiata tantissimo e ora c’è molto più turismo mordi e fuggi, non solo durante i mercatini, con pullman, auto e tanto inquinamento. Il centro storico spesso è invaso: da un certo punto di vista è bello, ma anche su questo si sta un po’ ragionando, cercando magari di puntare di più sulla qualità che non sulla quantità, e venendo più incontro alle esigenze dei residenti. A Campiglio ad esempio si sta facendo strada anche l’idea del numero chiuso, perché gli sciatori sono davvero tantissimi, nonostante l’aumento di prezzo degli skipass. Una tavolo regionale sarebbe davvero opportuno, su questo tema del turismo sostenibile, perché si tratta davvero di problemi comuni tra le due province autonome. Insomma: le problematiche del lago di Braies non sono diverse rispetto a quelle del Lago di Tovel, dove tra l’altro ben prima avevano introdotto il traffico limitato.

C’è poi il tema dei grandi predatori, da una parte proprio collegato all’idea di una natura da salvaguardare e in qualche modo da ripristinare. Mettendo però in difficoltà gli allevatori e creando problemi di sicurezza.

Sì. In Trentino c’è stata purtroppo una vittima a causa dell’orso e questo è stato davvero un colpo al cuore per tutti. Mentre il problema del lupo in provincia di Trento è presente soprattutto nella zona delle valli di Fiemme di Fassa. Al di là dei provvedimenti e dei ricorsi, il problema non è certo di facile soluzione. Ma anche questo è un problema che andrebbe affrontato a livello regionale, visto che gli animali si muovono, mica guardano ai confini provinciali.

A proposito di province. Nello scorso autunno si sono svolte le elezioni e a Trento e Bolzano si sono avuti esiti solo in parte simili. Con alcune novità non da poco, soprattutto in Alto Adige.

In Trentino c’è stata una scelta di continuità per Fugatti, un po’ perché non aveva veri avversari, va detto, e poi comunque perché gli elettori hanno deciso di premiare il lavoro fatto. In Alto Adige fa riflettere il calo della SVP, ma non mi stupisco per la realpolitik della Volkspartei che ha scelto di allearsi con il centrodestra. Tutto sommato non è un grande cambiamento, perché negli ultimi 5 anni la Stella Alpina aveva già governato con la Lega. Certo la SVP farebbe bene a impostare una profonda riflessione in merito a quanto sta avvenendo in Alto Adige ma ancor di più al proprio interno, più che cercare colpevoli all’esterno.

Venendo allo sport, il 2023 è stato l’anno della consacrazione per Jannik Sinner. Poi c’è stata la stagione straordinaria del FC Südtirol in serie B di calcio, mentre gli atleti regionali dello sci alpino sono apparsi un po’ in affanno.

Di Sinner si è detto tutto, la sua è stata un’affermazione davvero pazzesca. Tra l’altro è un personaggio con grandi qualità, molto umano e disponibile. E non è solo uno sportivo, riesce infatti a catalizzare l’attenzione di molti, anche di chi non è appassionato di sport. Quello del FC Südtirol è stato poi sicuramente una sorta di miracolo. Ora la squadra è in difficoltà, ma ci sta. L’anno scorso sono riusciti a fare molto di più di quello che secondo me era il valore della squadra sulla carta. Molto del merito va dato all’allenatore Bisoli, anche se poi qualcosa si è incrinato. Si tratta senz’altro di una bella società, impostata bene e con un bel futuro davanti. Quest’anno ci sarà un po’ da soffrire ma possiamo dire che ormai il Südtirol è una realtà consolidata, non più una meteora. Basti guardare il centro sportivo, l’organizzazione e il lavoro che viene fatto sui giovani. Per non parlare dello stadio che è stato rifatto. La squadra altoatesina in qualche modo ha anche influenzato il vicino Trentino, con la squadra del capoluogo che da un paio d’anni è tornata in serie C. Va detto che anche il Südtirol è arrivato in serie B dopo un percorso durato anni, e in cui questo traguardo era stato più volte sfiorato. E dobbiamo ricordare sempre che la serie B è un campionato davvero difficilissimo. Per tutti. Lo sci è un po’ in affanno in tutta la regione, è vero. Ma anche qui va detto che rispetto al calcio è uno sport che ha senz’altro meno praticanti. Io penso però che in questo caso ci sia qualcosa da cambiare anche a livello di federazione. Al momento occorre ancora puntare sulla vecchia guardia, ovvero su Paris. Alex Vinatzer è l’unico che in futuro potrà davvero dire la sua ma per il momento è piuttosto discontinuo nei risultati. Alla 3-Tre quest’anno Vinatzer ha fatto veramente male, e al momento va quasi meglio in gigante che non è la sua specialità. Ma si tratta un ragazzo molto positivo e in gamba, molto educato. In Trentino c’è poi molto altro sport, con il volley maschile che ha vinto lo scudetto e quello femminile promosso in A1 anche se ora è in difficoltà. Lo sport resta comunque una grande forza per tutta la regione, anche grazie alle capacità organizzativa delle nostre società e del territorio. E non dobbiamo dimenticare che l’anno si è chiuso con la vittoria di Nadia Battocletti e il secondo posto di Yeman Crippa alla Boclassic nel capoluogo altoatesino.

Quali sono le gioie e i dolori dell’essere, da marzo 2023, il nuovo presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige.

Avere sott’occhio un po’ tutto il panorama del giornalismo locale è senz’altro molto interessante. Per quanto riguarda i dolori e preoccupazioni sono sempre e soprattutto quelle occupazionali, anche se l’Ordine che presiedo non è il sindacato. Ci teniamo a che il nostro settore si florido, attivo e valido. Cosa che di fatto accade, anche in regione. Nell’ultimo periodo c’è stata la mazzata della chiusura del quotidiano Il Trentino, anche se poi la cosa è stata in parte riassorbita. E ci sono poi le preoccupazioni che riguardano le innovazioni tecnologiche, con l’intelligenza artificiale che in futuro potrebbe portare alla perdita di posti di lavoro. A livello internazionale sta già avvenendo, vedremo se la cosa avrà ripercussioni anche da noi. C’è poi il tema eterno dell’equo compenso per il lavoro giornalistico. Per quanto riguarda il rispetto della deontologia giornalistica devo dire che nel territorio regionale la situazione è senz’altro molto migliore rispetto a diverse altre zone del nostro paese.

Il mondo del giornalismo è in sofferenza, soprattutto per il calo dei lettori dei giornali, ma anche dei pochi sbocchi professionali per le nuove leve di questo mestiere.

Per i giovani è senz’altro difficile, perché oggi si tratta spesso di lavoro non ben retribuito, rispetto ad altri lavori e rispetto al passato. Il mestiere ha meno appeal e i percorsi d’accesso sono molto accidentati, nell’ottica dell’approdo al professionismo. Oggi si devono conoscere le lingue ed essere molto qualificati. Ma è un lavoro che può essere ancora molto interessante. Ci vuole creatività, coraggio e come una volta occorrono sudore e impegno. Anche se il mestiere per molti versi è cambiato rispetto al passato, resta comunque la necessità di offrire un’informazione di qualità, ovvero verificata, e questo oggi è meno facile. Ma questo compito da svolgere, per il giornalismo, oggi è ancora più importante in un’ottica di partecipazione alla vita pubblica. Spesso l’emorragia di lettori si traduce anche in astensione nella partecipazione al voto. Dobbiamo impegnarci contribuire ad arginare questa potenziale emorragia democratica.

Agenda Onu 2030: combattere lo spreco a scuola

Povertà e spreco del cibo sono due facce della stessa medaglia: alla scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo il progetto dell’Agenda Onu 2030 insegna ai bambini come combattere lo spreco e aiutare chi ha bisogno.

// Di Raffaella Trimarchi

Come in tutte le favole di Natale, le buone azioni portano gioia a chi ne ha bisogno. E il 21 dicembre scorso è stata proprio una piccola favola di Natale quella di cui sono state protagoniste le due classi quarte della scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo che si sono recate presso la San Vincenzo del quartiere Don Bosco di Bolzano. I bambini,accompagnati da alcuni insegnanti, hanno potuto consegnare direttamente al presidente della San Vincenzo Roberto Argnani, una serie di biglietti di auguri e lavoretti natalizi, oltre a un litro di latte a lunga conservazione ciascuno, da aggiungere ai pacchi che sarebbero poi stati donati alle famiglie bisognose del quartiere.

Due anni di lavoro

Ma il progetto parte però da lontano: sono infatti due anni che le classi, con tutto il team insegnanti, stanno lavorando all’Agenda Onu 2030, secondo la quale l’Organizzazione delle Nazioni unite si è proposta – sottoscrivendo l’Agenda nel 2015 – di cercare di perseguire ben 17 obiettivi. Nello specifico, il progetto delle due classi – coordinato da Simone Bianchini, psicologo e referente del progetto per l’Aibi, l’Associazione italiana Amici dei Bambini – si è concentrato su un punto dell’Agenda, ovvero quello di sconfiggere la fame nel modo entro il 2030.

Si tratta di un obiettivo che, purtroppo, non solo non potrà essere raggiunto ma anzi, verrà con molta probabilità del tutto disatteso dal momento che negli ultimi anni, a causa anche della pandemia e delle nuove guerre, i nuovi poveri sono aumentati di molti milioni. Alla scuola primaria di San Giacomo si è però deciso di coniugare il tema della povertà con quello dello spreco alimentare: si è cercato infatti di sensibilizzare i bambini allo spreco di cibo che avviene ogni giorno sotto i loro occhi anche nelle stesse mense scolastiche, dove gli alimenti che vengono lasciati dai bambini nel piatto – spesso neppure toccati – non possono essere in alcun modo riutilizzati, finendo perciò a ingrassare solamente i già consistenti cumuli di rifiuti urbani prodotti quotidianamente.

Biglietti per i bisognosi

Parallelamente al discorso legato allo spreco, portato avanti da tutto il team insegnanti nelle ore dedicate all’educazione civica, nelle settimane che hanno preceduto le festività natalizie i bambini sono stati impegnati nella realizzazione di biglietti di auguri e piccoli lavoretti decorativi a tema natalizio, che avrebbero poi trovato posto nei sacchetti della spesa preparati dalla San Vincenzo per le circa 250 famiglie bisognose del quartiere Don Bosco di Bolzano.

Giovedì 21 dicembre quindi, l’intero gruppo di bambini ha potuto incontrare il presidente Argnani presso il punto di raccolta e distribuzione degli alimenti e consegnare il proprio lavoro. Il presidente ha così potuto spiegare ai bambini come funziona la distribuzione del necessario alle famiglie bisognose, che devono comprovare il proprio stato di necessità attraverso un’apposita documentazione attestante il reddito della famiglia.

Il banco alimentare sale in cattedra

Proprio mentre i bambini ascoltavano la spiegazione, hanno anche potuto vedere da vicino come funziona il meccanismo della solidarietà, grazie al signor Guido del Banco Alimentare che, proprio in quel momento, è arrivato per consegnare il “bottino” settimanale, ovvero alimenti recuperati da aziende e supermercati ancora consumabili ma non più commercializzabili. Grazie a questa filiera di solidarietà – insieme all’aiuto preziosissimo di tanti volontari – le centinaia di famiglie bolzanine in stato di bisogno riescono ad avere quotidianamente i beni di prima necessità, a volte insieme a cose più superflue ma comunque importanti come i giocattoli. Si è trattato di un’esperienza che ha toccato molto i bambini protagonisti che, con la consueta sensibilità della loro età, hanno stupito gli adulti presenti. Così Alessandro, rivolgendosi direttamente al presidente Argnani, ha spiegato che avrebbe voluto vendere i giocattoli che non utilizza più per raccogliere dei soldi, ma aveva invece capito che donarli a bambini che non hanno nulla gli avrebbe dato più gioia. Davide e Nicole dal canto loro hanno detto che non vogliono più sprecare il cibo. Nicole ha detto: “quando a cena non avevo più fame, ho mangiato lo stesso la pizza avanzata perchè non volevo buttarla”, mentre Aissa ha aggiunto: “ogni volta che non mangeremo qualcosa che abbiamo a casa dirò alla mamma di non buttarlo via ma di portarlo qui”. Patrick dal canto suo si è mostrato felice di sapere che le cose che hanno portato alla San Vincenzo andranno a allietare il Natale di famiglie bisognose e, in generale, tutti i bambini sono molto colpiti dall’altruismo respirato durante la giornata. Si è trattato, davvero, di un piccolo ma prezioso “miracolo di Natale”.

Luca Amoriello: nel profondo di sé

Luca Amoriello è un giovane artista, diplomato in scultura all’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano. L’abbiamo incontrato in occasione dell’apertura della sua mostra “Profondo me” per capire cosa si cela dietro alla ricerca artistica che produce pezzi unici dal sapore classico.

a mostra “Profondo me” di Luca Amoriello è stata inaugurata lo scorso 22 dicembre presso la sede di COOLtour a Bolzano, in Via Sassari 13/B. L’esposizione è ad ingresso libero e gratuito e resterà aperta fino a fine gennaio. orario 8-12, 15-17, sabato e domenica chiuso.

Quando hai scoperto la tua passione per l’arte?

La passione per l’arte l’ho sempre avuta, però la voglia di studiarla diciamo che mi è venuta molto tardi, poche settimane prima del mio diploma (nel 2019). è’ stato in realtà un cambio di programma, perché al liceo non avrei voluto studiare arte ma ingegneria poi però durante gli anni della scuola ho perso la passione per la matematica, la fisica e tutte le materie che mi sarebbero servite per ingegneria e ho scoperto la creatività che mi ha guidato nella scelta dell’università e fino a qui.

Qual è l’aspetto dell’arte che ti piace di più?

Prima di tutto il fatto che non servano parole, che bastino delle figure per esprimere qualcosa e poi che ogni persona in base al proprio vissuto o alle proprie credenze interpreti, in questo caso una mia scultura, in maniera diversa. Credo che sia una specie di potere questo: lasciare ad ognuno di rivedersi dentro a un’opera d’arte, di cercarsi e (perché no?) trovarsi.

Hai già esposto da qualche parte le tue opere?

Sì, ho esposto una delle mie sculture in occasione di un concorso. A maggio scorso invece, ho esposto una scultura, in occasione della conferenza interazione degli infermieri a Bolzano.

Quale significato hai dato alla tua opera “Atoxic Thoughts?”

Diciamo che non mi piace dare un significato alle opere, perché sono molto convinto come ho già detto prima, che esso cambi in base alla persona quindi dire“ significa questo” significherebbe quasi sminuire l’interpretazione di un’alta persona.L’interpretazione che ho dato io era semplicemente cercare di ragionare con la testa propria, quindi filtrare tutte le cose negative del mondo. C’è infatti una maschera nella scultura ed è una maschera antigas, quindi lei fiata l’aria e ti fa arrivare solo l’aria pulita. È questo il significato che io ho associato ad Atoxic Troughts, filtrare tutte le cose che si sentono e che si vivono per poi ragionare con la propria testa.

Cosa vorresti fare da grande?

Per ora mi sono iscritto al corso di laurea magistrale, perché vorrei fare il professore di arte nelle scuole pubbliche e per farlo serve appunto la magistrale. Però, come per ogni opera d’arte c’è un’interpretazione personale che io non voglio guidare, lascio che la vita mi porti dove deve e non escludo nulla.

Sara Rosca COOLtour

Fermate del bus senza marciapiedi

Nei giorni scorsi il nostro lettore Carlo Rughetti ci ha scritto chiedendoci di interessarci in merito all’assenza di marciapiedi presso le fermate degli autobus di Piazza Domenicani e Corso Libertà nel tratto tra Piazza Vittoria e Piazza Mazzini. Il lettore si domandava con garbo se “gli amministratori pubblici siano a conoscenza del fatto che i viaggiatori del servizio pubblico sono per la maggior parte anziani e anche con difficoltà motorie”.

Ci siamo fatti carico di questa richiesta e abbiamo contattato l’assessore comunale Stefano Fattor, che ha la competenza per quanto riguarda la mobilità urbana, ma non per i lavori pubblici che competono al vicesindaco Luis Walcher. Ecco di seguito e in sintesi la risposta di Fattor.

“Sia Piazza Domenicani che Corso Libertà in futuro dovranno essere rifatte. Al momento Corso Libertà è fatta in quel modo perché durante il cantiere, speriamo prossimo, per la realizzazione del parcheggio interrato di Piazza Vittoria, dovrà ospitare il mercato. Quindi prima di 3/4 anni lì non si potranno fare i marciapiedi rialzati alle fermate che non solo sarebbero assolutamente giusti ma anche obbligatori.

Per Piazza Domenicani il discorso è più complesso, perché la piazza dovrebbe essere rifatta completamente, ma i soldi però non ci sono. Fare delle pedane provvisorie in quel caso però sarebbe praticamente impossibile, perché le fermate dei bus insistono sull’intera piazza. Per rifare Piazza Domenicani, per una serie di motivi, sarà anche necessario attendere il cantiere delle vicine scuole Von Auschneiter, ma anche lì si dovranno aspettare per lo meno tre anni”.

Il disagio dunque, purtroppo, è destinato a durare. Ma almeno ne conosciamo il motivo.

Il sogno infranto di Vanni, l’ottico “saltatore”

La prima storia che vi raccontiamo nel nuovo anno riguarda il sogno infranto, nel lontano 1984, di un professionista molto conosciuto a Bolzano, l’ottico Vanni Campanella. “Ormai è più il tempo della mia vita che ho passato a Bolzano, degli anni in cui ho vissuto a Ferrara, dove sono nato”, ricorda Campanella.

A Bolzano la si conosce per la attività di ottico, ma anche per la sua passione per lo sport, considerado il fatto che è il preparatore atletico del settore giovanile di alcune società sportive bolzanine.

Sono sempre stato un grandissimo appassionato di sport, in tutte le sue forme. Mi piace lavorare con i giovani, che oggi forse hanno meno possibilità, o anche meno capacità, per poter sviluppare la dote innata che hanno per il movimento fisico. Mi piace molto valorizzarla e penso sia questo che mi ha fatto rimanere sempre dentro allo sport.

Lo sport le ha procurato anche delusioni…

Era l’estate del 1984 e sarei dovuto andare con la Nazionale italiana di atletica ai Giochi Olimpici di Los Angeles. Ero bravino, ma ero bravino un po’ in tutte le specialità. L’amore per lo sport mi portava a provare tante discipline. Questa mia esuberanza nel cercare di fare tutti gli sport e non concentrarmi sul salto in lungo, è stato anche causa della mia esclusione dalla squadra per i Giochi. Avevo superato la qualificazione per poter accedere come riserva alle Olimpiadi con un bellissimo salto di 7,98 m. – il mio record personale era un po’ più alto, ma comunque nulla di certificato.

Tra compagni avevamo deciso di giocare l’ennesima partita di pallacanestro. Ora, io sono alto un metro ottanta, che non è chissà cosa, ma avevo una elevazione spaventosa. Presi per andare a schiacciare e in fase di atterraggio sono caduto, procurandomi una leggera distorsione, che nel giro di pochi minuti era diventata una grande distorsione, che mi costrinse a rimanere a casa a curarla, mentre gli altri prendevano l’aereo per andare a Los Angeles.

Mi è sempre rimasto l’amaro in bocca per un infortunio stupido, che comunque è una cosa che succede a tante persone che sono state incapaci di valorizzare i propri talenti. All’epoca non c’erano le persone che ti seguivano e che riparavano gli errori cercando di esaltare le tue caratteristiche e i tuoi punti di forza. Ed è per questo che oggi voglio dare il mio contributo in questo ambito. Oggi se vedo una dote in un atleta, so che posso lavorare per aumentarla, e lo devo fare nel settore giovanile, all’interno di qualsiasi sport, che sia la pallavolo, che sia l’atletica o che sia il calcio. Per me è principalmente nel calcio, perché conosco tantissimi bravi ragazzi giovani e mi piace, in questi ultimi dieci anni, aver dato il mio contributo al loro miglioramento. Vorrei fare in modo che a questi ragazzi non succeda la sfortuna che è occorsa a me, perché è una cosa a cui, a distanza di 40 anni, continuo a pensare.

Si tratta di un grande rammarico, quindi…

È la delusione per aver sprecato un’occasione. Quando ti si rompe veramente il vetro, sai che irreparabile. Ne rimarrà sempre un bel ricordo e per quanto tu poi cerchi di analizzare le cause, sperando che ti aiutino a digerire questa cosa, tu non la digerisci. Quando si infrange un sogno forte, non lo digerisci… Per quanto ce la si possa raccontare, rimane sempre un po’ il retrogusto amaro di questo sogno infranto, è proprio un rimpianto che non se ne va.

Till Antonio Mola

Penelope, e la sua vita da attrice

In questo numero vi presentiamo una intervista con l’attrice bolzanina Penelope Frego, che a 31 anni sta vivendo la consacrazione della sua giovane carriera cinematografica, sia sul grande che sul piccolo schermo. 

Penelope, che da 15 anni vive in Germania, era nel cast di “Hoganbiiki – Il Valore della Sconfitta” uscito quest’anno, dove la possiamo ammirare al fianco di Manuela Arcuri – il film è attualmente disponibile su Prime Video; un’altra recente importante produzione è stata quella per “Girl, You Know, It’s True” che debutterà nelle sale il 21 dicembre. L’abbiamo contatta di ritorno dalla doppia presentazione di questo film a Monaco di Baviera e a Berlino.

Nel nostro dialogo partiamo dalla prima di “Girl, You Know, It’s True”, un film che racconta la vicenda dell’ascesa e della caduta del duo pop franco-tedesco Milli Vanilli. Eravamo a cavallo degli anni Ottanta e Novanta e i due musicisti-ballerini erano in vetta alle classifiche di tutto il mondo, portando con sé un segreto molto particolare: lo spettacolo era tutta una finzione, le voci delle hit non erano le loro, e durante le esibizioni in tv o nei concerti muovevano solo le labbra a tempo. Quando la truffa venne a galla, il duo fu travolto dallo scandalo, nonostante il grande manovratore dell’operazione fosse stato il loro importante manager. Quella del film è stata una presentazione entusiasmante poiché, oltre al cast, erano presenti anche il cantante Fab Morvan e la sorella di Rob Pilatus, l’altro Milli Vanilli, scomparso nel 1998. E c’era un sacco di gente, anche arrivata da lontano, che aveva cantato con loro. 

“Riguardo alle riprese del film, posso dire che dal punto di vista professionale è stata un’esperienza bellissima”, dice Penelope Frego. “Il film è ambientato negli anni Ottanta ed io interpreto una pop star che balla e che canta, con un costume, il trucco e la parrucca, bellissimi! È stata una cosa fantastica ed io mi sono divertita molto anche con le coreografie”.

Facciamo un passo indietro, agli inizi della sua carriera. Può raccontarci come, partendo da Bolzano, sia arrivata a coronare il suo sogno di fare l’attrice?

È una cosa successa per caso e poi evolutasi in questa direzione. Ho cominciato a pensare che avrei potuto fare l’attrice dopo che, penso fosse il 2009, con i compagni del Liceo Scientifico Torricelli abbiamo partecipato, arrivando secondi, al Festival Studentesco con uno spettacolo teatrale – anche se il debutto vero e proprio lo avevo fatto per il teatro nelle scuole proposto da Sandro Forcato. Ricordo che facevo sempre Cenerentola.
Riguardo agli studi, mi era parsa una sfida interessante provare a studiare in lingua tedesca, e quindi sono partita per la Germania, dove nel 2017 ho conseguito il diploma all’Accademia di recitazione di Colonia.

Ha dovuto fare tanta gavetta?

Assolutamente sì. Durante l’accademia ho fatto la comparsa all’Opera di Colonia un sacco di volte. Ho partecipato inoltre a molti film per studenti, non pagati, ma che mi hanno permesso di iniziare a racimolare un po’ di curriculum. Poi sono stata fortunata perché, non appena terminata l’Accademia, sono stata selezionata per la serie tv Wishlist, che poi ha vinto anche il” crime price”, cioè un premio della tv tedesca. Si è trattato di un’esperienza che mi ha permesso di iniziare bene la mia avventura professionale.

Chi vuole vedere un film con Penelope Frego dove deve andare a cercare?

In questo momento su Prime in italiano c’è un film realizzato sul Lago di Garda: “Hoganbiiki – Il Valore della Sconfitta”, di Enzo Dino, in cui interpreto una ragazza ribelle, arrabbiata con la vita. Si è trattato di un film in cui ho interpretato un ruolo completamente diverso da quello che sono io come persona. Ho studiato questo personaggio e devo dire che è stato un viaggio interessantissimo perché ho lavorato molto sulla postura e sulla voce. E stata un’esperienza che mi ha arricchito molto.

C’è una lingua che preferisce nella recitazione?

Sono di madrelingua italiana, ma avendo studiato tantissima dizione tedesca, adesso interpreto anche ruoli in quella lingua in quanto non ho più accento. Recitare in tedesco per me è una cosa un po’ più tecnica, mentre la recitazione in italiano è più di cuore. Penso che il saper recitare nelle due lingue mi abbia dato modo di capire più a fondo la recitazione in generale.

Sta bene in Germania, o preferirebbe tornare a vivere in Italia?

Da un punto di vista professionale posso immaginarmi di stare soltanto in Germania in questo momento. Ormai vivo qui da più di dieci anni e mi sono fatta l’idea che qui posso realizzare i miei progetti. Però mi manca molto l’Italia, e ci sono dei periodi nei quali sento forte la nostalgia.

Ci sono dei film a cui si sente più legata?

Sicuramente Wishlist, la mia prima serie. E poi la serie Einstein, trasmessa dal canale Sat1: un’esperienza fantastica perché ho interpretato un personaggio molto interessante come Giulia Casiraghi. Poi SOKO Köln (Squadra speciale Colonia), una serie poliziesca – e a me i polizieschi piacciono molto – sul secondo canale tedesco ZDF, e poi il film “The Sprite Sisters – Vier zauberhafte Schwestern”, girato per la Disney nel 2019 ed uscito nei cinema nel 2020.

E il presente com’è?

Quest’estate ho partecipato per due mesi e mezzo alle riprese per la serie “Unter uns”, che viene trasmessa quotidianamente, fino a Natale, sulla rete germanica RTL. Sono quelle serie in cui ogni giorno si registra una puntata, un po’ come succede per “Un posto al sole”. Io ero andata senza aspettative. è chiaro che, registrando ogni giorno, la qualità un po’ si abbassa, perché devi imparare tantissimo testo ed essere sempre operativa. Pur essendo stata una esperienza faticosa, è stata comunque senz’altro positiva. Recentemente sono stata selezionata ad un provino per una serie RAI, le cui riprese potrebbero iniziare a gennaio. Quindi incrocio le dita e guardo al futuro con ottimismo.

Autore: Till Antonio Mola