La lunga estate… calda

L’estate 2025 ha avuto un andamento un po’ altalenante. è iniziata  con un periodo di grande caldo ma poi alla fine di luglio è subentrato un periodo più fresco che, a sua volta dopo due settimane ha lasciato il posto a un nuovo grande caldo. Col meteorologo Dieter Peterlin cerchiamo di stilare fin d’ora un bilancio di quanto effettivamente è successo.  

La cosiddetta “bella” stagione è semplicisticamente legata alla quantità di “bel tempo” che porta con sé. Molti infatti, nonostante gli evidenti danni portati dal cambiamento climatico, si ostinano a sognare ogni giorno la presenza di  cole e cielo azzurro, come se non ci fosse un domani. In realtà come ben sappiamo la bellezza del nostro clima alpino – anche e soprattutto d’estate – è legata alla variabilità ovvero all’alternanza di caldo e freddo, presenza o meno di vento e – soprattutto – il giusto numero di precipitazioni, per carità non in forma di tempeste e grandinate. L’estate che stiamo vivendo per molti versi sembra essersi mossa finora nel solco degli scorsi anni, ovvero con temperature più alte rispetto al passato. Ma per uscire dal dimensione delle impressioni e dei “desiderata” abbiamo pensato di contattare Dieter Peterlin dell’Ufficio Meteo della Provincia, per offrirvi un bilancio concreto, ovvero supportato da dati e misurazioni. 

L’INTERVISTA

Prima troppo caldo, poi troppo freddo e poi ancora troppo caldo. Possiamo già dire che tipo di estate stiamo per lasciarci alle spalle?

Si può proprio dire che quest’estate finora si è divisa in tre parti. La seconda metà di giugno è stata da record per quanto riguarda il caldo. Dall’inizio delle misurazioni abbiamo avuto il record assoluto in alcune zone della provincia, mentre in altre come a Bolzano il caldo ha fatto segnare il secondo posto dopo quanto misurato nell’anno 2003. Luglio è poi iniziato ancora molto caldo ma poi sono arrivate due settimane abbastanza fresche. Ma è tutto relativo. Ci è sembrato più freddo di quello che era, proprio perché ci eravamo abituati a temperature molto più alte. è stato sì il mese luglio più freddo degli ultimi 10 anni ma se fossimo andati a vedere com’era la situazione negli anni precedenti, in realtà questo luglio sarebbe stato ancora sopra la media come temperature. 

Ora siamo alle prese con una seconda ondata di calore. Quindi nonostante la rinfrescata di luglio, quella del 2025 sarà di nuovo una delle estati più calde di sempre. Non la più calda, quello lo possiamo già dire, ma senz’altro una delle più calde. 

In che misura si tratta di normalità? I cambiamenti climatici sono confermati?

Per quanto riguarda le temperature i cambiamenti climatici sono assolutamente evidenti. Ci sono delle brevi eccezioni periodiche, ma il trend a lungo termine di crescita della temperatura resta confermato. Solo perché in luglio e solo dalle nostre parti è stato più fresco non significa assolutamente che il cambiamento climatico non ci sia. D’altronde abbiamo avuto temperature da record anche in Nord Europa e Scandinavia, con tantissimi giorni sopra i 30 gradi. 

Non si tratta solo di temperature massime elevate ma anche di temperature minime molto più alte che nel passato. Nel fondovalle altoatesino ormai le notti tropicali sono molto numerose…

Sì in giugno abbiamo avuto il record assoluto come numero di notti tropicali. In luglio come detto ne abbiamo avute di meno, ma di nuovo sono tornate in agosto. Per tutti noi le notti tropicali sono ancora più faticose delle alte temperature di giorno. Se di giorno è caldo si può restare in casa, andare a fare un bagno o recarsi in montagna. Ma se durante la notte fa molto caldo e non si ha l’aria condizionata, allora si fa fatica a dormire e diventa un grande disagio. Si dice addirittura che per la nostra salute una notte tropicale è peggio di tre giornate molto calde. 

Possiamo consolarci almeno del fatto che in Alto Adige il livello di umidità resta comunque molto contenuto, evitando di amplificare l’effetto del caldo eccessivo. 

Questo è vero, anche se l’umidità negli ultimi anni è aumentata anche da noi e in futuro aumenterà ancora. 

Questa situazione ha conseguenze significative sulla vita delle persone, sia quando lavorano, si spostano, vanno in vacanza o lavorano. Ma il caldo ha anche importanti influenze sul territorio, i boschi, la montagna, le infrastrutture umane. Immagino voi siate in stretto contatto con la protezione civile per monitorare la situazione. 

Noi come servizio meteo in effetti facciamo parte dell’Agenzia per la protezione civile. Ogni giorno produciamo un bollettino di allerta e in particolare facciamo previsioni per eventuali eventi estremi che si possono verificare. Come altissime temperature appunto, ma anche forti piogge e forti temporali. 

Alle precipitazioni sono collegate le riserve idriche e allo stato dei ghiacciai. Com’è la situazione in questa estate 2025?

I ghiacciai sono sempre in forte diminuzione. Le due settimane di luglio hanno fatto bene, ma il caldo successivo ha spazzato via tutto il beneficio che avevamo avuto. Il cambiamento climatico influenza ogni aspetto della vita quotidiana. Compreso l’arrivo di zanzare potenzialmente pericolose, nuove malattie, e altro. Anche la maggiore presenza di turismo in montagna è legata alle temperature molto alte che si registrano al mare. 

Cosa dobbiamo aspettarci per l’ultima parte dell’estate? 

Come sempre possiamo fare delle previsioni nella prospettiva di una settimana, al massimo due. Senz’altro andremo incontro man mano a un lieve abbassamento graduale delle temperature. 

Come sempre circolano previsioni a lungo termine… Sono affidabili?

No. Non lo sono. Specie in località alpine in mezzo alle montagne, come le nostre. 

Autore: Luca Sticcotti

Servizio civile: davvero un’esperienza dai mille volti

Salma Sammah si confronta con Imane Bihihi in merito al servizio civile svolto presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano, e riflettendo anche sulla propria esperienza fatta presso il progetto COOLtour de La Strada Der Weg.

Imane, come hai scoperto la possibilità di fare il servizio civile al Comune di Bolzano? E cosa ti ha convinta a partecipare? Per te Salma invece com’è andata?

I: “L’ho scoperto tramite una mail scolastica, e mi sono candidata all’ultimo. Ero interessata a mettermi in gioco in un contesto istituzionale e di fare qualcosa di concreto per la comunità. Volevo rendermi utile, ma anche capire meglio come funziona il lavoro all’interno di un ente pubblico e approfondire i temi legati ai giovani!”

S: “Ho iniziato anche io quasi per caso, spinta dal desiderio di fare qualcosa che avesse un senso e mi sono ritrovata immersa in un progetto culturale e sociale coinvolgente e creativo.”

Quali attività vi hanno coinvolte maggiormente?

I: “Ho svolto il servizio civile presso l’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano e durante la mia esperienza ho partecipato a diversi progetti dedicati al protagonismo giovanile, alla partecipazione e sensibilizzazione. Una delle attività che mi ha coinvolta maggiormente è stata la promozione del fumetto “Arnold”, ideato per sensibilizzare sul tema del bullismo.”

S: “Le nostre due esperienze sono accomunate dall’attenzione ai giovani, agli strumenti per attivare la comunità. Anche io ho potuto partecipare ad attività che mi hanno fatto sentire parte attiva del cambiamento.”

Com’è stato lavorare a stretto contatto con le diverse realtà?

I: “Scoprendo le associazioni del territorio che collaborano con il Comune nell’ambito delle politiche giovanili, è stato molto arricchente confrontarsi con persone che operano ogni giorno a favore della comunità. Ho capito l’importanza di una rete tra istituzioni e associazioni locali, anche dal punto di vista umano, per realizzare iniziative efficaci e inclusive.”

C’è stato un momento in cui vi siete dette “sto facendo davvero qualcosa di utile”? 

I: “Ci sono stati tanti piccoli episodi che mi hanno fatto sentire utile e parte di qualcosa di più grande. Ogni volta che prendevo parte a un progetto, o anche solo partecipare a una conferenza stampa, sentivo di contribuire in modo concreto.”

S: “Questo è uno degli aspetti più belli del servizio civile: è importante esserci, mettersi in ascolto e dare il proprio contributo con umiltà e passione.”

Cosa vi ha lasciato, oggi, questa esperienza?

I: “Oltre allo sviluppo di competenze comunicative e organizzative, mi ha dato una maggiore consapevolezza su ciò che mi interessa davvero. Sto considerando un percorso di studi legato all’ambito legale e, un domani, lavorare in un ente pubblico che si occupi del sociale.”

S: “Anche per me il servizio civile è stato un punto di svolta, per capire cosa mi appassiona davvero e mi ha dato strumenti che porto con me anche oggi, nel lavoro e nella vita.”

Se doveste consigliare a un’amica il servizio civile, cosa le direste?

I: “Le direi di non pensarci troppo e di buttarsi, perché è un’occasione unica per imparare, mettersi alla prova e fare qualcosa di concreto per gli altri e per sè stessi. È un’esperienza che lascia il segno.”

S: “Si può svolgere servizio civile in associazioni o enti del territorio, come al Comune di Bolzano (uffici Famiglia, Donna, Gioventù e Promozione sociale) ed è un modo per mettersi in gioco, imparare e dare un contributo alla propria comunità.”

Si fa presto a dire…“Una spremuta! Grazie”

Stefano Furlani, 29 anni, nato a Trento, lavora a Bolzano come in un polo educativo e ha trasformato la sua passione per le spremute d’arancia in un vero e proprio progetto social. Negli ultimi due anni Stefano, conosciuto come @una.spremuta.grazie sui social, ha messo alla prova 86 spremute d’arancia, concentrandosi esclusivamente sui bar delle stazioni ferroviarie, dove mette insieme racconto urbano, ironia e una metrica semplice ma precisa per confrontare sapori e atmosfere. 

Come e quando hai iniziato a recensire le spremute d’arancia?

Ho cominciato nel privato già nel 2019, annotando in un taccuino le mie impressioni. Non era un progetto pubblico, solo appunti personali con punteggi semplici con voti da uno a dieci. La pagina è nata ufficialmente nel 2023, dopo una grigliata con amici: uno di loro ha visto il mio taccuino e mi ha consigliato fortemente di renderlo fruibile anche agli altri.

Quante spremute hai recensito fino ad ora?

Ad oggi 86, tutte nelle stazioni italiane. Ho continuato a tornare anche sui posti già visitati per dare un formato video alle recensioni e aggiungere categorie come densità, guarnizioni e location, quest’ultima suggerita dai primi follower.

Perché solo le stazioni?

Non sono patentato, quindi mi muovo sempre con i treni. Inoltre, le stazioni hanno un fascino particolare: rappresentano l’ultimo posto che vedi quando te ne vai e il primo quando arrivi. È un legame personale, e credo siano spazi spesso sottovalutati.

Qual è stata la spremuta migliore?

Senza dubbio quella di Genova Nervi: arance locali, di stagione, con un sapore unico e una location che completava l’esperienza.

E la peggiore?

Una di Monaco, in Germania: lì la parola “spremuta” non esiste, quindi mi hanno servito una bottiglietta preconfezionata di succo. È stata un’esperienza divertente e un po’ tragicomica.

I follower ti riconoscono?

Sì, qualche volta sì. A Mezzolombardo e Caldonazzo i baristi mi hanno salutato ricordando i miei video. È buffo, ma il bello è anche questo: interagire con persone che ti seguono per un progetto così particolare.

Come influenzano il teatro e la tua formazione i tuoi video?

Faccio teatro dal 2012, e mi aiuta molto nel gestire la dialettica, la presenza davanti alla telecamera e l’ironia nei video. Posso sparare folli invenzioni o aggiungere dettagli veri: il pubblico non sa mai distinguere cosa sia reale e cosa sia ironia, e questo mi diverte molto.

Secondo te, cosa conquista di più chi ti segue?

Il successo dei video non nasce solo dalla passione per le arance o dalle recensioni delle spremute, ma soprattutto dall’ironia e dal modo in cui racconto le stazioni e le situazioni. Cerco di sorprendere chi mi segue, farlo ridere e confonderlo allo stesso tempo, creando un tipo di interazione diversa rispetto ai social più convenzionali.

Autore: Niccolò Dametto

Dalla meraviglia al metodo: quando la scienza entra in classe e accende curiosità

Tre parole, semplici e potenti: meraviglia, metodo, restituzione. Sono il cuore di un nuovo progetto intitolato Science in depth e che, da settembre, entrerà nelle scuole medie. 

“L’idea” mi racconta Alessandro Gelmi, volto del progetto “è quella di dare ai ragazzi gli strumenti per fare ricerca su un argomento che li interessa davvero. Non una ricerca veloce e superficiale, ma un’indagine che vada a fondo”. 

Sorrido, ricordando gli sguardi persi dei miei studenti durante le lezioni di storia (giuro, interessantissime). Alessandro, come se mi leggesse nel pensiero, rilancia: “Io li aggancio con un piccolo trucco”. 

“Quale?”. 

“L’AI. ChatGPT, per capirci. In aula informatica, faccio scegliere a ognuno un tema scientifico qualsiasi — dalle formiche ai vulcani — e li invito a interrogare la macchina per scoprire i fatti più strani, misteriosi, inquietanti o raccapriccianti. Così, ad esempio, scoprono che esistono formiche zombie. A quel punto devono scegliere tre fatti, quelli che io chiamo ‘pepite d’oro’: i più curiosi o divertenti. Nella seconda fase devono poi inventare altri tre fatti e mischiarli ai veri, per poi sfidarmi a indovinare quali sono reali e quali inventati. Se indovino, vinco io. Se no, vincono loro”.
Me li immagino già, i miei ex studenti, pronti a tutto pur di ‘battere la prof’. 

“Li farà impazzire”, commento. 

“Esatto. E quando sono belli carichi, passo alla fase cruciale: quella analitica”. Qui il divertimento diventa metodo. Per ognuna delle tre ‘pepite d’oro’ selezionate nella prima fase, i ragazzi devono formulare tre domande di ricerca. 

“Li farò riflettere” spiega Alessandro “su come cambia il senso di una domanda modificando anche solo una parola, ovvero come, cosa o quando possono aprire strade completamente diverse. In questa fase potremo esplorare miti popolari, storia, opere d’arte collegate all’argomento”. 

È il momento in cui entrano in gioco la selezione delle fonti, la verifica dell’attendibilità, la capacità di distinguere fatti e opinioni. 

“Non c’è però il rischio” – chiedo – “che alla fine chiedano tutto a ChatGPT senza imparare a fare davvero ricerca?”. 

“No, perché toglierò all’AI la magia che credono abbia. ChatGPT è creato per generare risposte, non per forza corrette. Se ne renderanno conto quando vedranno — con il mio aiuto — che spesso si contraddice, sbaglia o dà versioni diverse della stessa cosa. Capiranno che per fare ricerca servono altre fonti: internet, i libri, i professori”. 

“Con questa lezione renderai felici tutti i docenti”, dico. Alessandro ride, poi conclude: “Per me la meraviglia è il motore. Se qualcosa ti affascina o ti disturba, vuoi saperne di più. Il metodo serve a dare struttura e profondità a questa curiosità. Senza metodo si resta in superficie”.

La fase finale è la restituzione: i ragazzi diventano divulgatori, raccontando le loro scoperte non solo ad Alessandro, ma a tutta la classe. Un passaggio che li trasforma in protagonisti della conoscenza, capaci di condividere ciò che hanno imparato.

Dal primo “lo chiedo a ChatGPT” a un percorso di analisi critica, fino alla presentazione pubblica: Science in Depth è un viaggio che parte dalla curiosità e arriva al pensiero critico.
E che, tra un sorriso e una sfida all’insegnante, insegna il mestiere più antico del mondo: farsi domande e cercare risposte.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba

“Ciak! Si gira”: nel mondo cinematografico per una key set

Maria Bernardi lavora nel mondo del cinema come key set costumer, ovvero colei che si occupa dei costumi sui set cinematografici, e in quest’intervista ci fa dare uno sguardo nel backstage del suo lavoro. 

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono sempre immaginata di lavorare in ambiti artistici, ma il cinema è arrivato casualmente. Ero a Milano a frequentare un corso intensivo di sartoria mentre continuavo a lavorare come stylist. Il Covid mi ha tagliato le gambe. Dopo un periodo di depressione ho deciso di iscrivermi alla Film Commission e sono stata contattata da Milena Canonero per un film che avrebbe girato in Alto Adige. Da qui è iniziato il mio percorso, sul set ho conosciuto il covid manager che mi ha portato a Roma a lavorare in produzione. Da qualche anno sono tornata a fare costumi. Trovarmi in questo mondo mi ha fatto sentire per la prima volta nel posto giusto. 

Cos’è un Key Set Costumer?

La key set è la figura che oltre a vestire gli attori e controllare la continuità e gli stadi di invecchiamento del costume, fa sì che il reparto costumi possa lavorare in modo efficiente sul set, coordinandosi con produzione e regia per gli spazi e i tempi che occorrono al reparto per svolgere il proprio lavoro, facilitando la lavorazione della giornata. 

Che tipo di relazioni sviluppi con attori e attrici e registi/e?

A me piace stabilire un rapporto di reciproca fiducia, mantenendo il giusto distacco e rispetto per il lavoro e gli spazi di tutti. Alcuni attori hanno più bisogno di aprirsi e appoggiarsi alla nostra figura mentre altri preferiscono rimanere più autonomi. È un reparto delicato, ti relazioni con l’attore in un momento di intimità e vulnerabilità. La cosa più importante è mantenere un buon equilibrio. Con i registi invece il rapporto è diverso: ogni indicazione per il reparto costumi sul set passa dal key set al costumista, quindi le interazioni con la regia sono continue. 

Quali sono i progetti più importanti a cui hai lavorato?

Ai costumi al momento Christopher Nolan. Trovarsi in una sorta di tempio sacro del cinema contemporaneo è emozionante. Sul set stiamo facendo tutti il nostro lavoro e cerco di mantenere professionalità, ma l’aurea attorno a certe figure si percepisce. In produzione invece direi La Stranezza. è stato un progetto molto difficile dal punto di vista logistico essendo pieno Covid, ma mi sono divertita moltissimo ed è un film importante per me. 

Quali sono le maggiori differenze tra progetti italiani e non?

Quando ero in produzione ho lavorato per la maggior parte del tempo su film italiani. Alla BiBi Film devo tantissimo, è quasi una famiglia. Con i costumi invece ho lavorato principalmente con produzioni estere che si sono appoggiate a service italiani. La principale differenza si sente a livello di paga: tendenzialmente un progetto americano ti paga di più ma lavori molte più ore, che di base sono già dodici. Inoltre noi italiani siamo più multitasking, tutti hanno vari ruoli, e tendiamo ad avere una maggiore gerarchia. Negli ambienti americani si tende a rimanere nel proprio. 

Quali competenze pensi siano indispensabili per questo lavoro?

Il requisito principale è avere una passione molto grande: questa vita ti sfianca e richiede tanti sacrifici personali. Ogni progetto che inizi diventa la tua vita a 360 gradi finchè non finisce. Ogni volta è come creare una piccola famiglia che poi devi salutare; non c’è niente di glamour sui set cinematografici. Quando si finisce un progetto è difficile uscire dalla bolla e tornare alla normalità. C’è bisogno di tanto equilibrio. Inoltre serve essere in grado di ascoltare e osservare perché ti permette di anticipare l’imprevedibilità del set. È il lavoro più bello del mondo, ma la situazione di crisi che sta affrontando il settore cinematografico mi spaventa. Spero di poter continuare a fare questa lavoro per sempre, è un sogno che non sapevo di avere. Le persone a me più vicine, che rimangono anche se non capiscono del tutto la mia vita, sono importantissime, senza il loro appoggio probabilmente non avrei continuato.

Autrice: Anna Michelazzi


A caccia di super-terre

In questo numero incontriamo una giovane studiosa bolzanina specializzata in astrofisica. Dopo essersi formata in Italia, Claudia Danti ora sta svolgendo un dottorato di ricerca in Danimarca, dove si occupa in particolare dello studio dei grandi pianeti che si trovano in altri sistemi solari. 

Claudia Danti è un’astrofisica bolzanina. Si è laureata Fisica per la triennale e in Astrofisica e Cosmologia per quanto riguarda la magistrale; ora sta perseguendo un dottorato di ricerca a Copenhagen. La curiosità è una caratteristica che ha sempre avuto, portandola a essere affascinata dalla conoscenza e a essere desiderosa di imparare sempre di più.

L’INTERVISTA

Perché hai scelto questo ambito di studi?

Sin da piccola sono stata affascinata dalle stelle e dall’universo, sommergevo sempre mia nonna di domande a riguardo e le mie storie preferite erano quelle di avventure nello spazio inventate da mia madre.

Di cosa tratti nella tua ricerca?

La principale domanda che cerco di rispondere è perché il nostro sistema solare ha questa specifica architettura. Le nostre osservazioni sugli esopianeti — pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole — mostrano che circa il 50% sono super-Terre: pianeti più grandi della Terra a distanze simili dalla loro stella. Al contrario, nel nostro Sistema Solare ci sono solo quattro pianeti rocciosi, e la Terra è il più grande. Ci chiediamo quindi se l’assenza di super-Terre sia legata alla presenza di Giove, che potrebbe aver sottratto materiale utile alla formazione di pianeti più grandi. La formazione dei pianeti è una teoria complessa che dipende da moltissimi fattori, io mi concentro su alcuni di essi studiando approfonditamente alcuni meccanismi, contribuendo al mio ambito confermando o meno se essi possono dare i risultati che osserviamo con i nostri telescopi. Si tratta di aggiungere dei pezzi di conoscenza a uno sforzo collettivo molto più grande.

Ritieni che il gender gap sia ancora presente nel tuo ambito?

Purtroppo la situazione è ancora lontana dalla parità. Nonostante gli sforzi per includere le donne nella scienza e incoraggiare le ragazze verso le materie STEM, la disparità resta evidente. Ad esempio, le donne sono più numerose degli uomini nei corsi universitari e di dottorato, ma salendo a posizioni superiori il trend si inverte, fino a essere drammaticamente sbilanciato quando si parla di professori universitari. La discriminazione esiste e spesso dalle donne ci si aspetta di più. È una generalizzazione, certo, ma le eccezioni non cambiano la tendenza. La differenza culturale tra Italia e Danimarca si sente: qui ci sono più iniziative per affrontare il problema, ma i doppi standard persistono, anche se più sottili. Per fortuna, nel mio gruppo di ricerca la situazione è positiva. Tuttavia, confrontandomi con altri colleghi, è chiaro che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere una vera parità.

Cosa significa concretamente fare ricerca in astrofisica?

I teorici come me di solito passano il tempo a scrivere codici per fare simulazioni numeriche di processi fisici; passo la maggior parte del tempo a programmare il mio codice che mi permette di lanciare simulazioni di sistemi planetari per poi analizzarle. Una parte del lavoro è rimanere aggiornati sui lavori di altri gruppi di ricerca per evitare di fare le stesse cose e contribuire in modo significativo alla ricerca.

Qual è la parte del tuo lavoro che ti mette più alla prova?

Cercare di trovare un senso fisico ai risultati delle mie simulazioni quando mi trovo davanti qualcosa che non mi aspettavo. Prima di lanciare le simulazioni, basandomi sulle mie conoscenze, ho un’idea di quello che potrebbe risultare e spesso non ci sono troppe differenze, ma talvolta capita che, variando qualche parametro, i risultati cambino drasticamente e lì c’è il vero sforzo di un astrofisico teorico: cercare di mettere insieme il puzzle e capire come mai vediamo quello che vediamo. 

Come cambia il modo di vedere la realtà quando si studia l’universo?

Nel quotidiano, come scienziato, sei così concentrato sul tuo piccolo pezzo di ricerca e così abituato a trattare questo tema che non ci pensi veramente troppo. Poi ci sono quei momenti, quando, a una conferenza circondata da centinaia di persone brillanti che presentano la loro ricerca hai degli istanti di totale meraviglia e rimani affascinata da quanto siamo in grado di capire di un universo così vasto pur essendo così insignificanti se comparati su scala astronomica. In quei momenti si ti senti molto piccola, sono dei bellissimi momenti: pur essendo un tassello minuscolo nell’universo abbiamo la possibilità di investigarlo e scoprirlo ed è assolutamente magico!

Autrice: Anna Michelazzi

Il pronipote del Conte Dracula è sepolto a Bolzano

Vi proponiamo un’Intervista a Petra Überbacher, per lunghi anni presidente dell’associazione delle guide e degli accompagnatori turistici dell’Alto Adige, che recentemente si è dimessa dalla guida del sodalizio. Überbacher racconta il suo mestiere e regala anche un aneddoto curioso, che riguarda l’ultima dimora bolzanina di un discendente di… Dracula.

Ogni anno Bolzano accoglie migliaia di turisti, attratti dal suo fascino alpino, dalla sua storia ricca e stratificata, e da itinerari culturali che vanno ben oltre il classico centro storico. A raccontarcelo è Petra Überbacher, per lunghi anni presidente dell’associazione delle guide e degli accompagnatori turistici dell’Alto Adige, che recentemente si è dimessa dalla guida del sodalizio

“Esiste un giro classico che tutte le guide conoscono – spiega – ma spesso lo si adatta per evitare l’affollamento e per venire incontro agli interessi dei gruppi. Per esempio, se c’è molta gente in centro, si può deviare il percorso per offrire un’esperienza più tranquilla e personalizzata”.

Il tour tradizionale si snoda tra Piazza Walther e i Portici, passando per il Duomo, le chiese dei Domenicani e dei Francescani, Piazza delle Erbe. Ma non mancano richieste più particolari: “Recentemente ho accompagnato un gruppo di urbanisti olandesi – racconta Überbacher – interessati allo sviluppo urbano del Novecento. Li ho portati nella parte nuova della città, fino alla zona industriale. Ogni visita è un’occasione per raccontare una Bolzano diversa”.

La guida turistica, dunque, non è solo una voce narrante del passato, ma anche un ponte tra culture. “Chi arriva per la prima volta a Bolzano conosce poco del suo contesto storico-politico, soprattutto riguardo al Novecento – spiega. Se parlo dei Romani, tutti sanno qualcosa. Ma se chiedo perché l’Alto Adige sia diventato italiano, trovo spesso silenzio. Sta a noi spiegare anche queste cose, come l’autonomia o la coesistenza linguistica”.

E proprio durante una di queste visite, può capitare di imbattersi in una storia davvero insolita: quella di un principe moldavo, sepolto a Bolzano, che sarebbe nientemeno che il pronipote del Conte Dracula.

“Sì, è tutto vero – conferma Petra Überbacher –, si chiamava Petru Schiopul, ovvero Pietro lo Zoppo, principe di Moldavia nel XVI secolo. Era un uomo colto, poliglotta, amante della musica. Dopo essere stato deposto e aver trovato rifugio presso gli Ottomani, visse in esilio tra Ungheria e Grecia, prima di giungere a Bolzano, a Castel Novale, grazie all’intercessione del Landeshauptmann Kuepach, in rapporti con l’imperatore Rodolfo II”.

Petru morì a Bolzano nel 1594 e fu sepolto nel convento dei Francescani. La sua lapide, ancora oggi visibile a destra della grotta di Lourdes con la Madonna vicino all’ingresso della chiesa, mostra l’uro – antico bovino estinto simbolo della Moldavia – e un diavolo, entrambi elementi ricchi di suggestione.

Ma qual è il legame con il leggendario Conte Dracula? “Petru Schiopul era suo pronipote – precisa Überbacher. Il ‘vero’ Dracula, Vlad III l’Impalatore, fu reso celebre dal romanzo di Bram Stoker, che però trasformò una figura storica in un personaggio mitico, assetato di sangue. In realtà, Dracula era un nome reale, che lui stesso usava nei documenti dell’epoca. Deriva dal termine greco derkomai, che significa ‘guardare con occhi cattivi’, e da qui anche l’associazione con il diavolo”.

Così, accanto ai racconti delle guide turistiche su cattedrali, portici e autonomie, si affaccia anche la storia dimenticata di un principe dell’Est, colto e perseguitato, il cui sangue reale – e forse un po’ leggendario – scorreva dalle corti di Costantinopoli fino al convento dei Francescani di Bolzano, dove oggi una lapide ricorda il suo passaggio.

Autore: Till Antonio Mola

Ecco le opere dei ragazzi di Artivism

Giulia Buonerba intervista i giovani ragazzi e ragazze che hanno preso parte alla mostra Artivism, allestita presso Via Sassari 13 negli spazi culturali di COOLtour.

Appena entro nello spazio espositivo della mostra Artivism, la sensazione è quella di trovarsi dentro una dichiarazione. Non una semplice esposizione, ma un’affermazione: “Ehi, guarda qui. Ascolta. Resta.”

La mostra nasce all’interno del progetto “Il mondo è donna”, che organizza eventi e interventi artistici per sensibilizzare sui temi di parità di genere e diritti delle donne. Artivism è un grido condiviso, modulato da pennelli, grafica, collage e voci giovani che non hanno paura di dire cose scomode.

Il primo quadro mi inchioda. Letteralmente. Il volto di una donna bellissima emerge da uno sfondo monocolore. Due squarci profondi le attraversano il viso. L’autore è Alex, che mi accoglie con un’aria gentile da filosofo punk. Mi racconta che l’opera è ispirata a Lucio Fontana — sì, proprio quello degli squarci — ma con un’intenzione diversa:

“Ho pensato alla donna più bella che avessi mai visto. Volevo raffigurarla nel suo massimo splendore… e poi rovinarla. Ma non rovinarla davvero, capito? Volevo mostrare il dolore che provoca la bellezza, e quello che vive dentro la bellezza. Quelle lacrime che sgorgano dai solchi… sono squarci. E quegli squarci contengono l’incontenibile. Non solo delusioni d’amore, come vorrebbe chi tende a banalizzare il dolore delle donne. E poi guarda: lei è bellissima. La sofferenza non la sfigura, non la rovina. Questo è anche un modo per rispondere all’odioso ‘sorridi che sei più bella’.”

Il secondo artista con cui parlo si chiama Albert e ha 14 anni. Il suo lavoro lo ha presentato all’esame di terza media. Il quadro è pieno di rosso: dominante, acceso, irruente.

“È la rabbia,” mi dice. “Quando ho pensato a cosa rappresentare, mi è venuta in mente subito la storia di mia cugina, che, dove lavorava prima, veniva pagata molto meno dei colleghi maschi pur facendo lo stesso lavoro. Non è giusto, e non ha nessun senso.”

Lo dice con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegare l’ovvio. Forse perché lo è davvero.

L’ultima artista che incontro è Anita, graphic designer. Il suo lavoro è composto da tante piccole illustrazioni, tutte allineate, come tessere di un domino sociale.

“L’idea mi è venuta durante la presentazione del Gender Report a Bolzano,” mi racconta.

“Ho pensato che ogni disuguaglianza è una piccola crepa. Ma se le metti tutte insieme… diventa un crollo.”

La sua opera è delicata ma potente. Ogni disegno racconta qualcosa: disparità salariale, rappresentanza politica, aspettative sociali. L’effetto d’insieme è una dichiarazione chiara: le cose si possono cambiare, anche a partire da ciò che sembra minimo.

“Un’illustrazione da sola è poco,” dice. “Ma cento illustrazioni insieme… sono una rivoluzione.”

Esco dalla mostra con ancora negli occhi i rossi di Albert, gli squarci di Alex, le miniature parlanti di Anita. Artivism dimostra che la rabbia, il dolore, l’ingiustizia possono essere tradotti in immagini, condivisi, trasformati.

E che a volte basta davvero un’opera — una sola — per cambiare lo sguardo di chi guarda.

E cambiare lo sguardo significa cambiare la narrazione, spezzare un pregiudizio, aprire una possibilità.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

La forza come fragilità, attraverso l’obiettivo di Stefania

Giulia Artemisia Buonerba intervista Stefania Accettulli, giovane regista di Bolzano.

Stefania ha i capelli corti e uno sguardo che osserva e ascolta come fa cinema: attento, diretto, mai distratto. Se le chiedi qual è il suo biscotto preferito, ti guarda in un modo che ti fa rivalutare tutta la tua infanzia. Regista emergente tra Roma e Bolzano, ha iniziato al liceo Pascoli partecipando al Festival Studentesco. Da lì non si è più fermata: laurea in Linguaggi Multimediali a Bologna, poi corti scritti e diretti a Roma, ora in giro per i festival.

L’ho intervistata con il mio solito tono da caffè e brioche, e lei ha risposto con la precisione di una regista in fase di montaggio. Abbiamo parlato di cinema, set, donne forti (ma fragili), intelligenza artificiale… e canzoni.

Da dove è cominciato tutto?

Al Festival Studentesco. Lì ho capito quanto mi piacesse raccontare per immagini. Da allora non ho più smesso.

Nei tuoi lavori scegli sempre la fiction. Perché non documentari?

Mi affascina creare ciò che non esiste. La fiction è come scrivere un mondo e poi entrarci dentro con la macchina da presa. Mi dà un senso di controllo: creativo, emotivo, narrativo.

Come nasce un film, dall’idea al prodotto finito?

Si parte da un’intuizione. Poi si scrive il soggetto, si sviluppa la sceneggiatura, si cercano produttore, budget, distribuzione. Se va bene, due anni. Ma spesso ne passano cinque. O più.

Il set è davvero stressante e iper-gerarchizzato?

Lo è ma non solo. è vero che si lavora anche 13 ore al giorno, ma è una macchina collettiva bellissima. Ognuno ha un ruolo essenziale. Anche chi porta il caffè può compromettere una scena. Funziona solo se tutti rispettano tutti.

Le protagoniste dei tuoi corti sono spesso donne in ambienti maschili. È un tema che senti tuo?

Mi interessa la fragilità da cui nasce la forza. Le mie protagoniste fanno judo o sono nell’esercito, ma il centro è la loro vulnerabilità. È da lì che parte tutto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa?

L’intelligenza artificiale. Oggi può generare spot interi con attori virtuali e movimenti di macchina credibili. Ho mostrato un video AI a delle persone: nessuno ha capito che non c’erano attori veri. È un rischio enorme per chi lavora nel cinema.

E nel presente? Il prossimo obiettivo?

Un lungometraggio. Finora ho lavorato solo su corti: l’ultimo si chiama Aura, è in giro per i festival di Cinema.

Continui a muoverti tra Roma e Bolzano. Cosa ti fa tornare?

L’aria. E lo spazio mentale. Roma è intensa, ma ti riempie troppo. A Bolzano trovo il vuoto necessario per respirare. E respirare è la base per creare.

Ultima domanda: se fossi una canzone, in questo momento, quale saresti?

Anchor, di Novo Amor.

Perché?

Mi ispira tenerezza, quella che trovi dove non te l’aspetti. E nostalgia per qualcosa che hai vissuto. Sono emozioni che cerco spesso. Anche nel quotidiano.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli