“Ciak! Si gira”: nel mondo cinematografico per una key set

Maria Bernardi lavora nel mondo del cinema come key set costumer, ovvero colei che si occupa dei costumi sui set cinematografici, e in quest’intervista ci fa dare uno sguardo nel backstage del suo lavoro. 

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono sempre immaginata di lavorare in ambiti artistici, ma il cinema è arrivato casualmente. Ero a Milano a frequentare un corso intensivo di sartoria mentre continuavo a lavorare come stylist. Il Covid mi ha tagliato le gambe. Dopo un periodo di depressione ho deciso di iscrivermi alla Film Commission e sono stata contattata da Milena Canonero per un film che avrebbe girato in Alto Adige. Da qui è iniziato il mio percorso, sul set ho conosciuto il covid manager che mi ha portato a Roma a lavorare in produzione. Da qualche anno sono tornata a fare costumi. Trovarmi in questo mondo mi ha fatto sentire per la prima volta nel posto giusto. 

Cos’è un Key Set Costumer?

La key set è la figura che oltre a vestire gli attori e controllare la continuità e gli stadi di invecchiamento del costume, fa sì che il reparto costumi possa lavorare in modo efficiente sul set, coordinandosi con produzione e regia per gli spazi e i tempi che occorrono al reparto per svolgere il proprio lavoro, facilitando la lavorazione della giornata. 

Che tipo di relazioni sviluppi con attori e attrici e registi/e?

A me piace stabilire un rapporto di reciproca fiducia, mantenendo il giusto distacco e rispetto per il lavoro e gli spazi di tutti. Alcuni attori hanno più bisogno di aprirsi e appoggiarsi alla nostra figura mentre altri preferiscono rimanere più autonomi. È un reparto delicato, ti relazioni con l’attore in un momento di intimità e vulnerabilità. La cosa più importante è mantenere un buon equilibrio. Con i registi invece il rapporto è diverso: ogni indicazione per il reparto costumi sul set passa dal key set al costumista, quindi le interazioni con la regia sono continue. 

Quali sono i progetti più importanti a cui hai lavorato?

Ai costumi al momento Christopher Nolan. Trovarsi in una sorta di tempio sacro del cinema contemporaneo è emozionante. Sul set stiamo facendo tutti il nostro lavoro e cerco di mantenere professionalità, ma l’aurea attorno a certe figure si percepisce. In produzione invece direi La Stranezza. è stato un progetto molto difficile dal punto di vista logistico essendo pieno Covid, ma mi sono divertita moltissimo ed è un film importante per me. 

Quali sono le maggiori differenze tra progetti italiani e non?

Quando ero in produzione ho lavorato per la maggior parte del tempo su film italiani. Alla BiBi Film devo tantissimo, è quasi una famiglia. Con i costumi invece ho lavorato principalmente con produzioni estere che si sono appoggiate a service italiani. La principale differenza si sente a livello di paga: tendenzialmente un progetto americano ti paga di più ma lavori molte più ore, che di base sono già dodici. Inoltre noi italiani siamo più multitasking, tutti hanno vari ruoli, e tendiamo ad avere una maggiore gerarchia. Negli ambienti americani si tende a rimanere nel proprio. 

Quali competenze pensi siano indispensabili per questo lavoro?

Il requisito principale è avere una passione molto grande: questa vita ti sfianca e richiede tanti sacrifici personali. Ogni progetto che inizi diventa la tua vita a 360 gradi finchè non finisce. Ogni volta è come creare una piccola famiglia che poi devi salutare; non c’è niente di glamour sui set cinematografici. Quando si finisce un progetto è difficile uscire dalla bolla e tornare alla normalità. C’è bisogno di tanto equilibrio. Inoltre serve essere in grado di ascoltare e osservare perché ti permette di anticipare l’imprevedibilità del set. È il lavoro più bello del mondo, ma la situazione di crisi che sta affrontando il settore cinematografico mi spaventa. Spero di poter continuare a fare questa lavoro per sempre, è un sogno che non sapevo di avere. Le persone a me più vicine, che rimangono anche se non capiscono del tutto la mia vita, sono importantissime, senza il loro appoggio probabilmente non avrei continuato.

Autrice: Anna Michelazzi