Le lettere di Kafka, scritte a Maia Bassa

A 101 anni dalla morte di Franz Kafka, ripercorriamo la sua vita – non solo pubblica ma anche intima – attraverso le lettere che scrisse alla sua amata Milena tra il 1920 e il 1923, molte delle quali risalgono al periodo altoatesino dell’autore. Uscite per la prima volta in italiano nel 1988 a cura di Ferruccio Masini, l’edizione da cui partiamo è quella del 2021, pubblicata da Mondadori nella collana “Oscar moderni. Cult”.

Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga, in Boemia, una regione storica della Repubblica Ceca all’epoca sotto il dominio asburgico, ed è stato uno degli autori in lingua tedesca più importanti del Novecento. Nel 1919 conobbe a Praga Milena Jesenská, giornalista scrittrice e traduttrice ceca. Tra i due nacque un grande amore, certamente complesso, difficile, a volte incomprensibile, a volte febbrile, ma sempre totalizzante. Franz aveva trovato in Milena “Un fuoco vivo come non ne ho mai visti prima”.

Con lei ebbe un intenso carteggio, testimone di questo amore, di cui purtroppo conserviamo solo le lettere che lui scrisse a lei, circa centotrenta dall’aprile del 1920 al dicembre del 1923 (Lettere a Milena, pubblicate in italiano per la prima volta nel 1988, a cura di Ferruccio Masini). Sei mesi dopo Kafka morì in un sanatorio per una malattia polmonare che da anni lo stava consumando. Lo scambio di lettere con il suo fuoco vivo è di fondamentale importanza non solo per ricostruire gli ultimi anni di vita di uno dei più importanti esponenti della letteratura europea del XX secolo, ma anche per percorrere i profondi e tormentati corridoi della sua anima, in quegli anni legata indissolubilmente a quella di Milena. Basti pensare che fu proprio a Milena che Franz, o Frank come lo chiamava lei con gli altri, affidò nel 1921 quindici grandi quaderni che formavano i suoi Diari. 

È interessante evidenziare che è proprio dall’Alto Adige, dalla pensione Ottoburg di Maia Bassa (Merano) che partì il più grande numero di lettere che Franz indirizzò a Milena. Durante la primavera del 1920 lo scrittore stava alloggiando lì per motivi di salute e scriveva a Milena praticamente tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Milena era capace di calmare le angosce esistenziali che non lasciavano dormire Kafka, così vicino alla verità della vita da sentirsi lontano e incompreso nel mondo che abitava (“La cosa più importante è evidente: nella cerchia intorno a me è impossibile vivere umanamente”). Le lettere pacifiche di Milena lo rendevano felice e riuscivano a dare sollievo alle sue angosce e paure: “ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura, questa è pioggia sulla testa che arde”. 

Lo scambio epistolare fu ricchissimo, meno frequenti invece i difficili incontri tra i due amanti che all’epoca erano impegnati in altre relazioni amorose. Si trattava di incontri fugaci che seguivano a molte ore di treno, ma erano comunque abbastanza: “Be’, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”, così Kafka in una lettera a Milena.

Una raccolta di lettere fondamentale per ricostruire la vita di due figure importantissime del Novecento e della loro storia d’amore. Un invito a ricordare che l’amore è la via più immediata, anche quando tormentata, per scoprire il profondo di se stessi:

“Sembra un’idea bislacca, ma è così. […] amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Autrice: Lidia Tecchiati

“Il floorball mi ha fatto viaggiare, ma anche crescere e cantare l’inno”

Da Bolzano alla nazionale italiana, passando per la Svezia e l’Austria: a soli 24 anni, Vincent Manzardo è un esempio di passione, disciplina e internazionalità. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso, tra studio e sport, e per scoprire da vicino il mondo ancora poco conosciuto del floorball.

Raccontaci in breve chi sei… quanti anni hai, dove sei cresciuto.

Sono nato il 17 marzo 2001 a Bolzano, dove sono cresciuto in una famiglia numerosa, con tre fratelli, e ho completato lì tutto il mio percorso scolastico. È una città che mi è piaciuta molto come luogo in cui crescere. A 19 anni mi sono trasferito in Svezia, a Malmö, dove ho giocato per il Malmö Floorball Club e ho iniziato gli studi in relazioni internazionali all’università.

Dove ti trovi adesso e cosa stai facendo?

Attualmente vivo a Vienna, dove gioco nel Wiener Floorball Verein e studio all’Accademia Diplomatica. Vienna è una città fantastica, e anche l’ambiente universitario è perfetto per me. La squadra in cui gioco è composta soprattutto da studenti austriaci, e sono stati tutti molto accoglienti, il che ha reso facile ambientarmi.

Quando ti sei avvicinato al floorball?

A 15 anni. Fino a quel momento praticavo ciclismo, ma durante la pausa invernale sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso per mantenermi in forma. Un amico mi ha invitato a provare un allenamento di floorball e… non sono più tornato indietro.

Chi ti ha portato a provarlo e cosa ti ha colpito?

È stato Alessandro Russo, difensore dell’SSV Bolzano/Bozen e ancora oggi un mio grande amico. Fin da subito ho percepito un bellissimo equilibrio tra serietà e divertimento: ogni allenamento era divertente. E poi era il mio primo sport di squadra: mi sono subito innamorato di tutto ciò che ruota intorno a una squadra – dalle trasferte alle cene insieme.

Cosa ti piace di più di questo sport?

La velocità del gioco e la fisicità. Con 15 giocatori disponibili, i cambi sono continui e il ritmo resta sempre altissimo per tutti i 60 minuti.

Con che squadra giocavi a Bolzano? Com’è la cultura del floorball qui?

A Bolzano ho giocato con l’SSV Diamante Bozano/Bozen, la squadra più titolata d’Italia. In generale, in Italia il floorball è ancora uno sport di nicchia, ma in Alto Adige è leggermente più conosciuto, anche grazie alla popolarità dell’hockey su ghiaccio. 

Quali sono le principali differenze tra il floorball e l’hockey su ghiaccio?

Nel floorball si gioca con una pallina in plastica forata, non con un disco. La stecca è più corta e leggera, e si gioca con scarpe da ginnastica. Il campo è più piccolo e, tranne il portiere, non ci sono protezioni. Le balaustre nel floorball sono più basse, quindi non ci sono cariche come nell’hockey, ma il contatto corpo a corpo c’è eccome.

Hai indossato la maglia della nazionale più volte: che emozioni si provano?

Emozioni fortissime, ogni volta. Fin da piccolo sognavo di cantare l’inno e rappresentare l’Italia. Il floorball mi ha dato questa opportunità. A febbraio scorso abbiamo sfiorato la qualificazione al mondiale per un solo gol nella differenza reti. Una delusione che però mi motiva ancora di più a riprovarci.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Dal punto di vista sportivo, riconfermare la vittoria del campionato austriaco con la mia squadra e continuare il percorso in nazionale. A livello personale, voglio godermi appieno l’ultimo anno da studente e poi entrare con entusiasmo nel mondo del lavoro.

Autore: Niccolò Dametto

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

“Cervelli in fuga”: perché molti giovani decidono di lavorare all’estero?

Lo chiediamo a Jacopo Prescianotto, che si è laureato in triennale all’Università di Trento e ha frequentato un corso magistrale diviso tra Madrid e Rennes. Ora vive a Berlino dove lavora in una start-up nel mercato dell’energia.

Qual è la tua professione?

La start-up in cui lavoro produce un software per il mercato del gas naturale liquido. Io svolgo molti ruoli differenti: passo, quindi, dal settore business a quello più tecnico dello sviluppo del software in base alle necessità.

Come sei arrivato a Berlino e a questa posizione?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ero alla ricerca di un tirocinio, obbligatorio per il mio corso di laurea. L’obiettivo era trovarlo in Spagna oppure nella Svizzera tedesca, meta appetibile, dove avrei avuto il vantaggio del tedesco imparato a Bolzano e la vicinanza all’Alto Adige. La ricerca è stata molto complicata e mi ha sorpreso la quantità di porte chiuse che ho incontrato. L’opportunità nella capitale tedesca è arrivata per caso tramite un messaggio su LinkedIn: in una settimana ho firmato il contratto. Ho fatto i miei sei mesi di tirocinio e il giorno seguente alla sua conclusione ho potuto iniziare a lavorare per l’azienda come full time indeterminato. 

Pensi che avresti potuto trovare una posizione simile in Italia?

È difficile paragonare l’Italia all’estero. L’unico luogo forse paragonabile a livello di opportunità è Milano. Tuttavia il rapporto tra il costo della vita e il salario per posizioni simili, per come conosco io la situazione milanese, è peggiore rispetto a quello che si può trovare nel resto d’Europa. Questo è importante, soprattutto per un giovane a inizio carriera che non ha molti soldi messi da parte e cerca una stabilità. 

La tua idea era rimanere all’estero sin dall’inizio?

La mia idea era studiare e fare il tirocinio all’estero per un periodo limitato. Vivendo all’estero e iniziando a conoscere le opportunità offerte da altri paesi in relazione ai miei progetti mi sono reso conto che tornare in Italia nel breve periodo non conviene. Tornerei per la famiglia e i miei cari però dovrei rinunciare a grandi opportunità. Io amo l’Italia e cerco di tornare a casa spesso avendo anche la possibilità di lavorare in smart working. Mi mancano i miei parenti e i miei amici di sempre però il mio obiettivo è trovare un lavoro che mi piaccia e che mi faccia sentire realizzato cosa difficile da raggiungere in Italia. Ho trovato la mia strada all’estero, per ora. Al momento non vedo l’Italia come un luogo che mi possa dare le stesse possibilità nonostante la voglia di tornare e contribuire in maniera positiva alla crescita del mio Paese. Non è facile andare via, lo si fa perchè si cerca qualcosa che a casa purtroppo non si può trovare, vorrei poter avere le stesse possibilità in Italia per poter stare vicino alla mia famiglia e ai miei amici e vivere nel paese che amo nonostante i suoi difetti; la voglia di tornare e portare la mia esperienza c’è, ma si scontra con la probabilità di dover penalizzare altri aspetti della vita altrettanto importanti.

Com’è il trattamento riservato ai giovani appena laureati in Germania?

Appena arrivato in Germania ero insicuro e mi chiedevo se sarei stato all’altezza del lavoro però con la sicurezza delle mie capacità. Questa mia sicurezza di avere delle competenze e la capacità di apprenderne di nuove è sempre stata altamente ricompensata. Non sono mai stato penalizzato per il mio essere giovane e non ho mai ricevuto un trattamento diverso perché ero quello con meno esperienza. Con il tempo ognuno ha la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio senza partire con un debito iniziale. Qua mi sento valorizzato per ciò che so fare ora e le responsabilità proporzionate a questo mi vengono sempre date. Questo mi dà un incentivo a continuare a migliorare. 

Autrice: Anna Michelazzi

Le nuove leve delle bocce si preparano per i “nazionali”

Ai primi di giugno alcuni giovani di atleti della Bocciofila Bolzano sono stati in visita in provincia di Vicenza dall’istrutture Umberto Campagnolo, che li seguirà nella preparazione in vista della loro partecipazione ai Campionati italiani juniores, in programma nel prossimo mese di settembre. 

Nel 2018, la Federazione Italiana Bocce ha lanciato il progetto “Bocciando si impara”, per promuovere la conoscenza dello sport delle bocce anche tra le fasce dei più piccoli, facendo leva su un’offerta formativa scolastica variegata, multifunzionale e pienamente inclusiva, con la finalità di formare cittadini consapevoli e responsabili. In questo modo lo sport diventa veicolo di messaggi positivi d’inclusione scolastica e sociale e moltiplicatore di buone pratiche volte alla condivisione e allo stare insieme sinergico e collaborativo, incentrato sul confronto e sul dialogo. 

La Bocciofila Bolzano, forte del fatto di avere a disposizione una struttura all’avanguardia come il Bocciodromo Cittadino di Viale Trieste e di avere tra le sue fila “volontari” dotati di grande esperienza, ha subito fatto suo il progetto, coinvolgendo inizialmente gli scolari delle scuole elementari e medie e successivamente anche gli alunni degli istituti superiori presenti sul territorio. 

Il progetto a Bolzano, nei primi anni dalla nascita, nonostante sia stato benevolmente accolto da alunni ed insegnanti, non ha però ottenuto gli effetti desiderati. I giovani infatti hanno praticato lo sport delle bocce durante le ore scolastiche, ma non si sono “fermati” oltre.

Questo fino al 2024, l’anno della svolta, quando a novembre di ragazzi se ne sono fermati addirittura quattro. Dopo tanti anni dunque la Bocciofila ha potuto tornare ad annoverare tra i suoi iscritti non più soltanto Senior ma “finalmente” anche Junior.
Ed è proprio grazie ai suoi Under 18 che il Comitato Provinciale, nella persona della Delegata, Sig.ra Tatiana Menegolo, ha prontamente chiesto i cosiddetti “quorum” di partecipazione ai Campionati Italiani Juniores. In prima battuta purtroppo però la risposta è stata negativa, non concedendo posti disponibili al Comitato Provinciale di Bolzano. Ma se le speranze sono labili, sono anche le ultime a morire.

Infatti lo scorso 5 giugno è arrivata la “chiamata”, perché alcuni atleti del Comitato Provinciale di Trento hanno rinunciato alla convocazione.

Per trovare traccia di una partecipazione ai Campionati Italiani Juniores negli annali della Bocciofila, bisogna riavvolgere i nastri sino al 1994, anno in cui un “allievo” di nome Alessandro Salmaso – oggi affermatissimo Arbitro Provinciale, nonché abilissimo Direttore di Gara – partecipò ai Campionati Italiani Juniores che si svolsero a Milano.

A settembre 2025 dunque dopo circa 30 anni, a Campobasso in Molise, gli atleti della Bocciofila Bolzano torneranno a calcare palcoscenici importanti. L’estate è il periodo migliore, per allenare i ragazzi, vista la pausa negli impegni scolastici.  

Per questo la Bocciofila Bolzano ha deciso di appoggiarsi a qualcuno che conosce bene l’ambiente nazionale ma che soprattutto abbia la formazione giusta.

La scelta è caduta su Umberto Campagnolo, un ragazzo di 25 anni di Bassano del Grappa, con la passione per le bocce scoperta da bambino senza per così dire ereditarla. Campagnolo anche se giovane è ma già atleta di serie A, nonché istruttore FIB e membro esperto del Comitato Provinciale Veneto, con un focus ben centrato sul compito di portare i ragazzi e giovani sulle corsie dei bocciodromi. 

Umberto, grazie al progetto Bocciando si impara, promuovendolo nelle scuole, è riuscito a “calamitare” circa 200 giocatori che lasciano ben sperare per il futuro.

A inizio giugno Campagnolo ha accolto i giovani atleti e i membri della Bocciofila Bolzano nel Bocciodromo “Magnabosco” di Zugliano (VI), dove regolarmente allena i suoi ragazzi, per uno stage giovanile, alla fine del quale ha apprezzato le doti degli atleti altoatesini ed ha piacevolmente accolto la richiesta di diventare il loro “tutor”.

Largo ai giovani quindi affinché questa popolare disciplina sportiva trovi il suo giusto inserimento, creando validi presupposti per una sua espansione qualitativa a differenza del passato quando veniva posta ai margini dell’attività sportiva nazionale. 

Agial-generazioni: storie di comunità a Don Bosco

La giovane Salma Sammah intervista Leila e Naima, dell’Associazione Agial-GenerAzioni, fondata per dare uno spazio inclusivo e accogliente alla comunità di immigrati che vivono a Bolzano in Via Cagliari.

Come è nata la vostra Associazione?

è nata in modo spontaneo, osservando quotidianamente i bambini del quartiere via Cagliari, molti figli di famiglie straniere, che passavano il tempo per strada senza attività educative. Preoccupate per l’abbandono scolastico, io e la mia collega Naima, che conosce bene molte famiglie, abbiamo creato uno spazio sicuro e accogliente dove i bambini potessero sentirsi valorizzati e non giudicati. Abbiamo iniziato con attività semplici, come giochi con regole e momenti di condivisione. La risposta positiva di bambini e genitori ci ha portate a fondare ufficialmente l’Associazione “Agial GenerAzioni”, grazie anche al supporto burocratico dell’Associazione “La Strada–Der Weg”.

Quali sono gli obiettivi e le attività principali dell’Associazione?

Cerchiamo di offrire un ambiente sicuro e educativo ai bambini del quartiere Don Bosco, in particolare a chi ha difficoltà con l’italiano o manca di sostegno familiare. Vogliamo che ogni bambino si senta visto e rispettato, e teniamo molto a insegnare anche la lingua araba per mantenere il legame con le proprie radici. Organizziamo incontri con giovani marocchini di Bolzano che raccontano le loro esperienze per ispirare i più piccoli. Attraverso letture, giochi, attività artistiche e manuali, insegniamo anche valori come il rispetto, la gentilezza e la pazienza. Il dialogo e l’ascolto sono fondamentali nel nostro approccio educativo.

Quali difficoltà avete incontrato nel portare avanti il progetto?

La burocrazia italiana è stata complessa, soprattutto per noi che non siamo madrelingua. Nonostante il mio dottorato in economia in francese, adattarmi al sistema italiano non è stato semplice. Anche la mancanza di fondi ha reso difficile l’inizio. Inoltre, guadagnare la fiducia delle famiglie è stata una sfida: all’inizio alcune erano diffidenti e i bambini spesso provenivano da contesti familiari con poca educazione di base. Noi non giudichiamo, ma lavoriamo con impegno, imparando e crescendo insieme.

Come fate per coinvolgere altre donne nel progetto?

Non è facile perché siamo ancora poco conosciute fuori dal quartiere. Ci affidiamo al passaparola delle mamme che partecipano con i loro bambini o ai corsi di italiano e tedesco che offriamo, per aiutarle a sentirsi più autonome e sicure. In futuro prevediamo di usare maggiormente i social per farci conoscere e attrarre giovani volontarie desiderose di contribuire.

Che cosa significa per voi far parte di questa associazione?

Questa esperienza dà un senso profondo al nostro essere donne, madri e cittadine. Non vogliamo solo aiutare i bambini, ma anche cambiare la percezione della città sulle famiglie straniere. Crediamo molto nell’Associazione e vediamo i primi risultati: bambini più felici, genitori che si fidano, donne che si aprono. Questo ci dà speranza e ci fa sentire parte di una comunità in evoluzione.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

“Io creo per me, per affrontare quello che mi accade”

Oggi vi proponiamo la cronaca dell’incontro tra una giovane bolzanina, Giulia, e Davide Gigli, un architetto che si diletta con l’arte: pittura, poesia e fotografia.

Davide Gigli mi apre il cancelletto con in mano un attrezzo da giardinaggio. Sorride, con quell’espressione disarmante che hanno solo le persone buone: quelle che tengono la porta aperta finché non è passato anche l’ultimo della fila, e lo fanno senza sbuffare, con un sincero “si figuri!”.

Mi accoglie in un giardinetto con divanetti e piante rampicanti (almeno credo, potrebbero anche essere solo molto determinate a crescere in verticale).

“Allora,” inizio, “l’artista Davide Gigli…”

“No no,” scuote la testa con vigore, “io non sono un artista.”

Do una rapida occhiata ai miei appunti: pittore, poeta, fotografo. Guardo lui. Guardo il succo che mi ha versato. Riguardo lui. Ascolto la sua storia. 

Davide nasce a Bolzano ma cresce a Torino. Lì si iscrive ad Architettura, ed è lì che comincia a produrre le sue prime opere. “All’epoca non avevo ancora la corazza che ho oggi,” mi dice. “Ero molto trasparente. Sicuramente troppo ingenuo. Sono rimasto ferito dalle cattiverie umane: le bugie, le prese in giro, la competizione spietata. Ho avuto bisogno di buttare fuori tutto questo.”

Prima le poesie, poi i quadri: una specie di diario del disagio in codice visivo.

“Iniziavo buttando colore sulla tela, come Pollock,” racconta. “Era istintivo, come tutto in gioventù. Ma già quello mi faceva stare meglio.”

“Con il tempo è arrivata la costruzione dell’opera. Ma è rimasta l’urgenza. Quella è il motore di tutto.”

Davide è autodidatta. Non cerca il realismo, né la perfezione tecnica: “A me interessa trasmettere. È per questo che non mi definisco artista. Io creo per me, per affrontare quello che mi accade. Soprattutto le cose difficili. Poi, se qualcuno si commuove vedendo i miei lavori… beh, tanto meglio. Ma quello viene dopo.”

Quando sente questa urgenza, Davide scende in cantina. È lì che ha il suo studio. “Ti mostro!” esclama con entusiasmo. 

Poso il bicchiere di succo (che nel frattempo è diventato il quarto, ma chi sta contando?) e lo seguo.

Lo studio è a pochi passi dal giardino. Una stanza compatta, densa, ordinata. A terra, un album di fotografie e uno di disegni. Sulla scrivania, una teca ad anelli mastodontica piena di poesie. Alle pareti, i suoi quadri. Mi viene in mente la camera blindata di Bellatrix Lestrange: tocchi una cosa e ne saltano fuori dieci (da Harry Potter ndr).

Guardando la teca gli chiedo quanto ci metta a scrivere una poesia.

“La poesia va presa al volo, sennò scappa,” risponde. “Dieci, quindici minuti al massimo. Poi la sistemo, ma il grosso è lì, in quell’istante.”

Prima di uscire mi confida che adesso sogna di esporre. Magari vendere qualcosa, partecipare a un concorso.

“Ma senza fretta,” aggiunge. “Tanto l’urgenza, quando arriva, mi trova sempre”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Elya Rose ci racconta come vive la musica

Laura è una cantautrice bilingue di Bolzano. La sua identità musicale nasce dall’incontro tra il cantautorato italiano degli anni 70 e 80, il jazz e il latin jazz che ha respirato in famiglia e l’influenza della musica anglosassone. Il suo nome d’arte, Elya Rose, è ispirato dai nomi delle sue nonne: Elia e Rosa.

Com’è nata la tua passione per la musica?

Ha sempre fatto parte della mia vita: intorno ai cinque anni ho fatto l’audizione per lo Zecchino d’oro. Ho sempre suonato uno strumento, dal il piffero al il flauto traverso alla chitarra e per questo ringrazio la forte tradizione musicale delle scuole tedesche: tutti i miei compagni di classe suonavano qualcosa, e così ho cominciato anch’io. Inoltre il musical è stato il mio primo grande amore, mi ha insegnato a stare sul palco e l’importanza delle emozioni nel cantato: una cosa che porto con me anche nel mio cantautorato. 

Che ruolo hanno la musica e il songwriting nella tua vita?

La musica è una costante, un’attività così naturale che non ci devo neanche pensare. Scrivo canzoni da dieci anni anche se i primi cinque li considero “un periodo di prova”. Trovo affascinante creare un mondo all’interno di un brano, e penso che scrivere e ascoltare canzoni sia la sola via per capire davvero cosa proviamo. Amo il processo di scrittura, è un processo quasi artigianale: colpi imprecisi al blocco di marmo dei miei pensieri finché non si delinea un’immagine, che va poi portata alla luce con estrema pazienza. La rima giusta, la parola giusta, l’accordo giusto…

Qual è il tuo ultimo progetto?

“The Water’s Rising”. La canzone è nata nel 2021 come una semplice nota audio, che ho poi riesumato dal dimenticatoio insieme al mio produttore, Lorenzo Campaner. Lavorandoci si è evoluta in un brano che dà voce all’ansia legata al cambiamento climatico. Con questo pezzo ho voluto denunciare la corruzione, l’indifferenza e la complicità di chi trae profitto dalla distruzione dell’ambiente, lasciandoci un futuro sempre più incerto. Musicalmente è molto diversa dal mio stile abituale: ho scelto suoni elettronici e un assolo di chitarra distorto che esprime tutta la tensione che sentivo. Questa canzone è un invito a fermarsi, a guardarsi intorno e a capire che, se non agiamo ora, rischiamo di non avere più nulla da salvare. È disponibile su YouTube e le piattaforme come Spotify e Apple Music.

Pubblicherai un album?

Al momento sto lavorando al mio primo album, incentrato sulle situazioni tragicomiche in cui ci si ritrova dopo la fine di una lunga relazione e il trasferirsi in un’altra città. Per seguire il processo creativo ci sono i miei profili Instaram e Tiktok @elyarose_music dove documento la scrittura dei brani, con tutti gli errori e le frustrazioni del caso, la creazione dell’album in studio, offro qualche sguardo dietro alle quinte dei video musicali e ovviamente faccio l’occasionale reel comico necessario per la visibilità: essere artista, ormai, vuol dire essere anche social media manager. A fine estate uscirà “To say goodbye”. Un brano fresco e solare, costruito su sonorità leggere di ukulele, con un ritmo upbeat e vibrazioni estive. Il testo racconta la fine di una relazione vista con occhi nuovi: non più come una perdita, ma come un passaggio necessario verso una nuova libertà. Tra malinconia e leggerezza, è una riflessione sul lasciar andare, ambientata tra città nuove, cieli aperti e la riscoperta di sé.

E per sentirti dal vivo?

Suonerò il 4 luglio in apertura di Puntino, cantautore Triestino in tournée, inoltre faccio busking per strada a Bolzano e Trieste (annuncio in anticipo quando e dove sui social). Infine c’è un concerto pianificato per l’uscita di To Say Goodbye, ma la location è segreta, seguitemi per restare aggiornati! 

Autrice: Anna Michelazzi