La forza come fragilità, attraverso l’obiettivo di Stefania

Giulia Artemisia Buonerba intervista Stefania Accettulli, giovane regista di Bolzano.

Stefania ha i capelli corti e uno sguardo che osserva e ascolta come fa cinema: attento, diretto, mai distratto. Se le chiedi qual è il suo biscotto preferito, ti guarda in un modo che ti fa rivalutare tutta la tua infanzia. Regista emergente tra Roma e Bolzano, ha iniziato al liceo Pascoli partecipando al Festival Studentesco. Da lì non si è più fermata: laurea in Linguaggi Multimediali a Bologna, poi corti scritti e diretti a Roma, ora in giro per i festival.

L’ho intervistata con il mio solito tono da caffè e brioche, e lei ha risposto con la precisione di una regista in fase di montaggio. Abbiamo parlato di cinema, set, donne forti (ma fragili), intelligenza artificiale… e canzoni.

Da dove è cominciato tutto?

Al Festival Studentesco. Lì ho capito quanto mi piacesse raccontare per immagini. Da allora non ho più smesso.

Nei tuoi lavori scegli sempre la fiction. Perché non documentari?

Mi affascina creare ciò che non esiste. La fiction è come scrivere un mondo e poi entrarci dentro con la macchina da presa. Mi dà un senso di controllo: creativo, emotivo, narrativo.

Come nasce un film, dall’idea al prodotto finito?

Si parte da un’intuizione. Poi si scrive il soggetto, si sviluppa la sceneggiatura, si cercano produttore, budget, distribuzione. Se va bene, due anni. Ma spesso ne passano cinque. O più.

Il set è davvero stressante e iper-gerarchizzato?

Lo è ma non solo. è vero che si lavora anche 13 ore al giorno, ma è una macchina collettiva bellissima. Ognuno ha un ruolo essenziale. Anche chi porta il caffè può compromettere una scena. Funziona solo se tutti rispettano tutti.

Le protagoniste dei tuoi corti sono spesso donne in ambienti maschili. È un tema che senti tuo?

Mi interessa la fragilità da cui nasce la forza. Le mie protagoniste fanno judo o sono nell’esercito, ma il centro è la loro vulnerabilità. È da lì che parte tutto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa?

L’intelligenza artificiale. Oggi può generare spot interi con attori virtuali e movimenti di macchina credibili. Ho mostrato un video AI a delle persone: nessuno ha capito che non c’erano attori veri. È un rischio enorme per chi lavora nel cinema.

E nel presente? Il prossimo obiettivo?

Un lungometraggio. Finora ho lavorato solo su corti: l’ultimo si chiama Aura, è in giro per i festival di Cinema.

Continui a muoverti tra Roma e Bolzano. Cosa ti fa tornare?

L’aria. E lo spazio mentale. Roma è intensa, ma ti riempie troppo. A Bolzano trovo il vuoto necessario per respirare. E respirare è la base per creare.

Ultima domanda: se fossi una canzone, in questo momento, quale saresti?

Anchor, di Novo Amor.

Perché?

Mi ispira tenerezza, quella che trovi dove non te l’aspetti. E nostalgia per qualcosa che hai vissuto. Sono emozioni che cerco spesso. Anche nel quotidiano.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour