Ecco le opere dei ragazzi di Artivism

Giulia Buonerba intervista i giovani ragazzi e ragazze che hanno preso parte alla mostra Artivism, allestita presso Via Sassari 13 negli spazi culturali di COOLtour.

Appena entro nello spazio espositivo della mostra Artivism, la sensazione è quella di trovarsi dentro una dichiarazione. Non una semplice esposizione, ma un’affermazione: “Ehi, guarda qui. Ascolta. Resta.”

La mostra nasce all’interno del progetto “Il mondo è donna”, che organizza eventi e interventi artistici per sensibilizzare sui temi di parità di genere e diritti delle donne. Artivism è un grido condiviso, modulato da pennelli, grafica, collage e voci giovani che non hanno paura di dire cose scomode.

Il primo quadro mi inchioda. Letteralmente. Il volto di una donna bellissima emerge da uno sfondo monocolore. Due squarci profondi le attraversano il viso. L’autore è Alex, che mi accoglie con un’aria gentile da filosofo punk. Mi racconta che l’opera è ispirata a Lucio Fontana — sì, proprio quello degli squarci — ma con un’intenzione diversa:

“Ho pensato alla donna più bella che avessi mai visto. Volevo raffigurarla nel suo massimo splendore… e poi rovinarla. Ma non rovinarla davvero, capito? Volevo mostrare il dolore che provoca la bellezza, e quello che vive dentro la bellezza. Quelle lacrime che sgorgano dai solchi… sono squarci. E quegli squarci contengono l’incontenibile. Non solo delusioni d’amore, come vorrebbe chi tende a banalizzare il dolore delle donne. E poi guarda: lei è bellissima. La sofferenza non la sfigura, non la rovina. Questo è anche un modo per rispondere all’odioso ‘sorridi che sei più bella’.”

Il secondo artista con cui parlo si chiama Albert e ha 14 anni. Il suo lavoro lo ha presentato all’esame di terza media. Il quadro è pieno di rosso: dominante, acceso, irruente.

“È la rabbia,” mi dice. “Quando ho pensato a cosa rappresentare, mi è venuta in mente subito la storia di mia cugina, che, dove lavorava prima, veniva pagata molto meno dei colleghi maschi pur facendo lo stesso lavoro. Non è giusto, e non ha nessun senso.”

Lo dice con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegare l’ovvio. Forse perché lo è davvero.

L’ultima artista che incontro è Anita, graphic designer. Il suo lavoro è composto da tante piccole illustrazioni, tutte allineate, come tessere di un domino sociale.

“L’idea mi è venuta durante la presentazione del Gender Report a Bolzano,” mi racconta.

“Ho pensato che ogni disuguaglianza è una piccola crepa. Ma se le metti tutte insieme… diventa un crollo.”

La sua opera è delicata ma potente. Ogni disegno racconta qualcosa: disparità salariale, rappresentanza politica, aspettative sociali. L’effetto d’insieme è una dichiarazione chiara: le cose si possono cambiare, anche a partire da ciò che sembra minimo.

“Un’illustrazione da sola è poco,” dice. “Ma cento illustrazioni insieme… sono una rivoluzione.”

Esco dalla mostra con ancora negli occhi i rossi di Albert, gli squarci di Alex, le miniature parlanti di Anita. Artivism dimostra che la rabbia, il dolore, l’ingiustizia possono essere tradotti in immagini, condivisi, trasformati.

E che a volte basta davvero un’opera — una sola — per cambiare lo sguardo di chi guarda.

E cambiare lo sguardo significa cambiare la narrazione, spezzare un pregiudizio, aprire una possibilità.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour