“Our history”: la storia siamo noi

Bolzano e Merano unite per celebrare attraverso l’arte un’importante traguardo dell’associazione culturale La Fabbrica del Tempo e i suoi primi 25 anni di attività. Una mostra fotografica open air ricostruisce il lavoro di ricerca svolto in cinque lustri dai membri del sodalizio.

// Di Luca Masiello

“La storia non deve essere traduzione, bensì indagine libera e rigorosa”, spiega Tiziano Rosani, una delle anime de La Fabbrica del Tempo, un sodalizio che ha raggiunto un traguardo importante con i suoi venticinque anni di riflessione critica sulla storia dell’Alto Adige, indagando il passato da punti di vista insoliti e rivelatori. Con due  eventi artistici, intitolati “Our History” (uno a Bolzano nella galleria pedonale tra via Garibaldi e via Mayr Nusser e l’altro a Merano attraverso un circuito espositivo di 25 gigantografie) il direttivo vuole riaffermare la propria passione per la storia proponendo immagini esemplificative ed evocative della sfaccettata storia del Sudtirolo e in particolare di Bolzano e Merano, fra il 1900 e i giorni nostri.

Dottor Rosani, perché “our history”?

Il titolo della mostra, che è stata curata nella parte meranese da Rosanna Pruccoli e in quella bolzanina da Fabrizio Miori, Barbara Ricci e Maurizio Pacchiani, incrocia volutamente due piani. è da un lato un omaggio a tutte le cittadine e a tutti i cittadini in occasione dei 25 anni della “nostra storia” come associazione; dall’altro, con la dizione “la nostra storia” si intende evidenziare il fatto che la storia dei nostri territori è di tutti noi in quanto meranesi, bolzanini, altoatesini/sudtirolesi ecc. Tutti siamo parte di un insieme plurale, composto da sfaccettature diverse, che meritano sempre rispetto e attenzione. Non ci sono dunque storie di categorie diverse: la mia storia è infatti anche la tua, e viceversa. Anche le foto non sono state scelte a caso: sono tratte tutte dalle pubblicazioni edite nel corso degli anni da La Fabbrica del Tempo, che si è volutamente occupata di tematiche diverse. 

Che cosa rappresenta la proiezione a Merano?

Si dice che la durata sia la forma delle cose ed è un principio che ci ha sempre ispirati. In questi 25 anni La Fabbrica del Tempo ha provato a non inseguire l’effimero bensì a ricercare la continuità, la durata appunto. Abbiamo via via pubblicato diversi libri e la grande proiezione evidenzia soprattutto le copertine delle produzioni più recenti. Nell’osservare la sequenza delle immagini diventa anche palese quell’idea di “our history”, la “nostra storia”, la storia siamo anche noi, a cui facevo cenno. Le copertine propongono temi diversi, situazioni diverse, ma tra loro c’è un legame. Rimandano alle tante vicende della nostra terra e in ciascuna di esse c’è sempre un pezzo di tutti noi. Per fare degli esempi: il turismo ottocentesco, l’Ippodromo, le Opzioni, gli edifici storici, la storia operaia ecc., sono sempre parte di un tutto, sono la nostra identità articolata ma indivisa.

Che ricordi ha dei primi passi de La Fabbrica del Tempo?

Abbiamo inizialmente lanciato diverse proposte culturali ad alcune amministrazioni pubbliche, quasi mai ottenendo però il riscontro auspicato. A quel punto ci siamo organizzati in autonomia e abbiamo dato vita ad una serie ininterrotta di mostre, pubblicazioni, dibattiti. Il tutto sempre sorretti dall’idea di una storia plurale, in cui tutti i gruppi linguistici di questa terra potessero essere pienamente rappresentati su un piano di parità. La storia non deve essere traduzione, bensì indagine libera e rigorosa.

Quali sono i passi più significativi di questi 25 anni?

Non abbiamo mai fatto preferenze tra i diversi lavori svolti, sono tutti il frutto di un’opera d’insieme e si sorreggono tra di loro. Abbiamo fra l’altro fornito un aiuto non secondario alla salvaguardia di quel complesso che oggi tutti conosciamo come Noi Techpark. Abbiamo raccolto in molte ricerche testimonianze storiche che diversamente sarebbero andate perdute, abbiamo fornito modelli e idee che anche altri hanno ripreso, abbiamo provato insomma a rappresentare una società civile attiva e capace di fungere da stimolo, persino da pungolo, laddove necessario. Nella pluralità crescono gli uomini, le donne, le nostre città.

Oggi in quanti siete a coordinare l’associazione?

La Fabbrica è un gruppo composto da persone differenti e con responsabilità diverse: chi assume un ruolo più operativo e chi si impegna solo su singoli progetti. Ogni iniziativa ha sempre una vicenda a sé e coordinatori diversi. Nella Fabbrica non ci si annoia mai: qui sta il bello e anche la sfida creativa.

Come sarà La Fabbrica del Tempo nel futuro?

Il futuro richiede sempre lungimiranza e programmazione, ma prima di tutto coraggio e determinazione. Costruire i tempi nuovi, non subirli, non accontentarsi. La ricorrenza dei 25 anni è per la Fabbrica sia il momento della consapevolezza che una occasione importante per programmare i passi successivi, affrontare le nuove sfide e le rinnovate complessità. Ovviamente in coerenza con gli ideali che non abbiamo mai abbandonato.

LE MOSTRE NEL DETTAGLIO

A Bolzano, grazie all’opera di Barbara Ricci, Fabrizio Miori e Maurizio Pacchiani e al coordinamento di Tiziano Rosani, si è potuto popolare uno spazio di passaggio rendendolo testimone delle ricerche e riflessioni proposte negli anni: la galleria pedonale tra via Garibaldi e via Mayr Nusser. Il luogo è insolito per una mostra, un passaggio fra un parcheggio e una piazza, in una zona della città che sta vivendo una notevole e per certi versi epocale trasformazione urbanistica. Nei sei impianti luminosi compariranno a intervalli regolari sei gigantografie che intratterranno il folto pubblico di passaggio nella galleria con una raccolta di immagini storiche che raccontano la produzione de La Fabbrica del Tempo.
A Merano la mostra è a cielo aperto: si tratta di un circuito espositivo di 25 gigantografie – una per ogni anno – affisse sui grandi spazi delle prefissate dislocate in vari punti della città, dalle vie del centro a quelle periferiche, col preciso intento di dialogare con i concittadini tutti. La mostra “Our History”, ideata da Rosanna Pruccoli, assolve così al duplice desiderio di narrare le tante storie che intrecciandosi vanno a creare il “gobelin” variopinto del nostro passato in quanto altoatesini/sudtirolesi e in quanto membri dell’associazione.
A Merano la mostra viene affiancata da una proiezione di forte impatto sulla facciata della Cassa di Risparmio nell’omonima via.
Gli eventi a Merano si concludono il 27 marzo, quello a Bolzano il 9 aprile.

Autore: Luca Masiello

Vecchia ciminiera, addio in vista

La vecchia ciminiera in mattoni rossi, che da sempre ha caratterizzato il “panorama” di Pineta, verrà abbattuta. Questo nonostante sia considerata un’interessante testimonianza di quella che viene definita “archeologia industriale”. La ciminiera è stata infatti costruita nel 1947, ben 75 anni fa, insieme alla fabbrica per la produzione di olio di semi di Umberto Fronza, che però non ebbe fortuna.
In seguito, l’edificio divenne proprietà della Cassa di Risparmio e ospitò persino alcune classi della scuola elementare. Nel 1958 l’edificio fu poi ceduto alla fabbrica per pianoforti “Schulze Pollmann”, che prima si trovava a Bolzano. Quando la fabbrica chiuse i battenti, nel 1993, l’edificio venne abbattuto per far posto a condomini, e rimase solo la svettante ciminiera, che, come detto, verrà presto abbattuta. Perchè? Il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, seppur amaraggiato, ha spiegato: “Dobbiamo annunciare che la ciminiera di Pineta non riusciremo a salvarla, per molti motivi. Dopo la chiusura del 1993 della fabbrica di pianoforti, il Comune di Laives, se avesse avuto un vero interesse, avrebbe dovuto mettere sotto tutela l’intero edificio. Allora non lo fecero e dopo qualche anno la fabbrica venne abbattuta per lasciare spazio agli attuali condomini. La piccola porzione restante, costituita dal vecchio olificio, con la ciminiera, è di proprietà privata ed il comune non ha alcun diritto su questa area.” Ciò nonostante, nel 2020 il comune ha comunque eseguito una valutazione tecnica per vagliare la possibilità di conservare la ciminiera, anche se nell’ambito di una nuova costruzione che, precisa il sindaco “essendo area privata, i proprietari hanno diritto di poter realizzare”. Purtroppo l’esame ha attestato il pessimo stato “di salute” della ciminiera e l’enorme difficoltà di poter garantire in futuro la sicurezza e la manutenzione del manufatto, anche in cosiderazione della pericolosità per le abitazioni adiacenti. Piccola consolazione, il Comitato civico di Pineta, con il presidente Franco Magagna, ha proposto di salvare almeno un pezzo della ciminiera e riposizionarla all’interno di un parco, con una lastra che ricordi la presenza di questo elemento architettonico a Pineta. Il Comune si è impegnato a vagliare questa possibilità, seguiremo ulteriori sviluppi.

Autrice: Caterina Longo

Com’è profondo il mare

Lasecondaluna apre la nuova stagione mostre con la personale della fotografa bolzanina Claudia Corrent. Le sue immagini inaspettate e affascinanti nascono dall’accostamento tra materiale d’archivio e fotografie più recenti. Un modo per esplorare il passato ed aprirlo a storie nuove e personali.

Portare il mare a Laives, in via Pietralba: possiamo dire che un po’ c’è riuscita la fotografa bolzanina Claudia Corrent con la mostra “Uno Nessuno Centomila”.
L’esposizione, curata da Amanda Filippi, si compone di collage fotografici digitali provenienti da diversi progetti dell’artista. Il collage è una tecnica che permette di creare nuove opere sovrapponendo carte, ritagli di giornali, fotografie e altro ancora. Nelle sue opere, Corrent lo fa sovrapponendo fotografie storiche, spesso provenienti da archivi pubblici e privati, con immagini recenti, scattate da lei.
Dalle associazioni, che nascono intuitivamente scaturiscono nuove, inaspettate immagini: affascinanti, misteriose, surreali. Immagini che, complice anche la patina antica, raccontano di paesaggi interiori, stati d’animo, emozioni. Figure, spesso femminili, sono immerse, avvolte da elementi naturali : la testa in una nuvola, o per metà nel mare. Mare che, come si diceva in apertura, ricorre spesso nel lavoro di Claudia Corrent.

La fotografa bolzanina ama infatti lavorare sull’elemento acqua, simbolo di rinascita e purificazione. E non a caso, Corrent ha scelto di recente di trasferirsi definitivamente a Venezia. Quando le chiediamo a bruciapelo il perché, ci risponde sorridendo e senza esitare: “perché Venezia è sempre uguale ma, grazie all’acqua, cambia in continuazione”. In questo senso, la mostra non propone solo delle fotografie da ammirare (per quanto eleganti e “belle”), ma invita a “mettersi in gioco” con la propria immaginazione.

Come suggerisce anche la curatrice Amanda Filippi: “Scattiamo foto per ricordare, per lasciare una traccia di noi stessi, del nostro presente e del nostro passato. ‘E se non fosse così?’ ci chiede l’artista. ‘Se potessimo usare il terreno del simbolico per poter immaginare e creare nuove storie?’. Attraverso la destrutturazione delle fotografie del passato e la loro fusione con paesaggi moderni, l’artista crea immagini nuove che suggeriscono possibilità, scenari inattesi, sguardi altri.”
Anche il titolo scelto per la mostra “Uno, nessuno, centomila”, citazione del celebre romanzo di Pirandello, si riferisce alle “centomila” possibilità di immaginazione che le opere di Corrent ci invitano ad esplorare. Tornando ad aspetti più tecnici, ricordiamo che, tra i collage in mostra, si trovano anche quelli del progetto “Il tempo e l’immagine.
L’archivio trasformato”, che si compone di fotografie di famiglia private e scatti provenienti da archivi online digitali, tra cui l’interessantissimo archivio del Fondo Fotostudio Waldmüller della Provincia. Completano l’esposizione fogli sparsi, in cui citazioni da testi letterari si mescolano frammenti di canzoni. A noi è capitato in mano “Invito al Viaggio” di Franco Battiato, ci piace concludere con i versi dalla canzone scelti per la mostra, “Dormono pigramente i vascelli vagabondi/ Arrivati da ogni confine/Per soddisfare i tuoi desideri”.

Info: Claudia Corrent, “Uno, nessuno, centomila”, Sala Espositiva, via Pietralba 29, Laives.
Fino a sabato 2 aprile Orari:da martedì a giovedì:16–19; venerdì e sabato: 10–12 e 16–19. Ingresso libero. Nel rispetto delle norme anti-Covid è obbligatorio l’utilizzo della mascherina ed essere in possesso del Green Pass.

Autrice: Caterina Longo

Karate, nuovi successi a Brugnara

C’è grande soddisfazione allo Shotokan Ryu Karate di Laives, per i brillanti successi raccolti a Brugnera (PN), presso cui si è svolta la finale del campionato interregionale indetto dalla FESIK (Federazione Italiana Karate). La gara era un “passaggio” obbligatorio per poter accedere alla finale del Campionato Italiano assoluto, in programma a Montecatini Terme il 14 e 15 maggio prossimo.
Le regioni presenti all’evento erano il Trentino Alto Adige, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia
E naturalmente non poteva mancare lo Shotokan Ryu Karate di Laives del Maestro Michele La PLaca, con un affiatato gruppo di giovani agoniste e agonisti, composto da Marica La Placa nella categoria femminile senior cinture marroni; Dora Vecchio, veterani femminile cinture marroni; Patrick Veronese juniores maschile cinture arancio; Christian Messina maschile cinture bianche, alla sua prima esperienza agonistica; Francesca Noka femminile cinture bianche, anch’essa alla sua prima esperienza. Alto il numero dei partecipanti: nel dare il via alla competizione il presidente del comitato triveneto ne ha annunciati infatti ben 380!
E naturalmente tutti motivati e di alto livello agonistico, ma il gruppo di Laives ha dato grande prova di grinta e voglia di vincere. Così racconta il Maestro Michele La Placa dei suoi ragazzi “Il primo a scendere sul tatami è Messina visibilmente emozionato ma comunque autore di una buona prova classificandosi al 5° posto. È seguita poi la categoria femminile con il turno di Noka: determinata e perfetta nella sua esecuzione non ha lasciato scampo alle avversarie aggiudicandosi la medaglia d’oro. A seguire, galvanizzato dai compagni, è arrivato alla medaglia d’oro anche Patrick Veronese
Quando è arrivato il turno delle cinture marroni, non ha deluso le aspettative Marica La Placa, che si è classificata al primo posto, seguita dalla compagna di squadra Dora Vecchio, che si aggiudica l’argento. C’è stato poi un momento di grande soddisfazione quando la terna arbitrale ha voluto complimentarsi personalmente con le due agoniste ” conclude La Placa.
Il prossimo appuntamento per il team è fissato per il 3 aprile al Gran Prix d’Italia, competizione di alto livello che servirà come banco di prova per la finale del campionato italiano

Autrice: Caterina Longo

I sacerdoti del “dorso sacro”

La valle dell’Adige tra Bolzano e Ora è divisa in due parti dal Monte di Mezzo / Mitterberg. Si tratta di un oblungo dorso di roccia porfirica di origine vulcanica vecchio 270 milioni di anni. Deve la sua forma arrotondata e levigata al “transito” di un ghiacciaio nel corso dell’ultima era glaciale. I punti di accesso sono diversi: a nord Castel Firmiano, poi Vadena-paese, Laimburg e, infine, i vari sentieri attorno a Gmund / Monte. La “sacralità” del luogo si è conservata fino ad oggi nel termine “Heiliger Ruggn” (dorso sacro), come lo chiamano gli abitanti della zona.
Che si sia trattato di un luogo cultuale è fuor di dubbio. Tracce (soprattutto oggetti in selce come punte di freccia, grattatoi e altri utensili) di una frequentazione umana risalgono al neolitico finale – anche se è plausibile che già millenni prima vi si fossero stabiliti cacciatori provenienti da sud. Sicuramente nel corso dell’età del rame, circa 2500 anni prima di Cristo, il sito era assurto a centro sacrale di grande rilievo: non solo rogo votivo (Brandopferplatz) ma, probabilmente, anche vero e proprio santuario con sacerdoti dediti ad attività oracolari ripagate dai “fedeli” con doni nascosti nei ripostigli rocciosi.
L’epoca, come detto, era quella iniziale del rame, dal III millennio a.C. in avanti. La scoperta dei metalli e del loro utilizzo favorì la nascita di prime attività industriali (estrazione e fusione) e commerciali accanto a quella agricola. Attraverso una piccola quantità di piombo contenuta nel rame è possibile stabilire la provenienza del metallo: così, per esempio, si è scoperto che la famosa ascia di rame di Ötzi era stata forgiata con metallo proveniente da miniere toscane. Invece gli oggetti litici dell’uomo del Similaun erano ricavati da selce trentina, uno in particolare da una pietra proveniente dalla Val di Non.

Il sito che visitiamo si chiama Pigloner Kopf, Dosso (o Testa) di Piccolongo. Si trova nei pressi dei Denti di Cavallo (Rosszähne) e delle famose buche di aria calda, frequentati assiduamente dalle culture di Luco (bronzo) e Fritzens-Sanzeno (ferro). Proprio queste misteriose fenditure vaporose, che emettono aria a 15 gradi, possono essere all’origine dei culti praticati quassù. Ma oggi non è la nebbia che sale dagli inferi ad avvolgere il sito e il silenzio dei boschi bensì la sabbia del Sahara che colora di bronzo (o sangue, come pensavano i nostri antenati) il cielo della val d’Adige. La rupe con i suoi ripari non è di facile accesso ma attraverso una generosa crepa ci si può spingersi fino alla piattaforma del dosso. Qui sono stati individuati i resti di un rogo votivo (Brandopferplatz). Gli animali domestici offerti agli dei – e mangiati dagli uomini – venivano portati vivi sul luogo del sacrificio. Si trattava di capre, pecore, maiali ma anche di cervi, cinghiali, caprioli, camosci, orsi, lupi accanto a testuggini, castori, lontre e conchiglie d’acqua dolce provenienti dal fondovalle e dal lago di Caldaro. Le loro ossa calcinate, frammiste a cenere e limo, sono poi servite come materiale di riempimento delle buche qui attorno. A partire dal 1995, quando l’area archeologica fu scoperta da Hanns Oberrauch, vennero alla luce molti reperti, tra cui una cuspide di freccia, una macina, resina di betulla e della ceramica. Nel 1998, in una fenditura furono individuate quattro asce di rame miniaturizzate; successivamente ne fu scoperta anche una quinta e in un secondo ripostiglio, sotto una lastra di porfido, altre cinque accette di rame offerte come dono votivo. Di particolare rilievo anche una lama di pugnale in rame trovata sotto un grande masso: il primo mai trovato in regione. Il luogo, poco adatto agli insediamenti in quanto privo di acqua, rimase attivo per scopi di culto e come pascolo fino al medioevo. Ce lo dimostrano le monete romane rinvenute, tra cui un sesterzio di Antonino Pio e sette denari d’argento di età imperiale coniate verso il 200 d.C. – periodo in cui i Romani di Settimio Severo sistemarono anche la via Claudia Augusta.

Autore: Reinhard Christanell

Laives nel ventennio fascista

Il “ventennio” trasformò radicalmente il paesino uscito dalla secolare appartenenza all’impero asburgico. In breve tempo la popolazione aumentò di un terzo sfiorando le 5000 unità. In campo economico, la nuova zona industriale divenne il principale polo occupazionale della “grande Bolzano” fascista. Perfino nel settore agricolo il regime volle svolgere un ruolo da protagonista: sempre un po’ sopra le righe come suo costume.
A tal proposito leggiamo sulla “Alpenzeitung” del 16 giugno 1934 un corposo articolo riguardante la bonifica di terreni agricoli a Laives. La “Alpenzeitung” era, detto per inciso, il giornale ufficiale in lingua tedesca delle camice nere e ovviamente celebrava le gloriose imprese della nuova era.
“S.E. Marescalchi a Laives” titolò nella rubrica “Aus Bolzano (sic!) Stadt und Land”. Ancora più esplicito il sottotitolo: “La premiazione di benemeriti agricoltori – Visita alle nuove opere di Bolzano.”
Quella delle “opere” era evidentemente una vera e propria fissazione dei gerarchi. Non si perdeva occasione di celebrarne la realizzazione. Scrive ancora il giornale: “La distribuzione dei premi agli agricoltori che con duro lavoro sono riusciti a bonificare alcune centinaia di ettari di terreno paludoso non è importante solo per i premiati stessi ma per l’intera popolazione di Laives.”
Non dubitiamo di quest’ultima considerazione. Piuttosto, ci chiediamo dove esattamente si trovassero queste “centinaia di ettari” di palude. L’articolista, purtroppo, non ce lo rivela. È comunque evidente che non poteva trattarsi di “centinaia” di ettari di palude dato che tutta la vecchia “Leiferer Au” a suo tempo assegnata al comune di Laives, dal Vurza alla stazione, copriva un’area di circa 100 ettari. A quell’epoca, in cui già il tram attraversava le Part, è noto che lavori di risanamento sono stati eseguiti presso le cosiddette “buse del tram” in zona Galizia e in alcuni terreni adiacenti. Qui c’è stato un riempimento di parecchii metri con fascine e altro materiale per consolidare il terreno. Ma non poteva trattarsi che di alcuni ettari, ai quali sicuramento si aggiunsero altri terreni paludosi sparsi sul territorio. Probabilmente anche dei campi in zona “Costa” sono stati interessati alla bonifica, ma complessivamente la “grande opera” magnificata, se pur meritevole di plauso, doveva riguardare un’area meno estesa di quella annunciata. A meno che l’ettaro fascista non fosse diverso da quello a noi noto.
A fine articolo, dopo aver descritto dettagliatamente le altre visite di S. E. Marescalchi in quel di Bolzano, ci viene fornito l’elenco dei premiati: Hafner Carlo, Zanotti Luigi, Pfeifer Giovanni, Villotti Guido, Prezzi Arturo, Ferrari Alberto, Moser Carlo, Heisl Antonio, Hafner Engilberto, Detassis Maria, Prezzi Giuseppe, Bologna Lino, Visintainer Daniele, Erstbaumer Federico, Hafner Ervino, Salvadore Ambrogio, Gruber Carlo, Frasnelli Angelo, Sartori Davide.

Autore: Reinhard Christanell

Vogliamo la pace

In provincia di Bolzano la preoccupazione per la situazione internazionale è stemperata dalla grande operosità di amministrazioni locali, associazioni di volontariato e semplici cittadini, impegnati a favore delle donne e dei bambini ucraini, che stanno cominciando ad arrivare.

Dalla pandemia all’emergenza profughi dall’Ucraina, senza soluzione di continuità. In provincia di Bolzano ci si attrezza per reggere l’impatto dell’esodo che ha portato, finora, già quasi 2 milioni di ucraini a lasciare il loro paese in tutta fretta, quasi sempre portando con sé solo con pochi effetti personali. Finora i profughi, per la stragrande maggioranza donne e bambini, si sono riversati nei paesi confinanti con l’Ucraina, ovvero Polonia, Romania, Slovacchia e Moldavia, ma si prevede un arrivo massiccio anche negli altri paesi europei dove da anni la presenza di immigrati di origine ucraina è massiccia. Per quanto riguarda l’Italia, lo ricordiamo si tratta di circa 230 mila persone di cui 2 mila in Alto Adige. Non si tratta solo di ricongiungimenti familiari, perché la guerra sta portando anche molte altre donne ucraine a lasciare il loro paese, per un tempo più o meno lungo e comunque legato non solo alla durata della guerra ma anche alla situazione più o meno pacifica che si verrà a creare, in caso di caduta dell’attuale governo presieduto da Volodymyr Zelensky.
In ogni caso l’Unione europea nei giorni scorsi ha deciso di attivare per la prima volta una direttiva rimasta dormiente per vent’anni, e questo è avvenuto proprio mentre il Parlamento europeo era a un passo dal cancellarla. Si tratta della direttiva 55 del Consiglio dell’Unione europea del 20 luglio 2001, che consente oggi ai profughi di ottenere la cosiddetta protezione temporanea, evitando che le procedure per la tradizionale richiesta di asilo mandino in tilt la burocrazia dell’accoglienza nei singoli paesi. Fino ad oggi lo strumento è sempre stato negato dall’Europa, anche di fronte alle richieste dell’Italia e alla recente crisi afghana. I profughi dall’Ucraina quindi, fin da ora, potranno contare su un riconoscimento immediato del loro status, una misura che ha la durata di un anno ed rinnovabile fino a un massimo di due. Le donne ucraine che arriveranno avranno dunque anche la possibilità di lavorare, mentre i minori che giungeranno con loro o – anche e purtroppo – da soli, frequenteranno le nostre scuole.
Nei giorni scorsi a Bolzano si è già riunito il Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, e in tale sede i rappresentanti del governo, delle forze dell’ordine e delle amministrazioni locali, hanno già delineato un piano per la gestione dell’arrivo dei profughi. Mentre in tutta la provincia si stanno cercando strutture da mettere a disposizione, a Bolzano è in corso di predisposizione un Infopoint che verrà realizzato nei pressi della stazione Flixbus, vicino alla Fiera, che fungerà anche da centro di prima accoglienza. Il centro verrà gestito dalla protezione civile che si coordinerà anche con l’Azienza Sanitaria per l’importante passaggio della vaccinazione anticovid dei profughi. Intanto anche le intendenze scolstiche si preparano ad accogliere i minori. Lì un grande sforzo dovrà essere messo in campo anche per attivare in tempi brevi un’imporante task force sotto forma di centri linguistici.

ANCHE MERANO E BASSA ATESINA CI SONO

La gara di solidarietà coinvolgendo tutta la provincia. Ecco quanto sta avvenendo nel Brugraviato e nella zona più meridionale dell’Alto Adige.

La Bassa Atesina fa la sua parte nella gara di solidarietà per aiutare l’Ucraina. Diversi privati e albergatori stanno rispondendo alla richiesta di alloggio per i profughi, mentre grazie al tam tam dei gruppi Facebook tante persone generose si sono messe a disposizione per convogliare la raccolta aiuti.
In prima linea c’è anche il Comune di Laives. “Insieme agli altri Comuni della provincia, anche qui a Laives stiamo raccogliendo le informazioni sulle strutture e appartamenti disponibili per accogliere i profughi dall’Ucraina. Già diversi privati si sono offerti, compreso qualche albergatore” ci ha detto il Sindaco di Laives, Christian Bianchi, precisando che “alcuni profughi sono già qui, giunti per vie autonome perché potevano appoggiarsi a parenti e conoscenti”. Chi avesse disponibilità di posto può chiamare il numero 0471 595800 o scrivere all’indirizzo e-mail: sindaco@comune.laives.bz.it.
Anche a Merano è il sindaco, Dario Dal Medico, a sintetizzare l’impegno del capoluogo del Burgraviato. “Ci sono due canali: uno che parte dai singoli cittadini e quello ufficiale a cui sta lavorando lo staff del Comune. Per quanto riguarda le iniziative private, che sono sempre notevoli e sono caratterizzate da uno spirito di solidarietà, stiamo raccogliendo un elenco di abitazioni che i cittadini stanno mettendo a disposizione del prossimo: sono già parecchie le persone che offrono un posto per dormire. Nel frattempo il Comune si sta muovendo assieme alla Provincia e alla Prefettura per gestire l’accoglienza dei profughi in strutture che hanno offerto la loro disponibilità: alberghi, strutture gestite da enti che svolgono attività di volontariato, ma anche case di riposo, che sono parzialmente disponibili perché funzionano a metà servizio per mancanza di personale.”
Anche a Merano, come a Bolzano, non manca un indirizzo email (helpucraina@comune.merano.bz.it) al quale ci si può rivolgere per chiedere informazioni oppure offrire il proprio aiuto.

LA CITTA’ DI BOLZANO E’ PRONTA PER ACCOGLIERE

Fin dai primi giorni della guerra in Ucraina il capoluogo si è preparato per l’arrivo dei profughi, segnalando la struttura dei Bagni di Zolfo e sostenendo le iniziative dei cittadini per la pace.

Con il 24 febbraio, giorno d’inizio della guerra in Ucraina, il Comune di Bolzano si è subito attivato nella prospettiva dell’accoglienza dei profughi. Ce lo conferma l’assessore alle politiche sociali Juri Andriollo.
“Come prima cosa con Azienda Servizi sociali abbiamo fatto una ricognizione delle strutture di accoglienza. Ci sarà una forte migrazione di persone che vogliono salvarsi la vita, ma bisogna già pensare al fatto che questo esodo con ogni probabilità avrà conseguente stanziali. I profughi ucraini vorranno tornare a casa appena possibile, ma lo faranno solo se le condizioni lo permetteranno. La nostra ricognizione ha riguardato le strutture esistenti, la loro saturazione e una valutazione in merito all’idoneità degli spazi per target previsto, costituito per la quasi totalità da donne e bambini. Com’è noto si stanno muovendo anche Governo e Provincia. Il sistema di accoglienza si basa in sostanza sulla la riapertura dei cosiddetti Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria), già attivati negli scorsi anni durante le precedenti ondate di profughi, da Medio Oriente e Africa. Naturalmente occorre trovare un modello per gestire la situazione. Le nostre verifiche in questi giorni hanno riguardato anche le derrate alimentari di cui disponiamo e altri aspetti, come la riserva di gasolio per riscaldare le case di riposo. Per l’accoglienza il Comune di Bolzano farà tutto quello che è possibile, ma dovremo contare anche sulla disponibilità da parte di privati, disposti sia a mettere a disposizione strutture rientrando nel sostegno economico ad hoc predisposto dallo stato, ma anche a titolo gratuito. A questo proposito è stata predisposta la email support.ukraine@comune.bolzano.it alla quale è possibile segnalare eventuali disponibilità. Anche la scuola dovrà fare la sua parte. Noi come Comune capoluogo abbiamo la competenza solo sugli asili nido, ma faremo tutto quanto è necessario. In ogni caso l’impatto sarà davvero molto grande, è importante che tutte le località della provincia stavolta facciano davvero la loro parte.”
Il Comune di Bolzano ospita a cadenza quasi quotidiana presidi e fiaccolate per la pace, nonché raccolte viveri per l’Ucraina. Quando abbiamo chiesto all’assessore Andriollo se l’amministrazione comunale solidarizza con tali iniziative l’assessore ha risposto così.
“Noi siamo i cittadini! La libertà e la democrazia sono conquiste quotidiane. Il nostro modello di società non concepiva la guerra neanche più come un elemento e ora invece viene riportata indietro sulla dimensione dell’animalità dell’uomo. è come durante il nazismo: il più forte contro il più debole. Il tessuto sociale della città di Bolzano è estremamente vivace e sano. La città è molto solidale e lo è fino in fondo. Ora lo dimostrerà, come è sempre accaduto. è un segnale della salute della nostra democrazia che ci deve rendere orgogliosi.”

Autori: Luca Sticcotti, Caterina Longo, Luca Masiello

Skatepark e streetbasket per i giovani

Creare uno spazio d’incontro informale e libero per i giovani: con questa intenzione il Comune di Laives sta allestendo una serie di strutture ispirate alla “cultura di strada”. A fine aprile sarà pronta, presso l’impianto sportivo “Engel Ossanna”, la nuova pista da skateboard, a cui si aggiungeranno anche dei canestri per “streetbasket”, un tipo di pallacanestro giocato principalmente per strada in campetti fatti di asfalto o cemento – quello tipico di molte scene da periferia urbana, che si vede spesso in serie e film, per intenderci. Le strutture vogliono offrire occasioni di ritrovo e socializzazione, anche per prevenire il disagio giovanile, che può portare, come dimostrano i fatti degli ultimi mesi e settimane, ad episodi di vandalismo. Le strutture sono quindi necessarie, ma non bastano a garantire che l’obiettivo venga raggiunto, perché gli spazi vanno poi gestiti. Un aspetto da non sottovalutare insomma, e proprio in quest’ottica il Comune ha pubblicato un avviso pubblico per avviare una collaborazione “con un’organizzazione senza scopo di lucro, in grado di garantire che la fruizione degli spazi avvenga, seppur in un contesto libero e informale, nel rispetto delle principali regole di civile convivenza, fornendo anche un contributo educativo e formativo.” si legge nel testo dell’avviso. “Vorremmo creare un posto informale più libero, in cui i giovani abbiano una figura di riferimento che sentono autorevole, ma vicina a loro, che parli con il loro linguaggio.” fa sapere Paolo Brunini, direttore dell’ufficio sociale e cultura del Comune di Laives e responsabile di questo progetto, che vede la stretta collaborazione dell’assessora al sociale Furlani e dell’assessore allo sport Luca Dallago. L’idea è anche allargare gli orari di apertura alla sera. Insomma, dei passi importanti per creare uno spazio informale che parla il linguaggio dei ragazzi e delle ragazze di oggi, ma anche un punto in cui i giovani possano incontrarsi e “sfogarsi” in una dimensione fisica e reale – quello che, per molte generazioni passate, era il classico cortile, o muretto in cui ritrovarsi. Continueremo a seguire gli sviluppi del progetto, che speriamo possa “fiorire” con la primavera in arrivo. Su tutt’altro fronte, dovrebbe essere ultimato invece entro maggio il campo di padel.

Autrice: Caterina Longo

Capitoli di vita tradotti in canzoni

Per Isabella Magnanini, in arte Isa, la musica ricopre da sempre una parte fondamentale nella sua vita. Tanto da volerne fare un lavoro a tutti gli effetti. E lo ha capito sin da subito, quando tanti anni fa ha preso per la prima volta in mano una chitarra e ha iniziato a dare fiato alla sua voce, potente ma delicata allo stesso tempo.

Ventisette anni, di Laives, Isa ha alle spalle diverse esperienze nel mondo musicale, ma solo recentemente ha pubblicato il suo primo progetto ufficiale, che ne segna una sorta di debutto all’interno della scena altoatesina.
“Mi presento” è il titolo del suo EP composto da cinque tracce e disponibile sui classici store digitali. Un prodotto pop, ma che presenta contaminazioni e influenze blues e jazz. Melodie eclettiche che fanno da tappeto alle parole di Isa, e che fungono da biglietto da visita verso il pubblico. “Considero questo lavoro come un curriculum vitae musicale. Qua dentro ho raccolto tutte le esperienze più significative della mia vita”. 

Da dove nasce l’idea di questo EP?
Ho iniziato a concepire il disco durante il primo lockdown perché avevo finalmente del tempo libero per concentrarmi sulla scrittura delle canzoni. Così è nato “Cura”, il mio primo singolo. Da lì ci ho preso gusto e a ruota sono nati tutti gli altri pezzi. Per le produzioni e le registrazioni mi sono appoggiata a uno studio di Torino, che ha saputo tirar fuori il meglio di me, anche se gran parte del lavoro si è svolto a distanza.

Cosa ci raccontano queste tracce?
“Mi presento” svela tutti quei lati di me che ho sempre tenuto nascosti e che non tutti conoscono. Ho svolto un grande lavoro di introspezione che mi ha permesso di produrre questi “capitoli” della mia vita tradotti in canzoni. Dalla mia fuga all’estero all’incontro con il mio ragazzo, passando per i miei dubbi e le mie debolezze, fino all’omaggio a mia madre. È stato un percorso emozionante, come farsi un giro sulle montagne russe…

In che senso?
Creare delle canzoni che parlano della propria vita cercando di mantenere allo stesso tempo un imprinting positivo e propositivo non è stato semplice. Ma ho voluto fortemente unire questi due aspetti che credo si fondano bene insieme. E i feedback mi stanno dando ragione.

Possiamo dire che sei nata con la musica nelle vene…
La mia è una famiglia artistica, mio padre canta in un coro e mia mamma fa teatro per passione. Io già da piccola cantavano le canzoni de “Lo zecchino d’Oro”, poi sono arrivati i primi concorsi e le esperienze con band e canzoni in lingua inglese. Ora continuo a coltivare il mio sogno di vivere di musica.

In passato hai vissuto a Londra. Cosa ti porti dietro da questa esperienza? 
Londra mi ha aperto gli occhi perché mi ha introdotto al mondo degli adulti. Ci sono andata a diciannove anni e lì ho imparato a gestire molti aspetti importanti della vita. È una città che ti aiuta a credere in quello che fai, è molto meritocratica e questo è un insegnamento importante. Dal punto di vista musicale ho avuto l’opportunità di ascoltare band che non venivano mai a suonare in Italia e a confrontarmi con sonorità nuove che mi hanno permesso di aprire una finestra su generi che non conoscevo.

In Alto Adige c’è futuro per i giovani?
Credo che vengano aiutati troppo poco. C’è bisogno di un maggiore supporto nei confronti dei ragazzi, perché sono il futuro del territorio. Spesso succede che o hai delle buone conoscenze oppure è difficile ritagliarsi il proprio spazio, in qualsiasi ambito. Molti artisti emergenti ad un certo punto escono dall’Alto Adige cercando fortuna da un’altra parte. Per vivere di musica in questa provincia a volte devi scendere anche a compromessi. E non tutti sono disposti a farlo.

Autore: Alexander Ginestous

Monitoraggio della biodiversità a Egna

Studiare uccelli, farfalle, pipistrelli, cavallette, piante e organismi del suolo e verificarne la presenza sul territorio provinciale: è questo lo scopo del Monitoraggio della biodiversità in Alto Adige, che dalla prossima primavera farà tappa ad Egna. Gli abitanti di Egna potrebbero quindi vedere aggirarsi, nel territorio comunale, personaggi equipaggiati con binocolo, corda e retino entomologico (il classico retino per farfalle, per capirci): sono i ricercatori e le ricercatrici di Eurac Research, che saranno sul campo nella cittadina della Bassa per studiare la flora e la fauna della zona. L’attenzione dei ricercatori si concentra su gruppi di animali e piante che reagiscono sensibilmente ai cambiamenti nel loro ambiente, come il cambiamento di uso del suolo ed il cambiamento climatico. Il team di ricerca sta rilevando la loro presenza negli habitat più importanti e caratteristici della nostra provincia: campi coltivati e colture permanenti, prati e pascoli, boschi, acque correnti, aree umide e habitat alpini, ma anche aree urbane. industriale.
Ma cosa faranno nei dettagli? La ricercatrice Julia Strobl ha raccontato “L’ornitologo Matteo Anderle non ha bisogno di strumenti troppo particolari per i suoi rilievi. Il suo strumento più importante sono le orecchie. Per 10 minuti ascolta gli uccelli in un raggio di 100 metri intorno al punto di rilevamento e li determina dal loro canto. Ogni tanto prende il suo binocolo per identificare le specie di uccelli lontani o silenziosi.” Chiara Paniccia è invece esperta di chirotteri, comunemente conosciuti come pipistrelli “La ricercatrice Paniccia attiva per la durata di tre notti consecutive un dispositivo di registrazione a ultrasuoni chiamato “batlogger”. Il batlogger utilizza un microfono per registrare i suoni nella gamma ultrasonica, come proprio i versi dei chirotteri. Il dispositivo riproduce poi i suoni registrati sul computer tramite onde e rende così i suoni riconoscibili anche all‘uomo. È così infatti che Paniccia può identificare le specie di pipistrelli.”continua il racconto Julia Strobl. Delle farfalle si occupa invece Elia Guariento. Con un retino entomologico, egli percorre lentamente un transetto (linea retta segnata) di 50 metri e cattura le farfalle nelle vicinanze, ne determina la specie e poi le rilascia immediatamente in natura. Anche Andreas Hilpold usa un retino entomologico per monitorare le cavallette. Il botanico, invece, rileva tutte le piante vascolari lungo un tratto di strada di 100 metri nelle zone di insediamento, dall’albero al più piccolo ciuffo d’erba. Per fare questo, ha bisogno di una corda metrica e di una lente d’ingrandimento per poter identificare al meglio le piccole piante.
Le indagini sugli uccelli iniziano in aprile, durante la stagione riproduttiva, quando gli uccelli sono attivi nella difesa dei loro territori, nel corteggiamento e nella costruzione del nido. Inoltre, questo permette all’ornitologo di escludere la maggior parte degli uccelli migratori, che si dirigono di nuovo a nord dopo i mesi invernali, e di rilevare solo gli uccelli che si riproducono in provincia. I suoi colleghi ricercatori verranno poi a Egna in estate.
Gli organizzatori fanno sapere che i ricercatori saranno felici di rispondere alle domande dei cittadini e di raccontare del loro lavoro.
Il progetto è realizzato da Eurac Research, in collaborazione con il Museo di Scienze Naturali ed i dipartimenti provinciali di agricoltura, natura, paesaggio e sviluppo del territorio.

Autrice: Caterina Longo