Inaugura venerdì 22 aprile alle ore 18 a Lasecondaluna di Laives la mostra “Enrico Pedrotti. Presenze”. Pedrotti è stato un importante fotografo e ha attraversato un secolo: nato nel 1905, è stato attivo in Trentino Alto Adige fino alla sua morte, nel 1965. Molti ricorderanno il suo studio in via della Mostra a Bolzano, in cui si dedicava ai ritratti, ma anche alla fotografia industriale e alla pubblicità. La sua specializzazione erano le immagini di montagna e gli sport alpini. Ma Pedrotti è stato anche uno sperimentatore; nella sua carriera si era avvicinato alla corrente artistica del “futurismo” e aveva collaborato con l’artista Fortunato Depero. E proprio su questo aspetto più sperimentale di Pedrotti che si concentra la mostra a Laives. “Si è volutamente scelto di indagare il mondo introspettivo, quello sperimentale e d’avanguardia, da lui percorso in maniera più o meno consapevole.” spiega la curatrice Valentina Cramerotti. In questo senso, la selezione di opere in mostra, provenienti dall’archivio privato del figlio Luca Pedrotti e dalla Cineteca CAI Milano, invita ad osservare la produzione fotografica dell’artista da un punto di vista inedito. Per approfondire: venerdì 6 maggio alle ore 18 si svolge una visita guidata alla mostra con Valentina Cramerotti e Luca Pedrotti, mentre mercoledì 11 maggio alle ore 17 si terrà un laboratorio di cianotipia con Claudia Corrent. Entrambi gli appuntamenti sono a ingresso libero con prenotazione obbligatoria scrivendo a info@lasecondaluna.eu. La mostra rimane visibile fino al 14.05.2022 (ingresso libero) presso la Sala Espositiva in via Pietralba 29, Laives, mar- giov 16 – 19, ven- sa 10 – 12 e 16 – 19.
Sorgerà nello spazio abbandonato tra Pineta e il ponte pedociclabile di Laives, la nuova serra didattica che sarà messa a disposizione delle scuole locali e pensata per trasmettere una corretta educazione ambientale a tutti gli studenti. Un progetto ideato dal Comitato Civico di Pineta e che ha ricevuto il via libera dall’amministrazione comunale di Laives, grazie anche all’intervento dell’assessore provinciale Giuliano Vettorato che ha deciso di scommettere su questa interessante iniziativa. Si tratta di un progetto che permetterà di valorizzare un’area momentaneamente trascurata, favorendo al tempo stesso un apprendimento attivo attraverso l’uso di un vero e proprio orto. “Si tratta di un programma che si prefigge di dare alla scuola e agli insegnanti gli strumenti necessari per indirizzare i nostri ragazzi a vivere la quotidianità, avendo come prospettiva naturale il rispetto dell’ambiente in cui viviamo. Un dovuto impegno per gli adulti di domani”, precisa Franco Magagna, del Comitato Civico di Pineta. All’interno dell’area – scelta sia per motivi logistici grazie alla sua facile raggiungibilità che per motivi paesaggistici vista la vicinanza alla bella struttura del ponte – sorgerà come detto una serra didattica fotovoltaica, che potrà essere sfruttata tutto l’anno dagli istituti sia all’interno, grazie ad un ambiente tecnologico protetto e confortevole, che all’esterno, vista la presenza di alcune aiuole con cui si potrà completare il ciclo d’insegnamento. Qui i ragazzi potranno capire e toccare con mano quella che è l’importanza del verde sul nostro territorio, piantando semi e vedendo crescere le piante, ponendosi domande, cercando risposte e scoprendo i processi che regolano l’ambiente attorno a noi. Ma non solo: studieranno i cicli naturali, verranno sensibilizzati sul tema del risparmio energetico, comprenderanno l’importanza della raccolta dell’acqua e rifletteranno sugli sprechi alimentari. Il tutto in maniera completamente inclusiva: “All’interno della serra ci saranno cinque aiuole che tra semina e germinazione trasmetteranno agli alunni l’importanza della terra coltivabile che ricopre parte del nostro pianeta e da cui dipende la sopravvivenza di tutta l’umanità e pertanto il rispetto che dobbiamo ad essa. Sul lato opposto, con la centralina del fotovoltaico, si parlerà del risparmio energetico e di tutto quello che ne consegue a favore dell’ambiente”, continua Magagna. Ci sarà poi una zona dedicata alla raccolta dell’acqua piovana che potrà essere riutilizzata per l’annaffiatura delle aiuole, ed anche un angolo dove gli alunni potranno vedere dal vivo la procedura del compostaggio e come avviene il processo di trasformazione della sostanza organica in terriccio fertilizzante. È poi in programma la realizzazione di una struttura per la raccolta differenziata e un tavolo con delle panche dove poter fare lezione, dialogare e scambiarsi opinioni e idee. A fare da contorno alberi, panchine e, forse, anche un piccolo laghetto. Un progetto apprezzato e condiviso da tutti, grazie al suo imprinting sostenibile che ben si sposa con la visione provinciale in tema ambientale. La giunta ha attuato una strategia in linea con gli obiettivi di sostenibilità fissati dalle Nazioni Unite, e si è impegnata a rispettarli nel suo programma di governo. Il progetto della serra didattica rientra quindi pienamente nella campagna Everyday for future, “Insieme per la sostenibilità”.
“È semplice, immediato e possono farlo tutti e a tutte le età: pensi che l’altro giorno ha giocato anche mia madre, che ha 73 anni!”, così risponde David Rossi, presidente del Tennis Club Laghetti, quando gli chiediamo come mai il padel piaccia così tanto. Un successo tale che diversi comuni della Bassa si stanno attrezzando: a breve è prevista l’apertura del campo di padel a Pineta, ma Laghetti ha battuto tutti sul tempo e lo scorso 26 marzo ha inaugurato il nuovo campo di Padel, presso il Tennis Club. Per chi ancora non lo conoscesse: potremmo definire il padel un cugino del tennis, perchè si gioca con palla e racchetta, ma ha molte meno pretese ed è molto più approcciabile. Ne abbiamo parlato con Rossi.
Da dove arriva il padel? È uno sport originario del Sud America, che ha preso poi piede in Spagna e adesso è diffussisimo nel Norditalia; in città come Milano o Bologna ci sono centinaia di campi da padel… tutti impazziscono per questo gioco.
Come mai? Perché è semplice; non è come il tennis, per cui devi essere coordinato nei movimenti e allenarti molte ore prima di cominciare a divertirti veramente. Il padel è intuitivo e per praticarlo basta essere mobili.
Per chi non ha mai giocato a padel: come dobbiamo immaginarcelo? Un po’ come i racchettoni da spiaggia… un mix tra tennis, squash, ping pong e, appunto, racchettoni da spiaggia. Ma, come detto, non serve fare chissà che tiro o avere chissà che doti, basta un po’ di occhio sulla pallina e colpire, non star li “come un cucco” !
Come mai l’idea del campo a Laghetti? Avevamo uno spazio vicino ai campi da tennis qui al Tennis Club e abbiamo pensato che poteva essere una bella occasione per essere più attrativi. Il Comune ci ha dato il permesso e ha messo a disposizione circa 25 mila euro per le opere preparatorie, mentre gli altri 40 mila euro per la realizzazione li ha messi la società come Tennis Club.
Insomma il campo è costato un po’ e non è “piovuto dal cielo”… Certo, ma in confronto ad altri impianti non è molto costoso. Le faccio un paragone: basti pensare che per un campo da tennis, se si ha il terreno vuoto, costa almeno 200 mila euro.
A proposito: quali sono le differenze rispetto al campo da tennis? La grandezza, che per il tennis è 36 per 18 metri, per il padel si riduce a 20 metri per 10. Intorno al campo di padel ci sono delle pareti – il senso è che la pallina resti dentro. Nel nostro caso abbiamo inserito delle pareti di vetro. Si gioca un’ ora e mezza, e natualmente qui si possono nolleggiare racchette e palline.
Il campo è fresco di inaugurazione: come stanno andando questi primi giorni? Certo qui non è come nelle altre città d’Italia in cui si litiga per trovare un’ora libera, ma abbiamo diverse ore prenotate ogni giorno e con la bella stagione verrà preso d’assalto.
E come procede al Tennis Club? Grazie anche alla gloria locale Sinner, il tennis negli ultimi due anni ha avuto nuovo slancio; ogni anno aumentiamo il numero dei soci, ora siamo ad oltre i 130 iscritti. Molti provengono anche da altri comuni come Salorno, Cortina, Laives Bronzolo, ma anche Bolzano. Da noi c’è un ambiente familiare, un clima rilassato e non agonistico.
Avete anche giovani tennisti? Il tennis è uno sport che si pratica in genere da bambini, poi spesso in età giovanile si smette, per tornare sul campo più tardi, tra i 30 e i 35 anni, magari dopo che si è giocato a calcio. Comunque nella prima settimana di chiusura scolastica faremo un camp in cui si potrà giocare a tennis e padel e con vicino anche un campo di calcetto e dei canestri: crediamo sia una buona strada per far assaggiare un po’ tutti gli sport ai ragazzi e condividere dei momenti di divertimento insieme.
Continuano senza sosta in tutta la Bassa le iniziative dei cittadini per ripulire i territori comunali. Nella mattinata dello scorso sabato 26 marzo è stata la volta di Egna. Un gran numero di persone ha aderito infatti all’iniziativa annuale “Paese Pulito-Sauberes Dorf” promossa dal Comune e dall’Assessorato all’ambiente. Sia ad Egna, nel cantiere comunale, che nella frazione di Laghetti, in zona Pinara, si sono ritrovati rappresentanti di associazioni, comuni cittadini, gruppi familiari, amministratori comunali e un gran numero di bambini e ragazzi. Muniti di guanti e sacchi, pronti a raggiungere le zone assegnate da perlustrare, con il prezioso supporto di operai e di alcuni trattoristi, i volontari si sono adoperati nella raccolta dei rifiuti ripulendo aree diverse, distribuite sul territorio comunale. Nella tarda mattinata, “a missione compiuta”, una volta riportati in cantiere i sacchi con i materiali più svariati, tutti i volontari sono stati invitati ad un piacevole momento conviviale con panino e bibita. Ad Egna, l’assessore all’ambiente Giorgio Nones ha salutato e ringraziato i presenti dicendosi soddisfatto della risposta all’iniziativa che prosegue da quasi trent’anni e che nel tempo ha saputo richiamare un numero sempre maggiore di interessati. Ha spiegato quanto sia importante sensibilizzare e coinvolgere la popolazione, soprattutto i giovani e i bambini, che sanno recepire in modo immediato il messaggio e sanno rendersi protagonisti di un’azione semplice, ma fondamentale, volta al rispetto per l’ambiente. L’assessore Klaus Pichler ha voluto confermare quanto espresso da Nones, e si è unito al grande gruppo, dando supporto nell’organizzazione e nella parte operativa. Nella frazione di Laghetti è stata l’assessora Karin Pichler, affiancata da altri rappresentanti del comune, a fare da portavoce dell’iniziativa.”La valenza educativa di questa iniziativa è indiscussa, poiché mira a sensibilizzare la comunità sull’importanza di tutelare e mantenere pulito il proprio territorio che dev’essere considerato bene comune da preservare. E il significativo numero di giovani presenti sabato, sia a Egna che a Laghetti, ha confermato ancora una volta quanto sia importante coinvolgere le nuove generazioni.”
In questi tempi di brutture e violenze, una gita nell’incontaminata serenità di Vadena e dei suoi antichi tesori riconcilia lo spirito. Nel corso dei millenni, varie popolazioni sono confluite sulla riva destra dell’Adige, un luogo riparato e, nel contempo, aperto come pochi al mondo italico e, sull’altro versante, a quello alpino e gallo-germanico. Ne furono attratti, per ovvi motivi, anche molti curiosi e studiosi. Tra loro, il bavarese Ludwig Steub, tenace interprete della misteriosa toponomastica retica tuttora prevalente nella nostra terra. Contrariamente all’opinione corrente, che ritrova in “Vadena” il latino “vadum” (guado), suggerì la radice italica ovvero reto-etrusca di “Fethanei”. In effetti, è assai improbabile che una località abitata almeno 1000 anni prima dei Romani abbia atteso tutto quel tempo per dotarsi di un nome – tanto più se si dà retta a quanto scrive, per esempio, Karl M. Mayr nel 1928: “Il popolo culturalmente molto evoluto, che usava seppellire i propri defunti con grande sfarzo presso Stadio, controllava dalle alture boschive di Laimburg l’antichissima via commerciale del varco di Castelchiaro.” Insomma, non erano certo incolti selvaggi gli abitanti di questa regione ma, anche a giudicare dai preziosi reperti rinvenuti nelle tombe, esponenti di raffinate civiltà. Oggi Vadena è formata da piccoli, a volte minimi agglomerati urbani sparsi su un’ampia striscia di territorio, che dalla stazione di Laives arriva a quella di Ora. Poi una grossa fetta del Monte di Mezzo che si perde nelle acque del Lago di Caldaro in località Klughammer. Se al comune si dovesse dare un colore, sarebbe sicuramente il verde prevalente dei meleti attraversati dalla strada pedemontana per Ora e Caldaro. Ma, come si conviene al suo millenario splendore, è il silenzio il vero nume del luogo, avvolto ma non spezzato dal ronzio di sottofondo dell’autostrada che di là dal fiume taglia in due questa singolare terra basso-atesina. Il centro di Vadena non dà cenni di vita, domenica mattina, e poco oltre anche l’abitato di Birti con il suo campanile solitario e la combinazione di costruzioni vecchie e nuove sembra immerso nell’oblio della storia. Dopo qualche chilometro, il Monte di Mezzo forma un’ansa occupata quasi interamente dal centro di Laimburg. Un tempo la strada ci passava proprio davanti ma oggi per entrare dobbiamo raggiungere il bivio per Caldaro e poi risalire verso nord. Spiccano nel sole del mattino le rocce di porfido rosso-brunastro tra le colline moreniche ed è inevitabile rievocare le parole scritte da Giovanni Oberziner nel 1883: “Sulla sommità del colle era una grande pietra quadrata, circondata da coltelli, cilindri d’argilla, e rottami di vasi, e credo che non abbia torto chi supponga, che questo sia stato l’altare dove si scannavano le vittime, e forse lì appresso s’innalzasse il rogo per abbruciare i cadaveri dei trapassati”. Nel piazzale circondato dagli edifici del centro sperimentale non c’è nessuno, la scuola agraria è chiusa. Ci possiamo aggirare indisturbati in cerca di segni e impressioni di un passato ampiamente noto e documentato da quasi due secoli. Al ritorno, imbocchiamo il passaggio che sotto l’autostrada conduce all’Adige. Superato il terrapieno dell’argine, scendiamo fino a riva. Una piccola insenatura e grossi massi tra la spoglia vegetazione primaverile ci riportano ai tempi in cui qui, o poco distante da qui, attraccavano e poi partivano le colorate imbarcazioni colme di mercanzie alla volta delle maggiori città retiche, euganee e venete fino alle sponde dell’Adriatico.
Raccontare le piccole grandi storie di uomini e donne: con questo intento è nato il progetto “Un secolo di vita ad Ora”. Anche se non sono quelle di persone celebri e famose, queste storie tracciano trame vivaci, che da Ora si espandono all’Alto Adige per toccare le grandi vicende storiche del Novecento.
L’iniziativa, che ha preso il via un paio di anni fa, ha già raccolto 15 biografie di personaggi che hanno abitato a Ora o sono stati comunque strettamente legati al paese. Le biografie hanno trovato spazio nel bollettino comunale, in forma ridotta, come estratti, ma prossimamente verranno pubblicati per intero, corredati di documentazione fotografica. Come accennato, le storie raccontate da “Un secolo di vita a Ora” non sono quelle di celebrità, ma di “persone di tutte le età, appartenenti a diversi gruppi linguistici e provenienti dai più disparati ceti sociali” spiegano gli organizzatori del progetto della Bildungsausschuss di Ora. A proposito: al progetto collaborano Martin Crepaz, Donatella Vivian, Thomas Winnischhofer e Christian Pernter. Irene Hager, mediatrice culturale, è invece la coordinatrice, insieme alla storica Adina Guarnieri. Ci siamo fatti raccontare da Hager come ha avuto l’idea e quali saranno i passi futuri.
Irene Hager
L’INTERVISTA
Come nasce “Un secolo di vita ad Ora”? Qualche anno fa sono tornata a vivere ad Ora, paese natale di mia mamma, e ho sentito l’esigenza di saperne di più sul paese; per me è importante conoscere la storia del posto in cui vivo – come dice lo studioso Sven Lindquist, conoscere la storia “locale” aiuta a capire anche quella del mondo, e fenomeni più ampi. E poi fa parte della mia formazione personale.
In che senso? Come mediatrice culturale ho lavorato per molti musei locali e mi piace scovare le storie racchiuse dentro gli oggetti, i luoghi e le persone. A Ora manca un museo e del resto i musei sono costosi. Ma volevo comunque “scavare” nella storia e quindi ho pensato a questo progetto, che ho presentato alla Bildungsausschuss di Ora.
E come è stato accolto? Sono stati subito d’accordo! Si è formato un team di lavoro di persone di Ora e abbiamo coinvolto anche una storica, Adina Guarnieri, per noi era importante. Abbiamo deciso di concentrarci sugli ultimi cento anni, per restringere il campo delle ricerche storiche – arrivare fino al medioevo sarebbe stato interessante, ma anche molto impegnativo. Abbiamo poi definito un ampio spettro dei settori da cui “pescare” le storie: mestieri, famiglie, turismo, religiosità, trasporti…
Come vi siete messe sulle tracce delle storie? Anche se non si tratta di un progetto di “oral history” è stato importante parlare con molte persone, poi la pandemia ha reso tutto più difficile perché per questo tipo di storie ci vuole il dialogo di persona e al telefono non era semplice.
Quali sono le storie che vi hanno colpito di più? Grazie al progetto, lo scorso gennaio abbiamo messo in luce i destini di Martin Krebs e Ida Kaufmann, vittime della Shoah, deportati e assassinati a Auschwitz e gli abbiamo dedicato le due pietre d’inciampo a Ora. Questo è un grande risultato, che non ci aspettavamo quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto (abbiamo parlato di questa storia nel nr.2 del 27 gennaio scorso, ndr). Un’altra storia è quella di Heinrich “Heindl” Ritsch, classe 1923, che gestiva un’officina di bici a Ora. Negli anni ’60 fu coinvolto, con altri uomini della Bassa nel gruppo della BAS; Befreiungsausschuss Südtirol (BAS), ma non fece mai esplodere nulla. Grazie alle ricerche su Ritsch è stato possibile rintracciare un deposito di materiale esplosivo che non si conosceva a Montanerbachl. Anche la storia di Fritz von Fioreschy è interessante perché spiega molto del nostro paesaggio agricolo e della sua organizzazione; Fioreschy nasce come viticoltore, ma dopo la crisi della prima guerra mondiale decide di “riconvertirsi” e dedicarsi alla coltivazione delle mele e al commercio frutticolo.
Altre curiosità? Cambiando settore, c’è Robert Ladurner, acconciatore di Ora, che aveva lasciato il Sudtirolo con la sua famiglia a 14 anni come optante. Dopo una giovinezza travagliata, sposò una parrucchiera irlandese e aprì un salone nell’Irlanda del Nord, a Belfast, con il nome altisonante di “Antonio de Paris”. Ebbe un successo immediato e mise addirittura mano alla chioma della divina Elizabeth Taylor. E poi c’è Antonia Bertoluzza.
Chi era? È stata maestra ad Ora, dove era un personaggio noto: i vecchi abitanti la ricordano come una signora anziana, con il casco in testa, sfrecciare in sella al vecchio motorino tra le vie.
Sembra un personaggio molto “particolare”… Si! Donatella Vivian, che ha ricostruito la sua storia racconta che Antonia Bertoluzza era una dei tanti figli della prima guerra, forse figlia di un graduato dell’esercito asburgico e di Stefania Bertoluzza, figlia dell’ostetrica del paese. Aveva avuto un’infanzia serena, le zie, soprattutto la zia Alice, infermiera e la nonna, che le dedicavano attenzioni e cure. Mentre Antonia cresceva in questo piccolo ambiente di paese, affidata alle amorevoli cure delle zie e della nonna, sua madre si era trasferita in Sicilia. Di qui inizierà per Antonia una giovinezza tra Nord e Sud perché la mamma ad un certo punto decide di portarla con sé in Sicilia. Dopo le iniziali difficoltà, Antonia si adatta alla nuova lingua e al cibo in seguito studia come maestra. Da maggiorenne coglie però l’occasione di andare a studiare in Austria e tornare in Alto Adige. Insegnerà a Olmi, a Fontanefredde e anche a Ora. È morta nel 2006 a Ora, e viveva da sola, dopo la pensione si era ritirata in una grande casa con giardino. Non essendo una grande cuoca, andava spesso a pranzo al ristorante “Turmwirt”. Molti la ricordano come persona autonoma, che amava raccontare della sua giovinezza intercalando vocaboli in siciliano.
A proposito, la lingua non era un problema… Qui a Ora ci sono sempre state famiglie bilingui da generazioni, in cui era naturale parlare italiano e tedesco, perché in molti avevano legami in Val di Non, Trento, Valsugana. La lingua non è mai stata considerata un elemento di divisione, fino all’avvento del nazionalismo. Inoltre, abbiamo dedicato una ricerca ad hoc agli “italiani di Ora” (su cui torneremo prossimamente, ndr).
E come prosegue il progetto? Abbiamo raccolto 15 biografie e continueremo ad ampliare l’archivio con una biografia all’anno. Al momento stiamo lavorando alla pubblicazione delle storie sul sito internet www.auerora.it corredate da ricerche fotografiche d’archivio.
Non resta che augurare buon lavoro e aspettare le prossime “singole storie a cavallo della grande storia”, come le definiscono alla Bildungsausschuss di Ora.
Non solo incendi: ogni giorno i Vigili del fuoco di Laives intervengono per incidenti sulle strade, salvataggio di persone e in caso di eventi meteorologici straordinari, come nevicate e tempeste. Il 2021 è stato un anno intenso con ben 271 interventi effettuati.
I Vigili del Fuoco di Laives tirano le somme sull’anno passato, che, è proprio il caso di dirlo è stato un anno “caldo” di impegno e interventi per l’affiatata squadra laivesotta. Guardando ai numeri, a fine 2021, il corpo contava un totale di 55 pompieri attivi, con un nuovo arrivo (Manuel Gamper) e i due colleghi Alois Defranceschi e Helmuth Pfeifer, che invece sono passati a membri fuori servizio e continueranno a sostenere i vigili del fuoco come alfieri in tutte le occasioni di festa. Con un’età media di 35,2 anni e una media di 16 anni di servizio, l’unità può contare su molta esperienza, spinta e motivazione nelle proprie file. Motivazione che è necessaria ogni giorno per poter coprire il grande carico di lavoro nell’ambito della protezione civile del comune di Laives. Nell’anno solare 2021 ci sono stati infatti 271 interventi con un totale di quasi 7500 ore di lavoro da svolgere. Così riportano in un comunicato i Vigili: “L’anno scorso, il numero di incendi nel territorio comunale è aumentato leggermente, anche se veniamo chiamati più volte ad assistere a incendi fuori dal territorio comunale. Ricordiamo l’incendio di un alveare con un incipiente incendio boschivo a La Costa, l’incendio nella discarica Frizzi Au, così come l’incendio della capriata del tetto ad Ora nel luglio dello scorso anno. Tuttavia, la maggior parte dell’attività lavorativa nel 2021 è stata dedicata agli interventi tecnici, ovvero aperture porte, il salvataggio di persone da ascensori, incidenti o danni da tempesta. Anche quest’anno sono successi diversi incidenti mortali sulle strade, anche se l’intervento più impegnativo a livello emotivo è stato sicuramente la ricerca della coppia scomparsa Neumair/Perselli. Un impegno durato diverse settimane, per cui siamo stati chiamati più volte con gli altri corpi dei VVF lungo il fiume Adige”. E poi ci sono gli eventi meteorologici straordinari. Continuano i VVF: “Anche se in misura minore, le tempeste dell’anno scorso hanno richiesto un certo numero di ore di lavoro. Mentre i primi mesi dell’anno sono stati caratterizzati da forti nevicate, la metà dell’anno è stata segnata da diverse forti tempeste che si sono abbattute sul nostro Comune. Verso la fine del 2021 c’è stata poi una grande frana sulla strada per La Costa, e siamo quindi intervenuti per le prime messe in sicurezza”. Ulteriore punto importante: alcuni dei vigili del fuoco di Laives hanno fornito supporto lo scorso agosto durante i grandi incendi boschivi nel sud dell’Italia. Il comandante Patrick Thaler e il pompiere Thomas Zampieri, insieme a compagni di San Giacomo si sono recati sul posto, in sostegno della protezione civile locale nella lotta contro gli incendi selvaggi nella vegetazione secca della Sicilia. Le ore di lavoro comprendono anche le ore investite in esercitazioni, servizi di sicurezza e prevenzione incendi, corsi e addestramenti per essere in grado di garantire un intervento veloce, sicuro ed orientato agli obiettivi in qualsiasi momento. Il bilancio annuale è anche un’occasione per ringraziaredi cuore tutti i sostenitori , perchè questo ” motiva a continuare ad aiutare la popolazione con gioia ed energia in ogni situazione” concludono i VFF.
L’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia, Penone, Corona e Niclara hanno compiuto un grande gesto di generosità. Il guadagno ottenuto nel dicembre scorso durante il mercatino di natale è stato infatti dato in beneficienza al servizio “Sogni e vai”. Durante una visita a Bolzano è stato consegnato l’assegno e le donne hanno avuto la possibilità di ispezionare l’ambulanza. e ascoltare le parole di chi ha esaudito i desideri. “Di volta in volta vediamo quanto interesse suscita il nostro servizio tra la popolazione. Questo ci incoraggia a offrire il nostro servizio con gioia e impegno”, dice Armin Oberkofler, uno dei circa 40 volontari del progetto Sogni e vai. “Ci sorprende sempre di più in che modo creativo le associazioni altoatesine organizzano eventi per sostenere il nostro servizio”. Anche le donne dell’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia, Penone, Corona e Niclara si sono dette molto soddisfatte della donazione: “Noi organizziamo ogni anno il nostro mercatino di Natale e con il profitto cerchiamo di sostenere progetti e servizi di carità locali” racconta la responsabile Monika Torggler Anrather. “E nel 2021 abbiamo deciso a favore del servizio Sogni e vai, perché il progetto ci ha convinto. E forse il progetto potrà realizzare un desiderio ad una persona bisognosa della Bassa Atesina”. Per la cronaca, al mercatino di Natale le donne coltivatrici avevano offerto diverse preblibatezze culianrie: milanese, minestra di gulasch, un notevole buffet di dolci e momenti piacevoli allo stand del vin brulé. “A nome di tutta la nostra squadra, vorrei ringraziare l’associazione per il loro sostegno. Siamo felici della loro donazione e la useremo alla prossima occasione per la realizzazione di uno speciale desiderio”, ha detto Anita Tscholl, responsabile del servizio Sogni e vai presso la Caritas. Si ricorda che il progetto “sogni e vai” esaudisce i desideri di persone gravemente malate. “Sogni e vai” aiuta le strutture sanitarie e le famiglie, che spesso non hanno né i mezzi né le possibilità, a realizzare i sogni dei propri cari. Ulteriori informazioni: www.sognievai.it Nella foto: Anita Tscholl (da sinistra), Sonja Trockner Hauser, Christine Ruatti Weger, Elena Bonfrisco e Armin Oberkofler della squadra del servizio Sogni e vai, la responsabile dell’Associazione delle Donne Coltivatrici di Cortaccia Monika Torggler Anrather, Petra Weger, Inge Nussbaumer Sanin, Sibylle Solderer Kofler e Stephanie Zardini.
Nasce dall’esigenza di ripensare il nostro rapporto con la natura e con l’ambiente la mostra “On touching” di Mirijam Heiler, visibile al Kunstforum di Egna fino al 23 aprile prossimo. La giovane artista brissinese, che è anche un’appassionata scalatrice, rivendica l’importanza “dell’esserci nel momento presente, reale. Come solo un contatto fisico può fare”– di qui il titolo della mostra “On touching”. La mostra inizia con un’immersione in una piccola giungla di piante e continua con collage fotografici, dipinti e installazioni (tutte inedite) che incarnano incontri e commistioni – tra corpi umani, la natura e la tecnologia. L’incontro tra essere umano e tecnologia non è nuovo – basta pensare al cellulare che teniamo attaccato costantemente al nostro corpo o alle lenti a contatto, impianti e protesi, che sono ormai parte di noi. Tecnologia al nostro servizio, almeno così crediamo. Ma cosa accade se la tecnologia prende le forme di delicate antenne metalliche, che come quelle di una lumaca reagiscono alla nostra presenza, come avviene nell’installazione concepita da Heiler? O se è la natura a “invadere” noi e non viceversa?
È quanto vediamo nei collage fotografici dell’artista, in cui schiene, gambe e braccia sono percorse da conformazioni di cespuglietti muschiosi o sassi. Altre installazioni hanno l’aspetto di una colonna vertebrale, rosea, perfetta, come quelle che vediamo nelle illustrazioni dei libri di scienze; peccato però che ci siano parti strane, prolungamenti anomali, che “non tornano”. Heiler costruisce così immagini pure, pulite, che però ci lasciano addosso una sottile inquietudine. E non solo perchè gli arti appaiono mutilati e i corpi sembrano aver perso i rispettivi proprietari/e, che non hanno volto. Un’atmosfera di freddezza attraversa i corpi asettici in queste immagini perfette. Forse è necessaria per guadagnare uno sguardo più distaccato e asciutto. Perchè non c’è nulla di “caldo” nel contatto raccontato dall’artista; forse per suggerici che l’incontro tra essere umano e natura non è scontato, e potrebbe farsi minaccioso. Il punto di partenza dell’artista, a livello teorico, è il pensiero della filosofa americana Donna Haraway, le cui teorie hanno avuto e stanno avendo grande influenza su molte generazioni di artisti. Semplificando, la studiosa auspica – tra l’altro- il superamento della contrapposizione essere umano/natura, o meglio del dominio dell’essere umano sulla natura, che si sente al centro dell’universo. Eppure, facendo salti indietro nella storia e nelle culture, nell’antichità questo rapporto non è sempre stato giocato sulla contrapposizione. L’arte e la letteratura ne sono lo specchio. Basti pensare alle tante storie raccontate nei miti greci, alle tante divinità che – per amore o per sfuggire a qualche punizione- si trasformano in piante o animali. Una fra tutte, la bella Dafne, che per sfuggire alle brame amorose di Apollo si trasforma nell’albero di alloro. Per secoli pittori e scultori hanno immortalato queste storie di trasformazioni in dipinti, affreschi e sculture, facendole sembrare “naturali”. Oggi il mito è lontano, la tecnologia avanza e l’incontro uomo /natura non ha più nulla di fluido. Èinevitabile che le opere di arte contemporanea restituiscano questa difficoltà e “freddezza”, per essere da sprono verso un ripensamento. E certo non guasta che artiste come Heiler lo sappiano fare anche con un tocco di sofisticata e surreale eleganza. Info: Mirijam Heiler, On touching, Kunstforum Unterland – Galleria della Comunità Comprensoriale Oltradige – Bassa Atesina, Portici 26, Egna. Dal 9 al 23 aprile, da martedì a sabato, ore 10-12 e 16-18. Inaugurazione il 09.04.2022, ore 2. L’ingresso alla mostra e all’inaugurazione è libero e gratuito. Durante la mostra saranno osservate tutte le linee guida anti-Covid19 in vigore.
Lungo la strada che da Bolzano conduce nell’Oltradige, nei pressi del bivio di Riva di Sotto si abbandona l’ampia “caldera” bolzanina per affrontare, nella gola di S. Paolo (Paulsner Höhle), uno scenario e, per certi versi, un’era geologica completamente differenti. Dal fuoco dei vulcani e dalla classica roccia di porfido rosso che recinta la città capoluogo si passa al gelo dei ghiacciai con un terreno di argilla e sabbia frammisto a pietrame dolomitico precipitato dal massiccio Macaion. Le molteplici colline e vallette moreniche ai bordi della strada rievocano vagamente un paesaggio di dune desertiche e presentano, accanto a una scarna vegetazione boschiva, una sempre più estesa copertura a vigneto. Una “tessitura” ordinata e meticolosa, questa, che ha trasformato la terra selvaggia dell’Oltradige in un’enorme oasi antropizzata, dove la mano dell’uomo, nel corso degli ultimi secoli, ha inciso pesantemente sulla morfologia del paesaggio. L’intera gola, un canalone levigato tra la catena della Mendola e la valle di Lavason, risale all’ultima deglaciazione avvenuta circa 15000 anni fa. Il ghiacciaio dell’Adige (Etschgletscher), che dai monti della Venosta raggiungeva il Lago di Garda, rivestiva la regione di una coltre di ghiaccio spessa quasi 2000 metri nella zona di Bolzano. Da Castel Firmiano fino al Lago di Caldaro si sviluppava invece un suo ramo laterale chiamato la “lingua di Caldaro”. Lo stesso idilliaco lago è l’ultimo residuo di quei ghiacci che, ritirandosi, hanno modellato l’intero territorio dell’Oltradige. In quel periodo post-glaciale, il fiume chiamato paleo-Adige non scorreva verso la pianura veneta attraverso Bolzano, Trento e la Val Lagarina, ma da Terlano si dirigeva verso Appiano e Caldaro per poi raggiungere la conca di Lavis e la valle dei Laghi, la valle del Sarca e il Garda. La massa d’acqua ha non solo formato valli e conoidi, levigato colline e monti ma, soprattutto, riempito il fondovalle con alcune centinaia di metri di materiale. Le misurazioni effettuate in vari luoghi ci danno il vero fondovalle “roccioso” a circa 450 metri sotto il livello del mare, dunque circa 250 metri sotto l’attuale fondovalle. In questo sorprendente paesaggio storico (Kulturlandschaft), gli archeologi hanno trovato traccia di molti insediamenti umani risalenti a diverse epoche e culture dal tardo neolitico all’età del bronzo e del ferro. Sappiamo che inizialmente, nel mesolitico, i cacciatori della valle dell’Adige saliti dal Trentino privilegiavano invece la caccia in altura sulla catena della Mendola. La foresta di Monticolo, allora estesa da un lato all’altro della vallata, era molto fitta e difficile da percorrere – tanto che ancora viaggiatori del secoli più recenti hanno descritto le difficoltà di un suo attraversamento. I luoghi di particolare interesse storico-archeologico raccolti attorno all’odierno paese di San Paolo sono diversi: dalle colline di Fuchsberg e Altenburg (di cui rimangono poche rovine) al colle maestoso di Castel Guardia, dal Riegelbühel al Putzer Gschleier. Significativa anche la zona attorno all’odierna giardineria Gamberoni in località Siechenhaus. Dal Bronzo in poi, abbiamo testimonianze (ceramica, industria litica in selce, utensili, sepolture, gioielli, capanne eccetera) di “abitati” sempre più stabili e organizzati nonché dello sfruttamento delle ricche risorse ambientali. Accanto al disboscamento, si sviluppano i fenomeni di ciglionamento e terrazzamento che caratterizzano il panorama dell’Oltradige fin nella zona di Termeno. Con ogni probabilità, in questa zona è avvenuto il graduale passaggio dalle culture tardomesolitico-neolitiche a quelle dell’era dei metalli e un’organizzazione della vita e delle attività umane secondo canoni arrivati, attraverso cinque o sei millenni, fino ai giorni nostri.