Il primo insediamento nella valle dell’Adige

Sulle tracce dei primi insediamenti nella Val d’Adige – da Castel Firmiano al Monte di Mezzo, da Castelfeder a Salorno – abbiamo scoperto che già nell’VIII millennio a.C., all’epoca dei cacciatori-raccoglitori dell’era postglaciale, la loro ubicazione doveva rispondere a precisi criteri “naturali” quali la sicurezza, la vicinanza a fonti idriche, l’accessibilità, l’esistenza di ripari e di particolari materiali (soprattutto litici). Non veniva trascurata neppure la bellezza dei luoghi e, potremmo ipotizzare, la loro prossimità alla sfera “magica” dell’uomo di quel tempo.
Per quanto riguarda la conca di Bolzano, i “villaggi” primordiali, stabili o stagionali, furono realizzati sulle soleggiate colline e sui terrazzamenti affacciati sul fondovalle dominato dai tre fiumi Adige, Isarco e Talvera. I gruppi che vi fecero capolino erano di provenienza trentino-veneta, in particolare del veronese e arrivarono in valle su due fronti: la catena della Mendola e la Val di Cembra. Non è del tutto chiaro invece se nella stagione fredda facessero ritorno ai luoghi di origine o stabilissero i propri campi nelle zone più temperate del territorio.
Uno sguardo dall’alto ci avrebbe mostrato un territorio fluviale-boschivo e in parte di prateria paludosa dall’imbocco della Val Sarentina e della Val d’Isarco lungo tutto l’asse dei fiumi Adige e Isarco fino a Salorno. Certamente quest’area si prestava, oltre alla tradizionale pesca al luccio ampiamente documentata, soprattutto ai bivacchi invernali. I dossi di Castel Firmiano, Guncina e Virgolo fino a Castelfeder e Favogna erano sicuramente punti di sosta per questi cacciatori preistorici. Ma in particolar luogo ha destato l’interesse degli studiosi il sito di S. Giacomo tra Bolzano e Laives, uno dei primi siti mesolitici rimasto attivo anche in epoca neolitica e, pare, perfino nella prima età del Rame (quella di Ötzi, per intendersi). Insomma, possiamo dire che sopra la chiesetta di San Giacomo fosse sorto il primo – o uno dei primissimi – insediamenti stabili della valle dell’Adige, dove i ritrovamenti documentano anche la transizione epocale e culturale dal tardo mesolitico al primo neolitico.
Se il mesolitico è caratterizzato dall’attività venatoria in altura, il neolitico porta con sé la rivoluzione agricola (coltivazione di orzo e grano, domesticazione di capre, pecore, suini e bovini) e, soprattutto, la comparsa della ceramica. La forma di insediamento si trasformò da campo in villaggio e per la prima volta nella sua storia l’uomo incominciò ad identificarsi con il territorio in cui viveva – e a difenderlo dagli estranei nelle forme che conosciamo.
Se oggi osserviamo la collina su cui si erge la chiesetta di S. Giacomo, non ci è facile cogliere il motivo di questa scelta. Una terreno impervio, dominato dalle impressionanti pareti rocciose di porfido rossastro. Probabilmente fu determinante la sua vicinanza al fondovalle, dove venivano praticate la pesca, la raccolta di frutti selvatici e la caccia ad animali come la lepre, il cinghiale, il tasso e il castoro. Nello stesso tempo, i siti di caccia in altura sotto il Corno Bianco e il Latemar erano raggiungibili in poche ore di cammino. Interessante è anche il fatto che questo sito appartato è stato utilizzato per moltissimo tempo e che diverse culture vi abbiano convissuto fino a fondersi l’una nell’altra.
Il sito si trova poco a nord della chiesa nei pressi di una fonte idrica. Gli scavi hanno portato alla luce, oltre a moltissime schegge di selce di epoca castelnoviana e sauveterriana, grattatoi, lame, troncature e microbulini. Le molte punte di frecce e una particolare resina utilizzata per incollare le punte alle frecce documentano l’intensa attività venatoria. Oltre ai frammenti di ceramica che già ci parlano dell’epoca agricola, di particolare interesse una pietra da macinazione color giallo ocra: utilizzata, si pensa, per la decorazione dei recipienti di argilla.

Autore: Reinhard Christanell

Laivesotti, ritratti di giovani identità

Si intitola “Laivesotti, crescere nel subborgo” la mostra fotografica al centro Fly di Laives, visibile fino al 5 marzo prossimo. La mostra nasce da un progetto di Andreas Bertagnoll, fotografo ed educatore del centro, che ha ritratto circa 30 ragazzi e ragazze di Laives e dintorni per indagarne “le diverse linee d’identità nella periferia altoatesina”. Messi davanti all’obiettivo sullo sfondo di luoghi e paesaggi della Bassa, ragazzi e ragazze ci guardano seri e, sembra, fieri di una giovinezza e di un’identità tutta da scoprire.

Cosa si vede nella mostra?
Ritratti di giovani e giovani adulti tra i 14 e i 22 anni – che frequentano o hanno frequentato il nostro centro giovanile- le foto le ho scattate io come fotografo ed educatore, ma i posti in cui farsi fotografare, “mettersi in scena”, li hanno scelti loro.

Qual è l’intento del progetto?
Guardare a cosa significhi vivere da giovani a Laives, che si differenzia rispetto ad altri posti dell’Alto Adige, è una realtà più multiculturale ma anche periferica. 

E cosa è emerso?
Che la noia ha un certo importanza perché è una specie di terra di mezzo, non è come vivere in campagna o città. La vicinanza a Bolzano è allo stesso tempo un vantaggio e uno svantaggio, perché la città chiama e “risucchia”. Molti vivono qui ma non si identificano con il posto, certo senza generalizzare. 

Cosa si aspettano, cosa sognano i giovani? 
Be’ da un lato gli piacerebbero più occasioni di incontro, locali, discoteche – con la pandemia abbiamo tutti vissuto sulla nostra pelle che la dimensione digitale non sostituisce la vita reale. Molti soffrono del fatto che Laives sia stato costruito molto, anche edifici non sempre belli, ma che non abbia un vero e proprio centro, una piazza… per certi versi, il centro è una lunga strada, con un nome del presidente americano Kennedy. Ma ci sono anche aspetti positivi.

Ad esempio?
Ci sono impianti sportivi e tante associazioni attive nello sport, oltre alla vicinanza alle zone verdi, questo è un grande vantaggio. E poi tutto dipende dai punti di vista: un ragazzo che abita a Laives ma ha origine indiane mi ha detto che la città è bellissima, e gli piace il fatto che si incontrino persone di tutti i paesi. Insomma, dipende sempre da quello che hai da perdere o da realizzare.
E’ parte del progetto anche un catalogo con testi di Yvonne Saltuari, Marco Russo e Andreas Bertagnoll. La mostra “Laivesotti” è visitabile dalle ore 15 alle ore 18.30 dal 18 al 20.02 , dal 24 al 26.02 e dal 03 al 05/03. Centro giovani Fly, Passaggio scolastico Marian Damian 8, Laives (ingresso gratuito nel rispetto delle normative anti Covid). 

Autrice: Caterina Longo

Lasecondaluna, cinque nuove mostre

L’Associazione culturale lasecondaluna di Laives ha presentato il nuovo programma 2022. La bolzanina Claudia Corrent apre a marzo la stagione mostre, che si muoverà sul filo conduttore dello “spazio umano”. In autunno l’arte torna a invadere le strade di Laives con il festival “Identity in motion” mentre continueranno le iniziative a favore degli artisti e delle artiste.

Cinque nuove mostre e tante inziative all’insegna dei giovani talenti e dell’arte: così si preannuncia la nuova stagione de “lasecondaluna”, la vivace associazione di Laives, sempre in fermento con nuove idee e iniziative al passo coi tempi. Le esposizioni avranno luogo tra Laives e Vadena e proporanno le opere di artisti di diversa età, formazione e poetica. Il filo tematico delle mostre sarà il del concetto di “Spazio Umano” inteso come spazio di vita e in cui creano le storie dei singoli e della comunità.
Le prime due mostre saranno dedicate alla fotografia. La stagione espositiva partirà infatti a marzo con una personale, curata da Amanda Filippi, della fotografa bolzanina Claudia Corrent con i suoi collage fotografici tra presente e passato. Ad aprile si inaugurerà un’altra personale, dedicata al fotografo trentino Enrico Pedrotti e curata da Valentina Cramerotti.
Si riprenderà poi in autunno, stagione in cui si terranno due mostre dedicate a modalità pittoriche solo all’apparenza molto divese
La prima, a ottobre, consisterà in una personale del giovane artista trentino Ismaele Nones e vanterà la curatela di Gabriele Salvaterra. La seconda inaugurerà invece a novembre e, con la curatela di Nicolò Faccenda, metterà a confronto le due artiste altoatesine Mirijam Heiler e Barbara Prenka. A queste quattro esposizioni, che si terranno nella Galleria 29 di Laives, se ne aggiungerà una quinta che troverà invece sede nella suggestiva location della Galleria Civica di Vadena, dove, a cura di Nicolò Faccenda, sarà allestita una collettiva dedicata agli artisti dell’Istituto per la Grafica d’Arte di Merano.
Nel corso del 2022, parallelamente alla stagione espositiva, proseguirà il progetto “Lasecondaluna for artists”, nato nel 2021 e altro ambito di attività dell’Associazione. Obiettivo del progetto è la valorizzazione di artisti residenti in territorio altoatesino e trentino, con un’attenzione particolare per le nuove generazioni. Oltre alla messa a disposizione di uffici e atelier in cui gli artisti possono lavorare liberamente, “Lasecondaluna for artists” consiste in molte altre azioni di supporto concreto, anche in ottica professionalizzante. Anche quest’anno verranno infatti proposti corsi di formazione e aggiornamento, accompagnati da consulenze per la realizzazione di portfolio e la redazione di testi critici e di presentazione. Non mancheranno nemmeno attività di ricerca di opportunità formative e professionali come residenze, bandi ed esposizioni, ma anche di occasioni di visibilità come premi e Festival.
Tra questi l’edizione 2022 del Trento Art Festival, festival online che si terrà dal 2 al 6 marzo e a cui lasecondaluna parteciperà con il progetto “Tappeti volanti” dell’artista trentina Isabella Nardon.
In settembre sarà il turno della seconda edizione del festival d’arte “Identity in motion”, già realizzato nel 2021 con un ottimo riscontro da parte del pubblico. L’iniziativa, ideata dall’Associazione lasecondaluna, vuole permettere ai cittadini di Laives di entrare in contatto con l’arte nello spazio pubblico, in modo libero da pregiudizi e insicurezze. Altro obiettivo del festival è coinvolgere gli artisti locali per dare loro occasione di entrare in contatto con gli abitanti del proprio territorio, al fine di creare un dialogo duraturo tra arte e cittadinanza.

Autrice: Caterina Longo

In Bassa niente scherzi con il carnevale

Col Carnevale in Bassa non si scherza: riti e miti carnevaleschi qui hanno radici antichissime e sono molto sentiti da gruppi di ferventi appassionati. Purtroppo la pandemia ha dato una brusca frenata alle cerimonie, ma parlando con i diversi responsabili una cosa è certa: le manifestazioni non possono aver luogo, ma il cuore continua a battere forte e si cercano forme “soft” e rispettose per tenere comunque viva la tradizione. “Non ci sarà nessuna sfilata ufficiale” ci ha raccontato Stefan Steinegger dei Traminer Schnappvieher. Ma naturalmente non è vietato mascherarsi e passeggiare all’aperto. Come noto Termeno è la patria della celebre sfilata dell’Egetmann, antica tradizione carnevalesca tirolese. Tra le diverse figure spiccano gli Schappvieher, mostri altissimi con enormi teste pelose che, chiudendo ritmicamente la bocca, spaventano la gente con un gran frastuono. Secondo la tradizione essi rappresentano il demone dell’inverno e devono essere “macellati” alla fontana del paese, per scacciare la brutta stagione – un rito irrinunciabile, che non necessita di pubblico.
Spostandoci a Salorno, ricordiamo che qui dal 2009 è stata rinverdita la tradizione del nano Clemens, alias “Perkeo”, che, leggenda vuole, nel 1700 da Salorno giunse alla corte di Heidelberg, dove si fece notare per il suo spirito argutissimo e la sua infinita capacità di ingurgitare vino. La tradizionale cerimonia di consegna delle chiavi a Perkeo con relative sfilate e messe in scena teatrali non si terrà- ci ha raccontato Franz Kosta, presidente della vivace associazione che da Perkeo prende il nome. Aspettando tempi migliori, Perkeo invia cartoline dalla sua “aidelberg” (vedi immagine). Buone notizie invece da Laives. Qui l’inarrestabile gruppo carnevalesco di Pineta ha fatto sapere che “in forma ridotta ed in sicurezza” il Carnevale a Laives si festeggerà. L’appuntamento è previsto per domenica 27 febbraio dalle ore 13 alle ore 17 nello stadio in zona Galizia a Laives (dalle 13.00 alle17.00; in caso di maltempo la manifestazione si terrà sabato 5 marzo).
La manifestazione è pensata in particolar modo per i piccoli; ci sarà il trenino sul quale i bimbi potranno effettuare dei giri del campo, i clown con scherzi e lazzi, l’arca di Noè con gli animali, i costumi tipici boliviani e  molte comparse in costume carnevalesco. Insomma, una bella occasione per trascorrere qualche ora in allegria e serenità” ma senza dimenticare la sicurezza. “Effettueremo il controllo del green pass all’entrata e chiederemo ai genitori di mantenere le opportune cautele per evitare assembramenti. La pista di atletica si presta ad essere un luogo di ampio respiro” così il Gruppo. Continua anche l’iniziativa in collaborazione con le scuole dell’infanzia Kindergarten, che sta riscuotendo un grande successo. I lavoretti con le mascherine carnevalesche realizzati dai bambini sono tanti, e le relative foto vengono continuamente pubblicate sono sul sito del carnevale e postate su Facebook.

Autrice: Caterina Longo

I cacciatori della Mendola

Ötzi – nome della mummia dell’età del rame ritrovata nel 1991 –, l’uomo più noto e studiato della preistoria altoatesina (e non solo), non era ancora nato e l’era della lavorazione dei metalli era molto lontana. Pietre, in particolare selce, legno e ossa animali fornivano la materia prima per armi da caccia e utensili domestici. La ceramica, testimone prezioso delle fasi successive, sarebbe apparsa solo millenni più tardi con l’attività agricola e la necessità della conservazione dei cibi. Comunque, va detto che la scoperta di diversi siti relativi al periodo postglaciale soprattutto in Anatolia (Gobekli Tepe su tutti) ha rivoluzionato la nostra conoscenza di quelle “primitive” società umane, capaci, nonostante la vita nomade e la scarsità dei mezzi, di realizzare opere monumentali di grande rilievo. D’altronde, che l’ambito artistico-magico-religioso fosse parte integrante già di quelle culture arcaiche è noto fin dal ritrovamento delle pitture rupestri.
I ghiacciai che per millenni avevano ricoperto la valle dell’Adige, rialzandone il piano di circa 200 metri e rendendola inabitabile e impossibili gli scambi tra popolazioni stanziate di qua e di là delle Alpi, si stavano rapidamente ritirando grazie al miglioramento delle condizioni climatiche. La Val d’Adige e le catene montuose che la delimitavano a oriente e occidente divenne perciò meta di cacciatori e raccoglitori provenienti dall’area trentino-lombardo-veneta. Gli studiosi degli insediamenti e dei movimenti dei cacciatori-raccoglitori mesolitici sono riusciti a individuare molti vecchi percorsi in alta quota con i relativi ripari occasionali e stagionali. Nulla era lasciato al caso ma ogni particolare doveva rispondere a precise esigenze. Sorprende – o forse no – che i percorsi corrispondano in gran parte a quelli ancora oggi frequentati da pastori o escursionisti. Per quanto riguarda i campi in altura, ovviamente finalizzati all’attività venatoria in particolare di cervi, stambecchi e camosci, venivano scelti in base a criteri ben precisi: vicinanza a fonti idriche, buona visibilità per poter seguire i movimenti della selvaggina, vicinanza ai principali percorsi di caccia. Si calcola che i cacciatori “piantassero le tende” in luoghi che permettessero di sfruttare un territorio percorribile a piedi in un tempo massimo di quattro ore.
Nel fondovalle, sono stati individuati alcuni siti – quasi sempre lungo corsi d’acqua – sul Dos Trento, a Mezzocorona e Zambana, al Dos della Forca a Salorno, ai laghi di Monticolo, a S. Giacomo di Laives (uno dei primi, ne riparleremo), a Castel Firmiano e a Cornedo. Tutto sommato pochi rispetto a quelli molto più numerosi in altura tra i 1800 e i 2300 metri.
Due i percorsi principali seguiti dai cacciatori mesolitici: sul versante orientale, dal Lago Santo al Passo Oclini e Lavazè e da qui verso l’Alpe di Siusi, il Passo Gardena fino all’Alpe di Rodengo. Sul versante occidentale, la salita iniziava al Bus del Spin e arrivava a Favogna e sulla Mendola, per terminare poi al Passo Palade e sul monte Luco. Non è escluso che i cacciatori compissero con i propri famigliari al seguito un vero e proprio tour di alcuni mesi con soste non più lunghe di una settimana in ogni sito.
La catena della Mendola, raggiunta sicuramente attraverso la Val di Non, che poi nella stagione fredda offriva ottimi ripari, era frequentata lungo tutta la dorsale, dal Macaion a Malga Romeno, dal Rifugio Mezzavia al Penegal. Moltissimi siti nei pressi di ruscelli, rocce sporgenti o pietre erratiche testimoniano la presenza di gruppi di nomadi e i resti ritrovati nel terreno carbonizzato riguardano soprattutto schegge di selce, a dimostrazione del fatto che i cacciatori utilizzavano la selce della Val di Non e la lavoravano sul posto. La caccia avveniva preferibilmente tra le praterie alpine e le zone boschive. Sul dosso del Monte Campana, tra Cavareno e Caldaro, i ritrovamenti presso un rogo votivo testimoniano la continuità del sito fino all’età del Bronzo finale.

Autore: Reinhard Christanell

Un sogno che ha preso il volo

C’è chi di notte fa sonni tranquilli, chi ha gli incubi e chi invece sogna di ritrovarsi come passeggero di un aereo in stato d’emergenza in cui, a un certo punto, una hostess fa un annuncio chiedendo se a bordo si trovi un pilota che possa prendere il controllo della situazione. Quest’ultimo è proprio il sogno che ha fatto anche il bolzanino Alex Appoloni, cresciuto a Oltrisarco, vissuto alcuni anni in Inghilterra e qualche mese a Phoenix, in America, dove ha potuto volare sul deserto di Sonora.

Finalmente, dopo anni di studio e mesi di stop causati dalla pandemia, Alex ha ricevuto la chiamata da una delle maggiori compagnie low cost europee per pilotare il suo primo aereo di linea.

TRA UN AIRBUS 320 E UN SIMULATORE

Come da contratto, Appoloni avrebbe dovuto iniziare il proprio lavoro da pilota nel 2020, ma tutto è rimasto sospeso fino a qualche settimana fa quando è potuto partire per Londra. “Entrati a Gatwick abbiamo dovuto fare i corsi per gli assistenti di volo: dal salto con gli scivoli, alle prove in acqua, è stato formativo, ma anche molto divertente. Ora saremo messi alla prova con i simulatori ‘full motion’, estremamente realistici. Sono tutti simulatori fatti dalla compagnia aerea e questo è rilevante in quanto bisogna saper pilotare un determinato aereo dove sono richiese precise procedure, che cambiano da una compagnia all’altra. I nostri modelli sono Airbus A320, A319, A321, tre aerei in cui cambia fondamentalmente solo la lunghezza”.
Il prossimo step sarà il rinnovo della licenza e un test, che viene fatto ogni 6 mesi. Il volo, invece, è previsto per il 20 febbraio sui cieli d’Europa.
“Dopo 250 ore di simulazioni penso che mi renderò finalmente conto di pilotare un aereo ‘dal vivo’. Anche durante le esercitazioni con gli aerei più piccoli ti dici: ‘questo lo piloto io’; ma appena ci sali ti sembra gigante. Poi, però, entrando in cabina ritorna la sicurezza in sé stessi e si pensa solo a ciò che bisogna fare. A guidare un aereo di linea non si è mai soli, si è sempre in due e la collaborazione è essenziale”, sottolinea Alex che al suo fianco in cabina ha, ormai da agosto 2019, il vicentino trentaseienne Giovanni che specifica: “nonostante il fatto che siamo entrambi italiani, la lingua dell’aviazione è l’inglese. Se poi ci dovessimo trovare meglio a parlare tra di noi in italiano, questo non lo vieta nessuno.

IL PERIODO PIU’ TOSTO

Già durante le scuole superiori, Alex inizia a costruire quello che sarà il suo lavoro del domani: “Avere un ottimo livello di inglese era di fondamentale importanza per poter accedere all’accademia; per questo ho deciso di fare il quarto anno di scuola superiore a Brighton, migliorando così la mia conoscenza linguistica. Tornato per l’Esame di Maturità al Rainerum, ho fatto le selezioni per il CAE, un’accademia che ha una sede ad Oxford.” Per accedervi Appoloni si è dovuto sottoporre a test psicoattitudinali. “Volevano verificare la nostra stabilità mentale – dice – e poi la capacità di cooperare in team, non sono mancati neppure i test medici.” Passata la selezione, sono arrivate le lezioni e, infine, la sessione di esami, ben 14, che spaziavano dal diritto alla meteorologia. “È stato il periodo più difficile. Avevamo lezioni fino a pomeriggio e passavamo le notti a studiare. Gli standard sono elevatissimi, non sono mai stato così tanto sotto pressione”.

VOLTARSI INDIETRO…

“Al piccolo Alex che sognava di fare il pilota e prendere il controllo di un aereo in volo, oggi gli direi che, nonostante a quell’età non si renda conto degli enormi sacrifici che dovrà fare, ne varrà la pena. Il primo volo in solitaria, per quanto breve potrà essere, ripagherà tutti gli sforzi. Essere in cielo per la prima volta, senza istruttore al proprio fianco, è un’esperienza indimenticabile.” E sul suo primo volo, il collega Giovanni aggiunge: “Appena sceso dall’aereo mi sono reso conto del privilegio pazzesco che ho avuto. Se ci si pensa che è solo un centinaio d’anni che si utilizzano gli aerei, essere tra i pochi esseri umani che hanno potuto farlo è davvero sbalorditivo.

E I “VOLI FANTASMA”?

“Alle compagnie vengono dati degli slot, ovvero degli orari durante il quale possono avere il diritto di prendere i passeggeri in aeroporto. Se una compagnia non li rispetta, perde il diritto di utilizzare quell’aeroporto e, questo, è uno dei motivi per il quale in cielo ci sono aerei che volano vuoti. C’è però anche l’aspetto della manutenzione: tenere un aereo a terra non è conveniente. Poi – concludono Giovanni e Alex – i dati sull’inquinamento sono oggi relativi; con le nuove tecnologie ci sono aerei che viaggiano con circa il 15% in meno di emissioni di CO2. L’attenzione da parte delle compagnie aeree su queste tematiche è sempre più alta. Inoltre, vengono investite grandi quantità di soldi nella ricerca per realizzare aerei elettrici. Prima o poi si vedranno volare anche questi e chissà se saremo proprio noi a pilotarne uno…”

Autore: Andrea Dalla Serra

Il traffico, croce e delizia della Bassa

Il traffico: croce e delizia degli abitanti di Bolzano e della Bassa Atesina. Tutti vogliono muoversi – magari contemporaneamente e con i propri mezzi – con la massima libertà e tutti sognano strade deserte, posteggi liberi e quartieri privi di inquinamento acustico e atmosferico. Ma la formula magica per avere “la botte piena e la moglie ubriaca” è ancora in attesa di essere scoperta. Da un secolo a questa parte, ci provano in tanti: ma senza concetti chiari e qualche rinuncia sarà difficile raggiungere la meta.
L’interminabile discussione sul traffico – oggi chiamato anche mobilità – è iniziata a metà del 19˚ secolo, quando gli asburgici, stanchi delle vecchie zattere sull’Adige, ci regalarono la ferrovia. Dove piazzarla? In mezzo alla valle? Vicino ai centro abitati? Alla fine la ferrovia finì dove non doveva finire, a due passi dal fiume. Vigneti e campi furono salvi. Poi tutti a lamentarsi: la stazione è lontana, è scomoda, ma perché non l’hanno fatta vicino alle case.
Finita l’epopea ferroviaria, iniziò quella automobilistica. L’invasione barbarica dei turisti germanici iniziata negli anni sessanta trasformò i paesi lungo l’asse del Brennero in camere a gas. Ricordo che da bambino, in certi periodi dell’anno, impiegavo cinque minuti per attraversare lo stradone che attraversava il mio paese. Una situazione insostenibile. Dunque, serviva una nuova arteria: la Brennero – Modena. Questa volta tutti d’accordo: tranne i Vadenoti. Ma i Vadenoti sono pochi e furono sacrificati al progresso: l’autostrada gliel’hanno costruita sotto le finestre e a nulla sono valse le loro comprensibili lamentele.
Ma, si sa, i problemi non vengono mai da soli: fatta l’A22, esplose il problema dei pendolari e del traffico urbano sempre più intenso e caotico. Iniziò l’epoca delle varianti, progettate un po’ ovunque: lungo il fiume, in mezzo ai campi, al margine dei paesi. Alla fine finirono, con grande dispendio di energie e costi, dentro le montagne. Scelta giusta? Certo è che il traffico, nonostante ferrovia, autostrada, varianti, circonvallazioni, sottopassi e statali depotenziate, non cala ma anzi aumenta. Che fare?
Si potrebbe costruire nuove varianti, allargare quelle esistenti, spostare l’autostrada, infilare il treno in una galleria etc. La discussione prosegue, serve una soluzione ma, come di consueto, c’è chi alza la mano per dire “non sul mio”. Ne stanno discutendo proprio in questo periodo gli amministratori di Bolzano e Laives, della Bassa Atesina e della Piana Rotaliana. Troveranno la quadra? Difficile prevederlo. Certo è che il traffico (scusate: la mobilità) esiste, il corridoio è stretto e densamente urbanizzato e senza qualche sacrificio sarà difficile accontentare tutti.

Autore: Reinhard Christanell

I rifiuti a Laives: sanzioni e novità

Che ci piaccia o no, i rifiuti fanno parte della nostra quotidianità: ognuno di noi ne produce, in media, oltre un chilogrammo al giorno. Cosa, come e quanto gettiamo via racconta molto di noi. Anche nella nostra bella Provincia, c’è ancora chi abbandona rifiuti in maniera indiscriminata. La Bassa atesina non fa eccezione; a inizio anno, il Comune di Laives ha deciso di installare delle nuove telecamere sulle isole ecologiche per contrastare il fenomeno. Si tratta solo di comportamenti incivili?

Cominciamo dal punto dolente: le risultano molti casi di abbandono di rifiuti fuori dalle campane? Se si, come mai?
Gli abbandoni anomali a Laives sono, in proporzione, inferiori rispetto a città come Bolzano o Merano, ma pur sempre troppi. Anche se la stragrande maggioranza dei cittadini conferisce diligentemente i rifiuti, c’è una minoranza che non rispetta le regole – gli abbandoni più frequenti sono quelli dei cartoni. A ciò si aggiunge il fenomeno del pendolarismo da altri comuni; ad esempio abbiamo persone che lasciano cartone e indifferenziata da Appiano o Bronzolo, è inaccettabile.

A inizio anno l’amministrazione ha posto delle nuove telecamere di sorveglianza presso le isole ecologiche…
Si, per contrastare questi comportamenti abbiamo deciso di rendere più efficace il monitoraggio con telecamere ad alta definizione, che permettano di identificare i numeri di targa.

Secondo lei a cosa è dovuto l’abbandono dei rifiuti sulla strada o vicino alla campane?
Come detto, in alcuni casi c’è la mancanza di informazione, in altri la malafede; molti pensano magari di risparmiare abbandonando i sacchi in strada, ma in realtà il residuo incide solo al 30% sulla tariffa, ci sono voci ben più pesanti!

Per quanto risulta dal sito della Seab, Laives dispone di 100 isole ecologiche per circa 18.000 abitanti, in perfetta proporzione con Bolzano (400 isole per 106 mila abitanti). Secondo lei sono sufficienti? 
In realtà ne abbiamo 60, lo stesso numero di Bressanone, che ha circa 4000 abitanti in più di noi. La copertura è capillare, e le riteniamo sufficienti. 

Con che frequenza avvengono gli svuotamenti delle campane? 
Lunedì, mercoledì, venerdì e sabato vengono svuotati carta e cartone, lunedì, mercoledì e venerdì la plastica, mentre martedì e giovedì il vetro.

Secondo lei gli svuotamenti sono sufficienti?
Stiamo procedendo un questi giorni ad un monitoraggio più approfondito per valutare se modificare qualcosa; la realtà non è ingessata, ed il contratto con Seab ci lascia ampio margine di flessibilità.

Possiamo aumentare gli svuotamenti, ma ricordo che poi i costi vanno a pesare sulla tariffa. 
E’ anche un problema di informazione: le campane del cartone si riempiono presto se le scatole vengono gettate in malo modo, senza essere piegate, come previsto, per occupare il minor volume possibile.

Cosa si deve fare se si trova la campana piena?
Il regolamento comunale prevede che occorre recarsi all’isola più vicina; se anche quella è piena si può sempre portare al riciclaggio – in ogni caso i rifiuti non vanno abbandonati a terra. E’ importante che ci sia questa consapevolezza, perché il 20% della tariffa che tutti pagano è costituita dagli oneri derivati dalla raccolta dei rifiuti abbandonati a terra. Insomma, il comportamento di pochi incide sulle spese di tutti.

Capitolo multe: cosa rischia chi abbandona i rifiuti?
La sanzione ammonta a 400 euro; l’importo è stato deciso dalla precedente amministrazione. Sono multe “salate”, ne sono consapevole, ma ritengo che al momento non vadano corrette. Nel 2021, grazie anche all’impegno della polizia municipale, le sanzioni sono più che triplicate: siamo arrivati a 87, rispetto alla 26 dell’anno precedente.

Se lascio il cartone fuori dalla campana perché è piena prendo la stessa multa che se abbandono il sacchetto del residuo?
Si, l’abbandono dei rifiuti fuori dalla campane e dai cassonetti previsti, non fa distinzione.

Secondo lei gli orari del centro riciclaggio sono consoni alle richieste della cittadinanza?
Il centro di riciclaggio funziona benissimo, il feedback dei cittadini è buono. Inoltre, le dico che siamo uno dei pochi comuni, se non l’unico, che a richiesta viene a ritirare gli ingombranti a domicilio gratuitamente; e invece troviamo televisori e frigoriferi abbandonati accanto alla campane…

Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno?
Oltre ad aumentare i controlli, cerchiamo e cercheremo ancora di sensibilizzare attraverso la formazione e l’informazione; la pandemia ci ha impedito di fare assemblee pubbliche, ma abbiamo percorso altre vie, ad esempio con  un numero del notiziario comunale sullo smaltimento dei rifiuti. Puntiamo molto anche sulle scuole, perché i piccoli sono i migliori educatori dei genitori. Cerchiamo poi contatti diretti con tutte le fasce della popolazione, anche con i nuovi cittadini (provenienza straniera), attraverso i mediatori culturali.

Ne avete molti?
A Laives abbiamo un ca 10% di cittadini di provenienza straniera, una parte può dirsi ben integrata e ha comportamenti disciplinati, e poi anche tra questi c’è qualche “sacca” che vuoi per mancata informazione o altro, ha più difficoltà; ma attenzione, non ne farei una questione di provenienza perché sono molti i locali che “pizzichiamo” con comportamenti illegittimi.

Progetti futuri? 
Oltre ad arrivare alla copertura totale del monitoraggio con le telecamere ad alta definizione, vorrei istituire un corpo ausiliario per l’effettuazione di controlli ambientali, in base al modello di Bressanone, che funziona molto bene, anche rispetto a molti altri comuni altoatesini che ho preso in esame.  E poi naturalmente guardiamo a nuovi obiettivi: numeri alla mano, Laives ha raggiunto il 61.5 % della raccolta nel 2020 e i primi dati del 2021 ci proiettano verso il 70% che è il nostro obiettivo.

Autrice: Caterina Longo

“Bollito misto” di Leonora Prugger

“Bollito misto” è il titolo curioso e dal sapore culinario della mostra di Leonora Prugger con cui il Kunstforum Unterland apre la stagione 2022 il 12 febbraio prossimo. Leonora Prugger è una giovane artista altoatesina, che dopo la scuola d’arte in val Gardena ha lasciato l’Alto Adige per studiare pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Norimberga, presso cui si è diplomata con lode nel 2021. A Egna l’artista presenta circa 15 dipinti tutti dedicati alla tavola. 
“Dipingere è un po’ come cucinare: si mescolano i colori come in cucina si mescolano gli ingredienti; insomma, la pittura è un po’ come una pentola che ribolle, ma di colori” così ci racconta la giovane arista altoatesina Leonora Prugger.

Qual è il tema della mostra?
Il tema è il tavolo nella sua funzione sociale: in questi ultimi due anni di pandemia in cui siamo stati costretti a casa il tavolo è diventato la nostra scrivania, e luogo di lavoro, e intorno al tavolo ci siamo ritrovati per mangiare, giocare, parlare. 

Ma come nasce questo titolo?
Volevo che anche il titolo si riferisse al mangiare, mi è capitata per caso questa ricetta del bollito misto, che contiente diversi ingredienti e mi è sembrato perfetto, perchè dipingere è un po’ come cucinare e gli ingredienti sono i colori 

Cosa aspetta il pubblico della mostra?
Diversi dipinti a olio su tela, per lo più di medie dimensioni, con visioni di tavoli, su cui si affastellano e sovrappongono diversi elementi, che però non sono sempre immediatamente riconoscibili. Bisogna fermarsi ad osservare e allora davanti agli occhi si delineano forme, oggetti e anche anatomie.

I dipinti rappresentano i tavoli visti dall’alto… 
Si, ho iniziato a dipingerli un paio di anni fa, l’idea mi è venuta durante delle serate in compagnia in cui si giocava attorno a un tavolo. Inizialmente raffiguravo anche le persone, ma poi le ho fatte sparire e gli elementi sono diventati sempre più astratti… La tela è un rettangolo, proprio come una tavola: mi affascinava riportare l’illusione della tridimensionalità del tavolo sulla tela. Come una cuoca invita a riconoscere sapori e ingredienti del piatto che stiamo gustando, con leggerezza e ironia, Prugger invita a sciogliere i piccoli rebus nascosti nei suoi vivaci dipinti. Non ci sono solo oggetti da riconoscere, ma anche momenti da scoprire perché “Le composizioni pittoriche ritraggono l’andamento di un’intera serata, amalgamate in un’impressione e catturate sulla tela”. Insomma, un invito giocoso a guardare bene, a riflettere su quale e quanta vita ogni giorno giri attorno ad un oggetto tanto importante quanto dato per scontato come il tavolo. Un po’ come certe relazioni.

Autrice: Caterina Longo

Mike Fedrizzi e le identità perdute

Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino.
A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra.
“L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista.
Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.

LA MOSTRA

Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano.
L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30.
La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.

Autrice: Caterina Longo