Case: prezzi impossibili

In Alto Adige e in particolare a Bolzano i prezzi degli alloggi in vendita e in affitto hanno raggiunto livelli tali da mettere in crisi non solo la maggior parte delle giovani famiglie autoctone, ma anche molti dei lavoratori e studenti che giungono da fuori provincia. Si tratta di dinamiche che rischiano di avere ripercussioni molto significative sia sulla demografia che sulla composizione stessa della società altoatesina, sempre meno in grado di rinnovarsi. Il costo della vita in Alto Adige rischia di aggravare la carenza di personale che si registra da tempo in molteplici settori, nella sanità in primis. Ne abbiamo parlato con Marino Melissano, ex dirigente scolastico a Bolzano e segretario generale di Altroconsumo. 

Per acquistare casa a Bolzano occorrono oggi in media quasi 4700 euro a metro quadro, ovvero 1500 euro in più della media nazionale. Il capoluogo altoatesino è secondo solo a Milano, in questa speciale classifica  stilata dall’Osservatorio trimestrale del portale Immobiliare.it
A Bolzano ormai poi per un appartamento in affitto occorrono 1.500 euro al mese. Gli economisti dicono che un affitto equo dovrebbe corrispondere al 30% dello stipendio. Ma quale famiglia oggi a Bolzano può contare su 5mila euro al mese di stipendio?
Per non parlare del fatto che gli affitti oggi, soprattutto nel capoluogo, sono vincolati a clausole vessatorie quali fideiussioni, numerose mensilità anticipate e – spesso – adeguamenti automatici all’inflazione. Cosa che, naturalmente, non avviene per gli stipendi. I problemi economici per le giovani famiglie, diventano quindi quasi insormontabili per i giovani single, sempre che non abbiano patrimoni o genitori alle spalle che li sostengono. La conseguenza di ciò è che sempre più persone decidono di cercare un’abitazione fuori dal capoluogo o – addirittura – lasciare del tutto la provincia di Bolzano. Il progressivo calo demografico di Bolzano, certificato nei giorni scorsi, è forse solo appena iniziato. Di queste cose ne abbiamo parlato con Marino Melissano di Altroconsumo, che da anni segue i rincari nel mercato immobiliare del capoluogo.  

L’INTERVISTA

Per quale motivo ci ritroviamo con i prezzi per gli alloggi, in affitto e in vendita, più alti d’Italia? Siamo secondi solo a Milano, è possibile?

In merito qualcuno ha suggerito delle motivazioni. C’è chi dice che sì, Bolzano è una città cara, ma che d’altronde non c’è disoccupazione e quindi bene o male tutti possono permettersi di acquistare o prendere un alloggio in affitto. Poi si osserva che mancano terreni per le nuove costruzioni e che quindi è logico che i prezzi degli alloggi lievitino, visto che ai prezzi dei terreni si aggiungono costi di costruzione tutt’altro che contenuti. Queste due motivazioni, devo dire, non mi convincono più di tanto. Mi convince piuttosto di più chi dice che a Bolzano ci sono molte agevolazioni, sia per l’acquisto che per l’affitto, e che queste finiscono per dare ai prezzi una spinta verso l’alto. Chi vende sa che chi acquista o va in affitto può accedere a queste agevolazioni, e questa dinamica alza i prezzi. Questo meccanismo però, a bene vedere, c’è sempre stato. Ma i prezzi in passato non erano mai stati così alti. La legge di mercato dice poi che se c’è poca offerta e tanta domanda, i prezzi salgono. Questo però di nuovo mi convince di meno, perché a Bolzano i prezzi sono rimasti alti anche quando la domanda era calata, come è avvenuto durante il periodo del covid. Un’altra motivazione che viene addotta è che in Alto Adige l’economia tira e c’è poca concorrenza, in tutti i settori. Dicono che dove c’è poca concorrenza per forza di cose è alto il costo della vita così come i prezzi delle abitazioni. Questa motivazione in effetti è convincente e sono anni che le associazioni dei consumatori denunciano questa situazione. Chiedendo dei correttivi.

D’altronde Bolzano è la città d’Italia più ricca non solo dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini ma anche della disponibilità economica dell’amministrazione pubblica, provinciale in primis. Ecco: la politica cosa può fare per arginare questo caro casa? 

Già da qualche anno sono stati identificati dei possibili interventi correttivi. Ma poi alla teoria non è seguita la pratica. Ad esempio per rendere di nuovo disponibili i tanti alloggi sfitti sono state fatte delle ipotesi di intervento. Ma siamo rimasti alle ipotesi.

Si ha la sensazione che, alla fine, gli interessi dei proprietari finiscono sempre per prevalere… 

Esatto. Ma poi ci sono le altre possibilità di intervento identificate. Per esempio si è parlato di alloggi multigenerazionali da realizzare e poi di recuperare le tante abitazioni di grandi dimensioni che al momento sono occupati da una sola persona… Poi occorrerebbe anche riflettere sulla distribuzione degli alloggi sociali su base etnica. Non corrisponde alla realtà del bisogno.

Le giustificazioni ci sono. Per gli alloggi multigenerazionali i tempi di realizzazione rischiano di essere troppo lunghi, e anche spostare le persone singole in alloggi più piccoli è tutt’altro che semplice… Per quanto riguarda il riequilibrio nella distribuzione degli alloggi sulla base della sola necessità e non dell’appartenenza linguistica, si vanno poi a toccare fili scoperti. La politica, forse, oggi non ha le capacità o il coraggio per muoversi su terreni così delicati dal punto di vista del mantenimento del consenso elettorale…  

Come ho già detto: vorrei che il politico di turno passasse finalmente dalla teoria alla pratica. In questa fase basterebbero anche dei singoli segnali, come portare finalmente a compimento il progetto di recupero a fini residenziali con affitti calmierati per giovani per l’edificio degli ex telefoni di stato in Corso Italia a Bolzano. I progetti non possono restare progetti. Sono fatti per essere finalmente realizzati. Lo stesso discorso vale per gli edifici multigenerazionali. La legge provinciale che li indica è nata nel 2022 e nel 2023 è arrivato il regolamento di esecuzione. La legge prevede alloggi per giovani, anziani e disabili. Peccato però che nella legge stessa si dica che prima ci vuole la pianificazione del territorio. Non si deve fare così! 

Già. Per i piani urbanistici ci vogliono anni, e intanto la gente se ne va. Ed è proprio dei giorni scorsi la notizia che la popolazione di Bolzano ha iniziato a diminuire. Sono in tanti, ormai, che rinunciano a cercare un alloggio a Bolzano. Quando va bene cercano in periferia, quando va male decidono proprio di lasciare la nostra provincia, perché non vedono qui una sostenibilità economica in ottica futura. E si tratta – purtroppo – soprattutto di giovani.  

A ben vedere si tratta di problemi che non si presentano solo da noi. Però altrove – nel passato e anche e soprattutto nel presente – delle soluzioni concrete sono state provate, per governare queste situazioni. 

Sì, perché non siamo solo noi ad essere “malati” di benessere…

Già. In Austria si pratica l’affitto a prezzi contenuti anche alle classi medie e il 40% dei cittadini di Vienna vive in case pubbliche. Questo crea un mix abitativo che rende forte il tessuto urbano. In Francia i comuni con più di 3.500 abitanti sono obbligati a raggiungere almeno il 25% di social housing. In Olanda si può acquistare solo una casa per la residenza ed è vietato acquistare la seconda casa per fini speculativi. Dal 2006 la Germania ha creato più di 540 alloggi multigenerazionali. L’Italia è il fanalino di coda, ma nella ricca provincia di Bolzano ci aspetteremmo una maggiore attenzione a un’abitabilità più sociale, meno cara, più attenta ai bisogni dei cittadini. 

Insomma: ci vuole coraggio politico. Altrimenti non si va da nessuna parte. E anche lungimiranza. Ad esempio per iniziare a limitare la pratica di riservare centinaia di alloggi ad uso turistico estemporaneo, spesso tra l’altro difficilmente tracciabile anche dal fisco. 

Sì. E se sul patrimonio edilizio esistente è difficile agire, si può farlo invece sulle nuove costruzioni. I paesi europei hanno senz’altro la possibilità di decidere di riservare programmaticamente all’edilizia sociale una percentuale specifica delle nuove costruzioni. Se altrove si fa, perché non deve essere possibile farlo anche da noi? Le basi normative ci sono già! Ci si mette attorno a un tavolo e si decide, ad esempio, che il 10% delle nuove costruzioni devono essere in cohousing. Le cooperative che potrebbero gestire queste cose ce le abbiamo già. E la Provincia sarebbe anche nelle condizioni di poter “incentivare” dal punto di vista economico queste nuove pratiche abitative. 

Negli ultimi mesi in realtà sono successe due cose che hanno dato un pizzico di speranza. Si è trattato di due grida di allarme. La prima è venuta dagli imprenditori che fanno sempre più fatica a trattenere il personale giovane e altamente specializzato e che, dopo essere arrivato, getta la spugna a causa del costo della vita troppo elevato e nell’impossibilità di trovare alloggi economicamente sostenibili, specie se intendono formarsi una famiglia. Il secondo grido, collegato al primo, è giunto dall’Università di Bolzano che si sta sviluppando con nuove facoltà fortemente volute (ingegneria e medicina) ma che non sa più dove mettere gli studenti. Per non parlare dei prezzi folli delle (poche) camere in affitto. Questi appelli possono contribuire a dare coraggio a politici e locatori privati? 

Per il momento purtroppo non sto vedendo alcun passo avanti. Ci riempiamo la bocca decantando l’eccellenza della nostra università trilingue con lo scopo di attirare studenti da fuori. Ma è evidente: se andiamo avanti così sarà sempre più difficile attirarli. E questo ci si rivolterà contro. Pensando allo sviluppo dell’università, occorrerebbe pensare prima di tutto agli alloggi, e poi fare tutto il resto. In più ci sarà un motivo se l’80 per cento degli altoatesini se ne va altrove a studiare. Occorrerebbe rifletterci… 

Autore: Luca Sticcotti

Mirko Ciech l’artista del riutilizzo

La creatività di Mirko Ciech nasce dal riutilizzo: sono i materiali poveri, quelli che vengono scartati nei cantieri in cui lavora, che lui ricicla per creare le proprie sculture. 

“Sono ormai una ventina di anni che mi dedico alla scultura, tanto che sono riuscito a riempire un garage di opere”, spiega con voce fiera Mirko Ciech, classe 1969 residente a Bronzolo.

Dopo gli studi professionali come maestro muratore e numerosi corsi, ha iniziato a lavorare nei cantieri senza mai trascurare l’amore per l’arte, nato fra i banchi di scuola. “Con le mie sculture mi piace lanciare un messaggio, spiegare l’importanza dell’andare tutti d’accordo”. Esemplificativa è l’opera “Prima di agire devi dormire”: ritraendo una testa dormiente, l’autore comunica che prima di dire qualsiasi cosa occorre avere la mente lucida. “È un pezzo nato da un’unica gittata di calcestruzzo, modellato all’80 per cento con la cazzuola e rifinito con il disco diamantato. “Diversi ma uniti”, poi, è fatta invece con tre cubi in calcestruzzo legati con dei tubi di ferro ed è l’opera di più recente realizzazione: è una scultura che rende omaggio ai quattro elementi che stanno alla base della costruzione, vale a dire il legno, il sasso, il mattone e recentemente il calcestruzzo. “Sono contrario a tutti quei materiali applicati alle facciate, tipo il polistirolo, che un domani dovranno essere smaltiti”.

Mirko Ciech, com’è venuta l’idea di realizzare sculture con questi materiali? 

Dopo quarant’anni di lavoro come capocantiere ho pensato di creare qualcosa unendo il mio amore per l’arte con ciò che conosco molto bene e uso ogni giorno per lavorare. Nelle mie sculture inserisco colori ad ossido di ferro, scelgo l’inerte, scelgo i sassi nei fiumi e faccio le gittate. Ciò che ne esce lo modello e lo levigo con il disco diamantato, fino a che dal conglomerato ne esce la scultura. Ho fatto anche dei quadri in calcestruzzo.

Ma oltre agli strumenti servirà anche del tempo…

Una scultura occupa sulle trenta ora di lavoro. Oltre il disco diamantato o flex e la cazzuola, compagna di una vita di lavoro nei cantieri e alla base delle mie opere, è necessario lo scalpello. Generalmente creo le mie sculture nel garage durante i fine settimana: è come essere in ferie, è appagante. Poi il calcestruzzo è un materiale che nessuno usa nell’arte.

Ha già fatto anche qualche mostra? 

Ho fatto due mostre a Bolzano e al campo da golf di Pietralba. Ma purtroppo l’arte è un qualcosa che interessa davvero a pochissime persone, da queste parti.

Cosa pensano i colleghi in cantiere di questo suo talento? 

Reagiscono in maniera simpatica: ridono e mi chiamano “il professore”.

Autore: Daniele Bebber

Il futuro delle donne secondo Dacia Maraini

Dacia Maraini – la nota scrittrice (fra i tanti) de “Il treno dell’ultima notte”, “Corpo felice” e “Chiara di Assisi” – ha portato decine di persone al Teatro di San Giacomo per parlare del destino femminile in nome di Ipazia, come recita il titolo del suo omonimo libro.

// Di Raffaella Trimarchi

L’infanzia in Giappone, l’esperienza del campo di concentramento, gli insegnamenti di sua madre. E l’importanza di conoscere la storia per non ripetere gli stessi errori. Ma anche che la conoscenza rende liberi e forti e che le donne devono aprirsi alla conoscenza per essere forti e libere, proprio come lo è stata Ipazia, la grande scienziata dell’antichità. Che non si piegò all’ignoranza del tempo che voleva le donne sottomesse, a costo della propria vita.

Questo il contenuto, riassunto al massimo, dell’incontro avvenuto nella serata di giovedì 22 febbraio in un gremitissimo teatro di San Giacomo con la nota poetessa, scrittrice e saggista Dacia Maraini, a Bolzano in giornata per presentare il suo ultimo libro “Vita Mia”, presso la libreria Cappelli.

Una presentazione molto personale

Un incontro, quello voluto dal Comitato Pari Opportunità di Laives con la scrittrice, che però è andato ben oltre la presentazione del libro e l’immagine nostalgica di un’infanzia ormai lontana. Attraverso un dialogo con l’avvocatessa Francesca Romana Baldacci e con il pubblico, la scrittrice ha esposto le sue personali riflessioni sul destino femminile in un mondo spaccato tra opportunità un tempo impensabili e un ritorno alla volontà di sopraffazione su coloro che invece chiedono il diritto alla libertà di pensiero, di scelta, di vita.

L’autrice ha parlato “in nome di Ipazia”

Per questo l’autrice ha scelto di parlare “in nome di Ipazia”, la grande scienziata e astronoma vissuta ad Alessandria d’Egitto nel V secolo d.C., la prima scienziata che teorizzò la non centralità della terra nell’universo e che per questo – e per il suo “osare” in quanto donna oltretutto, mettere in dubbio le certezze dell’epoca – fu sacrificata sull’altare dell’ignoranza e della volontà di sopraffazione sulla donna, finendo trucidata pubblicamente dai fanatici. 

Quando il passato  non è troppo lontano

Nella visione di Maraini, Ipazia diviene simbolo di quelle donne, tantissime, che ancora oggi in tutto il mondo, quasi 2000 anni dopo, sono ancora zittite, perseguitate e uccise per il solo fatto di voler alzare la testa.
Ipazia è anche oggi, tutte quelle donne che hanno denunciato e non sono state ascoltate e credute; è tutte quelle donne che in paesi dove il loro destino è ancora crudele ogni giorno, combattono per i propri diritti, come Ipazia appunto, a costo della vita. Ipazia è poi quelle donne che hanno capito che la conoscenza, la memoria di sé e della storia, il non accontentarsi di quel che si sa ma scavare e indagare per andare sempre oltre, sono gli strumenti per rendersi sempre più libere e sempre più forti in un mondo – anche quello occidentale che ci illudiamo sia più maturo – che ci vuole invece piegate, accondiscendenti e, soprattutto, zitte.

“Un momento di crescita e riflessione”

L’incontro con la scrittrice è stato un momento importante di crescita e riflessione per chi era presente – ha commentato l’Assessora Claudia Furlani del Comitato Pari Opportunità. Che ha aggiunto: “abbiamo avuto l’onore di conoscere personalmente un’artista dall’anima allo stesso tempo profonda, determinata ma dolcissima e delicata, tutte qualità che spesso ritroviamo anche nei suoi scritti”. È stato dunque un importante momento dedicato alla cultura che ha coinvolto moltissime persone – non solo donne – e per questo, avvicinandoci pian piano a un ennesimo 8 marzo tinto del rosso delle donne quotidianamente maltrattate e uccise anche nel nostro paese, tanto più significativo della volontà di tanti uomini di sostenere una visione come quella della scrittrice che, alle ragazze di oggi, vorrebbe dire quanto segue. 
“Leggete e la storia. È quello che dico quando incontro i ragazzi nelle scuole. Oggi la conoscenza della storia nelle nostre scuole non arriva spesso alla Seconda Guerra Mondiale, che invece è necessaria per capire moltissime cose. La cronaca ci insegna che l’ignoranza della storia porta al ripetersi sempre degli stessi errori. Perciò dico loro che la memoria è una grande forza per affrontare il futuro e che la conoscenza ci rende forti e liberi. Alle ragazze – ma anche ai ragazzi – dico questo: leggete, capite, indagate e memorizzate”.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La libertà di Sieglinde Tatz – Borgogno

In questi giorni nei corridoi della nuova sede della fondazione Benjamin Kofler a Salorno, è esposta una trentina di acquerelli: si tratta del più recente “prestito” (così lo definisce lei) dell’artista Sieglinde Tatz – Borgogno, la stessa che ha installato oltre settecento sculture nel “Giardino del desiderio”, caratteristico della frazione Pochi.

Sieglinde Tatz – Borgogno è uno spirito libero, come liberi sono i pensieri nel fermare l’attimo per raccontare una vita artistica fatta di gioie e pure di spine. “Purtroppo l’arte non viene molto considerata, soprattutto se è di una donna – si rammarica – La mia passione è l’arte, sto bene quando posso lavorare esprimendo le mie sensazioni. Dopo l’ultimo viaggio in Marocco del mese scorso, ho ideato una tecnica a mosaico, in vetro, che utilizzerò su alcuni disegni”.

Come mai la scelta di esporre in casa di riposo a Salorno? 

Ho prestato parecchi anni di volontariato a Villa Serena, mi occupavo di laboratori artistici, da cui sono nati bellissimi lavori. Mentre alla casa di riposo di Salorno il mio sogno è che mi diano uno spazio dove poter fare una gipsoteca, qualcosa di bello dove esporre le opere in gesso.

Ricorda come si è avvicinata al mondo dell’arte? 

Certo. A casa di mio papà passavano molte persone, tra loro anche il rinomato artista Hans Weber-Tyrol che era un caro amico di famiglia. Un giorno andai dalla moglie di questo pittore, ero ancora piccola. Lui era sul balcone e sua moglie gli disse che io volevo prendere lezioni da lui perché lo consideravo una persona libera. Si mise a ridere e mi mandò a Bolzano a frequentare i corsi del Südtiroler Künstlerbund, con i maestri Hans Prünster (grafica), Maria Delago (ceramica) e Lore Arnold Maurer (pittura). L’ambiente era davvero impegnativo, ma una decina di anni dopo iniziai a tenere anche dei corsi presso questo ente.

E poi cos’è accaduto? 

Dopo essermi sposata, mio padre mi disse che una donna deve sapere aiutare il marito economicamente. Per alcuni anni allora mi dedicai ad altre attività e accumulai dei risparmi. Il grande regalo arrivò con l’apertura in paese della scuola media; per insegnare educazione artistica avevo bisogno dell’abilitazione, quindi andai a Palermo per ottenerla. Ho insegnato ai ragazzi la libertà dell’arte: molti di loro ancora mi ricordano.

Poi si è dedicata soprattutto alla scultura… 

In più di cinquant’anni ho lavorato moltissimo con bronzo, marmo e gesso. Ma quando si viaggia è impegnativo portare con sé gli scalpelli…

A proposito: lei ha viaggiato parecchio, ma quali sono i luoghi che più l’hanno più ispirata? 

Ho adorato Egitto, ho apprezzato molto l’Argentina e conosco abbastanza bene tutti i paesi europei. Pisa, Parigi, Innsbruck, Atene, Possagno, sono alcuni dei luoghi dove ho esposto. Il mese prossimo torno anche a Bassano del Grappa per una gita: è un paese che mi ha accolto molto bene quando andai ad esporre.

Come vede il mondo dell’arte oggi? 

Sono piuttosto solitaria. Ho sempre insegnato a scuola e i miei studenti mi amavano, perché lasciavo loro la libertà. Penso che qualunque persona dovrebbe esprimere ciò che sente. È importante buttare fuori ciò che si ha dentro senza farsi troppo corrompere dai soldi facili. Essere artisti significa essere innamorati della bellezza e della natura, perché l’arte è natura.

Progetti per il futuro? 

Alla Cassa di Risparmio di Bolzano nei prossimi giorni presenterò la prima statuetta che ho realizzato nel 1968/69: ricordo ancora mio padre che mi disse: se vuoi fare l’artista devi andare nei palazzi e come donna devi venderti. Invece su quella statuetta scrissi: io non mi vendo. Quello che artisticamente ho realizzato l’ho fatto da sola, investendo i miei risparmi.

Autore: Daniele Bebber

Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giustizia riparativa, per ricostruire il rapporto con il condannato

È di questi giorni la notizia che in Alabama è avvenuta la prima esecuzione mediante inalazione di azoto. Una forma di tortura, secondo le Nazioni Unite. Nel 2023, nei soli Stati Uniti sono state eseguite 24 condanne a morte. Altri 55 stati, tra cui Cina, India, Cuba, Iran e Giappone, permettono la pena capitale. Insomma, oltre la metà della popolazione mondiale è ancora esposta alla legge del taglione, che presso i popoli antichi prevedeva di infliggere all’autore di una lesione personale un’uguale lesione. In alcuni stati come la Nuova Zelanda, il Canada, l’Australia, il Regno Unito, la Norvegia, la Svezia e l’Olanda si sono intrapresi percorsi diversi, volti al riconoscimento della vittima del reato e alla responsabilizzazione “morale” del reo mediante una risoluzione mediata delle questioni derivanti dal reato.

In Italia la possibilità di accedere a programmi di giustizia riparativa è stata introdotta con la legge 150/2022.  Dell’esperienza italiana si è parlato la sera del 24 gennaio nella sala di rappresentanza del Comune di Bolzano. Presente, accanto ai rappresentanti del Centro regionale per la giustizia riparativa, l’ex magistrato milanese Gherardo Colombo. “Che la pena, oltre ad essere proporzionata al reato e tesa alla rieducazione del condannato, non debba essere contraria al senso di umanità lo prevede la nostra Costituzione”, ha esordito Colombo. Insomma, è la società stessa a pretendere un sistema “punitivo” che miri al reinserimento del condannato e non alla pura vendetta. 

Il dibattito sulla giustizia, spesso strumentalizzato dal mondo politico per garantirsi l’impunità, dev’essere incentrato sulla relazione che intercorre tra l’autore di un reato, la sua vittima e la comunità. Se seguiamo il filo rosso dell’etimologia, scopriamo che il termine deriva da iustus, che trae origine da jus, diritto. Jus contiene la radice yu o yug, che esprime il concetto di unire, legare insieme. Dalla stessa radice derivano anche le parole jugum, giogo, e jurare, legarsi con giuramento. L’eremita non ha bisogno di giustizia, se non di quella divina. Si capisce dunque che la giustizia è il collante di ogni comunità, ciò che permette lo svolgimento di una vita civile. Per assurdo, anche una giustizia “ingiusta” o amministrata da persone “ingiuste” come spesso è accaduto nella storia, svolge la medesima funzione. Nelle società “democratiche”, la giustizia si amministra nel nome del popolo e non dei potenti. 

Nelle ore precedenti l’incontro, Gherardo Colombo ha visitato il carcere di Bolzano, notoriamente inadeguato e fatiscente. “Ciononostante”, ha affermato Antonella Valer del Centro regionale per la giustizia riparativa, ”è necessario non abbandonare l’argomento e, soprattutto, gli essere umani che compongono l’universo carcerario.” 

Mediante gli strumenti introdotti dalla Riforma Cartabia, che agi artt. 42-67 disciplina la giustizia riparativa, l’ordinamento italiano permette, su base volontaria e gratuita, alle vittime e agli autori di reati, assistiti da mediatori, di avviare un percorso “riconciliativo” teso non alla “negazione del male fatto” ma alla riparazione dell’offesa mediante un risarcimento simbolico o materiale. 

Gherardo Colombo ha quindi raccontato l’esperienza vissuta in Belgio, un paese che applica la giustizia riparativa da molti anni, da “55 magistrati che sono rimasti per un giorno rinchiusi in un carcere per potersi rendere conto di cosa significhi la detenzione e di ciò che segue la condanna. In un altro stato come la Norvegia – ha proseguito l’ex magistrato –, la pena massima applicata è di 22 anni e le carceri prevedono spazi adeguati affinché un detenuto, al di là della privazione della libertà personale, possa condurre una vita che rispetti la sua dignità di essere umano”. 

Su questo punto Colombo è stato categorico: “Il male esiste e i reati sono il male ma la società non può rispondere semplicemente con altro male”. Sempre secondo Colombo, la carcerazione, se proprio non sia possibile trovare un altro modo di “punire” chi delinque, dovrebbe comunque limitarsi al periodo di pericolosità di un soggetto. Colombo ha anche ribadito il concetto che sta alla base delle sue affermazioni: come essere umani siamo tutti uguali, “io non sono più di te, io sono degno come te”. 

Riguardo a esperienze di giustizia riparativa, l’ex magistrato ha raccontato un episodio di scippo perpetrato da due giovani ai danni di una donna anziana. Accettato un percorso di mediazione su base volontaria, “gli autori del reato si sono resi conto del male reale procurato alla vittima e hanno smesso di banalizzare il loro gesto”. 

La giustizia riparativa può essere applicata in ogni stato e grado del processo. Per i minori, il percorso di mediazione può addirittura portare all’esclusione della condanna, per gli autori di reati non gravi alla sostituzione della pena. In altri casi sono previste delle attenuanti che abbattono la pena di un terzo anche in sede esecutiva. 

Intensa anche l’attività del Centro regionale di giustizia riparativa, che opera dal 2004, illustrata da Antonella Valer. Al centro dell’attività dei mediatori, che hanno affrontato una sessantina di casi, vi sono soprattutto programmi di dialogo. Ai percorsi proposti dal RIRE (riparare relazioni), hanno aderito una novantina di persone. Significativa al riguardo l’esperienza di un ragazzo rom bolzanino, che è intervenuto di persona per raccontare la propria storia ed esperienza di giustizia riparativa.

COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?

La giustizia riparativa rappresenta un orientamento innovativo che mira a risolvere i conflitti penali attraverso la mediazione e il ripristino delle relazioni danneggiate. Questo approccio è visto come un’alternativa al sistema tradizionale, concentrato sulla punizione, e favorisce la comprensione reciproca tra autore e vittima del reato. Sebbene ci siano sfide nell’implementare questo modello, molti ritengono che contribuisca a una società più equa e centrata sulla riparazione dei danni causati piuttosto che sulla retribuzione. 

Tuttavia, esistono delle limitazioni, e alcuni reati particolarmente gravi o violenti sono esclusi dal processo di mediazione penale. Inoltre, la partecipazione ai percorsi di giustizia riparativa è sempre volontaria per entrambe le parti coinvolte. Se una delle parti non è disposta a partecipare o se la mediazione non riesce a raggiungere un accordo soddisfacente, il procedimento penale tradizionale può proseguire.

Autore: Reinhard Christanell

La festa è targata oratorio Santiago

Maschere e mascherine di ogni genere; genitori, nonni e bambini in prima linea per festeggiare il carnevale, ma anche per creare comunità, in un quartiere sempre più popoloso e desideroso di vita e attività.

Ormai da diversi anni nella settimana più festosa dell’anno, anche la comunità di San Giacomo può vantare il “suo” carnevale, tanto più importante e apprezzato quanto più la comunità del paese cresce di numero. Questo successo è dovuto all’impegno incessante dei volontari dell’Oratorio Santiago che, pur con le difficoltà di trovare tempo e risorse per l’organizzazione, anche per quest’anno sono riusciti a imbastire una festa rumorosa e coloratissima, trasformando la piazza della chiesa di San Giacomo in un luogo di divertimento e spensieratezza. Tanti i partecipanti e di tutte le età, come di tutte le età sono stati i volontari, chi al comando delle squadre di gioco, chi al banco dei krapfen. 

La formula vincente che l’oratorio ha riproposto anche quest’anno è stata quella dei balli di gruppo e dei giochi a squadre. Nelle diverse postazioni di gioco bambini in maschera, genitori e nonni, si sono cimentati nelle varie sfide per riuscire a vincere l’ambito premio finale. Ma in questo pomeriggio di carnevale, nessuno ha perso.

Tutti i bambini hanno ricevuto come premio per la partecipazione un krapfen; genitori e nonni si sono messi in gioco e i volontari hanno visto realizzarsi il loro più grande desiderio: una comunità che si incontra per socializzare e trascorrere alcune ore in maniera gioiosa. Si tratta di una necessità sempre più sentita dalla popolazione, con l’aumento esponenziale delle famiglie residenti grazie al nuovo Residence Amonn, cui l’Oratorio coi suoi volontari cerca di rispondere il più possibile proponendo corsi, attività e feste per ogni fascia d’età.

Come ciliegina sulla torta domenica 11 febbraio è stato riproposto il tradizionale pranzo di Carnevale del gruppo “Arcobaleno” degli anziani di S. Giacomo, coordinato dall’instancabile Elena Cattoni. 

San Giacomo, negli ultimi anni, ha visto crescere la propria popolazione e l’oratorio Santiago sta diventando sempre di più un importante punto di riferimento per persone di tutte le età. Durante l’anno vengono proposti diversi eventi, corsi e laboratori. In calendario per il 10 marzo 2024 è previsto lo spettacolo dal titolo “Donna, vita tra le… rughe”; a seguire nella Domenica delle Palme ci sarà il tradizionale mercatino organizzato dal Frauenchor e – in aprile – per gli amanti del burraco, il torneo a premi. 

Tutti gli eventi, i corsi e le diverse iniziative sono consultabili sul sito:
www.oratoriumsantiago.it 

Autrice: Raffaella Trimarchi

Una biblioteca bilingue con sorprese

Tra presentazioni di libri, alcune mostre d’arte, tante attività e laboratori per tutte le età, il 2024 della Biblioteca di Vadena si presenta piuttosto ricco. Oltre al voler mantenere ben salde le collaborazioni con le associazioni locali, altre biblioteche e le istituzioni, la struttura ha anche il merito di essere in grado di accogliere libri e utenti senza distinzioni in un perfetto clima bilingue.

Il Consiglio di biblioteca a Vadena si è espresso di recente, puntando nuovamente la propria attenzione verso la cultura quale mezzo di socializzazione. Questo è da sempre un punto di forza, perché quella di Vadena è una delle prime biblioteche sudtirolesi dov’è possibile approfondire la cultura italiana con gli stessi mezzi di quella tedesca. 

Quindi si tratta di un simbolo della buona convivenza e dell’integrazione tra le due realtà: “È un luogo di valorizzazione dell’eredità culturale specializzata soprattutto in volumi per bambini e ragazzi, in cui intendiamo mettere a punto approcci innovativi basati anche sull’utilizzo di nuove tecnologie. Da qui l’uso di una lavagna digitale, due postazioni pc per navigare in Rete, la possibilità di collegamento ai portatili, un telo per le proiezioni con un proiettore da utilizzare nel corso di presentazioni e conferenze nella sala polifunzionale attigua alla biblioteca – fa presente la vicesindaca Martine Parise, delegata alla gestione delle politiche culturali – La Biblioteca non vuole essere solo l’edificio dove si conservano e distribuiscono libri, ma tanto altro: vuole essere un luogo di uguaglianza in cui le persone si accomodano liberamente e i lettori diventano attori consapevoli e partecipi di un progetto di crescita culturale collettivo, con la proposta di iniziative che collegano la comunità all’amore per il teatro, andando a creare un ponte con la letteratura, con arte e musica, e tra la letteratura e la ceramica”. 

Un altro nodo importante della biblioteca è quello di soddisfare al meglio le curiosità di giovani e giovanissimi, proponendo nuove e stimolanti opere letterarie e nuovi metodi d’approccio alla lettura “tramite l’organizzazione di incontri con le scuole e associazioni come Lettera 7 – continua Parise -. Aderiremo anche ai  progetti ‘Nati per leggere’ e ‘Bookstart’. Promuoveremo la lettura con il concorso mensile ‘Leggi e vinci’ e siamo aperti alle varie iniziative promosse dall’Ufficio biblioteche della Provincia, volte ad incentivare la passione per i libri e la lettura”. 

Insomma, la voglia di fare sembra proprio non mancare, con numerose iniziative il cui occhio di riguardo punta anche, e soprattutto, sull’originalità della promozione alla lettura, sulla visibilità di giovani autori della Provincia e sulla valorizzazione di opere di letteratura classica.

Autore: Daniele Bebber

Alimentare la responsabilità nei confronti dei più deboli

Dopo più di 30 anni di lavoro in Alto Adige – spaziando dal giornalismo alle problematiche sociali in ambito ecclesiale, dalla narrativa alla ricerca storica e alla cooperazione allo sviluppo –  il meranese Paolo Valente ha assunto nello scorso settembre l’incarico di vicedirettore di Caritas Italiana. 

L’inizio della frequentazione di chi scrive con Paolo Valente risale alla fine dello scorso millennio. All’epoca si lavorava entrambi per i media diocesani, svolgendo un compito per così dire pionieristico che aveva le sue radici nella testimonianza di don Giorgio Cristofolini, il “prete in miniera” fondatore del settimanale diocesano il Segno. Dopo quell’esperienza Paolo Valente si è occupato di molte cose, sempre mantenendo uno sguardo attento al tema che gli stava più a cuore, ovvero la promozione di una convivenza che nella nostra terra fosse reale, non stereotipata, se soprattutto scevra dall’ipocrisia che spesso si annida in maniera non troppo nascosta, nei tre principali ambiti da lui frequentati, ovvero la chiesa, la politica, il giornalismo. L’ultima tappa in ordine di tempo del percorso di Paolo Valente in Alto Adige è stato il compito – una mission impossible potremmo dire col senno di poi – di riportare la Caritas della Diocesi di Bolzano Bressanone al suo spirito originario, (anche) attraverso la riunificazione delle sue due sezioni italiana e tedesca. Da quell’esperienza, all’apparenza fallimentare, è poi scaturito un nuovo e importante impegno, solo in parte inaspettato. 

L’INTERVISTA

Iniziamo dicendo di cosa si occupa Caritas Italiana. Qual è il compito che si prefigge? 

La Caritas nazionale supporta le quasi 220 Caritas diocesane nel loro compito fondamentale, che è quello di animare le persone e la comunità ad assumersi le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti di coloro che si trovano in situazioni di povertà e di vulnerabilità. 

Qual è l’organizzazione di Caritas Italiana sul territorio nazionale? 

I servizi di Caritas Italiana sono a Roma. La rete che essa coordina si estende su tutto il territorio nazionale, suddivisa in 16 delegazioni regionali e quasi 220 Caritas diocesane. L’organizzazione nazionale fa parte a sua volta di Caritas Europa e di Caritas Internationalis, la confederazione mondiale che fa capo direttamente alla Santa Sede.

Negli altri paesi europei Caritas ha mission e organizzazioni diverse?

Ci sono differenze di ordine culturale. In alcuni Paesi la Caritas è più strutturata e orientata all’operatività, in altri tende maggiormente a sviluppare una cultura della solidarietà e dei diritti, con azioni di “advocacy” (ovvero patrocinio, sostegno e promozione), di formazione e di informazione. Ovunque ha il compito di promuovere l’impegno della comunità senza sostituirsi ad essa. L’amore per il prossimo (questo significa “caritas”) è come l’aria: non si può delegare ad altri.

Per quale motivo nel primo periodo sei stato chiamato a sviluppare la comunicazione, in Caritas Italiana? 

Da due anni Caritas Italiana si trova in un processo di riorganizzazione. Nello sviluppo organizzativo la comunicazione è un tema centrale, soprattutto quando si opera in una rete molto ampia. Una buona ed efficace comunicazione è elemento strategico (tanto più che la Caritas è innanzitutto un messaggio) e difatti il nostro lavoro sta dando una mano forte alla nuova struttura, al centro e sui territori.

Annualmente la Caritas Italiana per qualche giorno conquista le prime pagine dei giornali con il suo Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia. Qual è la situazione attuale nel nostro paese?

Negli ultimi 15 anni i poveri assoluti sono triplicati. Questo è dipeso dalle crisi globali (finanziaria, sanitaria, le guerre) ma anche dalla debolezza delle politiche di contrasto alla povertà. Più esposte all’indigenza sono le persone che non dispongono di una rete sociale consolidata. 

Per molti anni sei stato attivo in provincia di Bolzano, dove ti sei occupato di giornalismo, di problematiche sociali in ambito ecclesiale, di narrativa, ma sei stato anche in grado di gettare uno sguardo a livello internazionale lavorando nella cooperazione allo sviluppo. Cosa ha significato per te questo trasferimento a Roma? Come hai vissuto e vivi questo passaggio avvenuto tra la provincia di confine del profondo nord e la capitale italiana nonché cuore della chiesa cattolica?

La dinamica centro-periferia ci mostra che si può trovare del provincialismo sul confine come anche nella capitale. Ogni realtà è centro ed è confine, quando la prospettiva è l’essere umano nella sua integralità. Roma è una città straordinaria e divertente. È al tempo stesso centro e periferia, con i pregi e i difetti dell’uno e dell’altra.

Il tuo periodo di lavoro prima come direttore della sezione italiana e poi dell’intera Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone si è concluso in maniera piuttosto burrascosa. Ma a quanto pare la tua esperienza e le tue qualità professionali sono state considerate più che preziose da parte della Caritas nazionale, visto che sei stato chiamato prima a dirigere e occuparti dello sviluppo della comunicazione della sede centrale, e poi anche a svolgere un ruolo direttivo a stretto contatto con il direttore don Marco Pagniello e con il presidente Carlo Roberto Maria Radaelli, arcivescovo di Gorizia. Per te è stata una sorpresa o una conferma di quelle che erano le linee di sviluppo che avevi pensato di portare avanti nel tuo impegno nella Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone?

Quello che ha portato alla conclusione burrascosa è un sistema di potere che non può tollerare che in Alto Adige una persona libera stia alla guida di un’organizzazione di un certo peso. Una persona di lingua italiana con un ruolo a livello provinciale che non sia quello di “vice” è un fatto anomalo, non previsto. Il sistema non tollera nemmeno una realtà che si sviluppi in senso autenticamente interlinguistico. Fa saltare il modello. Siccome tutto questo invece stava prendendo forma, si è usato lo strumento della diffamazione, della manipolazione e delle pressioni indebite. Si dice che coloro che non possono manipolarci, cercano di manipolare gli altri contro di noi. Premesso che io sono pieno di difetti, la violenza irrazionale degli attacchi e la mia chiamata a Roma dimostrano solo che il progetto era buono (ma scomodo).

Da diversi anni sui nostri giornali ti occupi della rubrica “Senza confini”, nella quale rifletti spesso sui temi centrali dell’attualità altoatesina. Alla luce delle tue recenti esperienze quali sono secondo te le principali sfide, vecchie e nuove, che dovremo affrontare? La provincia di Bolzano viene spesso dipinta come un esempio di benessere e di buona organizzazione. Ma – come avrai potuto sperimentare – non è tutto oro quel che luccica…

Mi pare che siamo nell’epoca dell’opportunismo miope. Dopo l’idealismo etnico dell’era Magnago, dopo il pragmatismo post-etnico degli anni di Durnwalder, l’era Kompatscher era sbocciata con l’idea di guardare “oltre i bordi del proprio piatto” (“über den Tellerrand hinaus”). Ma forse era già troppo tardi. L’Autonomia si era già trasformata in un sistema di potere. La convivenza, direbbe Piero Agostini, era stata “rinviata” a data da destinarsi. Auguro alla nostra terra la capacità di valorizzare il suo essere sul confine, inteso come il luogo in cui si impara ogni giorno a guardare lontano. Si può fare.

Autore: Luca Sticcotti

Giro del mondo tra i piattinelle mense scolastiche

Dopo due anni dall’avvio del progetto “in viaggio con Gastone”, prosegue con successo il giro del mondo tra i piatti tradizionali nelle mense scolastiche del comune di Laives.

Il prossimo viaggio, mercoledì 21 febbraio, sarà tra i colori e i profumi del Perù. Ma prima siamo passati attraverso la zuppa di formaggio del Canada e, prima ancora, per la Moussaka greca. Prosegue con un riscontro positivo sempre maggiore tra bambini, insegnanti e famiglie, il viaggio delle mense scolastiche di Laives attraverso i sapori del mondo con l’ormai amatissimo Chef Gastone, il simpatico personaggio ideato graficamente dal compianto Luca Giacomini, dipendente del Comune, mancato a soli 39 anni lo scorso novembre.

Sì, perchè il progetto “In viaggio con Gastone”, partito ormai due anni fa, è nato ed è stato sviluppato interamente all’interno delle “mura domestiche” dell’Ufficio Sociale e Cultura del Comune attraverso confronti e diversità di vedute, comunque accomunati dall’obiettivo di proporre una cultura alimentare che vada oltre il semplice sfamarsi. 

LA CULTURA PASSA ATTRAVERSO IL PALATO

Il progetto nasce infatti prima di tutto con finalità pedagogiche volte all’educazione alimentare di bambini sempre meno abituati a variare i sapori e sempre più sedotti dal cibo spazzatura. Ma si è poi sviluppato nella direzione di voler proporre un viaggio che sia anche e soprattutto culturale, oltre che gastronomico. 

Ogni menu infatti, non solo viene presentato con una scheda grafica che lo descrive e ne spiega l’origine, ma viene anche inviato anticipatamente agli insegnanti, in modo tale che possa essere sfruttato come ponte, per parlare di un paese e una cultura diversi dai nostri e che spesso i bambini condividono già in classe con compagni provenienti da diverse parti del mondo. 

Abbiamo incontrato Paolo Brunini, direttore dell’Ufficio Quinto, per farci spiegare il processo che si cela dietro ai menu di Gastone.

L’OCCASIONE PER FARE EDUCAZIONE ALIMENTARE

“All’inizio anche noi eravamo un po’ spiazzati, la sfida per il personale della mensa sembrava grande – spiega – Dovete tenere conto che la realtà della mensa che serve scuole materne e  primarie di primo e secondo grado di tutto il territorio comunale prepara internamente tutti i pasti per gli scolari e il personale scolastico, per un totale di circa 1800 pasti al giorno. Invece, è stato il personale stesso a entusiasmarsi al progetto, grati del riconoscimento ricevuto dai bambini, ma anche dal fatto che in questo modo si è creato un ponte anche con il Comune, con la presenza in mensa dell’assessora Furlani a farci da “cavia” insieme a me”, chiosa scherzosamente il direttore.

“Infatti è una sfida venire incontro ai gusti dei bambini – spiega direttamente l’assessora – e al contempo anche scendere a compromessi con un pasto equilibrato”. 

“È stata infatti una ‘battaglia’ quella con la nutrizionista – prosegue Paolo Brunini – quando con l’hamburger e patatine del pasto americano abbiamo preteso il ketchup. È stata una buona occasione per fare educazione alimentare ai bambini, facendo comprendere loro che, nelle giuste quantità, anche un piatto-spazzatura come è considerato quello del fast food non è da demonizzare”.

OGNI MESE UNA RICETTA NUOVA DI “GASTONE”

I bambini ormai, attendono quasi con ansia la data in cui, ogni mese, Chef Gastone presenta puntualmente un viaggio in qualche paese più o meno lontano, per scoprire cosa si cela nel piatto. L’entusiasmo varia a seconda delle occasioni, ma nel complesso i bambini hanno dimostrato di essere molto ben disposti alle novità, compreso il pesce. Il salmone glassato alla canadese ha riscosso un notevole successo ed è divenuta una buona occasione anche per i genitori per riproporre qualche nuova ricetta anche tra le mura domestiche. 

I GENITORI HANNO TESTATO IL MENU DEI BIMBI

E, a proposito di genitori, per fugare i dubbi sulla qualità del servizio e dei pasti, lo scorso 7 dicembre sono stati invitati a partecipare al pasto un certo numero di papà e mamme di Laives e San Giacomo – circa una dozzina quelli che hanno accettato l’invito –  che hanno così potuto testare con mano e, soprattutto papille gustative, la qualità e i sapori che quotidianamente i bambini ritrovano nei piatti. “Test superato – ci raccontano direttore e assessora – e i genitori presenti hanno potuto verificare di persona l’interno processo della mensa e la qualità dei cibi proposti. Ricordiamo che nel comune operano la mensa centrale di Laives e la cucina presso la scuola per l’infanzia La Tartaruga di San Giacomo, che si occupa anche di preparare i pasti per la primaria di San Giacomo, con uno staff interno di 15 dipendenti attuali, che si vuole portare a breve a 20”, così il direttore Brunini.

“C’è da dire che il Comune da anni non aumenta le tariffe della mensa scolastica e non lo farà neanche per l’anno scolastico a venire” precisa l’Assessora Furlani. “Questo perchè riteniamo che la spesa alimentare sia uno dei costi più onerosi per le famiglie e quindi crediamo che continuare a offrire la mensa scolastica a una cifra accettabile sia un modo per venire incontro alle difficoltà delle famiglie”.

Via libera quindi, il prossimo 21 febbraio, a un nuovo viaggio, davvero lontano questa volta: il Perù aspetta!

Autrice: Raffaella Trimarchi