La chiesa di San Pancrazio in Val d’Ultimo e la festa di primavera

San Pancrazio, il martire decapitato a Roma per volere di Diocleziano, appartiene alla schiera dei cosiddetti “Santi del ghiaccio”. Ne fanno parte San Mamerzio, San Servazio e San Bonifacio.  Nella tradizione contadina tirolese essi sono santi assai tenuti perché portano con loro un rigurgito di freddo con gelate anche devastanti per il raccolto.  Essi sono al Centro di numerosi detti popolari che esprimono alcuni degli scenari possibili per clima e raccolto. Le notti fra l’11 e il 15 maggio i contadini tradizionalmente vegliavano e scrutavano il cielo. La coltre delle nubi avrebbe impedito un brusco calo delle temperature, mentre un cielo terso avrebbe portato una gelata. Al temuto Pancrazio è dedicato l’omonimo paese in Val d’Ultimo e la sua parrocchiale. 

Posto all’ingresso della valle San Pancrazio è un piccolo insediamento a 763 m d’altitudine circondato da prati e frutteti. In epoca medievale il paese fu centro economico, religioso e giuridico per l’intera vallata. Attraverso la cronaca del convento di Weingarten, che aveva in zona diversi possedimenti, è possibile attestare la presenza di un luogo sacro già a partire dall’XI secolo e la residenza stabile di un parroco fin dal 1268. Per molti illustri la cura d’anime dell’intera vallata fu esplicata dunque dalla parrocchia di San Pancrazio mentre negli altri agglomerati valligiani furono edificate solo chiese filiali e cappelle. Numerose erano le processioni, le rogazioni, i pellegrinaggi, che scandivano il ciclo dell’anno con lo scopo di pregare per il favore degli agenti atmosferici e per propiziare un buon raccolto. Importantissima era la processione che si teneva qui il 12 maggio il giorno di San Pancrazio: un ungo e faticoso cammino vino a Laces in Val Venosta e da lì inerpicarsi fino alla chiesa di San Martino. 

A tutt’oggi l’abitato che è dislocato lungo il lato più soleggiato della valle. Tanto che i suoi numerosi masi contadini sparsi arrivano fin quasi al confine boschivo, è caratterizzato dall’alto campanile gotico della parrocchiale dedicata a San Pancrazio. L’attuale chiesa è il frutto di una ricostruzione ottocentesca ed è in stile neogotico. Della precedente struttura sopravvivono solo alcuni muri della navata centrale. Al suo interno si trovano tre altari a portelle cuspidati. L’altare maggiore, eseguito da August Valentin, mostra figure sacre scolpite e colorate che si stagliano nelle nicchie. Sui lati interni delle portelle, i bassorilievi delle sante Barbara e Caterina prendono vita sugli sfondi dorati. Nello scrigno centrale è visibile una sacra conversazione: nel centro, assisa sul trono, Maria mostra il bambin Gesù mentre ai lati i due santi sono rivolti a lei e sono San Luigi Gonzaga e San Pancrazio con scudo e armatura. Appartengono allo stesso scultore i due altari laterali dedicati alternativamente al “Sacro cuore di Gesù” e alla “Madonna del Rosario”.  

Un altro dettaglio di particolare interesse è l’orologio del campanile, riccamente decorato e splendidamente dipinto. Nelle vicinanze della Chiesa Parrocchiale si trova il cimitero locale con la cappella di San Sebastiano -a due piani- che, come riporta un’iscrizione, venne eretta in memoria delle vittime della peste. Di particolare valore è lo sfarzoso altare barocco.

PER VISITARE

Per raggiungere la Parrocchiale di San Pancrazio in auto occorre arrivare fino a Bolzano e  proseguire quindi con la superstrada MeBo in direzione di Merano fino all’uscita Merano Sud (Zona industriale di Lana). Proseguire verso Lana e quindi la segnaletica “Val d’Ultimo”. All’entrata di Lana si svolta a destra verso la Val d’Ultimo. La valle è lunga circa 40 km. Dopo alcuni tornanti si arriva a S. Pancrazio (10º km), 4 tunnel (al km 11,8 lungo 320 metri, al km 12,5, al km 13 lungo 240 metri, ed il quarto lungo 110 metri) quindi a Santa Valburga (18º km), S. Nicolò (27º km) fino ad arrivare a Santa Gertrude (31º km). Gli ultimi tre paesi formano il Comune di Ultimo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La parrocchiale di Lagundo: uno scrigno d’arte contemporanea

A Lagundo la vecchia parrocchiale è sita nel centro del paese, cioè nella zona più elevata, posta sulle pendici della montagna. Col passare del tempo però lo sviluppo urbano del paese ha avuto luogo più in basso nelle vicinanze della strada nazionale, sulla direttrice Merano – Val Venosta, così si decise di costruire una nuova parrocchiale intitolata a San Giuseppe. I lavori iniziarono già nel 1966 ma furono ultimati nel 1971. Furono i coniugi Willy e Lilly Gutweniger ad essere incaricati del progetto architettonico seguiti con attenzione da un comitato di parrocchiani e dal parroco Josef Chrost. Il 23 maggio 1971 fu aperta al pubblico ma la consacrazione solenne con il vescovo Josef Gargitter si ebbe solo il 13 marzo 1977. 

I coniugi Gutweniger decisero di creare una struttura che fosse in grado di trasmettere il messaggio: “Dio abita in mezzo a noi”. E per far questo pensarono alla struttura tipica del maso, generalmente costituito di piccole costruzioni annesse. L’intera costruzione, gli interni e tutte le opere artistiche sono un continuo rimando simbolico. Il corpo di fabbrica principale è l’aula suddivisa in quadratum populi e quadratum dei ma con soluzioni inusuali. Annessi, seppur contigui, vi sono la torre d’ingresso, il vano penitenziale e il battistero.  Willy e Lilly Gutweniger individuarono nella struttura esagonale del favo delle api la forma perfetta per la planimetria. Azzeccato era naturalmente anche il significato simbolico del favo ossia unione, collaborazione, zelo. All’interno della chiesa e nel susseguirsi dei vani, anche i materiali scelti hanno una funzione simbolica. Semplici come il mattone e la gettata di cemento simbolicamente vogliono invitare il credente a presentarsi “per quello che è senza unitili sovrastrutture e travestimenti”. Nel vano penitenziale -il primo ad essere percorso- il pavimento è d’argilla per ricordare al fedele: “Polvere eri polvere ritornerai”. L’acquasantiera è un masso erratico che schiaccia il pentacolo, simbolo del male. 

La via crucis è una importante opera di Peter Fellin (Revò, 6 settembre 1920 – Merano, 22 aprile 1999) che per la sua realizzazione seguì le indicazioni del Consiglio pastorale di Lagundo che voleva una rappresentazione declinata alla vita quotidiana di oggi e quindi vicina alle persone. Ogni stazione rappresenta ciò che oggi la società può fare ad un uomo. Sul pavimento un triangolo con l’occhio di Dio indica il punto di intersecazione del vano penitenziale, del battistero e della navata. Esattamente in questo punto nella cerimonia battesimale i genitori promettono di condurre il proprio figlio a Dio. La grande pietra battesimale è in marmo bianco di Lasa simboleggia il Cristo, la pietra angolare, la roccia della salvezza. L’acqua corrente che sgorga nel ruscello rappresenta la pienezza della vita dopo il battesimo e i tre gradini che vi scendano rappresentano la discesa al giordano che fece Cristo per essere battezzato. Il muro perimetrale orientale racchiude in sé tre diversi stili: pietre da taglio romaniche, archi gotici ed elementi moderni ad indicare la continuità della storia dell’uomo e della presenza del divino. La parete sud invece è la parete della “Grazia” ed è caratterizzata da una grande vetrata raffigurante un albero colto in tre momenti capaci di simboleggiare le tre età dell’uomo dall’infanzia alla vecchiaia. L’opera è stata realizzata dall’artista meranese Monika Malknecht (Parigi 5.4.1944 -Merano 5.5.2021). Qui i colori ora chiari ora scuri dei vetri rappresentano l’eterna lotta tra bene e male che alberga nell’uomo. Essa terminerà solo sulla soglia della morte, lì i colori della beatitudine si fanno chiari. La navata è un ampio vano multicolore per celebrare la grandezza del Signore. Le Travature sul soffitto disegnano linee che sembrano convergere in un punto posizionato l di là dell’edificio. Da ciò la convinzione di essere in cammino verso una meta, verso il Padre celeste. La parete dietro l’altare lascia intravedere qualcosa di splendente: la vita oltre la morte. Si tratta infatti di una parete imponente un ostacolo invalicabile, che però ad un tratto si apre lasciando intravedere uno zona luminosa costituita da un mosaico dorato opera di Josef Widmoser (Haiming,  1911 – Innsbruck 1991). L’artare maggior, opera dello scultore Josef Brunner (Prato 08.02.1924 – Merano 20.11.2017)

Raffigura un bassorilievo di gusto paleocristiano con al centro la croce trionfante, i quattro pani, due pavoni contrapposti intenti a beccare i quattro pani. La cornice che corre lungo tutto il perimetro dell’altare è costituita da grappoli d’uva e foglie di vite. Il tabernacolo ha una cornice marmorea con i simboli dei quattro evangelisti e i grappoli d’uva. Mentre al centro una grata preziosa di fiori dorati opera dell’orefice Willy Wiehmann. Le vetrate che con i loro colori vivaci illuminano l’aula vengono a pag. 35 nell’articolo dedicato a Susanne Demmel.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Laudes e la venerazione di san Leonardo

Insolito e quanto mai suggestivo appare il gioco di arcate che fanno da base all’edificio sacro e che dal corpo di fabbrica ridiscendono, a scaricare il sistema delle spinte e controspinte, tipico dell’architettura gotica, fin sulla carreggiata creando oggi una sorta di galleria. 

Questa è solo una delle caratteristiche di spicco della chiesa di San Leonardo di Laudes che per più motivi merita d’essere conosciuta. Laudes si trova in val Venosta all’imbocco della val Monastero. Si tratta di un edificio che subì ampliamenti e rifacimenti al punto da presentare una pianta ed un alzato assai compositi. Fu infatti ricostruita nel 1408, quando vi si aggiunse anche l’imponente torre campanaria. Dopo le devastazioni dovute alla guerra d’Engadina fu ristrutturata nel 1505. I fori delle finestre e delle porte nonché le arcate sembrano sottolineare con le loro forme diversificate la successione delle epoche stilistiche intervenute. L’edificio, che racchiude una chiesa doppia costituita dalla cappella e dalla cripta, fungeva anche da chiusa sull’importante nodo viario Resia-Malles-Tubre, riuscendo a creare un vero e proprio sbarramento di controllo.

La scelta del patrocino può essere giustificata col fatto che il santo è molto venerato in tutte le regioni germanofone e soprattutto in area bavarese e tirolese. Il culto di San Leonardo data all’XI secolo e nelle zone teutoniche fu diffuso dalla predicazione degli ordini cistercensi. 

San Leonardo è considerato in Tirolo il più grande protettore del bestiame e dei cavalli: in molte zone si conserva ancora la tradizione della cavalcata di San Leonardo che termina con l’offerta di ferri di cavallo e di catene, in altre durante la festa vengono benedetti i cavalli.

La raffigurazione della leggenda del santo patrono si sviluppa nei riquadri affrescati sulla parete meridionale dal pittore Hans Jakob Greiter e dalla sua bottega nel 1609. Al centro della raffigurazione spicca san Leonardo con il saio e le catene in mano, simbolo del tempo che egli dedicava ai carcerati. Nei riquadri della composizione appaiono sei episodi della sua vita e della sua opera: il soggiorno di Leonardo con Lifardo in un monastero nei pressi di Orleans, Leonardo salva la regina nella casa di caccia, la costruzione del convento di Noblat e l’arrivo periodico di carcerati e così via. I riquadri terminano in basso con una tenda dipinta illusionisticamente. Gli affreschi sono stati restaurati insieme all’altare fra il 1984 e il 1986. 

All’esterno, in una nicchia vicino all’ingresso alla piccola cripta, è raffigurato san Cristoforo, ma si conserva solo la parte alta dell’immagine mentre dalla cintola in giù l’intonaco è caduto. L’opera non può che essere il prodotto di un artigiano minore viste le sproporzioni e le piccole e grandi ingenuità e i veri e propri errori come il braccio sinistro del Bambin Gesù che pare non aver collegamento col resto della corporatura. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La chiesa di San Giorgio

Il piccolo agglomerato di San Giorgio, a 700 metri sul livello del mare e affacciato sulla conca meranese, si stende intorno alla piccola chiesa a pianta accentrata. La chiesetta, particolare per la sua planimetria, fungeva da cappella gentilizia per il castello di Alt-Schenna dei signori di Scena, fin dal 1149 ministeriali del conte di Tirolo.

Varcato il portale d’ingresso non si potrà fare a meno di subire il fascino della struttura e della sua ricchezza decorativa, attraverso la quale leggere rapiti le storie narrate nei diversi riquadri di cui il vasto affresco si struttura. La tradizione vuole che in origine l’apparato decorativo coprisse per intero l’interno e che ne sia rimasto dimezzato dopo che un fulmine si abbatté sull’edificio. Secondo lo studioso Erich Egg, committente delle pitture sarebbe stata Osanna di Starkenberg, la stessa nobildonna che, sempre a suo avviso, aveva commissionato anche il ciclo d’affreschi della cappella di San Giovanni nella parrocchiale di Scena. Gli Starkenberg avevano consolidato il proprio potere fra il 1400 e il 1420, quando opponendosi al principe territoriale Federico, persero d’improvviso tutte la loro sostanze. Nel Medioevo era consuetudine affidare a san Giorgio, patrono dei cavalieri, la cappella gentilizia di un castello, e anche i proprietari di Scena vi si uniformarono commissionando inoltre la vasta rappresentazione della vita del santo originario della Cappadocia. I riquadri sono incorniciati in basso da teorie di animali e in alto da una serie di quadrilobi contenenti busti di santi. Uno schema questo, secondo l’Egg, tipico dell’arte bolzanina a partire dal 1375. La storia di san Giorgio si sviluppa, a partire da dietro l’altare a portelle, con la scena del combattimento intrapreso dal santo contro il drago di Silena per salvare la giovane principessa destinata al sacrificio.

È molto interessante notare come per la sua iconografia l’artista non abbia tenuto completamente conto della Legenda Aurea di Iacopo da Varazze, ma abbia probabilmente reperito altrove la base per la sua rappresentazione. I personaggi vestono gli abiti di corte di moda a quel tempo e il prefetto Daziano, che ordinò che fosse perpetrato ogni sorta di tormento su Giorgio, è raffigurato, con un volto scavato corniciato da una barbetta aguzza e riccamente abbigliato, e compare in ogni riquadro dedicato al martirio del santo. A differenza che nella Legenda Aurea, nel racconto di Scena è un angelo a far visita a Giorgio nel carcere. Diverso è anche l’episodio che compare a Scena secondo il quale Daziano ordinò che Giorgio fosse fatto precipitare da una rupe in un lago. Rimasto illeso, Giorgio venne fatto entrare in una botte, un aguzzino la faceva ruotare mentre uno sgherro vi infilava dei chiodi roventi che gli venivano passati con delle tenaglie da un aiutante addetto al fuoco. Ma Giorgio continuava a rimanere illeso. Daziano allora, così narra anche la Legenda Aurea diede ordine che fosse messo sulla ruota che era stata appositamente arricchita di numerose spade aguzze e ben affilate. Sotto lo sguardo vigile di Daziano e fra i latrati di un cane aizzato contro di lui, Giorgio venne steso sulla ruota, uno dei persecutori la faceva girare e le spade, che si sarebbero dovute conficcare nel suo corpo, andarono in pezzi. La scena finale del martirio, forse la più spaventosa e la più tristemente nota, ha trovato posto nella strombatura della finestra. Lo spazio angusto rende quasi più angosciante l’attesa che il martire sia squarciato in quattro parti dalla corsa in direzioni opposte di altrettanti cavalli. La tensione è al massimo almeno per chi non sa che per far morire san Giorgio, Daziano ricorse, dopo i tentativi più sanguinolenti e le torture più crudeli, alla decapitazione, raffigurata accanto. Dell’ambiente artistico e degli aspetti stilistici della zona intorno a Merano, agli inizi del XIV secolo, Rasmo ebbe a scrivere: ”Intorno al 1400 anche nella zona meranese alla tradizione giottesca, sia pure filtrata attraverso le interpretazioni bolzanine, si sostituiscono tendenze figurative nordiche, dapprima moderate ed in seguito sempre più palesi. Il pittore delle storie di San Giorgio a Scena accentua il linearismo disegnativo delle composizioni che perdono gradualmente di consistenza volumetrica e di plausibilità spaziale”. Si è così giunti alla porta ma non per uscire, altre storie stanno per esserci raccontate nell’affresco successivo. Si tratta di un episodio della vita di san Nicola.

PER VISITARE
Il paese di Scena è posto sulle pendici a nord-ovest di Merano, a 5 km di distanza dalla città. Provenendo da Bolzano, lasciare la superstrada MeBo al’uscita Merano sud e seguire poi le indicazioni per Scena. In centro al paese, al colmo della salita, voltare a destra per la piccola frazione di San Giorgio.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Piavenna: un villaggio dimenticato dal tempo

Spesso si è portati a fare lunghi viaggi per andare a raggiungere quei luoghi il cui fascino è continuamente ricordato nei romanzi, nei film, nei dipinti, come ad esempio le bianche scogliere di Dover, il dedalo di strade del Cairo, o i verdi prati della brughiera scozzese, trascurando di conoscere la propria città e i suoi dintorni. Eppure molto spesso quei dintorni e quella città riservano più di un paesaggio inaspettato, più di un edificio ragguardevole. 

Questo vale anche per l’affascinate quanto immensa Malser Haide, la brughiera di Malles, la lunga striscia di terra che dai 900 metri delle campagne di Glorenza si innalza fino ai 1450 metri del lago della Muta. La zona corrisponde al declivio meridionale del vasto conoide alluvionale di Malles. Generato dal torrente Alpiabach, che ridiscende dalla val Piavenna, è considerato addirittura il più grande della catena alpina, lungo 8 chilometri e con un dislivello di 700 metri. 

Il piccolo agglomerato di Piavenna, a 1750 metri s.l.m., è luogo a dir poco suggestivo e pare essere stato risparmiato dal tempo. Il palazzotto, da sempre proprietà della nobile famiglia dei Plawenn, conserva quell’aspetto di residenza e di castello difensivo al tempo stesso. La parte più antica dell’edificio risale al XII secolo e corrisponde alla torre poligonale coperta da un tetto di scandole di legno, mentre il resto della costruzione è il risultato di lavori settecenteschi dovuti all’incendio che nel 1708 aveva distrutto gran parte della zona abitativa. La facciata, elegante pur nella semplicità delle linee, è coronata da una serie di merli a coda di rondine, quasi un tratto distintivo che parla dell’origine medievale del casato. 

Il piano nobile divide la facciata a metà con la fila di finestre e il balcone al centro, mentre l’orto, il tipico Kreutergarten, conferisce un tono familiare e quotidiano alla struttura. La chiesetta, intitolata alla Visitazione di Maria, come testimonia l’affresco che sormonta il portale d’ingresso, è in realtà una cappella gentilizia e fu fatta erigere nel 1630 dalla famiglia. Molto semplice nelle linee architettoniche, è in perfetta armonia col luogo, l’altitudine e i masi contadini intorno, senza però rinunciare ad una serena sacralità.

Ma è il cimitero a stupire, minuscolo, immerso nel verde, si affaccia come un balcone sulla brughiera e accompagna lo sguardo nella lontananza della distesa della vallata sottostante. Le poche tombe in marmo bianco  o in ferro battuto riassumono la storia familiare dei Plawenn e dei compaesani che con loro hanno diviso il vento, i lunghi mesi innevati e il verde sfavillante della bella stagione, ma soprattutto il duro lavoro e il magico silenzio. 

Alla famiglia dei Plawenn, per periodi più o meno lunghi, appartennero anche altri castelli e residenze: a Malles, ad esempio, la residenza Prakassan, un edificio medievale a torre quadrangolare, fino al 1362 era appartenuta a  Dominik von Plavenn quando decise di cederla insieme al fondo agricolo. Per un lungo periodo, tra il 1615 e il 1863, anche Castel Coldrano , ereditato da una linea ormai estinta dei von Goldrein, appartenne alla famiglia Plawenn che poi lo cedettero al comune di Laces. Tra il 1645 e il 1741 ai nobili di Plawenn appartenne anche il Castello di Oris, il Moosburg, come attesterebbe anche l’iscrizione: Woledl gestrenger Herr Carl von und zu Plawen. La residenza settecentesca Freienturm di Silandro appartenne ai Plawenn tra il 1860 e il 1891 quando la vendettero a Josef Insam. Infine, sempre a Silandro, presso la chiesa parrocchiale, li ricorda una lapide tombale ottocentesca.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La chiesa di San Nicolò a Cleran, sopra Bressanone


Alta sulla conca brissinese e ricca di splendidi affreschi, la chiesetta di Cleran sorge fra le poche case del piccolo agglomerato. Arrivando da Millan in macchina o a piedi è proprio il piccolo campanile barocco, affiancato al corpo di fabbrica gotico, ad accoglierci.

Varcato il portale ad arco acuto è il mondo dell’antico testamento contrapposto alle storie cristologiche a schiudersi davanti ai nostri occhi e a catapultarci in un universo di colori e di forme tra il fantasioso e l’ingenuo, se pur di raffinata fattura. Sono i riquadri della parete nord che catturano il nostro interesse. Essi sono un’importante testimonianza di come per i fedeli analfabeti fosse possibile seguire tanto la lettura del vangelo quanto quella di alcuni episodi biblici. La decorazione si dispiega su due strisce sovrapposte e suddivise in riquadri di diversa dimensione: più ampio lo spazio dedicato alle scene cristologiche, notevolmente più limitato quello previsto per i paragoni biblici. Ognuno dei tre arconi di cui è composta la navata contiene così quattro riquadri. La lettura di ogni episodio però segue un ordine specifico che si struttura attraverso la sequenza orizzontale, secondo uno schema salvifico che veniva utilizzato spesso dalla bottega brissinese di Mastro Leonardo da Bressanone, cui le dipinture sono attribuite e datate intorno al 1470. È molto interessante notare come nelle scene cristologiche l’abbigliamento dei personaggi sia in massima parte costituito di tuniche anticheggianti, mentre nelle scene veterotestamentarie i protagonisti siano abbigliati come in uso nella seconda metà del Quattrocento. 

Nel primo riquadro in alto, il tavolo è imbandito per la solenne cena pasquale, Gesù è attorniato dagli Apostoli. Giuda, che nasconde il pesce dietro la schiena, parla ispirato però dal diavoletto che, lungi dall’essere spaventoso, è posto fra il bicchiere e le sue labbra. 

Nel riquadro accanto, la scena biblica e tratta dall’Esodo e parla della pioggia della manna che Dio inviò al popolo di Israele quando, partiti da Elim giunsero nel deserto del Sin, affamati e stremati pronti ad inveire contro Mosè ed Aron che ve li avevano condotti. Mosè è raffigurato, secondo l’iconografia cristiana, con le tradizionali corna e con abiti da dignitario. La manna reca erroneamente la croce tipica dell’ostia, mentre la figura inginocchiata reca sulle spalle una gerla tirolese. 

Nell’arcone successivo nel primo riquadro (sempre in senso orizzontale), in un tutt’uno armonico sono rappresentati, in un’unica scena, tre momenti cruciali delle ultime ore di Gesù. Si tratta della Preghiera nell’Orto degli Ulivi, del Tradimento di Giuda, e di Gesù riattacca l’orecchio al servo, e l’Arresto di Gesù. Particolarmente interessante e la resa prospettica dell’incalzare degli eventi. Belle e al tempo stesso capaci di trasmettere un brivido di paura sono le armature dei soldati che sono sopraggiunti guidati da Giuda per arrestare il Nazareno e condurlo via. Nel quadro successivo, siamo ormai giunti al terzo arcone, troviamo Cristo davanti a Pilato.

Come arrivarci

Una volta arrivati a Bressanone bisogna dirigersi verso l’altipiano della Plose. Dopo aver superato il paese di Millan, duecento metri dopo il terzo tornante, si devono quindi seguire le indicazioni a destra per arrivare a Cleran.

Per visitare


La chiesa abitualmente è aperta da primavera sino in autunno, soprattutto nei giorni festivi. Per la chiave rivolgersi alla famiglia Fischer, civico 191 (a sinistra della chiesa, casa con grande veranda in legno). Per info: Associazione turistica di Sant’Andrea, tel. 0472 850008.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Aubet Cubet Quere: la chiesa parrocchiale di San Giacomo a Maranza

È il fascino delle tradizioni, la sacralità delle processioni e la leggenda di tre vergini dai nomi esotici, Aubet, Cubet e Quere, a portarci a 1410 metri su un altipiano panoramico affacciato sulla val Pusteria ove sorge la chiesa di San Giacomo di Maranza. L’edificio, riconsacrato nel 1780, poggia su una preesistente chiesa medievale ed è il risultato dell’ingrandimento della chiesa tardogotica consacrata nel 1472. È a pianta longitudinale e a navata unica.

Già i pellegrini e i viaggiatori del passato vi facevano meta e le loro firme, graffiate sull’intonaco dell’imponente san Cristoforo affrescato sulla parete meridionale del campanile, ne sono vivida testimonianza. L’affresco, che risale alla fine del XV secolo, presenta un’iconografia particolarmente interessante: l’uomo di Cananea, Cristoforo, appare «gigantesco e terribile in volto», proprio come riporta la Legenda Aurea; si muove lento sotto il pesante fardello: «sulle tue spalle tutto il mondo e il suo creatore», appoggiandosi con forza al suo bastone, mentre le acque si ingrossano sempre più. All’estremità del bastone sono visibili le radici che preludono alla prova che Gesù volle dare di sé a Cristoforo: «Per convincerti che io ti ho detto il vero, pianta il tuo bastone davanti alla tua capanna e domani vedrai che avrà fatto fiori e frutti». Il mantello scarlatto al vento ne ingrandisce ulteriormente la figura; la veste è raccolta in vita da una cintura dalla quale pendono, come per i pellegrini, una bisaccia contenente una bella pagnotta e un coltello. Le gambe massicce del santo affondano nelle acque gremite di strane creature marine con corpi di pesce e volti umani, oppure di pesci dalla conformazione fisica più stravagante. Fra tutti spicca la bella sirenetta dalla raffinata testolina coronata, simbolo però del male e della malizia sessuale, e quella del mostro marino dal volto aguzzo e barbuto con lo sguardo furbetto e la dentatura feroce. 

Ma c’è dell’altro. Sul fondo dell’affresco fra le numerose firme e date spicca quella di un certo: Luzio Pacinelli da Bergamo 1596. Chi era? E dove era diretto? Infine è da notare che al posto dell’alluce del santo ora è ben visibile un buco dovuto al secolare grattare delle donne gravide che, secondo la credenza locale, da quei granelli di malta “sacra” avrebbero tratto la forza necessaria al parto.

All’interno della chiesa l’occhio è rapito dalla ridondanza delle forme rococò ideate, nella seconda metà del XVIII secolo, dall’architetto enipontano Josef Abenthung, dai ricchi decori a stucco, dai vistosi altari policromi e dagli eleganti affreschi delle cupole, opera del pittore Johann Mitterwurzer.

Ma è all’altare di destra, alle tre statue lignee di Aubet, Cubet e Quere, che volgiamo l’attenzione. Delle tre Vergini di Maranza si narra che siano vissute al tempo in cui Attila, re degli Unni, che metteva a ferro e fuoco tutta Europa distruggendo tutto ciò che incontrava e ammazzando tutti coloro che non si piegavano al suo volere. Da secoli le tre martiri sono oggetto di venerazione, il loro culto, forse in qualche misura collegato con quello di divinità femminili pagane di origine celtica, si diffuse soprattutto nelle terre germanofone. La prima menzione della devozione per le tre Vergini a Maranza risale al 1382 e, per quanto attiene ai pellegrinaggi, esiste un’indulgenza pontificia datata 30 marzo 1500. 

La curiosa storia della parrocchia di Malles


Se siete degli amanti dello stile liberty e del “curioso” nell’arte è Malles la vostra meta. Nel 1903 i fedeli della parrocchiale di Malles ebbero l’occasione di scoprire la propria chiesa in una nuova “luminosità”:  quella cioè data dalle luce elettrica. Il 17 dicembre infatti i più ansiosi si recarono alla prima funzione, quella delle cinque del mattino, per essere i primi a godere di quella visione. Ma le novità di carattere tecnologico sembravano non finire, nel luglio del 1906, infatti fu inaugurato l’ultimo troncone della tratta ferroviaria Merano – Malles. Ora il paese era raggiungibile con un viaggio comodo e relativamente breve. Forse una parte del turismo che affollava la vicina Merano avrebbe potuto raggiungere anche l’alta Val Venosta e arricchire la parrocchiale di nuovi e raffinati affreschi non poteva essere che ben fatto. 

Così nel 1914 il decano Dietl chiamò a Malles il pittore Emanuel Raffainer di Schwaz e insieme pianificarono l’intera dipintura dell’abside e della navata. L’artista, allora trentatreenne, eseguì il progetto pittorico e uno schizzo e, ottenuta l’approvazione del decano, iniziò a dipingere. Poco tempo prima dello scoppio del primo conflitto mondiale il pittore, che aveva iniziato i lavori partendo dalla zona absidale, si trovava a dipingere l’Incoronazione di Maria. Gli echi, edulcorati dalla propaganda, dei vari successi al fronte, i fatti riportati nei bollettini di guerra e gli avvenimenti nella zona serba, rimbalzavano anche fra le viuzze del piccolo agglomerato venostano e ispirarono l’artista al punto che volle fissarne alcuni frammenti sulla parete di quel luogo sacro, anzi proprio nella rappresentazione stessa dell’Incoronazione. 

Sulla volta l’artista ha organizzato lo spazio pittorico in modo da riuscire a far convivere soggetti diversi. Un nuvolone suddivide il mondo terreno da quello ultraterreno ed in entrambe gli spazi, gremiti di personaggi, si articolano i diversi racconti. Solo a noi è dato di partecipare con lo sguardo agli accadimenti di entrambe le realtà, mentre i diretti interessati sembrano ignari gli uni degli altri. La Santissima Trinità sta per porre sul capo di Maria una corona di gusto bizantineggiante. Assistono Gioacchino e Anna, San Giovanni Battista, Santa Barbara e Santa Caterina, da un lato, Giuseppe e Giovanni Evangelista dall’altro.

Nel mondo terreno, intanto, le scene, apparentemente slegate fra loro, si accalcano una accanto all’altra ma forse si tratta delle diverse sfaccettature di un unico incubo premonitore: la guerra, che semina fame, morte e distruzione, lascia donne e bambini privi di sostegno mentre i padri sono al fronte, mette gli uni contro gli altri. Sullo sfondo, un paese va in fiamme, mentre sul lato destro, in primo piano, un uomo giace sul letto di morte: sono i suoi ultimi istanti di vita, la morte è al suo capezzale e con la clessidra in mano lo attende. Al centro, la figura in piedi sembra creare una tred’union tra quei due mondi, si tratta infatti di Bernardo di Chiaravalle, colui che nel Medioevo determinò la devozione per la Madonna. 

COME ARRIVARCI

Malles si raggiunge percorrendo prima la MeBo in direzione Merano poi imboccando e percorrendo quasi per intero la val Venosta. La parrocchiale di Santa Maria Assunta si trova in paese in via dell’Ospedale 2.

Autrice: Rosanna Pruccoli

In visita all’ospizio di San Floriano a Laghetti di Egna


Da sempre il viaggio era fonte di insidie e preoccupazioni: oltre al problema della condizione delle strade, il viaggiatore si interrogava quotidianamente sul dove e come superare la notte ma soprattutto sul come sarebbe stato accolto come forestiero. Nell’antichità e nel Medioevo infatti lo straniero era visto con sospetto fino ad essere considerato un nemico o un portatore di malattie. I monasteri o gli eremi, spesso ubicati in zone totalmente disabitate, costituivano l’unica ancora di salvezza per quei viaggiatori che si trovavano per via cercando di raggiungere le mete del pellegrinaggio medievale e di frequente erano organizzati per l’accoglienza di massa.

La prima menzione di una chiesa e di un prete in zona San Floriano risale al 1188, cosa che potrebbe indurre a datare la chiesetta al XII secolo. Risale al 1316 la testimonianza dell’attività di una Compagnia di San Floriano, facendo così risalire il Conventino al XIII secolo. Un documento del 1316 attesterebbe invece l’opera di una confraternita di padri domenicani. 

L’ospizio di San Floriano ha conservato intatta nei secoli la sua antica fisionomia. È costituito da tre edifici posti a quadrato intorno ad un cortile ed un muro difensivo nel lato privo di costruzione. Proprio per la necessità pratica e funzionale dell’insieme abitativo, le finestre, le porte ed ogni altro dettaglio non recano né cornici né decorazioni aggettanti di sorta. Un lato era occupato dalla chiesa, la cui navata fungeva da supporto ad un ampio dormitorio. Dal dormitorio, attraverso una apertura a forma d’arcata praticata sul muro orientale, si poteva guardare nell’abside ed assistere alla messa. Molti ospiti si trovavano costretti a letto stremati dalle fatiche del lungo viaggio a piedi, oppure colpiti dalla malattia, così per dar modo anche a loro di seguire con attenzione la liturgia furono sistemati nel muro del presbiterio numerosi vasi acustici, vere e proprie casse di risonanza. Il corpo principale della fabbrica era affiancato da un altro braccio abitativo disposto su due piani. A pianterreno si trovavano locali adibiti a diversi usi come ripostigli, magazzini ecc., al primo piano invece si sviluppava un ulteriore vasto dormitorio. Alle due estremità opposte di quest’ultimo ambiente si trovavano alcune stanzette per i sorveglianti e per i viaggiatori di riguardo come ad esempio prelati, nobili e autorità. Sul lato opposto, a est, si trovavano le stalle, i fienili, le cantine e le dispense. Nel XVI e nel XVII secolo il complesso subì una ristrutturazione: vi fu l’aggiunta di un piano nel tratto occidentale, e degli abbellimenti come ad esempio le scritte latine del 1501 e del 1514 che probabilmente decoravano la sala da pranzo. 

COME ARRIVARCI

Laghetti è una frazione di Egna, posta lungo la statale che collega Bolzano a Trento. Dista circa 30 km da Bolzano e altrettanti da Trento. Il conventino è posto poco a nord del paese, vicino alla centrale elettrica.

Autrice: Rosanna Pruccoli