Occhi di bosco #2

Il sole si è abbassato, tanto che da mezzogiorno fino al primo pomeriggio la luce entra di traverso dalle finestre e regala un tepore piacevole, quasi più che in estate, ora che i muri esterni si raffreddano velocemente. Occhi di bosco sta raccogliendo gli ultimi pomodorini e friggitelli dalle piante in vaso nel BalconORTO, quando riceve la chiamata di Mirella, che gli chiede se ha funghi da regalarle, perché quest’anno non li ha ancora assaggiati. Occhi di bosco le risponde di esserci andato in settimana nel bosco, ma che era tutto secco; le ha promesso che entro la fine della stagione le avrebbe sicuramente raccolto un sacchettino. Terminata la telefonata occhi di bosco sente una voce “scusi, signore!” provenire dalla facciata delle casa e si sporge per capire la situazione: è il vicino del piano di sotto che gli chiede se c’entri qualcosa con la caduta di una polvere gialla che gli sta sporcando tutto il balcone. Occhi di bosco è abbastanza ordinato con le colture sul balcone, non innaffia eccessivamente per rischiare percolazioni ai piani sottostanti e rimuove anche le foglie secche; occhi di bosco spiega al sig. Rezzonico che si tratta del polline del cedro, una conifera molto diffusa in ambiente antropico, la cui fioritura avviene proprio in questo periodo (a differenza del cugino abete rosso, la cui pollinazione si verifica in primavera); trovarsi davanzali, biancheria stesa, piante, vasi e fughe delle piastrelle ricoperte di una pruina gialla è normalissimo in questi giorni, specie se nelle vicinanze vive un cedro del Libano: niente che una passata con secchio, stracci e acqua non riesca a rimuovere! Occhi di bosco ama la fotografia e segue con molta attenzione il foliage, sia in città che in montagna, perché i colori ed i riflessi delle foglie illuminate dal sole gli regalano una piacevole sensazione di bellezza e di benessere e trasformano in positivo anche gli angoli più anonimi o dove il cemento ha il sopravvento; tuttavia, non c’è da perdere tempo, perché la luce cala in fretta, come anche la resistenza delle foglie aggrappate alle piante, il vento è sempre in agguato e trovare giornate limpide con una luce adatta non è sempre così semplice. Per chi ama faticare con un cambio di vestiario, un sacco di stoffa, panini e acqua nello zaino; per chi parte senza itinerario e non sa dove arrivare o semplicemente si ferma ad ammirare i giochi di ombra e di luce sopra un letto di foglie a crepitare; per chi cerca l’armonia e sa che basta poco, ma che quel poco, oggi più che mai, venga preservato; per i solitari ed i timidi introversi, che nel grembo di muschi e licheni, di aghi e di foglie trovano sempre una strada, una fronda cui sostenersi, la montagna da ottobre si colora con le felci di giallo-arancione nel sottobosco, prosegue con le latifoglie fino alla doratura dei larici. Occhi di bosco, nel frattempo, è riuscito a raccogliere Cantharellus e Craterellus da donare a Mirella per una cenetta a base di funghi, nell’ultima uscita si è aggregato anche l’amico Nicholas per immortalare i colori autunnali.

Autore: Donatello Vallotta

Occhi di bosco

Occhi di bosco è un bambino che trascorre ore alla finestra e sul balcone ad ammirare la natura, curioso osserva fulmini e saette illuminare il cielo e impaurito dai tuoni si nasconde quando sente vibrare i vetri dopo ogni boato. Occhi di bosco è un adolescente che conta i secondi tra lampi e tuoni, intuendone la distanza dalla sua testa. Occhi di bosco è un ragazzo intento a legare pomodori e girasoli contro il vento, mentre tende l’orecchio al rumore secco della grandine sui coppi. Occhi di bosco è un adulto che consulta l’evoluzione radar per capire il dove e il quando, l’intensità e i mm caduti. Occhi di bosco è felice quando c’è il temporale: sia esso locale di calore, stazionario per lo stau innescato dal libeccio e dall’ostro, sia quello cattivo, provocato da irruzioni fredde da nord ovest. Occhi di bosco ora appallottola carta di giornale da infilare nei plantari degli scarponcini da montagna per asciugarli dall’umidità della recente escursione. Poi, tornato il sole, la surrene di occhi di bosco pompa così tanta adrenalina da inculcargli il desiderio di cercare funghi immerso nei boschi.
Luglio, agosto e settembre sono un copione di speranze e migliaia di passi su pareti boschive impervie, con finferli grandi protagonisti nella prima parte estiva in cui Russole, Tylopilus felleus e Rozites caperatus hanno fruttificato abbondanti. Nonostante le piogge, forse troppe, il vento, le basse temperature e qualche periodo di siccità la stagione dei porcini non è invece mai partita sulle Alpi. Pochissime crescite e concentrate solo in alcuni punti, alle quote alte dove i pecci si diradano e lasciano spazio prima ai rododendri e poi alle radure prative. Anche adesso che la stagione volge al termine spuntano Amanite, Craterellus, Armillarie, Macrolepiote, Gymnopilus, Cortinarius e Clitocybe nebularis; ma porcini… nemmeno l’ombra! Arvicole, animali selvatici, gasteropodi hanno pasteggiato coi pochi carpofori superstiti facendoci trovare solo gambi privi del cappello o addirittura solo brandelli di porcino, a rimarcarne ancor più la penuria. Per carità, un anno storto ci può stare. Occhi di bosco è un esploratore che sa che i boschi ed i loro habitat sono minacciati – non dai lupi e dagli orsi – ma dall’uomo e dalla sue manie di cementificazione e dal bostrico tipografo, un coleottero, che dopo la tempesta Vaia ha iniziato ad attaccare anche alberi sani portandoli in breve tempo alla morte. Quegli occhi sanno che dove hanno potuto il legname inerte è stato rimosso, ma non dappertutto: ci sono peccete troppo ripide e difficilmente accessibili in cui è difficile andare a recuperare il materiale. Zone senza strade forestali e prive di sicurezza per operatori e mezzi, per non parlare dei costi, che la renderebbero un’operazione insostenibile. Basta guardarlo il bosco, attentamente, per vedere alberi ancora in piedi completamente rinsecchiti, interi versanti sradicati e pani radicali sollevati. Quegli occhi sanno che al momento non si può procedere a nuove piantumazioni fintantoché non si riuscirà a ridimensionare il bostrico. Speriamo che chi di dovere provveda ad arginare queste criticità.

Autore: Donatello Vallotta

Le bombe di semi di Fukuoka

Era il 27 aprile 2018, mi trovavo a Firenze nel Giardino dell’Orticoltura per l’evento “Libera Semina”, un altro appuntamento organizzato da Seed Vicious. A pochi passi dallo splendido Tepidarium del Roster, la serra di vetro e acciaio, allestimmo un laboratorio per i bambini. Con pazienza e leggerezza, alla presenza di genitori curiosi, imparammo e insegnammo questa pratica, quella dei proiettili di semi. Lì, per la prima volta, ho sentito parlare delle bombe di semi di Fukuoka. Ma cosa sono le bombe di semi? Le bombe di semi sono una pratica arcaica nata nell’Antico Egitto dei Faraoni dopo le inondazioni primaverili del Nilo. Una tecnica presente anche in Giappone con l’antica conoscenza “tsuchi dango” ovvero gnocco di terra, ripresa da Fukuoka. L’idea rivoluzionaria si basa sull’assecondare la natura, ridurre al minimo l’intervento umano e salvaguardare la biodiversità. Masanobu Fukuoka, botanico e filosofo giapponese, è stato il pioniere dell’agricoltura naturale o del non fare, il padre della permacultura, un modo di coltivare senza lavorare il terreno e senza mai lasciare scoperto il suolo. è colui che si è avvicinato maggiormente alle rese industriali senza mai ricorrere alla chimica. In tempi più recenti le bombe di semi sono diventate una pratica adottata perfino da guerrilla gardening: nato negli anni 70 a New York e diffusosi rapidamente in tutto il mondo è un movimento di persone attivamente impegnate nell’utopica – ma concreta – missione di strappare le loro città dal grigiore e dal degrado. Potremmo definirli anche dei moderni Robin Hood, che, stanchi di aspettare che aiuole e parchi trascurati tornino a rifiorire da soli o che qualcuno intervenga per riqualificarli, si rimboccano le maniche e, zappe in spalla, scendono in strada, di giorno o di notte, per piantumare o prendersi cura del verde pubblico.
Non ci sono quantità fisse di ingredienti per creare le bombe di semi, l’importante è che l’argilla inglobi terriccio, compost, semi e acqua. Dopo averle fatte asciugare e compattare possiamo lanciarle o adagiarle semplicemente sul terreno, aspettando che la natura faccia il suo corso. Gli ingredienti necessari allo sviluppo delle bombe sono terriccio, compost, semi e argilla che le aiuteranno a svilupparsi e ad essere protette dallo strato di argilla appunto.
Possiamo testarle nel BalconORTO e finanche nel giardino di casa. Si tratta di un esperimento pedagogico -botanico molto interessante, che in futuro potrebbe essere ripreso anche da enti istituzionali, quale programma scolastico. Con qualche accorgimento potrebbe essere la chiave di volta di arboricoltori e tecnici del verde per rimboschire impervie aree boschive completamente andate perdute a causa di maledetti piromani o per opera di elementi naturali, come i fulmini nelle foreste siberiane e Vaia, bostrico tipografo permettendo.

Autore: Donatello Vallotta

Seed vicious #2

Mantenere attiva e salda un’associazione in continua espansione è un grande impegno, specie per chi si oppone a quel sistema agricolo tradizionale, che sta agli antipodi e che sfrutta la terra piuttosto che cercarne un equilibrio. Prendersi cura della biodiversità, arricchirla, con un patrimonio genetico di semi antichi e riproducibili è un unicum, un lascito alle future generazioni, che entro la fine del secolo dovranno preoccuparsi degli effetti del riscaldamento globale e della sovrappopolazione. La si può indubbiamente chiamare una storia di resistenza sostenibile e di agroecologia senza veleni, all’interno della quale tante anime, i soci, come formiche, si prodigano a fare fronte comune contro i pericoli per la colonia. Si tratta di singoli comportamenti, di gocce nel mare, di granelli di sabbia, del fare quello che si può, ma con testa e cuore, empatia e con estrema naturalezza qualunque siano le risorse che si hanno a disposizione. A testimonianza di queste righe posso elencarvi i semi che in questi anni – tra balconorto e orto – sono riuscito a far pervenire alla banca sociale di Firenze: cavolo nero precoce, girasoli, lunaria annua, trombetta d’Albenga, cipolla egiziana ligure, calendula.
Negli ultimi anni Seed Vicious ha stretto contatti e sinergie anche con gli apicoltori per dare vita al progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” per contrastare la diminuzione delle popolazioni di insetti impollinatori e promuovere dunque – sia sul balcone, sia in pieno campo – l’utilizzo di piante mellifere per sostentare api domestiche, selvatiche (bombi), solitarie (osmie), api tagliafoglie, terricole, legnaiole e anche le farfalle. L’azienda agricola “Canonica ai Borri” (Incisa V.no – FI), produttrice di miele biologico certificato e l’azienda agricola “Il Cavolo a Merenda” (Colle Val d’Elsa – SI), che produce ortaggi e fiori eduli tramite agricoltura naturale, sperimenteranno l’utilizzo di miscugli di semi di piante mellifere per valutare quelli che possono garantire la migliore resa sia in termini di attrazione per gli impollinatori e sia di durata del periodo di fioritura. Il progetto “Bee-Side / Dalla parte delle api” permette quindi ai soci di trovare molte varietà di semi di piante floreali.
Inoltre Seed Vicious ha recentemente dato vita ad una sezione di formazione (al momento solo on-line), che prevede corsi, lezioni e approfondimenti con agronomi e docenti del settore agricolo tramite collegamenti via web. Schede tecniche, slide e materiale informativo delle lezioni calendarizzate sono a disposizione dei soci. Per informazioni: seedvicious.mail@gmail.com

Autore: Donatello Vallotta

Seed Vicious #1

Dopo un 2020 costellato di decreti, chiusure e lockdown finalmente torniamo a mettere la testa fuori dall’uscio. L’11 luglio, infatti, per il circuito sociale “LiberaSemina” si è tenuta a Reggello (FI) la giornata dedicata al libero scambio di semi riproducibili. Organizzatori e anfitrioni dell’evento le ragazze ed i ragazzi dell’associazione aps Seed Vicious, associazione di promozione sociale, della quale faccio parte anch’io dai tempi della sua nascita. A questa giornata di scambio sono state invitate numerose associazioni e gruppi di seedsavers (custodi di semi), quali: CiviltàContadina, ColtivarCondividendo, ErbaCanta, A.Di.Pa., Scagnammoce ‘a semmenta, ReteSemiRurali, ContoOrto, SeMiScambi, MondeggiBeneComune, MandilloDeiSemi e tante altre ancora. L’emancipazione dell’uomo dal suo stato brado è iniziata con la conoscenza del seme, della sua conservazione e della sua propagazione. La libertà di scegliere cosa coltivare, cosa mangiare, come vivere, ha dato vita alla biodiversità che conosciamo; da anni ormai questa biodiversità è minacciata – se non già impoverita – dall’industria, dai suoi monopoli, dai pesticidi e la libertà del contadino e dell’uomo comune di scegliere cosa coltivare e cosa mangiare si è ridotta notevolmente a favore di una pericolosa omologazione planetaria. Il Seme è vita, cibo e biodiversità, è libertà!
Ma chi è Seed Vicious?
Seed Vicious è un’associazione no profit di custodi di semi, i suoi soci sono sparpagliati un po’ in tutto il mondo. Il gruppo è nato e si coordina su internet, ma è radicato alla terra e alle sue tradizioni locali. Produce i semi di varietà orticole e floreali di tutto il pianeta, ne salvaguardia le peculiarità e le biodiversità, mette in condivisione le sementi della propria banca sociale e promulga la formula della condivisione con chi vuole iniziare la carriera di custode di semi. Sfrutta la velocità dei media moderni in sinergia alla posta “analogica” ormai in disuso, spedendo buste di semi autoprodotti nei cinque continenti. Il gruppo in poco tempo è cresciuto tanto e si sta sviluppando esponenzialmente coinvolgendo contadini e cittadini, anziani e giovani di tutto il mondo. Seed Vicious è un mezzo per opporsi alla frenesia del mercato e alle scelte delle grandi distribuzioni, un’idea di resistenza attiva basata sul seme, fulcro della vita sulla terra.
Per informazioni, chiarimenti ed informazioni scrivete a seedvicious.mail@gmail.com oppure consultate la pagina internet www.seedvicious.org/wordpress

Autore: Donatello Vallotta

Peronospora #2

Era il 1761 quando si scoprì che semi di granaglie, immersi in una soluzione diluita di solfato di rame, erano liberi da funghi. Fu Millardet nel 1885 che portò alla nascita della poltiglia bordolese. Da lì a poco si svilupparono altri composti, tra i quali gli ossicloruri di rame e calcio, quelli tetrameici, le ossichinoline, gli ossiduli, il carbonato e l’idrossido di rame. Oggi come allora, tuttavia, emergono aspetti negativi sull’uso dei composti cuprici, legato soprattutto ai rischi tossicologici per l’uomo e l’ambiente. La concentrazione di rame totale nel suolo pari a 100 – 150 mg/kg è convenzionalmente riconosciuta come la soglia di tossicità di rame per piante e microorganismi del suolo, superata la quale si riduce la diversità batterica inducendo la predominanza di alcune specie da un lato ed evidenti sintomi di tossicità, sia a livello radicale che fogliare, associati a chiari squilibri nutrizionali dall’altro. Provoca parimenti gravi irritazioni alla pelle e agli occhi, mentre è tossico se ingerito, influendo persino sulla fertilità (studio ECHA).

La lotta alla peronospora in pieno campo si basa principalmente sulla sua prevenzione, durante il riposo vegetativo, tramite l’utilizzo di prodotti rameici e a base di zolfo. Nel BalconORTO vi consiglio caldamente di evitare prodotti così nocivi per la salute, che vi porterete poi nel piatto. Contro la peronospora, che, ricordo, si sviluppa in ambiente acido, è consigliato l’uso del bicarbonato di sodio diluito in acqua con l’aggiunta di un po’ di olio d’oliva o, in alternativa della zeolite.  Evitiamo terricci troppo argillosi, nel pomodoro rimuoviamo le femminelle e in generale teniamo ben areate le piante, recidendo i rametti troppo aggrovigliati. 

Il D.M. n. 33 del 22 gennaio 2018, entrato poi in vigore dal 2 maggio 2020 recita: “tutti i prodotti non classificati come prodotti da utilizzare esclusivamente per la difesa fitosanitaria di piante ornamentali (Pfn-PO) o prodotti per la difesa fitosanitaria di piante edibili (PFnPE) saranno a disposizione esclusivamente di utenti in possesso del certificato di abilitazione all’acquisto e all’utilizzo dei prodotti fitosanitari”. Tradotto in soldoni:  si introduce il patentino quale certificato di abilitazione all’acquisto e all’utilizzo di prodotti fitosanitari e si pongono forti limiti al loro impiego per tutti gli usi non professionali; difatti, dei 365 prodotti presenti sul mercato, solo 7 saranno acquistabili da hobbisti e appassionati del verde sprovvisti del patentino. 

Autore: Donatello Vallotta

Peronospora #1

“Credevo fosse amore, invece era una calesse”: questa pazza primavera non decolla! Le temperature si mantengono leggermente sotto la media, sistemi più o meno organizzati continuano ad interagire nel Mediterraneo, quelli che la meteorologia – in gergo – chiama treno di perturbazioni. Il sole, che si nota solo per brevi tratti, è davvero l’assenza più eclatante. Ai bordi di questo quadro maggese, che ai fotografi comporta soggetti con pochissime ombre, la vita scorre trepida e la storia ripete i conflitti e le ingiustizie con scenari tumultuosi e recrudescenti. Luoghi dove, se si è nati dalla parte sfortunata, non esistono prati di tarassachi dove correre scalzi e scivoli in cui i bambini scendono entusiasti; ma di speranze infrante, piuttosto: le stesse, che a migliaia di chilometri di distanza e in tempo di pace, fanno imprecare agricoltori e contadini contro la peronospora. 
La peronospora è una malattia fungina che colpisce lattughe, cicorie e carciofi, bietole, tutte le crucifere, vite, meloni, cetrioli, angurie, zucche e zucchine, pomodori, patate, melanzane, alchechengi e tabacco, sedani, fragole, rose, cipolle, agli, porri, scalogni, gerani, ornamentali, meli e persino il basilico. Arrivata in Europa nel corso del 1800 coi vitigni americani, portatori asintomatici, può distruggere interi raccolti e comprometterne pesantemente le rese. Ne esistono vari ceppi, che colpiscono di solito piante della stessa varietà senza diffondersi sulle altre, ma che richiamano altre patologie, come oidio, ragnetto rosso, alternaria e muffa grigia. Le spore sopravvivono anche tutto l’inverno nel terreno, mentre le proliferazioni avvengono in periodi che presentano la regola dei tre 10: germogli di 10cm, pioggia di 10mm in 24/48h, temperatura minima di 10°C.
I segnali che le nostre colture sono state attaccate da questo fungo si differenziano a seconda delle specie. Generalmente sulla pagina superiore delle foglie compaiono aree tondeggianti prima di color verde chiaro e quasi trasparenti. In breve tempo il margine di queste macchie si farà irregolare (raggiungeranno un diametro di 2-3cm) tendendo prima verso il giallo e poi verso il marrone scuro fino a necrotizzare.
La pagina inferiore presenterà una muffa grigiastra. Infine le foglie si accartocceranno e cadranno. Parti ipogee, steli e fusti non saranno risparmiati, disseccandosi fino a marcire. 
Il classico filo di rame, privato della sua sottilissima pellicola, infilzato alla base della pianta che ne farebbe assorbire piccole quantità per osmosi non è un rimedio scientifico, bensì una credenza empirica.
(continua)

Autore: Donatello Vallotta

Bokashi

Bokashi è un termine giapponese che significa “tutto dentro”. Il metodo fu sviluppato nei primi anni 70 da Teruo Higa, professore dell’Università di Ryukyus (Okinawa); esso consiste nell’inserire scarti alimentari – con l’aggiunta di un accelerante – in un contenitore ermetico. Assistiamo quindi a una fermentazione anaerobica dei residui, senza l’aiuto di ossigeno, che in brevissimo tempo ci offrirà un fertilizzante liquido molto concentrato, ammesso in agricoltura biologica. La sostanza accelerante utilizzata è il germe o la crusca di cereali, combinata con melassa organica e batteri della fotosintesi, dell’acido lattico e dei lieviti, nota col nome di microrganismi effettivi (EM). Questa miscela funge da nutrimento per i microrganismi, che sono tra l’altro molti di quelli che si trovano naturalmente nel suolo, e velocizza, all’interno del nostro contenitore, il processo di decomposizione. Il secchio per bokashi si compone nella parte superiore di un coperchio a chiusura ermetica, mentre nella parte inferiore presenta un setaccio e un rubinetto (On-OFF) per il drenaggio del bokashi liquido e di un misurino dove raccoglierlo. Il bidoncino si può collocare all’ombra sul terrazzo, ma anche in casa: state tranquilli, niente insetti indesiderati, niente olezzi maleodoranti! Bisogna avere però l’accortezza di sminuzzare bene gli scarti domestici, di compattarli con lo spianatore in dotazione e cospargere uniformemente 20ml di microrganismi ogni 4-5cm di materiale riposto nel cestello. Ci vogliono circa 2 settimane per la prima raccolta. Una volta pieno e terminata la percolazione il secchio andrà ben lavato per ricominciare il processo, mentre i residui dovranno essere smaltiti come umido: chi invece dispone di un giardino, di un terreno o di un orto può conferirli nella classica compostiera per ricavare dell’ottimo compost o lombricompost. Il kit bokashi da 16L si trova sui soliti siti di vendita on-line, nei garden specializzati, ma può essere realizzato da sé con un po’ di ingegno. Anche gli EM si possono autoprodurre, ma consiglio di approfondire l’argomento attraverso letture e manuali ad hoc. Il bokashi liquido puro è adatto alla manutenzione degli scarichi puliti e all’igienizzazione dei pozzi neri; diluito in acqua è un potente fertilizzante per tutte le piante. Rapporti: 1dl in 10L di acqua per innaffiare ogni dieci giorni, 1dl in 20L per annaffiature più frequenti, senza esagerare. Gli EM hanno, inoltre, la facoltà di decomporre anche i residui di alcuni pesticidi e altri elementi nocivi in sostanze biocompatibili.
Gli ultimi dieci anni sono stati un vero boom planetario per il bokashi, divenuto oggetto di speculazioni commerciali, tese alla vendita di specifiche compostiere e attivatori. Il Naturalismo, d’altro canto, non è di certo stato fermo a guardare. Anime nobili hanno stravolto, apportato nuove tecniche o semplicemente delle varianti al minuzioso lavoro del prof. Higa e del suo bokashi, come ad esempio Emile Jacquet e Jairo Restrepo River.

Autore: Donatello Vallotta

Il risveglio #2

Aforisma: Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi. (Pablo Neruda)

La primavera è l’ispirazione, la luce benevola che ci prende per mano e ci accompagna, la manna miracolosa che sprigiona nuove prospettive e armonizza il nostro animo verso sponde sicure. Dopo il freddo inverno percepiamo il tepore del clima che cambia, talvolta con giornate soleggiate che vanno aldilà della primavera; alberi, fiori, semi e piante sono le risorse, come mattoncini imperfetti di memoria storica, dai quali imbastire e costruire le nostre piccole gioie di gemme e di pensieri positivi, come malta naturale per tenerli insieme. Il giardino che ognuno coltiva è sì fatto di certezze e di insegnamenti di nonni e genitori, ma soprattutto anche di nuovi tentativi e di velleità; di tepori e di relax, ma anche di colpi di coda invernali; di capricci dal cielo che disegnano cadenti virghe nevose sulle cime e subito dopo di squarci giganti di blu porpora come i petali dell’Hepatica nobilis o erba trinità, vera maglia rosa a tappezzare i fondovalle; di sorrisi e di ghiribizzi dei millennial, di nubi polverose inquietarsi – qua e là – come rampolli della generazione Z, tutti costretti ancora a casa; dei primi afidi e delle colonne regolari di formiche inseguite sui muri con lo sguardo; di giallo di forsizie e di narcisi, di frastuoni e dispetti del vento e nuvole levigate, mentre il sole cala già sui riflessi dei navigli; di voglia di mare increspato dal maestrale; di pulizia dei locali e del cambio degli armadi, di letti sfatti lasciati lì a respirare e di orchidee sui davanzali; di aria buona a corroborare, di api solitarie a bottinare; dei primi piatti freddi e di profumo di pane che invade gli ambienti e di beige paglierino dei nocciòli coi loro amenti; di lillà delle magnolie e dei primi tuoni e dei primi lampi e, nel tempo che avanza, delle prime spine sottopelle che non sono mai abbastanza; di legni e di pioli, che se potessimo farci una scala, forse, poi, visiteremmo anche le stelle per quei volti che abbiamo perso o mai incontrato; del bianco candido degli alissi non abbiam parlato, un paradiso in terra per osmie e coccinelle; di propositi e di ferme intenzioni che solo la primavera è capace di risvegliare: la nostra opera d’arte chiusa in un cassetto come un desiderio abbozzato, un freno tirato, un treno troppo lanciato, un bancale rialzato che è sempre lì che ci aspetta, con un pugno di terra in mano; e che dire delle rose, un campionario di colori come la sequenza che fa l’arcobaleno. Da lontano si odon rintoccare la campane con interi filari di meli ricoperti di ghiaccio, al quale basta un raggio per tornare acqua che scorre verso il mare. Con facelie, lunarie, cosmee e papaveri non s’è dopotutto così poveri. Toh, guarda! Ora anche i cavoli s’affaccian dal terreno per capire di che pasta siamo fatti per davvero.

Autore: Donatello Vallotta

Risveglio

[…] oggi dico sempre quando mi incontro coi ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali. […]
Da “Ritratti: Mario Rigoni Stern” di Carlo Mazzacurati, 1999

Rinascita, fertilità, resurrezione: la primavera non è solo una stagione, è una struttura archetipica colma di significati millenari e ubiqui, spesso legati al mito della rigenerazione dopo il lungo inverno arido, con una natura nuovamente rigogliosa che torna a essere madre benevola e non matrigna. Anche gli appassionati del BalconORTO sanno che a breve dovranno dosare la loro maestria per preparare la nuova stagione. Dai salotti, dalle verande, dai poggioli o da qualche vaso, dimenticato in un angolo, avvolto dal tessuto non tessuto le piante ci mostrano dei chiari segnali di risveglio. Basta un goccio d’acqua durante le ore più calde delle giornate più miti per vedere spuntare nuove minute gemme o i primordi dei narcisi fare capolino dal terriccio. Poi primule, falsi mughetti, tulipani, fresie, tarassachi, margherite, begonie, petunie e surfinie, come il perenne alisso, ricolmeranno di colori e di profumi la nostra anima. Le prime operazioni da effettuare consistono, innanzitutto, nel controllare bene i vasi: quelli vuoti saranno da pulire e da lavare con acqua e aceto per rimuovere le incrostazioni di calcare, lo sporco e gli inquinanti. Quelli con vecchio terriccio, ma privi di semi e/o bulbi dovranno essere rigenerati con nuovo terriccio, humus di lombrico, compost ed eventualmente del concime a lenta cessione. Se invece è nostra intenzione coltivare delle orticole è bene riempire i vasi a 2 cm dal bordo e unire gli stessi ingredienti menzionati con qualche manciata di terra da orto, sabbia e agriperlite per aumentarne il drenaggio e alleggerirne il peso. E dell’argilla espansa sul fondo di ogni vaso/fioriera per evitare ristagni. Le piante da orto hanno bisogno di più energia per fruttificare ed è indispensabile ricorrere ai concimi liquidi, da somministrare almeno una/due volta al mese e con metà delle dosi consigliate. Nei semenzai di gennaio e di febbraio le prime varietà da seminare saranno peperoncini e melanzane. Per i pomodorini, alle nostre latitudini, possiamo aspettare metà/fine marzo prima della semina in ambiente protetto.Ricordiamoci delle consociazioni favorevoli! Impariamo a far coabitare sia piante da fiori, che richiameranno tante belle api, coccinelle e insetti pronubi, sia piante aromatiche e sia più varietà di piante da orto nello stesso vaso. Insieme si faranno compagnia, sostegno, ombra, scambiandosi azoto, protezione contro alcuni parassiti e migliorando il sapore del nostro raccolto. Dopotutto, la biodiversità che sta tanto a cuore all’ecologista che è in noi inizia sempre dai nostri balconi.

Autore: Donatello Vallotta