L’oziorrinco

L’oziorrinco è un genere di coleotteri curculionidi, fitofagi notturni, che comprende oltre 1500 specie, diffuse nella zone dell’Europa meridionale, dell’Africa settentrionale e dell’Asia a nord dell’Himalaya. Sebbene l’appellativo ne richiami una certa ironia, in virtù dell’accezione ‘ozio’ e dell’aggettivo ‘rinco’, questo coleottero è tutt’altro che innocuo. La sua presenza si riscontra dalla forma dentellata che acquisisce il fogliame dopo il suo passaggio.
In Trentino-Alto Adige ne esistono 11 specie. Le varie specie si differenziano soprattutto per dimensioni, sottigliezze di colore, lucentezza, orari di attività e dal tipo di piante di cui, larve e adulti, hanno deciso di cibarsi. L’esemplare adulto è caratterizzato da una testa allungata con antenne prolungate in avanti, l’addome e il torace di forma sferica con finale dolcemente appuntito e sei zampe. Cammina sui rami, sugli steli, sui fusti e si arrampica sui sostegni, ma è un pessimo volatore. I danni dei coleotteri adulti sono generalmente piuttosto marginali, a meno di gravi infestazioni. L’oziorrinco compie di norma una sola generazione l’anno. Sono le larve il vero tallone d’Achille! Esse vivono nel terreno, penetrano nell’apparato radicale scavando vere e proprie gallerie, si cibano dei tuberi, erodono le radici fino ai colletti: le piante colpite presentano un accrescimento stentato, appassiscono, avvizziscono fino a soccombere. L’attacco arriva subdolamente dal sottosuolo, quindi non si vedono arrivare né bruchi, né farfalline. Il danno delle larve è tipicamente estivo, nel BalconORTO di luglio, agosto e settembre. Al pari della temibile cimice asiatica, l’oziorrinco si rivela un nemico arduo da debellare, a causa della sua corazza esterna, nonché dal fatto che le larve stazionino nel terreno ad un profondità tale che nemmeno l’impiego di insetticidi chimici ci garantisca il successo nella lotta. Colpisce fragola, lampone, cavolo, pomodoro, peperone, patata, lattuga, mais, topinambur, zucchina, zucca, pesco, albicocco, ulivo, vite, ginepro, alloro, agrifoglio e piante ornamentali e forestali.
Rimedi: 1) cattura manuale, tramite battiture serali delle piante; 2) galline nell’orto; 3) frequenti zappettature e sarchiature del terreno, per prevenire l’insediamento delle uova; 4) insetticida biologico Botanigard 22wp a base di spore di Beauveria bassiana; 5) uso specifico di nematodi entomopatogeni: A) Heterorhabditis megidis o bacteriophora: attivo con una T° del terreno > ai 10° C e T° max di 25° C; ha bisogno di un velo d’acqua per muoversi, ma è in grado di ricercare attivamente la preda; B) Steinernema kraussei: attivo con una T° del terreno > ai 6° C e aspetta la preda senza il bisogno di un velo d’acqua (fonte: Notiziario tecnico Iasma del Centro Trasferimento Tecnologico della Fondazione Edmund Mach – Istituto Agrario di S. Michele all’Adige).

Autore: Donatello Vallotta

Malattie fungine: curare l’oidio

L’oidio, detto anche mal bianco, è una grave patologia che può avere un impatto significativo sulle rese. Segnalato per la prima volta nel 1847 a Parigi, l’oidio si diffuse rapidamente in tutta Europa e giunse in Italia nel 1851. È una malattia causata da funghi Ascomycota della famiglia delle Erysiphaceae: si presenta con macchie miceliche polverulente, ovvero patine di colore bianco-grigiastre, a contorni indefiniti, simili alla farina, che ricoprono foglie, germogli, fiori e frutti. Le foglie colpite arrestano lo sviluppo, si accartocciano, ingialliscono e cadono, mentre i germogli hanno una crescita stentata e i bottoni fiorali originano fiori piccoli e malformati. I frutti attaccati da muffe e funghi non sono utilizzabili e il loro odore diventa sgradevole. L’oidio manifesta 1) infezioni primarie: avvengono in primavera con determinate condizioni climatiche (10°C e in presenza di piogge leggere – almeno 2,5 mm – con 15/20 ore di bagnatura fogliare, e sulle cui lesioni si producono dei conidi (spore) 2) infezioni secondarie: tipiche della stagione estiva e autunnale sono prodotte dalle spore del micelio svernante, che da quello sviluppatosi nelle infezioni primarie con determinate condizioni meteo (siccità 6/8 giorni, assenza precipitazioni > 25 mm, temperature medie 18/30° C con umidità relativa > del 40 %). Attacca salvia, zucchine, zucche, pomodori, bietole, cetrioli, radicchio, indivia, carote, sedano, prezzemolo, finocchio e anche i cereali come il grano saraceno e l’orzo, oltre che gli alberi da frutta, melo, pero, vite, pesco, fico, albicocco e piante ornamentali quali rose, begonie, dalie, calendule, alloro e ortensie.

Rimedi: 1) evitare ristagni umidi intorno alle piante; 2) evitare innaffiature sulle foglie; 3) rimuovere il fogliame verde in eccesso per favorire la circolazione dell’aria ed eliminare quello ormai secco o colpito; 4) macerato di equiseto, nel terreno; 5) infuso di tanaceto, nel terreno; 6) nebulizzatori fogliari con acqua, aceto di mele e bicarbonato di sodio, oppure con bicarbonato di potassio con olio di neem e cannella, la mattina presto; 7) acido lattico: cambia il pH sulla superficie delle foglie e ne contrasta la diffusione. Per la preparazione è consigliato usare 1 parte di latte in 2 di acqua. Il trattamento è da eseguirsi con uno spruzzino, al mattino presto, prima che il sole possa farlo evaporare velocemente. Effettuate questa operazione almeno 2 volte a settimana. È consigliabile, entro qualche ora dal trattamento, risciacquare con acqua le zone trattate; 8) fungo antagonista (Ampelomyces quisqualis), che invece di attaccare la piante si nutre del suo simile. Si miscela con olio minerale e si somministra preferibilmente in autunno, quando i resti dell’oidio cominciano la loro azione parassitaria sulla pianta.

Autore: Donatello Vallotta

I parassiti #6

Farfalla Cavolaia: sono una minaccia le larve di questo lepidottero, leggiadro come una farfalla in fase adulta! Le larve, costituite da bruchi verde pallido, riccamente punteggiati di macchie nere, con bande gialle lungo il dorso e i fianchi, raggiungono i 6 cm. Generalmente la cavolaia fa 2/3 generazioni all’anno, con voli a partire da marzo: settembre può diventare un vero disastro nell’orto, vista l’abbondanza di brassicacee. Rovina cavoli, verze, bietole, broccoli, cavolfiori, cavolo cinese, cavoletti, ma anche spinaci. Le uova si schiudono in due settimane e i bruchi cominciano a nutrirsi del fusto e delle foglie giovani e provocano gravi danni alle piante. Agiscono in gruppi numerosi e mettono a rischio interi raccolti. Erodono le foglie, rosicchiando persino le porzioni interne. La cavolaia minore, i cui bruchi sono di colore verde scuro, danneggia il cavolo rapa, il cavolo nero, la rapa e le cime di rapa.
Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. rete anti-insetti e polvere di roccia (zeolite) per grandi colture; 3. macerato di ortica e di foglie di pomodoro; 4. decotto di assenzio; 5. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 gg; 6. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi. È totalmente innocuo per gli insetti pronubi e le coccinelle. Carenza: 3 gg; 7. l’antagonista oofago Trichogramma evanescens; 8. Apanteles glomeratus e il Phryxe vulgaris (uccidono le larve).

Nottue: sono una ventina di specie di lepidotteri, in prevalenza notturni, le cui larve, cioè i bruchi, si cibano di piante orticole, arbustive e ornamentali. Si presentano di diversi colori, dal rosa al nero, ma per lo più di verde brillante. Rodono colletti, fusti, foglie, fiori, boccioli e persino i frutti. Possono defogliare una pianta da orto in una notte. La presenza dei bruchi va da maggio a novembre in zona alpina. Colpiscono mais, peperoni, erbe aromatiche, gerani, melograno, rose, ma soprattutto i pomodori. John Orrock e i biologi dell’Università del Winsconsin nel 2017 hanno fatto una scoperta sorprendente: una pianta di pomodoro, se massicciamente aggredita, è in grado di emettere una sostanza chimica volatile, lo jasmonato di metile che avvisa le sue simili del pericolo. Le piante allarmate dal segnale chimico reagiscono, rendendo le loro foglie meno nutritive, che così crescono più lentamente, e producendo una sostanza neuro attiva che induce i bruchi al cannibalismo. Fino a quando il loro numero non ritorna a essere a un livello sopportabile per la pianta: ce lo conferma Stefano Mancuso. Anche le vespe assetate sono ottime alleate.
Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. trappole a feromoni (nelle serre); 3. biotrappole a base di vino dolcificato e speziato; 4. estratto puro di cannella 1 ml in 500 ml; 5. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi – Carenza: 3 gg; 6. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml – Carenza 3/6 gg; 7. geodisinfestante biologico a base di nematodi entomoparassiti del genere Steinernema da impiegare nel terreno.

Autore: Donatello Vallotta

I Parassiti #5: la dorifora

Il mito della dorifora paracadutata dagli Americani sui territori nemici è la reputazione di questo coleottero, divenuto famoso durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto per essere la causa primaria dei danni all’agricoltura subiti della Germania. Addirittura, anche dopo la fine della guerra continuarono paure, speculazioni, congetture e supposizioni, più o meno fantasiose, da parte di alcuni Stati dell’Europa dell’Est nei confronti della mano che aveva diffuso questo flagello. Nelle scuole, nelle stazioni, negli uffici postali furono affissi proclami di mobilitazione generale; fu ingaggiata anche “La formica Ferda”, popolare eroina dei fumetti! Nei campi, schiere di studenti guidati da adulti catturavano la dorifora tra le file di patate gettandola in una bottiglia contenente petrolio. Anche il socialismo premiava chi ne raccoglieva di più, mentre puniva coloro che si opponevano alla collettivizzazione dei campi e tradivano la patria infischiandosene della lotta all’ultima patata. A metà degli anni Cinquanta, a un certo punto, gli Usa dovettero intervenire. L’ambasciata americana a Praga inviò al ministro dell’agricoltura una nota dove, ironicamente, smentiva le presunte responsabilità americane nella diffusione della piaga: “L’ambasciata dubita che la dorifora, anche nella forma più vorace, possa consumare l’amicizia che lega i nostri due paesi.” Originaria del Messico e del Colorado, in realtà, la dorifora era presente in Inghilterra già dalla seconda metà del 1800. In Europa si diffuse rapidamente durante il secondo conflitto mondiale, nascosta tra gli approvvigionamenti militari. In Italia giunse nel 1944. Facilmente riconoscibile anche da un occhio inesperto per via delle strisce nere sul corpo di colore giallo ocra è un defogliatore naturale. Presenta tre generazioni all’anno e quattro stadi di sviluppo: A) uovo (giallo/arancio) B) larva (capo e zampe nere e due file laterali di placche nere lungo l’addome arancio) C) pupa D) adulto. Già le larve rovinano le colture. I danni riguardano l’apparato fogliare. Colpisce le solanacee, patate in primis, ma anche melanzane e più raramente pomodori e peperoni.
Rimedi: 1. Rimozione manuale. 2. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni. 3. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e tenebrionis), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere le larve di lepidotteri. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza: 3 giorni. 4. Piretro naturale: 2 ml da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino. Carenza: 3 giorni. 5. L’imenottero parassitoide oofago Edovum puttleri. 6. L’antagonista predatore Zicrona caerulea.

Autore: Donatello Vallotta

I parassiti #4

Ragnetto rosso: aracnide fitofago molto pericoloso con elevato potenziale infestante, visto che è in grado di riprodursi rapidamente. È piccolissimo (300/500 micrometri), col corpo colorato di rosso nello stadio adulto, di giallo o arancione nello stadio giovanile. Il suo apparato boccale è appuntito e consente di pungere le parti vegetali per succhiarne la linfa. Si manifesta principalmente sulle foglie, che si decolorano improvvisamente sul margine superiore assumendo una colorazione bronzea. Questo stadio porta al loro disseccamento e alla conseguente caduta. Sul margine inferiore si può assistere alla necrosi del tessuto vegetale o alla comparsa di macchioline biancastre pulverulente dovute ai residui e agli escrementi della larve. Dopo qualche giorno, sui margini fogliari e sui germogli, compaiono fitte e sottili ragnatele con minuscoli puntini rossi in movimento: uno sguardo attento è determinante per salvare le piante colpite. Le infestazioni sono favorite da climi caldi e asciutti, ventosi e con assenza di umidità. NB: Il ragnetto rosso non si deve confondere col ragnetto rosso del travertino, presente su muretti e pietraie, innocuo per uomo e piante!
Rimedi: 1) lavaggio completo della pianta con acqua molto fredda con l’aggiunta di 5 g di sapone di Marsiglia a scaglie in 500 ml; 2) acaricida biologico a base di estratto puro di cannella: 1 ml in 500 ml; 3) insetticida biologico Botanigard 22wp a base di spore di Beauveria bassiana; 4) coccinella Stethorus punctillum; 5) l’acaro predatore Phytoseiulus persimilis.
Aleurocanthus spiniferus: aleurodide tropicale, originario di Africa, Asia e Australia. In Italia le prime segnalazioni risalgono al 2008 nel Leccese. Da allora quest’insetto polifago ha raggiunto l’Emilia Romagna e a causa del riscaldamento globale si sposterà ancora più a Nord. Vista la sua pericolosità, è considerato parassita da quarantena e inserito nell’elenco A2 dell’EPPO, in tutto il territorio della comunità Europea. Questo vuol dire che se dovessimo scovarlo fra le nostre colture è necessario segnalarlo ai servizi fitosanitari provinciali/regionali. Gli adulti hanno l’aspetto di piccole mosche, ali lunghe e affusolate quasi trasparenti tra il grigio e il blu metallizzato. L’adulto è lungo tra 1,3 e 1,7 mm. Le uova sono reniformi, piccolissime (200 micrometri) e vengono deposte a spirale nella pagine inferiori delle foglie. I quattro stadi ninfali presentano colori cangianti, filamenti spinosi laterali, forma ovale e la superficie dorsale di colore nero lucido circondato da un anello di cera bianca. Colpisce soprattutto gli agrumi, ma sono stati segnalati casi anche su vite, guava, kako, pero e rose. I danni solo molti simili a quelli della cocciniglia.
Rimedi: 1) potatura dei rami colpiti e bruciatura degli stessi; 2) olio di Neem (Azadirachta indica): 3-5 g da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare la sera – Carenza 3/6 giorni; 3) sapone potassico molle, 8-15 g x 500 ml di acqua aggiungendo al composto 5-15 g di farina fossile di terra diatomacea, in base al grado di infestazione; 4) olio bianco minerale durante il riposo vegetativo, che agisce per soffocamento solo sugli adulti: diluire 5-10 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino – Carenza: minimo 20 giorni; 5) coccinella Delphastus catalinae; 6) insetti antagonisti: Encarsia smithi e Amitus hesperidum.

Autore: Donatello Vallotta

I parassiti #2

1. Cocciniglie: insetti fitofagi. Hanno dimensioni ridotte, da pochi millimetri fino al centimetro. Una delle loro caratteristiche è la diversità tra i due sessi e la presenza di numerose ghiandole che secernono seta, cera, lacca con le quali ricoprono il loro corpo col caratteristico scudo, che funge nelle femmine perfino da riparo per le uova. La funzione dei maschi si limita alla fecondazione. In coincidenza della maturazione sessuale le femmine emettono dei potenti feromoni per attirare i maschi. Esse sono sprovviste di occhi, ma presentano un apparato boccale ben sviluppato, che permette loro di restare attaccate alle piante e succhiarne la linfa per l’intero arco della loro vita. Prediligono climi caldi e asciutti, inverni miti, tutti elementi fin troppo evidenti a causa del riscaldamento globale. Il loro attacco determina maculature, decolorazioni, accartocciamenti, deformazioni e riduzioni nello sviluppo di foglie e rami. Massicce infestazioni sono il preludio della fumaggine, malattia fungina che colpisce i frutti. Come gli afidi le cocciniglie trasudano melata e la presenza della formiche è un indizio da non sottovalutare. Ne esistono numerose specie: fioccosa, cotonosa, farinosa, mezzo grano di pepe, a scudetto. Colpiscono prevalentemente agrumi, vite, fico d’india, piante ornamentali, alberi da frutto, olivo, olmo, il prunus, ribes, lampone, mirtillo.
Rimedi: 1) Rimozione manuale; 2) batuffolo di cotone imbevuto di alcool: strofinare fusti e foglie colpite, la sera; 3) olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore!

2. Cicaline o cicadelle: insetti fitomizi. Esiste oltre un centinaio di specie altamente dannose per le nostre colture. Si presentano come minuscole farfalline salterine, specie se agitiamo le piante aromatiche. Le dimensioni oscillano tra 1-2 mm fino a 1,5 cm. Hanno un corpo affusolato, slanciato, colori sgargianti e adottano il mimetismo, pertanto ce ne accorgiamo solo dai danni sulle pagine superiori delle foglie, che presentano puntini decolorati e depigmentati, con maculature gialle chiare-argentee. Forti attacchi provocano il disseccamento e l’accartocciamento completo. Come per la cimice asiatica esiste un predatore oofago naturale: l’Anagrus sp.
Rimedi: 1) Rimozione manuale, difficile; 2) cattura strategica: collocare vicino alle piante colpite una ciotolina di colore giallo, con acqua e un cucchiaino di aceto. Riempire a metà e ripetere l’operazione ogni due giorni; 3) frullare 4/5 spicchi di aglio in 500 ml di acqua, poi filtrare. Inserire il contenuto con l’aggiunta di 5 g di sapone di Marsiglia in uno spruzzino. Irrorare la sera e risciacquare la mattina presto solo con acqua; 4) piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.

Autore: Donatello Vallotta

I parassiti #3

Aleurodidi (farfalline bianche o mosche bianche): insetti di 1-3 mm. Il loro corpo è ricoperto da un sottile strato di pruina cerosa simile alla farina. Si annidano, solitamente, nella pagina inferiore delle foglie nutrendosi della linfa. Causano ingiallimenti e indeboliscono le piante fino a farle morire. Colpiscono cavoli, melanzane, pomodori, angurie, meloni e cetrioli, ma anche piante ornamentali. Le farfalline compiono parecchie generazioni all’anno, con cicli variabili in base alle temperature. Sono molto aggressive per le piante ospiti. Difficile difendersi per il susseguirsi delle nascite e per l’accavallamento dei vari stadi di sviluppo. Producono la melata, che ricopre le foglie di una pellicola appiccicosa, che non fa respirare i tessuti. I macerati ed il piretro naturale sono del tutto inutili. Sconsiglio tuttavia di ricorrere al piretro chimico a base di piretroidi, deltametrine, cipermetrine, pymetrozine e imidacloprid o ad altri insetticidi sistemici.
Rimedi: 1) La contromisura naturale si attua con l’impiego di parassitoidi oofagi specifici, come l’imenottero Encarsia formosa (anche fuori serra); 2) Insetticida biologico Botanigard 22wp a base di spore di Beauveria bassiana; 3) Olio bianco invernale e olio minerale bianco estivo, che agisce per soffocamento: diluire 5 ml di olio minerale in 500 ml di acqua, agitare bene e vaporizzare tramite spruzzino esclusivamente la sera, dopo il tramonto, lontano dagli insetti impollinatori – Carenza per l’uomo: minimo 20 giorni. Fondamentale: non utilizzare il prodotto su piante in fiore!
Tuta Absoluta (minatrice o tignola fogliare), approdata in Spagna nel 2006. Questo lepidottero si insinua abilmente tra le pagine della foglie, creando delle vere e proprie gallerie molto lunghe chiamate “mine”. Compie sette/otto generazioni all’anno, specie nel sud Italia, ma è presente su tutto il territorio. I danni sulle pagine superiori sono visibili a occhio nudo, mente le larve si rintanano nei lati inferiori e sempre all’interno delle foglie.
Questa caratteristica rende difficile ogni tipo di controllo tramite macerati e insetticidi (sistemici esclusi). Sui balconi la tuta si limita a colpire le foglie, mentre in serre e campi coltivati è già capitato che le larve più mature si concentrino sui frutti, determinando blocchi di crescita e di invaiatura, marciumi e malattie fungine. Colpisce soprattutto pomodori, agrumi, ulivi e viti.
Rimedi: 1) rimozione manuale delle foglie colpite; 2) rete anti insetti, a maglie strette; 3) confusione sessuale tramite appositi feromoni (nelle serre); 4) trappole cromotropiche di colore nero (nelle serre); 5) trappole a elettroluminescenza, che però non sono selettive e che uccidono anche insetti utili; 6) Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e aizawai), un insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere esclusivamente le larve di lepidotteri, non quelli adulti. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza per l’uomo: 3 giorni.

Autore: Donatello Vallotta

I Parassiti #1

Dopo due decadi di un giugno tanto fresco quanto perturbato, che ha fatto prosperare nevai, foreste e molti di noi, l’estate astronomica è alle porte. I minimi barici restano confinati oltralpe e chi abita a ridosso dello spartiacque alpino, oltre al gran caldo, deve sorbirsi pure il favonio. Un vento di caduta mite e secco che inibisce la nascita dei funghi, modella le nuvole in nubi lenticolari e mostra delle latifoglie il verso chiaro. Con queste condizioni anche le nostre piante del BalconORTO soffrono le folate aride: il terriccio si asciuga, le foglie si afflosciano, i fiori si seccano. Inizia lo stress idrico. Le piante così indebolite sono soggette ad attacchi parassitari, fungini e di varie malattie. Diagnosi che possono peraltro manifestarsi anche in condizioni diametralmente opposte, magari dopo piogge abbondanti e umidità stagnanti. Dimensioni dei vasi, esposizioni, annaffiature, consociazioni, ph del terriccio, ammendanti sono certo i primi passi verso una corretta gestione delle colture, ma non esiste garanzia di salute totale nonostante le nostre premure. Va da sé, naturalmente, affidarsi a metodi il più possibile naturali escludendo la chimica, fin troppo presente nella coltivazione tradizionale e nella distribuzione agroalimentare.
Queste puntate saranno pertanto incentrate, come utile compendio, in patologie e rimedi.
NOTA: il tempo di carenza (o intervallo di sicurezza) è il numero minimo dei giorni che deve intercorrere tra la data del trattamento e la data di raccolta degli ortaggi, prima di essere lavati e messi in tavola.

Afidi (pidocchi delle piante o gorgoglioni): questi insetti fitomizi, che si nutrono succhiando la linfa, sono lunghi da 1 a 4 mm e sono di vario colore: giallo, verde, grigio, marrone, nero. Alcune varietà di afidi hanno le ali, altre ne sono sprovviste. Solitamente l’afide nero aggredisce sia le parti epigee (cioè quelle fuori dal terreno), sia quelle ipogee (le radici) della pianta, mentre tutti gli altri solo le parti epigee. Colonizzano foglie, rami, e frutti, trasmettono forme virali da pianta a pianta. Si sviluppano molto velocemente e in colonie numerose. Esiste comunque un indizio, che potrebbe permettervi di individuare la presenza degli afidi, quando ancora non è massiccia: le formiche! Se notate spesso delle formiche intorno ai vostri ortaggi, ai vostri vasi è probabile che presto compariranno anche gli afidi. Le formiche infatti vivono in simbiosi con questi parassiti: trasportano le larve di afide sulle piante e le allevano, nutrendosi della sostanza zuccherina – la melata – che i parassiti secernono.
Rimedi: 1) rimozione manuale 2) 5 g di sapone di Marsiglia a scaglie in 500 ml di acqua. Irrorare la sera tramite spruzzino, poi ogni mattina risciacquare solo con acqua. Ripetere per 3 sere o più, in base al grado di infestazione. 3) Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare sempre di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni 4) Piretro naturale: un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino – Carenza 3 giorni – Attenzione: il piretro non è sistemico, né citotropico, ma uccide anche insetti utili, come api e coccinelle.

Autore: Donatello Vallotta

Il compost #3

Le mani sporche di terra e le unghie nere, i calli, la spalle anchilosate, la fronte madida, un fazzoletto sul capo e una sensazione di breve felicità. Per le genti uscite dalla guerra, sopravvissute alle devastazioni, alle privazioni, al grande silenzio della morte la terra era l’unica via. Curarla, coltivarla e mangiare dei suoi frutti una lezione di economia frugale. Ultimati i solchi per i trapianti con degli attrezzi di fortuna, quelle genti si crogiolavano all’ombra frondosa di grandi alberi, assaporando pane secco ammorbidito con aceto e un pizzico di sale. Il fruscio delle foglie innescato dalle brezze marine sovrastava ogni respiro, ogni pensiero. Lo sguardo veniva rapito dal volo radente di una farfalla. E, in quella conduzione dell’orto familiare, in un angolo fresco fra i gelsi e gli ulivi, spuntava un bancale rudimentale (la prima compostiera si direbbe), che conteneva un terriccio scuro, dal profumo di terra di bosco. Una sorta di restituzione al terreno degli scarti lasciati macerare. In quell’ammasso corvino aria, microrganismi, batteri, lieviti, attinomiceti e funghi hanno generato il compost. Questo spaccato rurale si contrappone con forza ai sistemi agricoli odierni, in cui i brevetti, la chimica e i pesticidi (con le loro pericolose derive) hanno campo libero, impoveriscono l’ambiente e minano la salute pubblica. Oggi anche noi possiamo “consegnare all’ambiente una goccia di splendore”: questo terriccio compostato ricco di biodiversità e molto equilibrato. In un grande contenitore coperto, assicurato ai venti, alle percolazioni e alla traspirazione, uniamo piccole quantità di terricci esausti, avanzi di cucina, di verdure, bucce di banane bio, fondi di caffè, di tè, gusci di uova di quaglia (quelle di gallina solo se tritate fini), scarti di giardino, rametti, sfalcio di prati, foglie secche, materiali degradabili, cartone, segatura e trucioli di legno non trattato. Ogni decina di giorni giriamone il contenuto e innaffiamo con parsimonia. Aggiungiamo una dozzina di lombrichi per velocizzare il processo. Evitiamo carne e pesce, cenere di sigaretta, gherigli di noci, agrumi e frutta troppo acquosa. Tempi: 60/90 giorni.

Ezio fai un concerto per l’ambiente?

Ezio Bosso
anima dolce e sensibile

“Sono andato a ripassare cos’è l’ambiente. Ambiente in Italiano è l’unico aggettivo che in realtà è un verbo, è il participio presente del verbo ambire, cioè arrivare intorno. Quando è nato era l’essere intorno, i latini lo chiamavano “ambiens”, perché era l’aria, perché l’aria ci è intorno, ci circonda e poi era il Tutto e poi era la Terra. Era quello che abbiamo e anche noi siamo intorno.”

Autore: Donatello Vallotta

La cimice asiatica

Halyomorpha halys è il nome scientifico della temuta cimice asiatica. Si tratta di un insetto fitofago che fa parte dell’ordine dei Rincoti, sottordine degli Eterotteri, famiglia dei Pentatomidi. È parente stretta della Nezara viridula Linnaeus, 1758, la cimice verde.
In Italia, il primo ritrovamento è avvenuto nel 2012 nel Modenese. È facile riconoscerla:
1) forma pentagonale
2) lunghezza dai 12 ai 17 mm 3) colore marmorizzato nella parte superiore
4) triangolo marrone nella parte finale del corpo
5) lunghe zampe.
Stipiti, fessurazioni, anfratti o qualsivoglia luogo riparato dal freddo e dalle intemperie invernali sono nascondigli prediletti di questa cimice, che sverna alla grande, specie nei vani della tapparelle, spalleggiata pure dal riscaldamento globale.
Non solo la sua presenza infastidisce, ma è il parassita più dannoso per ortaggi e alberi da frutto. Ha messo in ginocchio intere filiere agronomiche, specie del nord Italia. I danni alle colture sono irreversibili. Al momento di nutrirsi il suo apparato boccale, pungente e succhiatore, rilascia una saliva che provoca reazioni biochimiche, che portano alla necrosi dei tessuti vegetali colpiti, con gravi deformazioni e indurimenti dei frutti. Le deiezioni poi ne arrecano fastidiose fumaggini e un sapore più acidulo. Lo stadio di crescita comprende quattro fasi:
A) uova
B) neanidi
C) ninfe
D) adulte.
È un insetto fin troppo resistente, che si adatta alla perfezione all’ambiente circostante: la lotta chimica adottata per contenerne la diffusione non ha ottenuto gli esisti sperati, avvelenando ancor più massicciamente la natura e rafforzando la tempra delle cimici. Anche le nostre colture sui balconi sono esposte a questo problema, ma i rimedi naturali (dal sapone di Marsiglia, a quello potassico molle) sono efficaci solo se la cimice si trova allo stato neanide. Dopo otto anni l’unica soluzione valida ce l’ha fornita Madre Natura: si tratta del suo antagonista naturale, un parassitoide oofago, il Trissolcus japonicus, la famosa vespa samurai, un insetto piccolissimo, 2 mm di lunghezza, innocuo per l’uomo, che depone le sue uova proprio all’interno di quelle della cimice. La Regione Emilia-Romagna, dopo anni di studi, sarà la prima a effettuare lanci per liberare 66mila vespe samurai, entro il 2020, su 300 siti, costituiti da corridoi ecologici, siepi, vegetazioni di argini, aree verdi, adiacenti agli edifici e prossime ai frutteti. Su questi corridoi sarà vietato l’uso di pesticidi, per non rendere vana la sopravvivenza della vespa samurai.

Autore: Donatello Vallotta