La varietà di zucca che tratteremo in questa puntata è la zucchina trombetta di Albenga, chiamata zucca trombetta o più semplicemente trombetta e riconosciuta localmente col nome di Sûcca da Reginn-a. Il termine esatto della specie è Cucurbita moschata ed è una delle varietà di zucche provenienti dalle Americhe. Di questa varietà fanno parte la zucca lunga napoletana, la zucca violina, la zucca torta o zucca pepona, la Butternut o zucca gramma. Si tratta di una specie macroterma ovvero che predilige climi caldi e temperati ed è tipica della Liguria di Ponente, ma nel tempo si è adattata perfettamente anche a minori esigenze termiche. In Liguria si trova ovunque, dagli orti familiari ai supermercati, da XXmiglia a Genova, mentre nel resto dello Stivale è pressoché assente, perché rispetto a grandi zucche come la delica o la hokkaido, è molto suscettibile agli urti e agli strofinamenti col rischio di restare invenduta se non perfettamente integra o in parte rovinata esteticamente. La pianta ha ciclo brevissimo e precoce e si può quindi seminare più volte durante la stagione primaverile/estiva. Viene coltivata in pergola, in serra, in verticale o lasciandola “correre” orizzontalmente. Tutto dipende dallo spazio che abbiamo e da quale forma desideriamo dare ai frutti, che sono allungati oppure ritorti in base appunto alla scelta di coltivazione. L’apice del frutto ingrossato e ampolloso (in esso ha sede l’ovario ) ci consente di prelevare, alla fine del ciclo vitale, i semi per coltivarla anche l’anno successivo. Nel BalconORTO è consigliabile seminarla ad aprile/maggio e metterla a dimora dopo le prime 2/3 foglie vere in un vaso molto grande e profondo (50/60 cm). Ha bisogno di spazio, di sole, di compost e di un luogo riparato dal vento. Da anni la coltivo in Alto Adige con ottimi risultati viste anche le mutate condizioni climatologiche. I suoi frutti, di colore verde chiaro, possono essere consumati prematuri oppure essere lasciati sulla pianta a maturare – diverranno color mattone – per poi venire conservati in luoghi freschi e asciutti in previsione delle zuppe invernali. Di sapore dolce e delizioso, di gran lunga superiore ai tradizioni zucchini ha uso poliedrico in cucina: nel misto al forno alla julienne, semplicemente in casseruola con il pomodoro, oppure solo con la cipolla per condire la pasta, nei risotti, ma è ottima anche consumata da sola con aglio e aceto alla capece, col polpo anche cruda tagliata finemente. La si utilizza inoltre in pietanze come frittate e torte salate. Eccellente per le creme o vellutate. E che dire poi dei fiori di zucca sulla pizza o in pastella?
Autore: Donatello Vallotta
Prima di fare un focus su una varietà di zucca in particolare alla quale sono molto affezionato, torniamo indietro nel tempo e parliamo della zucca. La sua provenienza è piuttosto incerta e controversa. C’è chi dice siano stati i popoli antichi di Romani e Arabi ad importarla dall’Asia meridionale, precisamente dall’India; secondo altre fonti l’origine si collocherebbe nel Messico, ma stando ad altri ritrovamenti semi di zucca sono stati rinvenuti in alcuni siti dell’Africa tropicale a sud dell’Equatore, semi che, grazie al metodo del radiocarbonio, gli archeologi hanno datato a quasi 10.000 anni fa. Altri semi compaiono nelle tombe egizie a partire dal 3500 a.C., mentre in Perù hanno rinvenuto zucche decorate risalenti intorno al 1000 a.C.
Fu “Balsamo dei guai per l’essere umano” secondo Plinio il vecchio, il primo a nomenclarla col termine cucurbita nel ‘Naturalis Historia’, il trattato naturalistico sotto forma enciclopedica, conservato oggi presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia. Inizialmente non fu impiegata in cucina, ma la sua coltivazione aveva finalità ornamentali. Svuotata della polpa ed essiccata venne utilizzata come contenitore o suppellettile per la conservazione di vini, latte e cereali o per realizzare, grazie alla sua corteccia spessa e coriacea, piatti, cucchiai e ciotole.
La classica zucca a forma di bottiglia (lagenaria), venne chiamata comunemente “bottiglia del Pellegrino”, perché accompagnava il Pecten Jacobeus, la capasanta o conchiglia di San Giacomo, sul bastone del viaggiatore che si recava a Santiago de Compostela già a partire dalla metà del IX sec.
Sorvoliamo per un attimo su Halloween e sulla zucca intagliata e illuminata dall’interno che nell’immaginario collettivo associamo ai film e alle tradizioni americane o alla leggenda celtica che racconta l’incontro fra uomo e diavolo e le sue tentazioni.
Certo tante altre varietà arrivarono in Europa intorno ai primissimi del XV secolo, insieme a patate, pomodori e mais dai viaggi di Cristoforo Colombo.
La zucca trova ampia visibilità alla corte partenopea di Ferdinando IV di Borbone tramite il cuciniere, di nobili ed intellettuali, Vincenzo Corrado autore del famoso ricettario “del cibo pitagorico ovvero erbaceo”.
Verosimilmente la zucca ha impreziosito tavole, esasperato contrasti in tempi di carestia, solleticato palati raffinati e rinfrancato focolai indigenti; senza dubbio, ha accompagnato vicende, epoche e persone comuni, in quel vasto ventaglio di impercettibilità e di anonimato, che la storia degli uomini e delle donne consegna ai posteri tramite le ricette. Così, quindi – come un po’ per tante cose, che avevano preminenza elitaria, anche la zucca si è diffusa trasversalmente in ogni ambito sociale.
Autore: Donatello Vallotta
La cuscuta è una pianta erbacea di origine nordamericana, parente del convolvolo e ormai presente in quasi in tutto il globo con oltre 200 specie. Gli antichi Arabi la chiamavano kúshuth e la usavano per le proprietà colagoghe, lassative, diuretiche e di maturazione dei foruncoli; essa era conosciuta dai Romani e dal Medioevo prese il nome di “rete del diavolo” e di “ragno malefico”; in Italia, in relazione ai luoghi, si può riconoscere dagli epiteti comuni quali strozzalino, epitimo, granchiarella e pittima.
Si presenta come un ammasso filiforme di colore giallo paglierino/arancio/rosso, è priva – se non allo stadio primordiale – di clorofilla e si sviluppa da maggio a settembre con l’unico intento di parassitare le altre piante. Predilige i climi caldi e umidi. Il suo seme, interrato o in balia degli agenti atmosferici, resiste anche dieci anni prima di germinare e non appena la cuscuta è in grado, per così dire, di mantenersi a sbafo da sola la piccola radice muore e la pianta abbandona il terreno per iniziare la sua storia di opportunismo. La sua ragnatela filosa è composta da austori, veri e propri organi sensoriali, che si avvinghiano a spirale grazie a chemorecettori, che “annusano” le piante vicine e sanno precisamente dove orientarsi per penetrare tessuti e floemi e succhiare dunque linfa e acqua. La si potrebbe paragonare al vischio, ma la cuscuta è una fuoriclasse. è talmente intelligente, anche senza foglie ricordiamocelo, che dalle vittime percepisce persino le proteine delle fioritura e le sottrae al momento giusto per portare a termine la sua fioritura e produrre i semi che le garantiranno la sopravvivenza.
Ha però un tallone d’Achille pure lei: le piante attaccate comunicano tra loro e possono mettere in atto processi chimici di difesa per contrastarla.
Si trova negli incolti, negli orti, ma non è rara nel BalconORTO, visto che i semi sono trasportati dal vento.
Ha uno sviluppo antiorario e di circa quattro/cinque metri all’anno, ma dipende da quanta clorofilla intercetterà lungo il suo percorso. Attacca tutte le piante senza distinzioni; le uniche indenni sono i gigli.
Eliminarla è difficile, non esistono macerati o alchimie magiche, se non prodotti altamente tossici per la natura e per l’uomo: l’unico rimedio è la rimozione manuale sradicando tutte le piante colpite dalla sue spire e stando molto attenti a non dimenticarne parti sulle piante o adagiati sul terreno, perché la cuscuta si rigenererebbe ricominciando il suo ciclo vitale. Gli scarti poi non dovranno essere conferiti nell’umido o nel compost, bensì nell’indifferenziato.
Autore: Donatello Vallotta
La zeolite o zeolite cubana è un minerale, una roccia sedimentaria, formatosi milioni di anni fa e di origine vulcanica. La zeolite è dotata di una struttura cristallina e microporosa a base di alluminosilicato e può essere sia di origine naturale che sintetica. Essa si presenta come una polvere sottilissima di colore bianco. Grazie alla sua versatilità trova largo impiego in molti settori, dall’industria petrolchimica alla produzione di detergenti (contro il calcare), all’addolcimento delle acque e alla depurazione delle acqua nere, dall’asfaltatura a freddo alla medicina (ghiaccio secco) e alla zootecnia (mangimi e lettiere per animali); è stata impiegata, inoltre, per estrarre sostanze radioattive dopo il disastro di Fukushima in Giappone.
Da qualche anno la zeolite naturale (clinoptilolite) spopola anche nel BalconORTO e più in generale in agricoltura come corroborante e potenziatore delle difese delle piante. Miscelata alla terra nei vasi in primavera e aggiunta nell’innaffiatoio aumenta la ritenzione idrica, rivitalizza e combina i microelementi del terriccio e riduce sensibilmente la frequenza delle annaffiature. La zeolite nebulizzata per via fogliare ha l’effetto di asciugare l’umidità sulle foglie, di prevenire le malattie fungine – oidio e peronospora in primis – di creare una barriera contro i parassiti (afidi e acari), di cicatrizzare ferite da taglio o dovute alle intemperie, di stimolare la fotosintesi, di proteggere le piante dalla luce solare e dalle scottature, di abbassarne la temperatura, e, di far assorbire, grazie alle sue qualità di ottimo scambiatore di ioni, elementi minerali secondari indispensabili, come il calcio; nel caso dei pomodori di evitarci il famoso marciume apicale dei frutti. Abbinata al bokashi liquido ed al guano ci libererà finalmente dall’uso abitudinario dei noti concimi NPK (azoto/fosforo e potassio) che così tanto bene alla natura non fanno. La zeolite è un’ottima strategia anche per abbandonare il verderame o poltiglia bordolese per gli stessi motivi.
NB: questa farina di roccia vulcanica dalle molteplici proprietà è basica! Quindi per chi ha grandi superfici coltivabili è essenziale, prima di farne uso, richiedere un’analisi del terreno per capire se esso tenda all’acido o al calcareo per orientarsi nelle dosi. Lo stesso discorso vale anche per chi ama le piante acidofile. Come tutte le cose che fanno bene è opportuno non eccedere ed in caso di vaporizzazione tramite soffietti si consiglia l’uso di una mascherina a protezione delle vie respiratorie.
Autore: Donatello Vallotta
Finalmente piove… e il governo non c’entra! Le perturbazioni del 30 aprile e del 1 maggio non hanno apportato quantità rilevanti di precipitazioni, specie nelle zone nord-occidentali massacrate dalla siccità, ma per fortuna, dopo cento giorni, hanno ridato un po’ di respiro ad una situazione davvero grave. Meno male che le piogge non sono state violente, perché con i terreni gravati da tanto seccume ci sarebbe infatti stato il forte rischio di alluvioni, dissesti idrogeologici, colate detritiche ed esondazioni in un territorio, quello italiano, ancora deficitario sul fronte della cura e della prevenzione. Tutti questi fenomeni sono da imputare e sono riconducibili ai cambiamenti climatici, ma noi abbiamo l’obbligo morale di farci trovare pronti e preparati e di mettere in pratica, nel nostro incedere quotidiano, piccole strategie come, per esempio, il risparmio dell’acqua.
Per gli appassionati del BalconORTO e per chi coltiva in giardino, vuoi per necessità, vuoi per virtù è doveroso escogitare dei rimedi per sperperare meno acqua possibile. Io da anni ho intrapreso questa strada, ricorrendo ad alcuni stratagemmi e vi racconto la mia esperienza: per iniziare ho comprato quattro secchi (capienza da 11 litri) e poi un serbatoio della capacità di 120 litri – che non occupa più di mezzo metro quadrato – collocato nel punto più fresco del balcone di nord est, in modo tale da avere sempre una scorta sufficiente di acqua dolce con la quale innaffiare le piante. Sulla credenza della cucina tengo una brocca che riempio con l’acqua che avanza dal bollitore, quella che resta nei bicchieri, quella con la quale si cuociono le verdure al vapore (mi raccomando, l’importante che non sia salata) e quella con cui vengono lavate frutta e verdure; acqua che poi dalla brocca finisce nei secchi. NB L’acqua dei cavolfiori al vapore, tuttavia, una volta raffreddatasi, è meglio darla subito alla piante sul balcone – non da interno – per evitare sgradevoli odori negli ambienti domestici!
Ci sono poi i tantissimi litri di acqua della doccia, in attesa che diventi calda; anche loro vengono raccolti quotidianamente nei secchi posteggiati in bagno. Non sarei in grado di fare una media, perché dipende dalla stagione, dall’orario, dalla caldaia e dal piano in cui si trova l’appartamento, ma per una famiglia di due persone si va da un minimo di 8-10, se non addirittura ad un massimo di 15 litri di acqua al giorno, che se opportunamente raccolti può permetterci di innaffiare tutte le piante (da interno e da esterno) e per tutta la stagione. È bene rammentare che l’acqua del rubinetto è troppo dura e fredda se impiegata immediatamente e che almeno due giorni di riposo nei secchi consentono al cloro in parte di evaporare e alla sua temperatura di stemperarsi in modo da essere più gradita dalle piante.
Prima dell’arrivo della stagione invernale il serbatoio da 120 litri dovrà essere svuotato e quindi procedo al contrario riempiendo di nuovo i secchi; quell’acqua viene usata come sciacquone per bisogni veloci.
Autore: Donatello Vallotta
A pochi chilometri da Merano c’è un posto davvero incantevole, una nicchia fiorita assolutamente imperdibile. Dalla città del Passirio la si può raggiungere con l’autobus 201, quello diretto a Bolzano, o viceversa dal capoluogo altoatesino verso Merano, scendendo a Postal, alla fermata dell’Associazione Turistica, proprio in prossimità dell’Hotel/Ristorante Muchele. Da lì si imbocca la stradina che sale verso la montagna, vicolo Maier; percorsa interamente, si incrocia via della Chiesa e si gira a sinistra; si prosegue per poco meno di 500m fino a raggiungere la parrocchia Santa Croce; subito dopo gli alti cipressi che la delimitano si gira ancora a destra e ci si mantiene su via della Chiesa per altri 45-50 minuti circa di cammino fino a raggiungere il Wieslerhof.
Naturalmente, si può anche salire in auto, perché la strada, seppur stretta e piuttosto ripida in certi tratti, è asfaltata: ma giunti alla meta ci accorgeremmo che i posti auto sono limitati, pertanto sarebbe opportuno scegliere un mezzo di trasporto alternativo e più ecologico come le nostre gambe. Questo è davvero il periodo ideale per progettare ed organizzare questo giretto e presto… saprete il perché!
Per chi ama la natura, i colori caldi, i profumi e l’irrefrenabile gioia che la primavera sa regalarci – e non solo per chi è appassionato di cromoterapia – resterà sbalordito dal mare di onde gialle, proprio in prossimità del maso Wiesler. La storia – reperibile su internet – narra che il proprietario Johann Laimer, ex giardiniere, dal 1999 gestisce e cura circa 200 castagni sparpagliati su 3 ettari di terreno adiacenti al maso e vicini ad alcuni filari di viti ; ma quello che non si legge fra le righe è che non si è accontentato delle castagne; è andato oltre, con sensibilità verso la natura, creatività ed ingegno di un’anima nobile. In un mondo ormai dalla deriva, in cui anche gli insetti impollinatori sono a rischio di estinzione, è davvero incredibile imbattersi in 18000 bulbi di narcisi, che sono approssimativamente centoquarantamila fiori, posti a dimora sotto ai suoi castagni. Bulbi che proprio in questo periodo sono all’apice della fioritura. Si tratta di narcisi della varietà Dutch master ovvero narciso a trombetta. Per non parlare poi che tutto il materiale di scarto degli alberi, quali rami, foglie e ricci vengono trinciati e sparpagliati nel sottobosco lungo le varie stradine di questo angolo fiorito, come i contadini fanno con le andane nei campi, e mentre si cammina, attratti dal giallo dilagante, i nostri passi accarezzano un terreno soffice e morbido; quindi niente più bruciature di scarti vegetali che appestano l’aria, che producono co2 e alimentano l’inesorabile riscaldamento climatico ormai irreversibile. Per innaffiare cotanta bellezza ci sono degli irrigatori a pioggia posti nel castagneto e qua e là si incontrano api e soprattutto bombi visitare le antere di ogni fiore e caricarsi di polline. Il luogo è apprezzato anche da fotografi, semplici curiosi, ciclisti e amanti della natura e della cucina tradizionale sudtirolese.
Autore: Donatello Vallotta
Finito febbraio, è terminato un altro inverno meteorologico secco e mite. I dati finali di questa catastrofe climatica sono disponibili presso l’Ufficio Meteorologico della Provincia e sono ben visibili se osserviamo attentamente i versanti esposti a sud della Val Venosta, della Val d’Ultimo, Wipptal e del Burgraviato, zone, queste, sotto l’influenza costante del foehn e avare di precipitazioni durante quasi l’intero arco della stagione invernale, fatta eccezione per quelle dorsali favorevoli agli sfondamenti da NW. Per non parlare dei ghiacciai, gli anfitrioni per eccellenza dell’alta quota, sempre più ridotti all’osso; il livello dei laghi, di Monticolo, ma soprattutto di Caldaro, con le passerelle di legno sorprendentemente sporgenti dal pelo dell’acqua è l’immagine più eloquente di questo periodo; questa grande siccità la si avverte anche nel colore dei boschi di latifoglie e di larici dall’aspetto rosso marziano. Nel mio ultimo giretto, rigorosamente a piedi da casa fino all’imbocco della Val di Nova, in compagnia del fotografo Paolo Tosi dell’AFNI (Associazione Fotografi Naturalisti Italiani) abbiamo notato flebili sentori del risveglio della natura. Tanta polvere sulle scarpe e foglie secche attaccate ovunque; nel tepore dei vigneti assolati per ritrarre gli Occhi della Madonna, simpatici fiorellini blu già bottinati dalle prime api in cerca di polline; nel silenzio del sottobosco, interrotto da correnti impetuose, che dalle Alpi rincorrevano la bassa pressione presente sul Centro Italia (responsabile delle abbondanti nevicate in Abruzzo) non sono mancate esclamazioni del tipo “ahia”, a causa dei ricci dei castagni che pungevano braccia e gambe dopo ogni tentativo di realizzare una fotografia macro completamente sdraiati. Presenti, seppur in misura meno numerosa del solito, gli esemplari di Hepatica nobilis (fegatelle o erba trinità) e qualche sporadico falso bucaneve, i famosi campanellini.
Nei dintorni, più precisamente sulla collina di Tarces, ma in quasi l’intera Val Venosta, come conclusione del carnevale i residenti hanno celebrato lo “Scheibenschlagen”, antichissima tradizione già presente in Assia ed in Austria a partire dal XI secolo. Il rituale del lancio dei dischi ardenti, accompagnato da una preghiera, è una sfida contro l’oscurità per liberarsi dai demoni ed arridersi la fortuna. I dischi di legno realizzati a mano hanno un piccolo foro al centro e vengono infilzati da un lungo ramo; lasciati tra i tizzoni ardenti vengono ripresi e fatti roteare, infine sbattuti contro una pedana per essere liberati nel vuoto. Con il fieno si assembla e tramite dei cavi si issa la Strega, un totem alto una decina di metri a cui, alla fine della cerimonia dei dischi, si darà fuoco per dare il benvenuto alla primavera.
Autore: Donatello Vallotta
Mese febbrile per i custodi di semi, febbraio. Confinati, sparpagliati in bustine, vasetti, sacchettini o riposti e catalogati ordinatamente per specie e varietà, i semi sono quasi pronti… a toccare terra! Vaschette, piccole serre improvvisate, contenitori alveolari, semenzai riscaldati e apposite strutture con illuminazioni artificiali a led sono gli strumenti pratici per la germinazione. Nelle immediate adiacenze all’interno del nostro appartamento – se non disponiamo di uno spazio all’uopo – è già partita la colonizzazione di porzioni di stanze, davanzali, tavoli, ripiani che diventeranno zone off-limits in cui però ci sarà un angolo di primavera a portata di sguardo. Certo, sì, c’è anche un po’ di disordine tra il profumo di terriccio, la gioia incontenibile nel vedere spuntare i primi cotiledoni ed il brulicare di etichette, bastoncini, cartellini, guanti, post-it, stuzzicadenti, striscioline di carta colorate e scotch, per non dimenticarsi la data di seminagione o quali promemoria nell’aiutarci ad identificarne esattamente la varietà.
Peperoni, peperoncini e melanzane, che fanno parte delle solanacee, sono i primi protagonisti di queste settimane; considerata, infatti, la proverbiale lentezza di crescita i loro semi sono i primi che avranno bisogno delle nostre amorevoli cure. C’è chi li mette in ammollo in un sottile strato d’acqua, avvolti in uno scottex, come il sottoscritto, chi invece preferisce una soluzione più “morbida” come la camomilla, chi invece opta per il cotone imbevuto, altri per un involucro ermetico – ma bucherellato – per un minimo di ricircolo d’aria quale camera di germogliazione. Non ci sono metodi sbagliati, ma ci sono semi e semi, alcuni più pimpanti, altri più sonnolenti, altri ancora inadatti o più semplicemente sterili. Ad ogni buon conto sono loro che decidono quando dischiudersi! Fanno eccezione i semi di piselli e cavoli, che possono essere interrati direttamente nei vasi o in piena terra monitorando le varie fasi di sviluppo.
Fervono i preparativi anche per chi ha la fortuna di godere di un balcone, meglio se esposto a sud est ovvero a sud ovest. Anche i vasi sul balcone posso essere utilizzati come superficie per collocarci i recipienti con i nostri semenzai. L’importante è mantenere umido il primo strato umifero del terriccio in modo costante e prestare particolare attenzione al vento e al sole diretto, che nonostante sia inverno, sono già potenzialmente capaci di seccare in breve tempo le piccole piantine, come del resto il gelo notturno, reo di bruciare queste ultime se non opportunamente riparate o ricoverate in casa durante l’oscurità.
Autore: Donatello Vallotta
“Papà, sembra estate!” Esclamava una bambina appena imboccato il Tappeinerweg, domenica scorsa. La mole del monte San Viglio soggiogava il sole e dipingeva già il tramonto sulla città del Passirio. Mentre camminavo ormai dal primo pomeriggio avevo la stessa sensazione: fa troppo caldo per essere appena la seconda decade di gennaio. Tanto piacevole goderselo, fare il pieno di vitamina D tra muretti, vigne, capre, polvere e profumi di fieno quanto assistere ad una primavera sontuosa che mostra i muscoli e una mancanza di timidezza quasi surreale. In cielo neanche una nuvola. La qualità dell’aria con quegli strati densi di smog, perennemente ammantati e ben visibili da ogni dove non mi hanno mai fatto così tanto apprezzare la mascherina. Perché chissà cosa c’è lì dentro, in quell’aria di polveri sottili, di fumi di comignoli, di gas di scarico: se a Seul e nelle più grandi metropoli planetarie questo scenario si ripete spesso durante l’anno, in cui ogni cittadino dimostra l’apprezzabile senso civico di indossarla, qui da noi fra le conche, le pareti e i dolci declivi non lo è affatto; a quando il prossimo cambio di circolazione per poter ritornare a respirare l’inverno? Nei boschi arsi, esposti a sud ovest, habitat di pini silvestre, cipressi, edera e dove i bozzi di processionaria iniziano a svilupparsi, in cui il bambù piantato da qualche proprietario sprovveduto ha oramai colonizzato l’equilibrio arborio di alcune fasce si sentono rumori tra le foglie secche del sottobosco: è un gatto bianco, sporcato di qualche macchia nerastra nella sua livrea, che va appostandosi sopra un lungo tronco caduto in cerca di una preda, un’arvicola probabilmente. In cielo volteggiano due poiane a cerchi concentrici fino a scomparire dietro Castel Tirolo.
In questo quadretto vi racconto la battaglia che ha messo a dura prova la mia pazienza e l’ordine nel BalconORTO. Ogni mattina trovavo sempre il balcone tutto sporco di terra; pensavo al favonio che le correnti settentrionali portano con sé, ma dopo il ripetersi di questa situazione, l’assenza notturna di forti raffiche e le deiezioni sulle piastrelle ho capito che si trattava di un merlo che aveva preso di mira il mio balcone. È iniziato l’appostamento, per dare un volto a questo volatile dispettoso: sicuramente un maschio visto il disordine che si trascinava dietro, bello panciuto e tozzo, nero come la pece e con un becco dal colore inusuale, più rossastro rispetto al vivido arancione: l’ho chiamato Rutilio. Dopo una accurata pulizia, ho coperto i vasi col tnt, in altri ho infilato degli stecchi di legno a mo’ di spuntoni e per ora, pare, che la tregua regga.
Autore: Donatello Vallotta
Mi sono affezionata all’inverno perché sento che è vero, non come l’estate che vola via e sembra così divertente e allegra ma non lo è, perché il sole è sempre di corsa e lascia tutti con l’amaro in bocca. L’inverno non pretende di confortare, ma in fin dei conti sento che è consolante, perché una si raggomitola su se stessa e si protegge e osserva e riflette, e credo che soltanto in questa stagione si possa pensare per davvero.
Marcela Serrano
Capisco che per qualcuno l’inverno sia lungo e paia non finire mai; che debba resistere fino a febbraio e poi tutto tornerà alla “normalità”. Così come i semi, che ho raccolto qualche giorno fa, che ho messo ad asciugare sui canovacci da cucina e che già attendono i tepori cosmici per germinare. Ma io adoro anche l’inverno: la neve con la sua smisurata poesia; la neve senza pioggia o pioggia mista a neve, che vorrei imbiancasse sempre le pianure – e il mio cortile immaginario – e non si concedesse solo alle alture. Gli inverni sono sempre più miti e purtroppo uno come quello del 1985 non tornerà più a farci visita. Ricordo la neve alta oltre mezzo metro in città, i viali alberati e le auto parcheggiate completamente sommersi, i bambini felici trainati sulle slitte o quelli che giocavano a battaglie di neve, le scuole chiuse e il silenzio ovattato che è proprio della neve e che tutti conosciamo, i bianchi cumuli rimasti per mesi ai bordi delle strade. Per questo motivo ogni volta, nelle notti potenzialmente nevose, attendo elettrizzato davanti alla finestra il cadere lento delle prime virghe che andranno lemme lemme ad imbiancare il paesaggio attorno a me e persino i ciclamini che ho sui davanzali esterni.
Il BalconORTO, invece, è in pausa: durante le ultime settimane ho rimosso tutte le piante annuali come pomodori, peperoni, zucchine ed erbe aromatiche ormai spoglie e giunte a fine ciclo produttivo e che, a queste latitudini, non riusciranno a svernare; in un angolo riparato sopravvivrà solamente il cavolo nero toscano e la cipolla egiziana ligure, che impiego spesso in cucina per preparare i minestroni e la farinata di ceci. Con dei nastrini colorati avevo marcato i rametti secchi ed i succhioni del melograno e dell’albicocco nano che ho poi potato, irrorando sui tagli e sull’intera pianta tramite uno spruzzino zeolite disciolta in acqua per aiutare la pianta a cicatrizzare le ferite e per apportare potassio; anche il tessuto non tessuto (TNT) è pronto per avvolgere le piante e per riparlarle prima delle gelate invernali. Gli altri vasi resteranno parcheggiati sul lato interno del balcone dove c’è qualche grado celsius in più rispetto al parapetto, per permettere il mantenimento vitale alle zampe degli asparagi e alla scorzobianca che resteranno interrate: anche qui un paio di giri di tessuto non tessuto intorno al vaso potrebbero aumentare le possibilità di sopravvivenza alle nostre piante. Sconsiglio eventuali pacciamature a base di paglia sopra il terriccio dei vasi, luoghi preferiti di svernamento di acari e cimici asiatiche.
Autore: Donatello Vallotta