I droni #1

L’incanto che i droni esercitano sui bambini nasce da un insieme di fattori psicologici, sensoriali e simbolici. In altre parole, non è “solo” un giocattolo che vola: è un oggetto che tocca corde profonde della curiosità e dell’immaginazione infantile. Parallelamente, l’agricoltura non vive di fantasie, bensì di profonde trasformazioni grazie alla tecnologia. Tra queste, i droni rappresentano uno degli strumenti più versatili e innovativi. La loro forza non sta nella capacità di rumoreggiare e osservare dall’alto, ma soprattutto nella raccolta di dati preziosi, finalizzata all’attuazione di norme più consapevoli, attraverso il metodo scientifico.

Il primo grande vantaggio dei droni è la rapidità di acquisizione delle informazioni. Dove un tecnico impiegherebbe giorni e giorni a percorrere e censire un campo, un drone può sorvolarlo in pochi minuti, ripetutamente, registrando immagini ad alta risoluzione e dati utili a identificare problemi invisibili a occhio nudo. Grazie a sensori termici, multispettrali o RGB evoluti, è possibile monitorare lo stato vegetativo delle colture.

Importante anche la riduzione di CO2 rispetto ai mezzi tradizionali nonché la valutazione dei danni da eventi alluvionali e grandinate: le immagini permettono stime rapide e atti utili per richieste di supporto. Personalmente non sono del tutto favorevole alle assicurazioni: credo che dovrebbero essere facoltative e ritengo che lo Stato – spesso carente a causa di condoni, consumo di suolo, disboscamento o pratiche ecologiche insufficienti – debba risarcire integralmente le vittime, specie in caso di dolo. Attualmente in Italia si contano varie emergenze legate a scambi internazionali, trasporto di organismi nocivi, riscaldamento globale e sistemi fitosanitari non sempre adeguati, con la diffusione di coleotteri, nematodi galligeni, falene, eriofidi, cocciniglie particolarmente dannosi.

Come vedremo, alcuni modelli, sempre più diffusi, sono progettati per distribuire prodotti fitosanitari, sementi o fertilizzanti liquidi. La precisione del volo permette di trattare solo le parti realmente bisognose, riducendo l’impatto ambientale. Inoltre, i droni possono operare in terreni difficili, pendii ripidi o zone non accessibili ai mezzi tradizionali (cfr. vigneto eroico) offrendo un’alternativa più sicura per la salute dell’operatore.

Accanto ai benefici pratici, è importante ricordare che l’uso dei droni, oggi, è regolato dalle stesse norme di elicotteri e aeromobili: occorrono formazione, abilitazioni e il rispetto delle regole di sicurezza e delle zone d-flight (definite da EASA e ENAC). Tuttavia, una volta limati ed equiparati questi passaggi a livello europeo, giacché la tecnologia diventa un alleato prezioso, essa sarà capace di migliorare la gestione aziendale sotto ogni punto di vista, deroghe comprese.

Autore: Donatello Vallotta

Giornate europee dei Cortinari 2025

Dal 19 al 25 ottobre si è svolto in Spagna a Jaca, a 818 m s.l.m., capoluogo della comarca di La Jacetania, in Aragona, provincia di Huesca, il 41° Congresso Europeo dei Cortinarius, organizzato dall’Associazione Micologica J.E.C. Per raggiungerlo, a circa 1500 km da BZ, i soci Bresadola hanno affrontato un viaggio di due giorni, con pernottamento intermedio a Béziers, in Occitania. L’organizzazione dell’evento è stata curata da Joaquin Fernandez e Luis Ballester, con la direzione scientifica di Claudio Rossi. Dello stesso comitato facevano inoltre parte Rafael Mahiques, il celebre Tor Erik Brandrud, Josep Ballarà ed Eleazar Suarez. L’Italia, oltre a Rossi, ha presenziato con Gian Mario Delogu, Daniele Ferri, Giovanni Turrini, Roberto Cipollone ed il sottoscritto, insieme ad altri micologi quali Luisa Atzei, Marco Chiarini, Vincenzo Marinetti, Luca e Giovanni Mistè e Giancarlo Radaelli. Dopo tre settimane di siccità in zona, l’edizione è stata segnata da condizioni dapprima piuttosto calde e umide con frequenti scrosci di pioggia, specie serali e mattutini. A metà settimana un radicale cambio di circolazione ha apportato spolverate di neve sui versanti pirenaici francesi e un’aria molto fresca e pungente a tutte le quote. Le condizioni meteo, sebbene favorevoli alla crescita fungina, in teoria, hanno reso difficile l’esplorazione dei boschi e non hanno favorito un’abbondante fruttificazione. Le specie di Cortinarius rinvenute sono state infatti poche — circa 25 — rendendo il convegno uno dei più “scarni” degli ultimi anni. Gli aspetti delicati sono stati la mancanza di una sala studio più ampia, i tempi di attesa mattinali per le navette, l’assenza dei francesi ed il cibo. Tuttavia gli spagnoli amano molto fare quelle pause pranzo condivise al limitar del bosco con prodotti tipici e ci hanno fatto assaggiare tante specialità. Le escursioni si sono svolte in scenari di straordinaria bellezza, tra i versanti pirenaici e altre vallate, quali il Passo del Somport, il Passo del Portalet, Foret de Sansanet, Foret de Borce, Canfranc, nonché aree calcaree più interne come Fiscal, Banastas (Carrascal de Nisano) e Oroel. Le foreste, estese e ricchissime, ospitano faggi, abeti bianchi, pini silvestri, uncinati e neri, oltre a querce secolari pirenaiche e lusitane, lecci, roverelle e cespugli di bosso. Nelle zone pianeggianti pioppi, salici, frassini e olmi, che creano mosaici vegetali di grande fascino e colori. Non è mancato nemmeno il momento culturale con la visita alla celebre Cittadella, un’imponente fortezza a pianta stellare progettata dall’ingegnere militare italiano Tiburzio Spannocchi nel XVI sec. Jaca è un luogo magico, tanto per la presenza dei Pirenei, quanto per il Cammino aragonese di Santiago, che si dipana nei paraggi; questo tratto – a detta di molti pellegrini – è quello che più facilmente resta aggrappato al cuore.

Autore: Donatello Vallotta

Segnali

Il 2 ottobre, al Kursaal di Merano, Luca Mercalli ha parlato di clima, un viaggio scientifico e culturale tra i mutamenti del nostro Paese. Il professore ci ricorda che l’Italia non è nuova a eventi estremi, ma ciò che sta cambiando sono frequenze, intensità e imprevedibilità dei fenomeni. A corredo, non servono esempi lontani: settembre 2025 ha portato con sé una nuova alluvione su Milano, nonostante l’ampliamento delle vasche di laminazione del Seveso, intervento ingegneristico costato milioni. Segno che le opere strutturali appena riammodernate oramai non bastano già più. Due alluvioni in 50 giorni in Val Passiria, quattro in 550 giorni in Emilia-Romagna, disastrosa quella di Valencia (300 morti). Esondazioni, colate detritiche, dissesti idraulici e idrogeologici e 140 vittime in Texas, quasi tutti bambini. Ancora vittime della pioggia, della velocità con cui certi fenomeni colpiscono, per i quali, oggi, cura e prevenzione dei bacini idrografici non basterebbero, anche per le zone virtuose. Quando si muore – al netto di comportamenti irresponsabili o per narcisismo da clickbait – c’è sempre da chiedersi se stiamo facendo abbastanza, e se la politica intenda trasversalmente perorare questa causa. Ogni vittima è il risultato di scelte (o non-scelte) collettive. In tempi in cui i cambiamenti climatici incidono su ogni aspetto della vita quotidiana, lasciare giovani ignari è un peccato capitale. Non possiamo ridurci, come i carbonari, a fare lezioni improvvisate sotto gli alberi, sempre che non li abbattano tutti, come è successo a Roma presso il Mausoleo di Augusto. Proprio per questo, diventa urgente che la meteorologia diventi materia scolastica. Non è più ammissibile procrastinare quando invece servirebbe una formazione sistematica, scientifica, capace di fornire strumenti e chiavi di lettura con la tecnologia che abbiamo. In Liguria, paradossalmente, il meteorologo ignorante, alias Gianfranco Saffioti riempie le piazze con “Mi manda Bernacca”, un unicum assoluto a cui ho avuto il piacere di partecipare. Quando spiega è un fiume in piena; interroga bambini, astanti e anziani. Racconta a cosa servono certi strumenti e descrive con passione le dinamiche dell’atmosfera. Il suo successo mostra fame di conoscenza diffusa e popolare. Nelle prime file del pubblico ci sono le autorità, sindaci, amministratori locali e talora anche scienziati affermati, perché avere un mare ancora caldo e un territorio irto, come quello ligure, è un’incognita temibile durante l’autunno. Ma se la scienza non arriva nelle aule, qualcuno cercherà comunque risposte non certificate o peggio verrà avvicinato dal lato oscuro del negazionismo. Ma attenzione: la meteorologia non è un’opinione. Il riscaldamento globale non è un dibattito da bar. La comunità scientifica è compatta: non si tratta di un 50/50 tra scettici e convinti. Nemmeno 70/30 o 85/15. Il suo consenso è oltre il 99%. L’attività umana è responsabile del riscaldamento. Punto. E negarlo, oggi, è da folli. Cosa possiamo fare, allora, come cittadini? Imparare l’autoprotezione attiva. Sapere come comportarsi può fare la differenza tra la vita e la morte. Significa conoscere il territorio, monitorarlo, non sottostimare le allerte della PC, sapere dove ripararsi, quando spostarsi e, soprattutto, avere coscienza e contezza di cosa sta succedendo intorno a noi. In un mondo in cui il clima è già cambiato e si avvia spedito a +2°C di media, facciamolo almeno per i nostri figli.

Autore: Donatello Vallotta

Aceto di legno

L’aceto di legno, noto anche come acido o liquore pirolegnoso, è un liquido scuro dall’odore affumicato, ottenuto durante la pirolisi del legno in un processo di decomposizione termica anaerobica,  a diversi gradienti di temperatura. Questo distillato, costituito principalmente da linfa, acido acetico, metanolo, acetone e altri composti organici volatili, ha una lunga storia alle spalle, con origini all’Asia orientale. Le prime testimonianze dell’aceto di legno risalgono al periodo Edo in Giappone (1603-1868), quando veniva prodotto nei forni tradizionali a carbone. Inizialmente, si utilizzava per le sue proprietà antisettiche e come conservante naturale. In Cina e Corea, era impiegato pure nella medicina tradizionale per le sue capacità disinfettanti e repellenti. Nel XIX secolo, attirò l’attenzione dell’Europa come possibile fonte di acido acetico naturale, ancor prima di quello sintetico industriale (cracking). In agricoltura, l’aceto di legno oggi viene impiegato come bioattivatore del suolo, antiparassitario naturale e stimolante della crescita radicale. Diluito in acqua, può essere nebulizzato sulle colture per tenere lontani insetti (finanche i volatili, specie nei primi giorni e in assenza di piogge) e funghi patogeni, migliorando allo stesso tempo la resistenza delle piante allo stress meteo/climatico. Particolarmente diffuso in agricoltura biologica è apprezzato per il basso impatto ambientale e ha la capacità di ridurre l’uso di fitofarmaci chimici. Si può miscelare insieme alla zeolite e al caolino. Questo aceto è legato al biochar, residuo carbonioso solido, anch’esso prodotto durante la pirolisi. Mentre l’aceto viene condensato dai vapori volatili, il biochar rimane materia compatta, porosa e ricca di carbonio. Anche il biochar ha radici antiche: gli indigeni dell’Amazzonia precolombiana lo utilizzavano per migliorare la fertilità del suolo nella cosiddetta “terra preta”, una tecnica riscoperta, e oggi oggetto di studi agricoli e di conservazione del patrimonio boschivo tropicale. Il biochar arricchisce il terreno, aumenta la ritenzione idrica, stimola l’attività microbiologica e sequestra carbonio atmosferico. L’abbinamento biochar/aceto di legno è oggetto di crescenti sperimentazioni, poiché i due elementi, pur essendo prodotti dallo stesso processo, agiscono in sinergia nel miglioramento del suolo e della salute delle colture. In un contesto globale dove la politica non esibisce che cubature cementizie spropositate, consumo di suolo, abbattimenti di foreste e ampie isole urbane di calore senz’ombra, dannose alla salute in nome e per conto di un’economia finita, la riscoperta di tecniche e di elementi antichi, potenziati da conoscenze scientifiche moderne, offrono una speranza, una contrapposizione al modello di omologazione e conformismo sociale sempre meno attento ai dettagli e sempre più distante dai benefici del verde e della natura.

Autore: Donatello Vallotta

Frontolisi

Quando si leggerà questa puntata l’alta pressione subsahariana sarà già acqua passata, eppure per chi soffre il caldo è difficile dimenticarsi della fatica a sopravvivere a queste continue fiammate desertiche. è pur vero che gli ultimi giorni han visto indebolirsi la cupola alto pressoria che ha dominato la scena nella prima e nella seconda decade d’agosto. Questo seppur i tassi igrometrici – inizialmente torridi, e dovuti, in parte, al meccanismo di subsidenza, cioè il lento movimento di discesa di aria molto calda nell’interno della medesima massa d’aria, e dall’altra, dal fenomeno della compressione, che si genera per differenza barica tra i due versanti delle Alpi (ricordiamoci che l’aria si sposta sempre da un campo di alta verso una zona in cui la pressione è più bassa, ergo con ulteriore riscaldamento nel momento di valicare e poi ridiscendere lo spartiacque alpino), siano in parte diminuiti. Con il passare del tempo in ogni caso l’umidità presente ha esacerbato il senso di disagio fisico, specie dove isolati temporali hanno apportato fugace trascurabile frescura. Ma è piovuto davvero poco o niente, proprio perché le correnti erano disposte da nord est verso sud ovest, ovvero progredivano, in un contesto piuttosto secco, con moto retrogrado rispetto al flusso zonale tipico. Alcuni temporali, dapprima su Bressanone, si sono poi incanalati nella Val Sarentino fino alle porte del capoluogo senza mai bagnarlo; altri nati in Val Passiria non hanno mai raggiunto Merano; le zone più fortunate sono state l’alta Val Aurina (una zona benedetta, specie in inverno per la neve), la Val di Fleres e la zona di Sesto Pusteria. Questo movimento retrogrado è poco frequente, perché i fronti temporaleschi devono contrastare la forza di Coriolis, data dalla rotazione terrestre, che nel nostro emisfero devia giocoforza verso destra; ma esso capita con le famose ritornanti. Pertanto, i temporali non disponevano di tanto carburante e di gradienti termici verticali per coprire lunghe distanze andando, come si dice in gergo, in frontolisi. La frontolisi non è altro che il dissipamento del fronte che viene a contatto con un campo anticiclonico, dove le correnti sono discendenti e di conseguenza dissolvono i sistemi nuvolosi, che hanno bisogno di correnti ascendenti – cfr. termiche – per poter sopravvivere e dare spettacolo. Per gli amanti del fresco e del caldo moderato il giorno peggiore è stato sicuramente mercoledì 13 agosto, in cui a Merano sono stati raggiunti, alle ore 16, i 37°C. Quel giorno, lo ricorderò bene, ero a spasso per Lana, un bellissimo paesino ai piedi della Val d’Ultimo, che purtroppo non offre grandi zone d’ombra. Nel paesino tuttavia ci sono ancora zone san(t)e, come imbattersi in una fontana d’acqua potabile per rinfrescarsi capo e polsi. In questi casi ogni singolo sprazzo d’ombra – meglio se composto da grandi piante, ogni pertugio semi climatizzato, come ad esempio aree bancomat, supermercati, l’interno di gelaterie, concessionari d’auto e farmacie – è come se diventasse un’ambasciata della salute, un porto franco, un approdo di sollievo – breve – alle nostre, stufate, membra (e terga) gratinate.

Autore: Donatello Vallotta

Stop

I muscoli contano più del cervello. Il cervello fa risparmiare i muscoli. Stop. “Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, cultura, civiltà. Ma l’ignoranza è un pieno! È un muro, ed i muri si possono solo abbattere. O scavalcare”. Stop. Un privato può esporre nel BalconORTO una bandiera straniera? Il Governo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Cerimoniale di Stato ci dice di sì, a condizione che ne rispetti il decoro. Stop. Come è possibile che il fumo degli incendi del Canada sia giunto fino a noi in Europa? Tutto merito della corrente a getto che scorre nell’alta troposfera; in Giappone, con gli incendi in Siberia, capita esattamente la stessa dinamica, lo stesso cielo lattiginoso, carico di inquinanti, anche se la distanza è di circa 4000km e non 7500. In Canada sono bruciati per ora 35mila km² di vegetazione. Stop. Dove è finito l’anticiclone delle Azzorre e perché con l’anticiclone subsahariano soffriamo così tanto il caldo? Sono due masse molto differenti, d’origini diverse; l’azzorriano è di estrazione oceanica, dunque T max gradevoli e giornate ventilate, notti fresche; il subsahariano nasce nel deserto e si porta appresso l’afa che esacerba la sofferenza fisica, con notti tropicali; inoltre presenta alti valori di geopotenziale con zero termico sopra i 5000 metri. Il surriscaldamento del pianeta sta deviando gli andamenti (cfr. Celle di Hadley, Ferrel e Polare). Stop. Più in generale ci siamo incamminati verso un nuovo clima, dai fenomeni sempre più estremi. Bisogna agire subito prima di capitolare. Stop. Il termine antropocene venne proposto ufficialmente nel 2000 dal premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer in un bollettino durante un convegno IGBP; non furono i primi a coniare un termine che segnasse in modo netto l’impatto umano sulla storia naturale della Terra. Fin dall’Ottocento ci avevano già provato Stoppani (geologo), Vernadskij (geochimico), Teilhard de Chardin (paleontologo) e Andrew Revkin (biologo e giornalista scientifico). Stop. Dopo antropocene, polemicamente, sono nati i neologismi capitolocene o wasteocene. Stop. “Però a quelli in malafede sempre a caccia delle streghe, non vi sembrerò normale, ma è l’istinto che mi fa volare” l’ignoranza oggi, signori, è un vizio capitale!  Stop. Papà, papà, perché con i fondi del PNRR non stanno sistemando le tubature colabrodo dell’acqua dell’intero Paese? Perché non stanno dimorando alberi come se non ci fosse un domani contro le abominevoli estati che ci aspettano? Peraltro acqua e ossigeno non sono essenziali alla vita? Stop. In queste settimane attenzione a Cacyreus marshalli, la farfallina dei gerani, che deposita in prossimità dei boccioli minuscole uova, dalle quali nasceranno i bruchi che si ciberanno nei nostri fiori. Non usate veleni, piuttosto Bacilllus Thuringiensis. Stop. “Nera che porta via, che porta via la via, nera di malasorte che ammazza e passa oltre, acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti, acqua per fotografare per cercare i complici da maledire”. Stop. 

Autore: Donatello Vallotta

Altri mille papaveri rossi

Ai bordi delle strade e lungo alcuni tratti delle massicciate ferroviarie sbocciano i papaveri (Papaver rhoeas). È una pianta annuale che si riproduce da seme, con corolla vermiglio e pistilli neri, in grado di crescere in zone aride e sassose, e di sopportare la siccità. I petali, vibranti e leggeri attirano insetti pronubi e farfalle; il papavero rende omaggio all’impegno e al coraggio di tutti coloro che lottarono per la libertà, per restituire unità e identità ad un Paese sconvolto e frammentato dalla guerra e dalla dittatura. Il 25 aprile non c’è piazza, corteo, angolo, cortile e giardino in cui non capiti alla gente comune di riunirsi, spontaneamente, per rimembrare il passato e scrutare il presente: è il giorno della memoria e della coscienza collettiva. L’origine iconografica del papavero risale però alla prima Guerra Mondiale, durante la quale ci fu un’insolita fioritura in molte parti d’Europa. Gli sconvolgimenti del suolo causati dagli scoppi delle bombe lo fece germogliare in massa, poiché la sua crescita era corroborata dai nitrati presenti negli esplosivi, che fungevano da fertilizzante. Da questo momento i papaveri divennero simbolo dei caduti. Essi furono immortalati in poesia dall’ufficiale canadese John McCrae in ‘Flanders Fields’ perito in Belgio a da Gianni Rodari in ‘La Madre del Partigiano’; trovarono terreno fertile anche nella musica, da Roger Waters in ‘The Final Cut’, a Faber in ‘La Guerra di Piero’, ai Beatles in ‘Penny Lane’ e a Eric Bogle in ‘The Green Fields of France (No Man’s Land). Il papavero invase l’America grazie alla professoressa Moina Belle Michael che lo utilizzò per abbellire i luoghi dove si tenevano manifestazioni e ricorrenze dei militi caduti. L’iniziativa ebbe un tale successo che i papaveri (veri o artificiali, in tessuto) cominciarono ad essere venduti a favore dei reduci e delle loro famiglie. L’usanza si diffuse negli USA, in Canada, in Gran Bretagna e nei paesi del Commonwealth. L’idea fu ripresa anche in Francia da Madame Guérin, un’insegnante che, ispirandosi a quanto già accadeva nei Paesi alleati anglofoni, cominciò a realizzare e vendere papaveri rossi fatti a mano per raccogliere fondi per gli orfani di guerra. Dal 1921 i fiori iniziarono ad essere venduti per beneficenza nel Regno Unito dalla British Legion. In Gran Bretagna il Remembrance Day (giornata in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale) si celebra l’11 novembre, in ricordo dell’armistizio che ebbe luogo in tale data nel 1918, e prende anche il nome di Poppy Day (Giorno dei Papaveri). Alle ore 11 si osservano due minuti di silenzio e il sovrano, insieme ai rappresentanti del governo, depone una corona di papaveri sul monumento ai caduti di Londra ed è tradizione indossare una spilla con un fiore rosso sul risvolto.

Autore: Donatello Vallotta

Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Il certificato di abilitazione 

S’è tenuta presso la scuola professionale di frutti-viti-coltura e giardinaggio di Laimburg, dal 3 al 7 febbraio, una nuova edizione del corso di preparazione al patentino fitosanitario, finalizzato al conseguimento del certificato di abilitazione; si tratta di un documento, indispensabile, per tutti coloro che impiegano prodotti fitosanitari non solo in agricoltura, ma trattano verde urbano, piante ornamentali, usi forestali e disinfestazioni. Rientrano tra i titolari abilitati pure gli hobbisti, ergo ortolani e sfegatati di giardinaggio, che dopo il corso hanno superato positivamente l’esame. Il patentino ha durata quinquennale e può essere rinnovato – su richiesta del titolare – entro la scadenza, previa frequenza di un corso di aggiornamento di dodici ore. Perché è così importante? Fino a poco tempo fa non c’era alcuna limitazione di accesso all’acquisto di fitofarmaci tra professionisti e semplici appassionati; inoltre, per decenni c’è stata un’anarchia negativa nella gestione dei veleni, che ha procurato più danni che benefici, alla salute e all’ambiente. Parliamo soprattutto di glifosate, rame e azoto, che dagli anni ‘70 in poi sono stati sovradosati e, in alcune zone, sono tuttora presenti in alte concentrazioni quali sostanze inserite nel ciclo alimentare planetario e persino nel DNA di mitili, animali e pesci; sull’uomo l’erbicida più diffuso al mondo, invece, è molto probabilmente cancerogeno, e si trascina troppi conflitti di interessi (tanto dipende anche dai coformulanti e coadiuvanti in esso miscelati); certo è che se bisogna intabarrarsi come distopici palombari mentre si spruzza non servono evidenze scientifiche per appurarlo, ma bastano le etichette. Seppur con una certa ritrosia e lentezza, dopo l’emanazione della Direttiva CE n.128 del 2009, l’Italia s’è finalmente adeguata introducendo il PAN – cd piano d’azione nazionale – solo nel 2014; questo piano d’azione incoraggia lo sviluppo e l’introduzione della difesa integrata, promuove approcci e tecniche alternative (BIO), al fine di ridurre la dipendenza dai pesticidi. A decorrere dal 26 novembre 2015 tutti i prodotti fitosanitari, compresi quelli naturali e biologici, si acquistano presso rivenditori autorizzati, si utilizzano solo da chi è munito del patentino/certificato e si conservano all’interno di appositi vani. Degli oltre mille prodotti, dapprima di libera vendita, ne sono rimasti circa 440 nel 2022, 120 nel 2023, mentre, oggi, sugli scaffali di garden e supermercati, ne troviamo poco più di una sessantina, peraltro più edulcorati rispetto al passato. Gli amanti del BalconORTO e tutti coloro che hanno a cuore il verde, la natura e l’ambiente sono invitati ad iscriversi al prossimo contingente, che si terrà in agosto all’Istituto agrario di Laimburg. Un sentito ringraziamento alla Segreteria della scuola e al docente, dott. For. Davide Simionato.

Autore: Donatello Vallotta

Formiche


I giorni della merla non sono più i giorni della merla. Le giornate di ghiaccio in pianura sono ormai scomparse e nei fondivalle alpini si contano sul palmo di una mano. La quota neve è rilegata sempre più in alto, mentre quella che cade dal cielo, a quote calpestabili al di qua delle Alpi, assume le sembianze di un miraggio e dura quanto il volo di effimere adulte. La tempesta Eowyn che ha flagellato Irlanda e Irlanda del Nord, e lasciato a picco oltre un milione di utenze elettriche, ha di fatto spalancato la Porta Atlantica (via del Rodano) dispensando precipitazioni nel Mediterraneo, seppur con  l’inusuale caratteristica di perturbazioni a stampo autunnale in pieno gennaio, ergo tuoni, fulmini e downburst. Le sparute magnolie di piazza Domenicani a Bolzano, che in estate regalano ancora un’ombra risibile, e paiono come uova al tegamino, attorniate tra sampietrini e lastricati roventi, sfoderano appena percettibili e incastonate sui rametti gemme primordiali, ad accennare l’ardire primavera. In queste trasformazioni si muove e si compie la nostra vita, come formichine in un percorso ad ostacoli, distaccata o concitata che sia, ridotta ormai a confrontarsi, se va bene, quasi esclusivamente, e per ogni situazione con il meccanismo economico ad empatia ridotta. Noi abbiamo bisogno di dormire per essere prestanti, ma i soldi non dormono mai. La contraddizione è dunque vivere su un globo terracqueo chiuso e con un sistema di approvvigionamento finito, in cui esaurite tutte le scorte non ci resterebbe che mangiare i soldi; fritti saranno sicuramente buoni! Ma abbiamo soprattutto la necessità di aiutare gli altri e le persone meno fortunate di noi, per stare bene con noi stessi ed allontanarci dal nostro ego. Il nostro equilibrio dipende in gran parte dalla natura, che, come Madre, ci insegna non solo a vedere e a guardare, bensì ad osservare ogni minimo dettaglio e a rapportarlo nel presente. Nei nostri boschi le formiche costruiscono enormi nidi sotterranei tramite gli aghi di conifere e in caso di attacchi esterni secernono l’acido formico per far fuggire i predatori. Corvi e ghiandaie, per esempio, stuzzicano le formiche rosse per ricevere un bagno di acido formico e debellare così i loro parassiti, mentre i picchi si infilano nei formicai per farne incetta. In città, nel BalconORTO la presenza di formiche è legata alla melata che afidi, cocciniglie e psille emettono mentre banchettano con le nostre piante e, sempre loro, provvedono alla difesa di questi fitopatogeni per continuare a nutrirsi; oppure perché sono richiamate dai residui di cibo e da calde intercapedini dove vivono al sicuro. Incredibile la storia che proviene dal Kenya, a che vi invito ad approfondire, dove una specie alloctona ha praticamente messo in crisi l’intera catena alimentare (cfr. formica a testa grossa, Pheidole megacephala).

Autore: Donatello Vallotta