Stop

I muscoli contano più del cervello. Il cervello fa risparmiare i muscoli. Stop. “Se l’ignoranza fosse un vuoto sarebbe facile riempirlo di cose, cultura, civiltà. Ma l’ignoranza è un pieno! È un muro, ed i muri si possono solo abbattere. O scavalcare”. Stop. Un privato può esporre nel BalconORTO una bandiera straniera? Il Governo, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Cerimoniale di Stato ci dice di sì, a condizione che ne rispetti il decoro. Stop. Come è possibile che il fumo degli incendi del Canada sia giunto fino a noi in Europa? Tutto merito della corrente a getto che scorre nell’alta troposfera; in Giappone, con gli incendi in Siberia, capita esattamente la stessa dinamica, lo stesso cielo lattiginoso, carico di inquinanti, anche se la distanza è di circa 4000km e non 7500. In Canada sono bruciati per ora 35mila km² di vegetazione. Stop. Dove è finito l’anticiclone delle Azzorre e perché con l’anticiclone subsahariano soffriamo così tanto il caldo? Sono due masse molto differenti, d’origini diverse; l’azzorriano è di estrazione oceanica, dunque T max gradevoli e giornate ventilate, notti fresche; il subsahariano nasce nel deserto e si porta appresso l’afa che esacerba la sofferenza fisica, con notti tropicali; inoltre presenta alti valori di geopotenziale con zero termico sopra i 5000 metri. Il surriscaldamento del pianeta sta deviando gli andamenti (cfr. Celle di Hadley, Ferrel e Polare). Stop. Più in generale ci siamo incamminati verso un nuovo clima, dai fenomeni sempre più estremi. Bisogna agire subito prima di capitolare. Stop. Il termine antropocene venne proposto ufficialmente nel 2000 dal premio Nobel per la chimica dell’atmosfera Paul Crutzen e dal biologo Eugene Stoermer in un bollettino durante un convegno IGBP; non furono i primi a coniare un termine che segnasse in modo netto l’impatto umano sulla storia naturale della Terra. Fin dall’Ottocento ci avevano già provato Stoppani (geologo), Vernadskij (geochimico), Teilhard de Chardin (paleontologo) e Andrew Revkin (biologo e giornalista scientifico). Stop. Dopo antropocene, polemicamente, sono nati i neologismi capitolocene o wasteocene. Stop. “Però a quelli in malafede sempre a caccia delle streghe, non vi sembrerò normale, ma è l’istinto che mi fa volare” l’ignoranza oggi, signori, è un vizio capitale!  Stop. Papà, papà, perché con i fondi del PNRR non stanno sistemando le tubature colabrodo dell’acqua dell’intero Paese? Perché non stanno dimorando alberi come se non ci fosse un domani contro le abominevoli estati che ci aspettano? Peraltro acqua e ossigeno non sono essenziali alla vita? Stop. In queste settimane attenzione a Cacyreus marshalli, la farfallina dei gerani, che deposita in prossimità dei boccioli minuscole uova, dalle quali nasceranno i bruchi che si ciberanno nei nostri fiori. Non usate veleni, piuttosto Bacilllus Thuringiensis. Stop. “Nera che porta via, che porta via la via, nera di malasorte che ammazza e passa oltre, acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti, acqua per fotografare per cercare i complici da maledire”. Stop. 

Autore: Donatello Vallotta

Altri mille papaveri rossi

Ai bordi delle strade e lungo alcuni tratti delle massicciate ferroviarie sbocciano i papaveri (Papaver rhoeas). È una pianta annuale che si riproduce da seme, con corolla vermiglio e pistilli neri, in grado di crescere in zone aride e sassose, e di sopportare la siccità. I petali, vibranti e leggeri attirano insetti pronubi e farfalle; il papavero rende omaggio all’impegno e al coraggio di tutti coloro che lottarono per la libertà, per restituire unità e identità ad un Paese sconvolto e frammentato dalla guerra e dalla dittatura. Il 25 aprile non c’è piazza, corteo, angolo, cortile e giardino in cui non capiti alla gente comune di riunirsi, spontaneamente, per rimembrare il passato e scrutare il presente: è il giorno della memoria e della coscienza collettiva. L’origine iconografica del papavero risale però alla prima Guerra Mondiale, durante la quale ci fu un’insolita fioritura in molte parti d’Europa. Gli sconvolgimenti del suolo causati dagli scoppi delle bombe lo fece germogliare in massa, poiché la sua crescita era corroborata dai nitrati presenti negli esplosivi, che fungevano da fertilizzante. Da questo momento i papaveri divennero simbolo dei caduti. Essi furono immortalati in poesia dall’ufficiale canadese John McCrae in ‘Flanders Fields’ perito in Belgio a da Gianni Rodari in ‘La Madre del Partigiano’; trovarono terreno fertile anche nella musica, da Roger Waters in ‘The Final Cut’, a Faber in ‘La Guerra di Piero’, ai Beatles in ‘Penny Lane’ e a Eric Bogle in ‘The Green Fields of France (No Man’s Land). Il papavero invase l’America grazie alla professoressa Moina Belle Michael che lo utilizzò per abbellire i luoghi dove si tenevano manifestazioni e ricorrenze dei militi caduti. L’iniziativa ebbe un tale successo che i papaveri (veri o artificiali, in tessuto) cominciarono ad essere venduti a favore dei reduci e delle loro famiglie. L’usanza si diffuse negli USA, in Canada, in Gran Bretagna e nei paesi del Commonwealth. L’idea fu ripresa anche in Francia da Madame Guérin, un’insegnante che, ispirandosi a quanto già accadeva nei Paesi alleati anglofoni, cominciò a realizzare e vendere papaveri rossi fatti a mano per raccogliere fondi per gli orfani di guerra. Dal 1921 i fiori iniziarono ad essere venduti per beneficenza nel Regno Unito dalla British Legion. In Gran Bretagna il Remembrance Day (giornata in ricordo dei caduti della prima guerra mondiale) si celebra l’11 novembre, in ricordo dell’armistizio che ebbe luogo in tale data nel 1918, e prende anche il nome di Poppy Day (Giorno dei Papaveri). Alle ore 11 si osservano due minuti di silenzio e il sovrano, insieme ai rappresentanti del governo, depone una corona di papaveri sul monumento ai caduti di Londra ed è tradizione indossare una spilla con un fiore rosso sul risvolto.

Autore: Donatello Vallotta

Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Il certificato di abilitazione 

S’è tenuta presso la scuola professionale di frutti-viti-coltura e giardinaggio di Laimburg, dal 3 al 7 febbraio, una nuova edizione del corso di preparazione al patentino fitosanitario, finalizzato al conseguimento del certificato di abilitazione; si tratta di un documento, indispensabile, per tutti coloro che impiegano prodotti fitosanitari non solo in agricoltura, ma trattano verde urbano, piante ornamentali, usi forestali e disinfestazioni. Rientrano tra i titolari abilitati pure gli hobbisti, ergo ortolani e sfegatati di giardinaggio, che dopo il corso hanno superato positivamente l’esame. Il patentino ha durata quinquennale e può essere rinnovato – su richiesta del titolare – entro la scadenza, previa frequenza di un corso di aggiornamento di dodici ore. Perché è così importante? Fino a poco tempo fa non c’era alcuna limitazione di accesso all’acquisto di fitofarmaci tra professionisti e semplici appassionati; inoltre, per decenni c’è stata un’anarchia negativa nella gestione dei veleni, che ha procurato più danni che benefici, alla salute e all’ambiente. Parliamo soprattutto di glifosate, rame e azoto, che dagli anni ‘70 in poi sono stati sovradosati e, in alcune zone, sono tuttora presenti in alte concentrazioni quali sostanze inserite nel ciclo alimentare planetario e persino nel DNA di mitili, animali e pesci; sull’uomo l’erbicida più diffuso al mondo, invece, è molto probabilmente cancerogeno, e si trascina troppi conflitti di interessi (tanto dipende anche dai coformulanti e coadiuvanti in esso miscelati); certo è che se bisogna intabarrarsi come distopici palombari mentre si spruzza non servono evidenze scientifiche per appurarlo, ma bastano le etichette. Seppur con una certa ritrosia e lentezza, dopo l’emanazione della Direttiva CE n.128 del 2009, l’Italia s’è finalmente adeguata introducendo il PAN – cd piano d’azione nazionale – solo nel 2014; questo piano d’azione incoraggia lo sviluppo e l’introduzione della difesa integrata, promuove approcci e tecniche alternative (BIO), al fine di ridurre la dipendenza dai pesticidi. A decorrere dal 26 novembre 2015 tutti i prodotti fitosanitari, compresi quelli naturali e biologici, si acquistano presso rivenditori autorizzati, si utilizzano solo da chi è munito del patentino/certificato e si conservano all’interno di appositi vani. Degli oltre mille prodotti, dapprima di libera vendita, ne sono rimasti circa 440 nel 2022, 120 nel 2023, mentre, oggi, sugli scaffali di garden e supermercati, ne troviamo poco più di una sessantina, peraltro più edulcorati rispetto al passato. Gli amanti del BalconORTO e tutti coloro che hanno a cuore il verde, la natura e l’ambiente sono invitati ad iscriversi al prossimo contingente, che si terrà in agosto all’Istituto agrario di Laimburg. Un sentito ringraziamento alla Segreteria della scuola e al docente, dott. For. Davide Simionato.

Autore: Donatello Vallotta

Formiche


I giorni della merla non sono più i giorni della merla. Le giornate di ghiaccio in pianura sono ormai scomparse e nei fondivalle alpini si contano sul palmo di una mano. La quota neve è rilegata sempre più in alto, mentre quella che cade dal cielo, a quote calpestabili al di qua delle Alpi, assume le sembianze di un miraggio e dura quanto il volo di effimere adulte. La tempesta Eowyn che ha flagellato Irlanda e Irlanda del Nord, e lasciato a picco oltre un milione di utenze elettriche, ha di fatto spalancato la Porta Atlantica (via del Rodano) dispensando precipitazioni nel Mediterraneo, seppur con  l’inusuale caratteristica di perturbazioni a stampo autunnale in pieno gennaio, ergo tuoni, fulmini e downburst. Le sparute magnolie di piazza Domenicani a Bolzano, che in estate regalano ancora un’ombra risibile, e paiono come uova al tegamino, attorniate tra sampietrini e lastricati roventi, sfoderano appena percettibili e incastonate sui rametti gemme primordiali, ad accennare l’ardire primavera. In queste trasformazioni si muove e si compie la nostra vita, come formichine in un percorso ad ostacoli, distaccata o concitata che sia, ridotta ormai a confrontarsi, se va bene, quasi esclusivamente, e per ogni situazione con il meccanismo economico ad empatia ridotta. Noi abbiamo bisogno di dormire per essere prestanti, ma i soldi non dormono mai. La contraddizione è dunque vivere su un globo terracqueo chiuso e con un sistema di approvvigionamento finito, in cui esaurite tutte le scorte non ci resterebbe che mangiare i soldi; fritti saranno sicuramente buoni! Ma abbiamo soprattutto la necessità di aiutare gli altri e le persone meno fortunate di noi, per stare bene con noi stessi ed allontanarci dal nostro ego. Il nostro equilibrio dipende in gran parte dalla natura, che, come Madre, ci insegna non solo a vedere e a guardare, bensì ad osservare ogni minimo dettaglio e a rapportarlo nel presente. Nei nostri boschi le formiche costruiscono enormi nidi sotterranei tramite gli aghi di conifere e in caso di attacchi esterni secernono l’acido formico per far fuggire i predatori. Corvi e ghiandaie, per esempio, stuzzicano le formiche rosse per ricevere un bagno di acido formico e debellare così i loro parassiti, mentre i picchi si infilano nei formicai per farne incetta. In città, nel BalconORTO la presenza di formiche è legata alla melata che afidi, cocciniglie e psille emettono mentre banchettano con le nostre piante e, sempre loro, provvedono alla difesa di questi fitopatogeni per continuare a nutrirsi; oppure perché sono richiamate dai residui di cibo e da calde intercapedini dove vivono al sicuro. Incredibile la storia che proviene dal Kenya, a che vi invito ad approfondire, dove una specie alloctona ha praticamente messo in crisi l’intera catena alimentare (cfr. formica a testa grossa, Pheidole megacephala).

Autore: Donatello Vallotta

L’aglione della Val di Chiana

Collocata in Centro Italia, tra le province di Arezzo e Siena e tra Perugia e Terni, la Val di Chiana è una valle tettonica lunga 104 km. Solcata dal fiume sacro Clanis Aretinum fu il palcoscenico di Etruschi, Romani, pontefici, Signori e Corti, eserciti, persone famose e comuni, tra paludi e bonifiche. Assieme alla costa grossetana, questa piana è la zona di origine dell’aglione. L’Allium ampeloprasum var. Holmense è una geofita bulbosa, perennante, annuale in coltura. Le radici sono fascicolate, cordiformi e superficiali. Il fusto è detto “cormo” o “girello”, le foglie in numero di dodici, sono amplessicauli alla base, mentre a distanza sono lineari, nastriformi, acuminate, leggermente carenate. Lo scapo fiorale è cilindrico, pieno e ricurvo, quando in piena fioritura è eretto e può raggiungere altezze rilevanti. Il bulbo detto “capo” o “testa” è di colore bianco avorio e molto grosso (Ø 10/15cm), può raggiungere da fresco i 600/800 gr. Ogni bulbo è composto da 3/6 spicchi sessili, molto grossi (peso medio 60/80 gr con punte fino a 250 gr), a forma di “castagna”, carnosi, addossati al fusto e rivestiti da squame esterne scariose. Al contrario di ciò che si pensa e che il nome suggerisce l’aglione ha più caratteri in comune con il porro che con l’aglio e organoletticamente ha gusto più delicato. Caduto nel dimenticatoio, dagli anni ’90 è tornato in auge, tanto da essere tutelato e valorizzato nel disciplinare di produzione, 2017. L’Aglione non necessita di elevata disponibilità idrica, tuttavia nei mesi primaverili, in simultaneità dell’ingrossamento dei bulbi e dell’aumento dell’evapotraspirazione dei suoli, deve poter disporre di sufficienti riserve d’acqua. Predilige terreni  sabbiosi, permeabili e non argillosi. I grossi spicchi della sua testa sono troppo teneri per uscire incolumi dalle spedizioni postali, pertanto, la riproduzione di questa varietà avviene tramite i bulbillini; queste palline irregolari, dalla buccia spessa e coriacea, penzolano attaccate alle radici delle piante madri, in numero variabile, e ne costituiscono la semenza. Le differenze per tecnica e tempistiche di raccolta, tra colture a base di spicchi e di bulbillini sono diverse: con i primi si segue lo schema dell’aglio (semina a settembre, raccolta a luglio), mentre nei bulbillini si deve giocoforza rimuovere la dura pellicina che li riveste – ma solo nella parte apicale – per favorire la germogliazione, interrando poi le palline in vasetti Ø 10cm. Brevi irrigazioni periodiche e lunghe attese, finanche a un anno, sono gli ingredienti necessari. Quando le piante raggiungeranno altezze e sviluppo accettabili si collocheranno in piena terra o sul BalconORTO, nel mese di settembre: raccoglieremo infine le teste di aglione fresco nel luglio successivo. 

Autore: Donatello Vallotta

Addio agli orti di via Foro Boario

È bastata una lettera raccomandata, ritirata a metà settembre, per gettare gli ortolani nello sconforto. La notizia girava già da alcuni mesi, e non si sapeva se fossero le solite voci di corridoio o se, al contrario, era qualcosa di tangibile; come spesso accade in queste situazioni si va avanti un po’ ‘sul chi va là’ e si cerca di restare positivi. Purtroppo, l’epistola conteneva l’ufficialità, suggellata dal Comune di Merano, che entro il 15 novembre tutti gli ortolani dovevano abbandonare la propria parcella. Tra tutte queste anime spaesate c’ero anch’io. Grazie alla gentile concessione dell’ex Sindaco Paul Rösch, disponevo di una piccola porzione dal 2017, che poi era stata prorogata di anno in anno dall’attuale Amministrazione; in primis perché c’è sempre stata la disponibilità immediata ed in secundis per meriti culturali come custode di semi dell’associazione fiorentina Seed Vicious, amministratore del gruppo Facebook Balconorto – frutta e verdura a portata di mano – nonché redattore pro bono di questa rubrica; l’appuntamento ormai consueto su tutte e tre le edizioni di Quimedia, attinente alla coltivazione di piante orticole sul balcone, con alcune digressioni, alla possibilità di confrontare le diverse fasi di crescita tra colture in vaso e piena terra, e disporre di semi riproducibili. L’età media dei fruitori degli orti comunali è piuttosto alta, ci sono svariate figure per classe, origine e provenienza; esse possono apparire tranquillamente come gli zii o i nonni,  fortemente connessi alla terra e che trovano nei lavoretti manuali dei miglioramenti delle condizioni di salute, di autostima e modeste autoproduzioni; gli spazi gestiti dalla Caritas invece sono curati da persone più giovani, che hanno sicuramente alle spalle storie e vicissitudini da raccontare, legate alle realtà migratorie e riscatti d’integrazione. Ricordo ancora il giorno in cui ho barattato pomodori e cetrioli con dell’ottimo tè alla menta marocchina da parte di Jamil, sotto la pergola; e proprio lì, recentemente, si sono tenute le riunioni settimanali tra gli ortolani ed i rappresentanti comunali. Infatti, come si è potuto leggere dai giornali, la SASA, società mista privata pubblica, azionista di maggioranza, ha deciso di collegare la grande rimessa di via Foro Boario inglobando questo lembo di terra per creare una stazione di rifornimento a idrogeno per i propri mezzi. In questo abbandono forzato l’Assessore Stefan Frötscher e l’assistente amministrativa sig.ra Tanja Gruber si sono dimostrati davvero molto disponibili ed empatici nei nostri confronti, un faro nella tempesta; speriamo ci sia la stessa sensibilità anche nei confronti del marmista Zanaga. In attesa del trasloco, nei fine settimana tra ottobre e novembre chi più, chi meno ha provveduto ad organizzare lo sgombero del proprio spazio (termine prorogato fino al 30.11), iniziando a raggruppare tutto il materiale ancora in buono stato, a sradicare le piante perenni da trapiantare nei nuovi lotti messi a disposizione tra via Lunga, Sinigo e altri quartieri. Le zampe degli asparagi, ormai quinquennali, le ho prima eradicate e poi messe a dimora sul balcone; anche il piccolo cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara), nato spontaneo da un semino a spasso nel vento, e miracolato alle ruspe, ha trovato nuova vita sul balconORTO.

Autore: Donatello Vallotta

Giornate europee dei Cortinari 2024

Nel comune svizzero di Quarten, nel Canton San Gallo, distretto di Sarganserland, sul lago di Walenstadt, e presso il nuovo centro di Schönstatt s’è tenuto il 40° congresso europeo dei Cortinari, organizzato dall’associazione micologica JEC. Dopo la prima trasferta parmense dello scorso anno, raggiungere Quarten da Merano è stata un’esperienza decisamente importante; – in primis – perché vissuta al di fuori di una sorta di zona di confort; e, in secondo luogo a causa del fatto che sono stato ufficialmente incaricato di realizzare fotografie e video delle attività sociali, godendo di ampia autonomia, intento a catturare sfumature, particolari e dettagli in una zona ancora sconosciuta agli occhi. Non mi sono dunque limitato a ritrarre i carpofori in habitat (a mano libera s’intende, perché predisporre un set, nel bosco, necessiterebbe di troppo tempo), ma di descrivere e regalare, sia ai soci presenti, sia a quelli che non hanno potuto aderire quest’anno, testimonianze e ricordi della settimana elvetica. Anche al Nord delle Alpi sono state giornate meteorologicamente frizzanti, condite da tanta pioggia, vento e poco sole. Mercoledì 9, dai resti dell’uragano Kirk, abbiamo provato sulla nostra pelle gli effetti del favonio da Sud con raffiche davvero costanti e imponenti fino a notte fonda. Il vociare dei rami flessi dal vento sormontava i nostri richiami! Purtroppo la speranza di immortalare l’aurora boreale e la SAR del 10/11 ottobre è svanita a causa della copertura nuvolosa e della pioggia incessante; mentre in Italia le condizioni erano ottimali. Il nuovo centro di Schönstatt aveva tutto l’occorrente a portata di mano, quindi ogni attività, dal pernottamento, alle determinazioni, alle riunioni, al rifocillamento la si è potuta svolgere comodamente in sede, eccetto, naturalmente le gite. Ogni mattina, infatti, dalle ore 9, tre gruppi di diversi colori (escursioni rossa, verde e blu) partivano verso i boschi prescelti per raccogliere miceti. Il Direttivo ha vagliato luoghi dalle molteplici quote (da 450m in su), variegate varietà arboree e tipi di suolo (acido/calcareo); nello specifico Arvenbühl, Amden, Elm, Obersee, Klöntal, Mollis, Chapfensee e Wichlen. Da Wichlen, e dai boschi di conifere a 1600m di quota, abbiamo ammirato tutta la Valle del Sernf, circondata ambo i lati da incantevoli vette alpine quali Kärpf 2794m, Hausstock 3158m, Blistock 2448m, Vorab 3028m, Laaxer Stöckli 2898m, Piz Segnas 3099m, Piz Sardona 3056m. Evidenti le differenze di vegetazione rispetto all’Alto Adige, come boschi misti fino a 1500 metri di quota (perlomeno nelle zone visitate), con faggi e aceri a spadroneggiare, e già con un foliage avanzato. Ho riscontrato un grado maggiore di civiltà, di pulizia e rispetto assoluto nei confronti della Natura, rispetto ai nostri boschi. Il ritorno a casa percorso mediante strade di montagna ha confermato ancor di più questa considerazione, specie al momento di attraversare il Passo Flüela, 2383m, un valico montano di rara bellezza che collega Davos a Susch e poi, ancora, da Zernez, tramite il passo del Forno, 2149m, a Müstair e a Tubre, fino al suolo italico. La Svizzera orientale è una zona poco abitata, un luogo aspro e selvaggio e di una magnificenza naturale incredibile.

Autore: Donatello Vallotta

Sospesi

Può essere crudele il divario tra percezione e realtà per chi non ha le spalle larghe? Tra la polvere di muri sgretolati e strade simili a groviere, case sgarrupate da bombe intelligenti e sventrate dalla furia dei fiumi romagnoli, austriaci, cechi e polacchi anche la larghezza delle scapole non serve a nulla, se non per sviscerare macerie o spalare fango, nella disperazione. Siamo sospesi, nel vuoto. Mentre le guerre non hanno tempi di ritorno ben precisi, ma scoppiano ininterrottamente, hanno durate indefinite e soluzioni larvali, ecco che, in aggiunta, alluvioni e fasi siccitose nostrane – due facce della stessa medaglia – mostrano incontrovertibilmente i sintomi di un paziente malato, la Terra. 

“I cicli esistono, ma si manifestano su scale temporali molto più lunghe rispetto a quella attuale. Il tasso di riscaldamento odierno non ha eguali nel passato (fino alla notte dei tempi), è velocissimo, e senza la forzante antropica, dal 1960 ad oggi la temperatura media del pianeta doveva rimanere stazionaria o addirittura diminuire leggermente. Quindi l’unico ‘responsabile’ è l’effetto dell’eccessiva concentrazione dei gas otticamente attivi, al netto di brevissime fluttuazioni legate alla variabilità naturale; l’attività solare non c’entra”, ci spiega Pierluigi Randi, meteorologo e presidente AMPRO. Siamo sospesi, finché la coorte dell’informazione non adotterà un approccio più  scientifico, piuttosto che sensazionalistico ed acchiappa-like. Sospesi,  su di un ponte sospeso. Quando il sole illumina le pendici arboree della gola sottostante, il tempo sembra fermarsi e dilatarsi per un attimo. Lo sguardo ne percorre i contorni e si fionda aggrappandosi all’orizzonte, come se laggiù si possano trovare certezze; le mani, invece, stringono i cavi che lo ancorano alla roccia, l’istintiva reazione al dondolio e al baratro. L’acciaio è freddo, come quello dei corpi sotto ai ruderi e detriti. La forza dell’acqua ha sradicato persino querce secolari dai cortili, nonché ettari di vegetazione ripariale, abbattuto argini, spazzato via anni di sacrifici ed ingiurie. Non s’è salvata manco la varroa, acari parassiti delle api, con le arnie galleggianti nell’alveo, a giocare di stecca con i tronchi, che tappano il regolare deflusso sotto le arcate dei ponti sopravvissuti. Siamo sospesi, senza terra sotto ai piedi; se ci fosse davvero un possedimento sarebbe sepolto sotto tonnellate di limo e di croste argillose che tolgono il respiro, alle piante e a tutti gli abitanti della buccia terrestre; sospesi, ma col cuore che batte, ancora. Ricordiamocelo, soprattutto, in tempi di pace, perché la fortuna non ammette mancanza di percezione. Fragili e sospesi, con le braccia al cielo e gli occhi sgranati, memori spettatori di quel famoso calciatore siciliano, che tanto ci fece emozionare.

Autore: Donatello Vallotta

L’estate 2024

Dal 21 giugno abbiamo perso circa 1h e 45’ di soleggiamento; il sole è sceso di circa 13° di altezza (al 25.8), ma il caldo maltempo non intende abbandonarci. Nelle nostre zone qualche infiltrazione atlantica, e più d’una goccia fredda, hanno lenito l’insofferenza afosa con fugaci locali temporali; in altre, per esempio nell’Ogliastra, in Sardegna, la persistente siccità ha mutato drasticamente il paesaggio, con alberi dal color ruggine oramai allo strenuo, con tutti gli annessi ecologici, biologici e ambientali.
A Bolzano, al 25 agosto, avevamo già superato il numero di notti tropicali (T > 20°C) rispetto al 2015. Generalmente, la sensazione di disagio, legata alla presenza di umidità, inizia ad essere avvertita con temperatura di rugiada superiore a 16°C.
Il 1° settembre inizia l’autunno meteorologico, ma non illudiamoci: pare che si terrà a stretto contatto con le risalite del promontorio subsahariano, prolungando l’estate e regalandoci malvolentieri lo zero termico a quote stellari per il periodo, fusione dei ghiacciai, cospicua umidità ed afa a badilate per la maggior evaporazione degli oceani. Si tratta di ingredienti, specie gli ultimi due, che forniscono energia e carburante infiniti per downburst e grandine.
In queste estati umide ed estreme un fattore importante è costituito dell’evapotraspirazione (ET), una variabile costituita da molteplici fattori che bisogna cercare di tenere sempre presenti, per non far soffrire di stress idrico le piante. Nell’orto è più facile, vuoi per la profondità e perché i pani radicali e le specie collaborano tra di loro, e l’ET si può contrastare non estirpando le infestanti e sfruttandole come ombreggianti, posizionando poi qualche pietra nei punti scoperti; nel balconORTO, invece, è opportuno – in primis – conoscere le caratteristiche del proprio terrazzo, l’esposizione, i punti più secchi, stagni, coperti, ventosi o soleggiati, nonché verificare la direzione del vento, l’umidita relativa, la velocità di raffica e le ore di soleggiamento; ma non solo, poiché lì incide anche la piastrellatura ed il calore che viene rilasciato post tramonto. Ogni anno – un terno al lotto – si aggiungono esperienze e intuizioni, e sta a noi poi approfondire e migliorare le nostre competenze.
Un bilancio dell’estate 2024?
Decisamente complicata per i pomodori, a causa della peronospora. Finora ho assaggiato solo i pomodorini del balcone, mentre quelli nell’orto sono in via di maturazione. Benino le zucchine, che con l’umidità ed il vento hanno sopportato con onore l’oidio. Molto bene rucola, asparagi, basilico, coste, cipolle, trombette e cetrioli. Sul balcone il podio se lo sono contesi i peperoni piccanti, i pomodorini ed il cavolo nero. Vincitrici assolute le api solitarie nell’albergo degli insetti.

Redattore: Donatello Vallotta