La storia di Piazza Gries e del suo quartiere

L’ampia piazza deve la sua costruzione al XIII secolo ed è il centro naturale del quartiere, che fu incorporato a Bolzano solo nel 1925/26. Il vecchio nome della piazza era Dorfplatz (piazza del villaggio); dopo l’elevazione della comunità rurale di Gries al rango di città mercato da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe I, la piazza fu chiamata Kaiser-Franz-Josefs-Platz (piazza dell’imperatore Francesco Giuseppe) fino all’annessione italiana dell’Alto Adige a seguito della prima guerra mondiale.

Durante il periodo fascista, la piazza portava il nome esclusivamente italiano di Piazza Tiberio, che fu modificato solo nel 1945 a favore della denominazione attuale. Nella prima metà del XX secolo, un tram elettrificato collegava Piazza Gries con la stazione di Bolzano. Il tram correva lungo l’ex via dei Reichs Meraner (l’attuale Via Diaz).
Piazza Gries è delimitata su tre lati da blocchi compatti di case e sul lato nord dall’abbazia benedettina di Muri-Gries con la chiesa tardo barocca di Agostino. A destra della Parrocchiale di Gries si trovano la vecchia locanda Goldenes Kreuz (oggi ristorante e scuola di musica di Gries) e l’ex municipio di Gries. Sul lato est, l’asse stradale dell’odierno Corso Libertà, tracciato dal regime fascista nel 1935/36, conduce in linea retta dalla vecchia Münzbank al ponte Talvera e al centro storico di Bolzano.Fino ad allora la piazza era rimasta collegata al centro di Bolzano attraverso la vecchia Vinschgauer Landstraße o Reichsstraße (attuale Via Diaz).
L’antico nome del quartiere era Hof. Già nel 1487, nell’ordinanza del tribunale fondiario di Gries-Bolzano emessa sotto il duca Sigismondo d’Austria-Tirolo, la piazza è menzionata nei documenti come luogo di raduno con la denominazione “der platz ze Gries vor dem kloster.”

LA STORIA DI GRIES
Come detto, Gries ha una storia parallela a Bolzano. Si sviluppò come centro agricolo intorno a una fortificazione eretta in epoca altomedievale da una dinastia oggi estinta, i conti di Morit-Greifenstein. Gries acquistò importanza nei confronti di Bolzano quando il conte tirolese Mainardo II e i suoi figli puntarono su Gries come borgo concorrenziale alla città vescovile. Il duca austriaco Federico IV aggregò nel primo Quattrocento il monastero agostiniano di S. Maria in Augia (in tedesco St. Maria in der Au; fondato dal conte Arnold III di Morit-Greifenstein e dalla sua consorte bavarese Mathilde di Valley negli anni Sessanta del dodicesimo secolo) al “castello di Gries”, l’attuale abbazia di Muri-Gries.
Nel XIX secolo Gries si sviluppò molto come luogo di cura e stazione climatica (Kurort Gries), ospitando molte personalità dell’Austria-Ungheria e della Germania bismarckiana; a questi si devono la costruzione della chiesa luterano-evangelica (Christuskirche) nel 1908. A quest’epoca risalgono il sanatorio Grieserhof, le passeggiate del Guncina (Guntschnapromenade), inaugurate il 30 ottobre 1892 e dedicate originariamente all’arciduca austriaco Heinrich (Erzherzog-Heinrich-Promenade), figlio di Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena deceduto nel 1891.
Nel 1901 l’imperatore Francesco Giuseppe I elevò Gries a comune mercato. Nel 1913 l’architetto Richard Müller di Dresda redasse un nuovo piano regolatore che però non fu messo in atto causa lo scoppio della Prima guerra mondiale.
Negli anni venti e trenta il quartiere venne urbanizzato, dopo l’aggregamento dell’ex-comune mercato di Gries alla città di Bolzano nel 1925, con la costruzione della “Grande Bolzano”, prevedente strade e palazzi in stile razionalista/monumentale italiano (quale l’odierno Corso della Libertà) dove ospitare le infrastrutture governative, come il Monumento alla Vittoria di Marcello Piacentini (del 1926-28), il Tribunale, l’ex Casa del Fascio (oggi Palazzo degli Uffici finanziari), col grande altorilievo di Hans Piffrader, e il Commissariato del Governo (che sostituì la Villa Wendlandt di cui rimane il parco). Oltre a questi palazzi vennero costruite dal 1928 case in stile neo-veneziano (lungo la direttrice via Venezia) destinate a ospitare i funzionari dei palazzi sopraccitati.

IL TOPONIMO
Il nome deriva da due toponimi storici. Gries era originariamente un comune autonomo a vocazione agricola, attestato già nel 1185 come Griaz, nel 1186 come Grize, nel 1320 come Griez e nel 1525 come “Gries”.
Il nome più antico di Gries era invece Keller, nome germanico attestato fino nel tardo Medioevo e legato alla cantina vinicola della chiesa vescovile di Frisinga (in Baviera) che era situata nell’ex maso Lofferer vicino all’antica chiesa parrocchiale di Gries. Si hanno le attestazioni di Chelre e Cheller del 1293 e di Kelre e Keller del 1318.

I BORGOMASTRI
Dal 1850, con l’entrata in vigore della nuova legge comunale austriaca, fino alla soppressione del Comune autonomo da parte delle autorità fasciste nel 1925 e il suo inglobamento in Bolzano, vi furono sei borgomastri (Bürgermeister) eletti a Gries: Karl von Zallinger, (17.9.1850 – 20.10.1860), Anton Schmid (2.3.1861 – 9.71876), Johann Nepomuk barone von Giovanelli (24.9.1876 – 3.12.1876, Franz Tutzer (14.1.1877 – 23.5.1886), Franz Lintner-Unterrautner (11.7.1886 – 7.12.1907), Josef Mumelter-Möckl, (3.1.1908 – 10.12.1925).

La Biblioteca Europa di Via del Ronco, un luogo ospitale ed inclusivo

Prima un allestimento fotografico per raccontare il quartiere visto dagli occhi dei più giovani, poi una mostra per la Giornata Internazionale del Rifugiato, infine, un laboratorio di acquarelli per i più piccoli che affronta diverse tematiche: dalla natura alle emozioni. Tra ciò che avviene quotidianamente all’interno della Biblioteca Europa non troviamo solo la lettura mattutina dei giornali o il prestito di alcuni libri; la proposta è molto più ampia e gli organizzatori colgono ogni occasione per allargare le prospettive e svolgere le proprie attività anche fuori dalla biblioteca, animando così la vita culturale del quartiere Europa-Novacella.

Signora Barbierato, svolge qui il suo mestiere ormai da diversi anni, osserva alcuni cambiamenti nell’ultimo periodo? E com’è cambiato il rapporto della biblioteca con il quartiere?
Il nostro è un quartiere abitato da numerose famiglie e, con il fenomeno della migrazione, è ricco anche di diversità culturale. Penso, per questo, che la biblioteca svolga un ruolo di primaria importanza: è un luogo d’incontro e, non solo aiuta le persone a orientarsi nell’ampia offerta editoriale ma, favorisce l’accoglienza.
Chiunque per accedervi e sono certa che possa trovare qualcosa che gli interessa, bisogna solo cercarlo. I punti d’incontro tra biblioteca e quartiere continuano ad essere molti.

Ad esempio?
In tema di migrazione, collaboriamo con l’associazione donne nissà, che cura gli orti delle semirurali. Come bibliotecaria vado spesso a raccontare delle storie inerenti alla coltivazione dei semi e della terra. Alle persone anziane, invece, offriamo un gruppo di lettura: ‘incontrarsi in un libro’. Solitamente, nei gruppi, si legge un libro singolarmente e, successivamente, ci si riunisce per parlarne; qui la lettura è un momento condiviso.
Pensate, vista la ripresa della scuola, di avviare qualche progetto rivolto agli studenti?
“Collaboriamo spesso con la scuola Schweitzer; accogliamo gli studenti e li seguiamo nella scelta di un libro inerente a un tema specifico da loro scelto. Credo che sia fondamentale aiutare i giovani a trovare il libro giusto, mantenendo la loro la voglia di leggere.

E per i più piccoli?
Possono rivolgersi a noi anche le scuole dell’infanzia ottenendo una selezioni di libri direttamente nella loro struttura. Da tempo proponiamo anche un laboratorio di acquarelli per i ragazzi dai 7 ai 15 anni. Quest’anno il tema principale sarà ‘Pinocchio’. Ho spesso l’impressione che i bambini non conoscano più questo romanzo, e siano orientati maggiormente sulle storie correlate ai film. Ovvero quelle storie che nascono dai cartoni animati e che vengono poi tradotti in libri; proprio per questo vogliamo dare la possibilità a tutti di conoscere anche i grandi classici.”

Con il catalogo online non si frequentano più solo le biblioteche del proprio quartiere, ma si può andare direttamente a ritirare il libro scelto dove questo è disponibile, cosa ne pensa?
“Il catalogo Explora è una grandissima opportunità: è ricca di dettagli sui libri ed è il frutto di molto lavoro di archiviazione. Credo che questo non impedisca il rapporto tra bibliotecario, quartiere e utenza, ma sia un’ulteriore opportunità per invitare le persone a venire in biblioteca. Gli over 70 e le persone con disabilità, inoltre, possono richiedere uno specifico libro indipendentemente da dove questo sia, ritirandolo nella struttura più vicina a casa.”

I 700 ANNI DI DANTE
“Per questa occasione non vogliamo offrire dei classici approfondimenti su Dante, bensì delle associazioni di concetti ideate dai nostri ospiti, che attraverseranno vari ambiti d’interesse, stimolando la curiosità delle persone. Offriamo così altre vie per arrivare a Dante: il 28 ottobre, ad esempio, ospiteremo una storica che racconterà lo stesso viaggio nell’aldilà, questa volta, però, dagli occhi di una donna vissuta nella seconda metà del ‘300. Gli altri due eventi saranno l’11/11 e il 10/12.”

Autore: Andrea Dalla Serra

Da Bolzano al Sudafrica, per un’agricoltura sostenibile

Thomas Bringhenti – giovane bolzanino cresciuto nel quartiere di Europa Novacella – vive attualmente tra la provincia del Limpopo, nel Nord Est del Sudafrica, e Göttingen, in Germania, da dove si è collegato in video-chiamata per raccontare la sua storia e dove, dopo i tre anni passati a Bolzano a studiare Scienze e Tecnologie Agrarie, ha svolto un master specializzandosi in Agricultura Tropicale. Ed è proprio durante il periodo di studio in Germania che, nel 2017, Thomas sceglie di partire per il Sudafrica. “Non era la prima volta che mi capitava di viaggiare per motivi di studio, in passato sono stato a Capo Verde per studiare le esigenze idriche delle piantagioni di banane. Insomma, non era la prima volta che andavo in un Paese del Sud del mondo. In Sudafrica ho trovato un Paese meraviglioso e accogliente, ma al tempo stesso pieno di contraddizioni, a cominciare dalle disuguaglianze etniche che, da altoatesino, non ho potuto non confrontare con la storia della mia terra…”

Thomas Bringhenti

Gli aspetti sociali:
Provincia di Bolzano e Limpopo a confronto

“In un Paese con una storia recente così travagliata agli studenti sudafricani, questa materia non viene proprio insegnata al contrario della nostra realtà dove fortunatamente si approfondisce la storia locale. Come da noi – spiega Bringhenti – anche in Sudafrica sono rari gli esempi di scuole ‘miste’ e, fino a pochi anni fa, esistevano ancora Università separate per i diversi gruppi etnici. Queste ‘segregazioni’ sono tuttora visibili in diversi aspetti della società, e come ‘europeo’ ho fatto fatica a conviverci, perché in forte contrasto con i miei valori.”
Durante la sua prima fase di ricerca, Thomas si è occupato della diversità genetica delle specie coltivate nei giardini dei piccoli agricoltori del Limpopo – dagli alberi da frutta alle spezie – e di come questa si potesse tradurre in sicurezza alimentare e, soprattutto, diversità nutrizionale per gli abitanti del posto.

Fiore di macadamia

Coltivazioni sostenibili
“Successivamente, nel 2019, mi si è presentata la possibilità di tornare in Sudafrica per il mio dottorato. Tra impegni e Covid – racconta – sono potuto tornare in Italia solamente a giugno di quest’anno. Oggi ho l’opportunità di coordinare un progetto internazionale di ricerca, SALLnet, – finanziato dal Ministero della Ricerca e Istruzione della Germania e che vede protagonisti numerosi partner tedeschi e sudafricani – finalizzato ad accrescere la resilienza e la sostenibilità nell’uso del territorio, anche in vista dei cambiamenti climatici. Non mi occupo più solamente dei piccoli agricoltori, ma anche delle grandi piantagioni che riforniscono il commercio globale. Il mio oggetto di studio, questa volta, è la noce di macadamia, originaria dell’Australia ma di cui il Sudafrica è il primo produttore al mondo. Questo albero ha bisogno di irrigazione nei mesi secchi ma, da parte dei coltivatori, c’è la tendenza a irrigare oltre il necessario. Personalmente mi concentro a trovare i valori minimi e massimi per l’irrigazione nelle diverse fasi della coltivazione, ho potuto infatti condurre esperimenti scientifici in diverse piantagioni. L’obiettivo della ricerca è quello di ridurre gli sprechi idrici, vista l’importanza e la scarsità della risorsa, e, allo stesso tempo, consentire alle piante una buona produzione di noci, trovando un giusto equilibrio tra l’acqua utilizzata e le noci prodotte.”
Sono considerazioni, quelle di Thomas, che evidentemente superano ogni confine e che consentono a tutti una riflessione sociale e ambientale.

Autore: Andrea Dalla Serra

“I farmacisti non possono vaccinare: siamo fra gli unici in tutta Italia”

“La farmacia è un luogo familiare per la cittadinanza, fra noi ed i pazienti si crea un rapporto di fiducia. Eppure l’Alto Adige è una delle due uniche province in Italia in cui non ci si può vaccinare in farmacia. E non riusciamo a capire il motivo”: è amaro lo sfogo del presidente dell’Ordine dei Farmacisti altoatesino, Maximin Liebl, che da oltre tre mesi ormai sta cercando di ottenere l’autorizzazione ad effettuare i vaccini anti – Covid nelle farmacie e riuscire dunque a dare una svolta al trend negativo di cittadini non vaccinati in provincia.

Maximin Liebl

Dottor Liebl, l’Alto Adige è maglia nera nella percentuale di vaccinati. Cosa si potrebbe fare?
Un’opera di sensibilizzazione al primo posto, una diffusione di dati concreti che possano affossare certi pensieri basati sul nulla che vedono i vaccini come strumenti letali.
Perché l’unico mezzo per combattere la pandemia è la vaccinazione: o facciamo morire la gente o usiamo questo strumento.
Ci possono essere dei dubbi, certo, ma la valutazione rischio – benefici è enorme: si calcola che il vaccino possa dare degli effetti collaterali importanti a 1 caso su 2 milioni. Di questi casi gravi 1 su 10 milioni muore. Osservando i grandi numeri risulta che i casi mortali sono uno su 20 milioni; questo significa che in Italia avremmo 3 morti per il vaccino. Finora per il Covid sono morte circa 120 mila persone: vogliamo davvero mettere
a confronto 3 casi contro 120 mila? In Alto Adige, poi, manca uno strumento importante: il vaccino in farmacia.

Perché, nel resto d’Italia non bisogna recarsi per forza in un centro specifico come avviene in provincia di Bolzano?
Solo in due provincie non ci si può vaccinare in farmacia, nel resto dello Stato sì. E noi facciamo parte di questa minoranza.
II farmacista è stato autorizzato dal Ministero della salute a somministrare i vaccini; noi siamo pronti da giugno: in tantissimi hanno fatto il corso, si sono certificati, hanno studiato per potersi abilitare, ma ancora oggi stiamo aspettando l’autorizzazione da parte dell’Azienda sanitaria, che chissà perché non arriva.

E ritiene che in questo modo molte più persone si dimostrerebbero disponibili a farsi vaccinare?
Direi proprio di sì, e non lo dico solo io: lo dimostrano studi decennali in altri stati, dalla Germania agli Stati Uniti: se il vaccino viene somministrato in farmacia la percentuale di vaccinati sale pesantemente. A Roma ci sono 500 farmacie che effettuano 30 vaccinazioni al giorno: basta fare due conti per comprendere la portata di questa innovazione. A noi manca solo l’autorizzazione finale. Non capisco cosa stiano aspettando.

Però potete fare i tamponi…
Sicuramente i tamponi sono una mezzo importantissimo per poter combattere la pandemia, e il fatto che possiamo effettuarli noi è stato di grande aiuto per tutta la popolazione: raggiungere una farmacia è facile per tutti, in ogni paese, anche il più piccolo, e fra i nostri clienti – pazienti e noi si instaura un rapporto di fiducia. Oggi in Alto Adige – con esclusione del Vax Bus – bisogna prenotarsi, telefonicamente o online, trovare il giorno giusto e recarsi al centro vaccinale. È decisamente più macchinoso e complicato che recarsi semplicemente in farmacia e chiedere la propria dose.

In questo periodo avrete ancora più lavoro, visto che chi non ha il Green pass deve farsi tamponare ogni 48 ore. È una spesa per queste persone: quanto costa?
Il tampone costa – per decreto del Commissario straordinario – al massimo 15 euro, e per i bambini 8 euro. Molti si lamentano che sono costretti a questa spesa ogni due giorni, e a loro io rispondo: la vaccinazione è gratis. Il fatto che debbano sborsare dei soldi di tasca loro per farsi controllare non è una punizione: dovrebbero solo capire che bisogna vaccinarsi, non c’è altra soluzione.

Autore: Luca Masiello

La sfida di Corso Libertà, il secondo “centro”

La zona della città che si estende da Ponte Talvera a Piazza Gries attende da anni un rilancio che non è ancora giunto. La pandemia in questo senso avrebbe potuto dare il colpo di grazia a molti esercizi commerciali situati sotto i secondi portici di Bolzano, ma i proprietari sono stati in grado di tirare fuori le unghie, rinnovando il loro patto con i residenti. Ora però è il momento di guardare avanti e rilanciare la richiesta di far diventare Corso Libertà un luogo accogliente, soprattutto per gli abitanti del rione, ma non solo.

“Corso Libertà continua a sentirsi il secondo centro di Bolzano, ma è un centro ancora incompiuto, nelle politiche di sviluppo della città. In ogni caso noi pensiamo positivo, è il nostro modo di reagire e di rispondere alla grande sfida di questo periodo complicato”.
A prendere la parola è Wolfgang Schweigkofler, titolare del negozio Pediform di Corso Libertà, che da decenni sostiene i propri clienti sulla scia di un motto che è tutto un programma: “le due cose più importanti della vita sono un buon letto e un bel paio di scarpe, quando non sei nell’uno, sei nelle altre”.
Il signor Schweigkofler è convinto che la sfida di reggere all’impatto del lungo lockdown dovuto al Coronavirus è stata vinta dagli esercizi commerciali del rione grazie alla consapevolezza da parte dei gestori/proprietari di essere non solo dei venditori ma anche dei prestatori di servizi. Ne è un esempio Pediform, che offre anche i servizi di calzoleria oltre alla vendita di calzature.
“Noi non lavoriamo con il turismo e quindi abbiamo sentito poco l’assenza degli ospiti durante il lockdown”, ricorda il signor Wolfgang osservando che durante questo periodo è stato davvero fondamentale il rapporto stretto con i clienti affezionati che hanno riconosciuto il cuore che viene messo da negozianti e artigiani nel loro lavoro.
Insomma: appena hanno potuto i clienti sono tornati dai loro negozianti, anche perché avevano bisogno di loro.
Nello specifico il negozio di Corso Libertà che abbiamo preso come esempio per tutti, ha aiutato i residenti a restare in piedi, davvero in tutti i sensi…

Ma il vostro quartiere e in particolare il rione che fa capo a Corso Libertà è in una fase di grandi cambiamenti. Con la nuova ciclabile appena inaugurata e nel prossimo futuro il parcheggio di Piazza Vittoria e poi il Polo Bibliotecario…
Mah. Secondo noi la situazione non cambierà gran che. Perché il problema di fondo è che ancora oggi tutti gli eventi e le manifestazioni si concentrano sempre nel centro storico. Poi va anche detto che oltre a Piazza Vittoria anche la Piazza Mazzini è tutt’altro che accogliente. Anche lì prima o poi si dovrà intervenire.

Sì, ed è un peccato perché Piazza Mazzini è molto grande e qualche spazio per eventi in realtà ci sarebbe, ma viene fatto molto poco in questo senso. E si è anche parlato di rendere pedonale prima o poi Corso Libertà. Lei cosa ne pensa?
Anche su questo noi siamo critici. Abbiamo molti clienti che vengono dall’Oltradige e per loro è molto importante arrivare, fermarsi un attimo e ritirare qualcosa al volo da noi. Già ora questo è molto più difficile di prima. E con la strada pedonale lo diventerebbe ancora di più. La stessa cosa poi varrebbe anche per i tanti artigiani che rendono il quartiere davvero autosufficiente, come fiorai, puliture a secco, parrucchieri, meccanici di biciclette, ottici, estetiste, ecc.

Le associazioni di rappresentanza vi aiutano?
Poco. Sembra che tutti si fermi al Ponte Talvera. Le persone arrivano lì dal centro e poi tornano indietro.

Durante il lockdown avete ricevuto aiuti economici?
La prima volta sì, la seconda no.

Ma ci avete detto che volete comunque essere positivi e ottimisti. Come possiamo dunque concludere con questo spirito la nostra breve chiacchierata?
Beh… una speranza ci giunge dalla costruzione delle case nuove in piazza Gries. Arriveranno nuove famiglie, siamo pronti ad accoglierle e aiutarle. E questo forse aiuterà anche noi a far diventare Corso Libertà finalmente il “secondo centro” di Bolzano.

Autore: Luca Sticcotti

Un salto dentro il mondo dell’associazionismo universitario

Verrà inaugurata a breve la seconda sede di Bolzano dell’associazione universitaria sudtirolese SH.ASUS – l’organismo di rappresentanza degli studenti altoatesini, che comprende sia chi sceglie di venire a studiare in Alto Adige da altre regioni, sia i numerosi ‘fuori sede’ sparsi per l’Europa – che conta ad oggi varie sedi in Italia (Trento, Bologna, con contatti anche a Milano e Verona) e in Austria (Vienna, Graz, Salisburgo e Innsbruck). Julian Nikolaus Rensi, il vice-presidente, ha fatto luce su alcune problematiche legate al mondo universitario locale. L’associazione è presente in Via dei Cappuccini 2, dove sarà situata anche la nuova sede, inoltre, offre delle consulenze a tutti gli studenti interessati, con la possibilità di confrontarsi gratuitamente con una psicologa.

L’importanza della scelta universitaria
Ad essere di centrale importanza per i rappresentati degli studenti è l’attività di orientamento universitario. “Credo si debba lavorare di più in questa direzione, vediamo troppi studenti che chiedono a noi che cosa possono andare a studiare e dove, senza avere nessuna idea o proposta per la testa. Si dovrebbero consentire dei corsi di orientamento universitario all’interno degli istituti scolastici – spiega Rensi – noi per primi siamo spesso andati nelle scuole a raccontare le nostre esperienze e abbiamo ricevuto sempre ottimi feedback, quindi siamo convinti che queste iniziative vadano incentivate. Alcuni Dirigenti ci accolgono, altri invece ci dicono chiaramente che non sono interessati ‘perché l’informazione non si fa durante le ore di lezione’; e questo danneggia fortemente i singoli studenti. Con il tempo – continua Rensi – ci siamo resi conto quanto importante sia conoscere gli strumenti per andare a studiare all’estero. Spesso si va incontro a delle problematiche e a degli aspetti tecnici ai quali in quinta superiore non si pensa, come al riconoscimento del titolo di studio una volta diplomato o, successivamente, laureato.”

Borse di studio e affitti
Il recente taglio delle borse di studio per merito lascia molto amareggiata l’associazione: “solitamente la collaborazione con gli assessorati funziona bene; la misura che sospende le borse di studio per merito, però, è stata presa rapidamente e senza nessun confronto con i diretti interessati. Crediamo che il merito vada valorizzato, anche in tempo pandemia e che il sostegno economico sia fondamentale. Per questo siamo contenti che le borse di studio per reddito, che secondo le stime riguardano circa il 25-30% degli studenti altoatesini, siano rimaste” evidenzia Rensi.
Gli altri nodi riguardano “la vita studentesca che non esiste e il costo degli affitti; due muri da abbattere”. “Oggigiorno – conclude Rensi – gli studenti non scelgono l’Università solo in base all’offerta del corso di laurea, ma considerano anche la vita al di fuori delle aule e le spese economiche da sostenere. A Bolzano il costo degli affitti è elevato, e questo sfavorisce la crescita di Bolzano come città universitaria… per non parlare poi delle polemiche sulla vita serale dei giovani.”

Green Pass
“Condividiamo la scelta del Governo di introdurre come requisito per partecipare alle lezioni in presenza all’Università il Green Pass europeo – non necessario invece agli studenti delle scuole medie e superiori. La misura è frutto di un compromesso tra l’esigenza di ritornare nelle aule da parte di noi studenti e la tutela della salute pubblica. Questo, insieme ad un costante monitoraggio della situazione pandemica, può garantire un ritorno alla normale vita universitaria. Ci tengo però a sottolineare – conclude Rensi – che nel caso alcuni studenti non siano riusciti a ricevere la prima dose di vaccino, anche per ragioni oggettive e di organizzazione, potranno lo stesso avere accesso all’Università se si sottoporranno ad un tampone rapido. La garanzia di tornare a svolgere esami e lezioni in presenza in piena sicurezza, grazie ad una maggiore tutela della salute pubblica, crediamo siano i giusti punti da cui possono partire eventuali riflessioni degli studenti all’interno della nostra associazione.”

Autore: Andrea Dalla Serra

“Questo è il momento per rilanciare il commercio di vicinato”

Il quartiere Europa Novacella da anni ospita una realtà che promuove il commercio di vicinato, secondo il concetto del centro commerciale naturale. Si tratta del progettto For You coordinato da Elena Bonaldi. L’abbiamo incontrata per fare il punto della situazione e per capire se questo periodo ha visto un rilancio del patto tra residenti ed esercenti, nell’ottica della vitalità del quartiere. A lei abbiamo anche chiesto se sono in programma iniziative per il prossimo autunno e se in qualche modo è stato posto un freno all’epidemia di negozi sfitti, che si era manifestata in modo preoccupante negli ultimi anni.

Elena Bonaldi, come giudica l’attuale situazione? Riete riusciti a riprendervi dopo il lungo e difficile periodo del lockdown?
La situazione è differente a seconda delle categorie merceologiche, ma registriamo comunque una voglia graduale di ritorno alla normalità e una ripresa. Non so se ciò è dovuto al vaccino, ma comunque si respirà un po’ più di serenità. 

Come For You state cercando di organizzare di nuovo delle iniziative?
Sì. In particolare stiamo cercando di organizzare di nuovo il mercatino di Natale in piazzetta Casagrande, cosa che l’anno scorso avevamo già deciso di non fare a luglio, perché avevamo immaginato quello che poi è successo. Quest’anno invece il mercatino crediamo di poterlo portare a casa. Quindi il primo weekend di dicembre (il 4 e il 5) lo proporremo sia in piazzetta Casagrande che a Don Bosco.
Ci sarà un trenino che collegherà i due mercatini, per dare la possibilità ai residenti di Don Bosco e Europa Novacella di visitarli entrambi. I mercatini saranno gestiti solo da commercianti del quartiere, non ci saranno associazioni. Ci saranno  anche degli eventi molto imponenti, particolari e nuovi per la città. 
Oltre a questo non si può fare molto altro, oltre a gestire al meglio la pagina facebook di For You Bolzano in modo da fornire sempre informazioni aggiornate e fresche per ogni negozio. 
Dalla promozione alle variazioni degli orari, senza dimenticare tutte indicazioni aggiornate in merito alla sicurezza. 

Per il mercatino di Natale servirà il Green Pass?
Non lo sappiamo ancora e così diventa molto difficile organizzare degli eventi, ma noi ci proviamo.

Tutto dipende da come si evolverà la situazione, che al momento è molto… fluida.
Per organizzare un evento per Natale occorre per forza muoversi già adesso, sapendo però che potrebbero essere energie e risorse investite per poi non fare nulla. 
La voglia di mantenere il quartiere vivo ci spinge comunque a rischiare e a  investire il nostro tempo. Come For You lo facciamo da anni, nel 2022 ci sarà il decennale e non vogliamo mollare proprio adesso. 

Il Comune e le associazioni di rappresentanza vi stanno sostenendo?
Il Comune ci sostiene da quando siamo nati e di questo bisogna dargli atto.
Per quanto riguarda le associazioni di categoria noi nasciamo con Confesercenti. 
Di fatto siamo una loro costola, quindi soprattutto in questo periodo di pandemia abbiamo ricevuto un grande sostegno a 360° che continua ad esserci. Non siamo stati mai abbandonati. 

Sul versante dei negozi e dei locali sfitti com’è la situazione?
In realtà in Via Dalmazia nel negozio a fianco del mio che era chiuso da anni sta per aprire un frutta e verdura. E ho visto movimenti in questo senso anche in Via Torino.  Si tratta di segnali assolutamente positivi e rincuoranti. Durante il lockdown ci sono state anche chiusure fisiologiche, ad esempio di gente che stava per andare in pensione. 
Va anche detto che un vero bilancio sulle chiusure si farà da adesso in avanti, perché fino ad oggi sono state posticipate le tasse, ad esempio. 
In realtà il commercio avrebbe più bisogno di sostegno adesso, piuttosto che prima. 

Il vostro quartiere ha in piazza Matteotti il suo cuore. Lì com’è la situazione?
A noi era stato presentato un progetto, che era più o meno piaciuto, ma che poteva avere un senso. 
Nel momento in cui il progetto non resta lo stesso, a quel punto la piazza resta un ibrido. Questo dispiace, è chiaro, perché la piazza è realmente il cuore del quartiere. Un cuore malato, in questo momento. Io comprendo le difficoltà che il Comune ha incontrato sulla scia di una serie di problematiche, però so anche che sia residenti che negozianti richiedono a gran voce una risoluzione della questione. 
Questo non è più neanche il progetto iniziale. è un lavoro fatto a metà che chiaramente va concluso. Senza il portico che ripara dalla pioggia e dal sole il progetto perde tutto il suo interesse. Finisce per essere più accogliente la piazzetta Casagrande che in realtà è grande un quarto di piazza Matteotti. 
In ogni caso ancora una cosa va detta.

Quale?
Il lockdown ancora una volta ha dimostrato qual è l’importanza del commercio di vicinato nella vita del quartiere. 
I piccoli alimentari sono rimasti aperti e hanno svolto un ruolo davvero fondamentale per le persone. 
Per questo motivo il commercio di vicinato non può essere dimenticato proprio ora che magari ha più bisogno di sostegno, per riuscire a restare in piedi. 

Autore: Luca Sticcotti

Libertà e diritti in tempo di pandemia

Durante tutta l’emergenza legata al Covid-19 si è molto discusso in merito alla legittimità delle restrizioni adottate e all’obbligatorietà o meno dei trattamenti sanitari. Ne abbiamo parlato con il costituzionalista ed ex senatore Francesco Palermo.

Francesco Palermo: lei questo momento come lo sta vivendo?  
Stiamo oscillando tra estremi opposti. Da una parte va molto di moda il termine resilienza con il quale si finisce per accettare tutto, mentre da un’altra prendono piede le reazioni sconsiderate contro tutto e tutti. 

Ma cosa dice la nostra Costituzione? Le misure adottate negli ultimi 18 mesi in che modo sono “legittime”?
Il grande problema di fondo è stato quello di bilanciare il diritto alla salute pubblica quale bene superiore con i numerosi altri diritti garantiti in Costituzione, che sono stati “compressi”. Lo stato di diritto è una sorta di ring dentro il quale ci si può muovere e dal quale non si può uscire. Negli stati a controllare il perimetro del ring sono normalmente degli attori terzi; nel nostro sistema soprattutto la Corte Costituzionale. E il nostro problema sta nel fatto che per vari motivi in questo periodo la Corte praticamente non è mai intervenuta, suscitando una certa incertezza, a differenza di quanto invece è avvenuto in tanti altri ordinamenti che hanno strumenti di accesso più semplici alla giustizia costituzionale e dove le corti hanno posto dei paletti segnalando superamenti del ring. L’ultimo caso è avvenuto in Francia dove è stato dichiarato legittimo l’obbligo del Green pass in tutta una serie di ambiti. Invece in Austria la corte ha dichiarato addirittura illegittime retroattivamente norme che erano in vigore durante il lockdown, perché considerate non proporzionate.  

Qui entrano in campo i famosi principi di “prevenzione, precauzione, proporzionalità e adeguatezza”, fondamentali nell’attività amministrativa sia nelle situazioni ordinarie che nell’emergenza.
Si tratta di principi astratti – alcuni presenti in Costituzione ed altri ricavati in via interpretativa – che il legislatore cerca di bilanciare, ma poi può succedere che la Corte Costituzionale intervenga, appunto.

Francesco Palermo

In ogni caso l’effetto del non pronunciamento da parte della Corte Costituzionale in merito alle misure adottate in tempo di pandemia è la legittimità delle procedure stesse.
Sì, salvo alcuni casi individuali collegati a pronunce giudiziarie, come ad esempio la recente sentenza del Tar del Lazio che ha giustificato l’esenzione per una bambina dall’obbligo di portare la mascherina a scuola. 

Questo vuol dire che è stata legittima anche la scelta di procedere quali esclusivamente con i cosiddetti DPCM (decreti ministeriali emanati direttamente dal Presidente del Consiglio dei ministri)?
Sì. Anche se si potrebbe discutere sul fatto che il legislatore ha scelto una procedura che rende molto difficile il controllo giudiziario. Di per sé l’autorizzazione alla limitazione dei diritti può avvenire soltanto con una legge, non solo per la salute citata all’articolo 32 della Costituzione, ma anche per altri diritti come quello alla libera circolazione. I decreti legge adottati durante la pandemia sono “atti aventi forza di legge” di natura sufficientemente generica per essere incontestabili, ma poi le concrete misure sono state assunte per mezzo di atti amministrativi (i DCPM) che non possono direttamente passare per la Corte Costituzionale e devono eventualmente transitare per i Tribunali Amministrativi, attraverso una procedura particolarmente complessa…

Sta di fatto che nella cittadinanza le misure adottate hanno assunto le sembianze di decreti d’emergenza e sono state vissute con perplessità e in molti casi come delle ingiuste imposizioni. 
Ci sono state diverse fasi. In un primo momento la situazione ha colto tutti di sorpresa e c’è stato un forte accentramento di decisioni in capo al governo, con un sostanziale avvallo da parte delle regioni. In quella prima fase il bilanciamento ha privilegiato in modo probabilmente sproporzionato la sicurezza pubblica rispetto alle libertà fondamentali. Lo dico perché nella seconda fase (autunno 2020) il governo, meno impreparato, ha adottato delle misure che conciliavano meglio le cose. Si è tenuto conto di tutta una serie di deroghe che potevano essere accettate per meglio bilanciare i diversi diritti in gioco. Non stati utilizzati strumenti troppo invasivi e alcune limitazioni sono state superate, rispettando una serie di regole, ad esempio utilizzando le mascherine in certe situazioni.  

Da un certo momento in poi sono quindi scesi in campo i vaccini, con la grande campagna per la somministrazione alla maggior parte della popolazione…
Sì. Da questo punto di vista occorre ricordare il fatto che il nostro sistema prevede da tempo le vaccinazioni obbligatorie. Esiste sempre la possibilità di mettere in dubbio le cose, ma il punto che in questo caso può essere discusso riguarda il fatto che i vaccini contro il Covid sono stati elaborati più in fretta. Ma – a quanto dicono gli esperti – non è che i vaccini siano sbucati dal nulla. Con l’attuale stato di avanzamento della ricerca scientifica è infatti altamente improbabile il fatto di trovarsi all’interno di una mega sperimentazione di massa, per “vedere come va”. Di fatto ci basiamo sullo stato attuale della ricerca ed è stata fatta una valutazione, anche in questo caso bilanciata. Quindi è stata evitata l’obbligatorietà della vaccinazione, salvo che per alcune categorie come ad esempio la mia, quella degli insegnanti. Io ad esempio ho un paio di colleghi all’università che non si sono vaccinati. Non per motivi ideologici, bensì perché hanno paura. Occorre sempre considerare che le scelte non possono che essere collettive, in una società. Anche se questo è un problema, perché nella società che si pluralizza occorrono decisioni che comunque tengano il più possibile conto delle esigenze dei diversi soggetti. Però poi le scelte collettive sono fatte di regole astratte e anche la medicina funziona così, con i protocolli. La medicina non è sufficientemente individualizzata e anche lì come nel diritto esiste il dibattito sulla necessità di individualizzare. In ogni caso va detto che se un sistema va bene nel 90% dei casi, si tratta senz’altro di un sistema buono. 

Il 10% rimanente dei casi infatti in questo periodo sta ponendo la questione. Si tratta soprattutto di operatori del mondo della sanità e della scuola, gli unici contesti di lavoro dove l’obbligo di vaccinazione è stato imposto. 
In merito è stata fatta appunto una valutazione di proporzionalità. Le alternative sarebbero state vaccinazione facoltativa per tutti oppure obbligatoria per tutti. Il paradosso è che si criticano delle disposizioni che sono già più “sfumate” rispetto all’obbligatorietà dei vaccini contro il tetano o il vaiolo, ad esempio. Di per sé la normativa oggi adottata è più sofisticata e quindi migliore rispetto a quelle normalmente in vigore per gli altri vaccini. 

Alcuni contrari al vaccino parlano di presunto trattamento sanitario obbligatorio, mentre altri non si fidano e dicono che si tratta di una procedura pericolosa. 
Sono due diverse argomentazioni. L’idea che il vaccino sia pericoloso di per sé può valere, ma alla luce di quello che ci dice l’odierna ricerca medica, a parte alcune voci decisamente minoritarie, esiste invece la ragionevole aspettativa che i vaccini siano una misura proporzionata e giustificata. 
Anche per quanto riguarda il discorso del trattamento sanitario obbligatorio in realtà secondo me stiamo nell’ambito del ring. Il governo spinge verso la vaccinazione ma resta in realtà in vigore il diritto a non vaccinarsi, salvo le categorie che vengono considerate di particolare interesse pubblico. Va ricordato che sia il diritto alla salute che quello all’istruzione scuola sono valori costituzionali.

L’ultimo anno e mezzo è stato all’insegna della straordinarietà e dell’emergenza. Secondo lei necessita anche un adeguamento della Costituzione, per poter governare in maniera più chiara anche questo tipo di situazioni? 
Assolutamente sì. Su questa cosa – soprattutto a livello della procedura di attivazione dello stato di emergenza –  occorrerà lavorare, ma solo una volta conclusa l’emergenza stessa. In secondo luogo si potrà discutere anche in merito alla possibilità di sottrarre uno o più diritti fondamentali alla possibilità di essere limitati. In terzo luogo occorrerà chiarirsi le idee in merito al rapporto stato-regioni, in situazioni di emergenza come quella  che ci siamo trovati ad affrontare. In merito al momento non c’è scritto nulla, né in Costituzione né negli statuti di autonomia. E dobbiamo riuscire ad evitare la situazione in cui ci siamo ritrovati in cui con una legge ordinaria, anzi sulla base di atti amministrativi approvati sulla base di un decreto legge molto generico, il riparto delle competenze stabilito in Costituzione tra stato e regioni è saltato completamente. Il tutto con l’avvallo della Corte Costituzionale.

In questa emergenza abbiamo avuto un attore in gioco, la comunità scientifica, che ha avuto un grande peso nell’orientare le decisioni che sono state prese. Non tutti hanno apprezzato. Dal punto di vista del diritto la scienza che ruolo ha?
Nella Costituzione la scienza con questo ruolo non è presente, ma è chiaro che nel processo decisionale politico per valutare la proporzionalità e l’adeguatezza delle scelte occorre avere dei parametri che spesso sono di tipo tecnico-scientifico. In ogni caso c’è stata una grande differenza nel peso che la comunità scientifica ha avuto nelle decisioni prese tra la prima e la seconda ondata. Nella prima il peso è stato molto più importante. 
In ogni caso sono deleteri sia la demonizzazione che la sacralizzazione della scienza. 

LA “VIA ALTOATESINA”

“Anche in Alto Adige non è stato facile capire quali erano le decisioni giuste da adottare. In aggiunta rispetto ad altre regioni da noi esiste l’affermazione (e la difesa) dell’autonomia, quale vero e proprio elemento costitutivo. Recentemente si è deciso un ricorso contro il garante per la privacy per quanto riguarda il Corona Pass. Ritengo sia una cosa sacrosanta, vanno messi dei paletti. Poi naturalmente c’è modo e modo di metterli, questi paletti. Le scelte compiute sotto Natale con ogni probabilità si sono rivelate controproducenti, come abbiamo visto. Gli errori si possono fare, ma non va persa la bussola – che per noi è data da Costituzione e Statuto di autonomia – per mantenere in piedi il sistema. La nostra provincia comunque è un ponte, quello del Brennero per noi non è un confine qualunque per cui per noi sono state ancora più importanti le scelte autonome assunte, a più riprese. Va anche ricordato che anche il nostro Statuto necessita di un restyling, anche più della Costituzione.”

Autore: Luca Sticcotti

Cantiere allagato e falda: la sfida del Waltherpark

A metà giugno è uscita la notizia del cantiere del Waltherpark invaso dall’acqua di falda. Il responsabile della ditta Signa, Heinz Peter Hager, di fronte al rischio di ritardi dei lavori, aveva auspicato una revisione della normativa che vieta il pompaggio dell’acqua. Per capire meglio cosa sia successo e per fare il punto della situazione abbiamo contattato il dott. Thomas Senoner, geologo e direttore dell’ufficio provinciale gestione sostenibile delle risorse idriche.

Dott. Senoner, di cosa si occupa il suo ufficio?
Il nostro compito è quello di occuparci dell’emissione delle concessioni per l’utilizzo delle acque pubbliche. Nel caso particolare di Bolzano abbiamo il compito di tutelare la salvaguardia della falda. La quasi totalità delle acque che sgorgano dai rubinetti del capoluogo provengono infatti dal sottosuolo. Tutti gli scavi nel sottosuolo sono regolamentati e, qualora raggiungessero profondità elevate, vengono vagliati dal nostro ufficio.

Può spiegarci cos’è una falda acquifera?
La falda è l’accumulo di acqua nel sottosuolo. Nella Val d’Adige c’è una immissione nella parte alta della falda tramite i fiumi: l’acqua percola nel sottosuolo e grava sulla esistente superficie di un lago sotterraneo che si sviluppa negli interstizi delle sabbie e ghiaie.

Il dottor Thomas Senoner

La falda da cui si pesca l’acqua potabile è molto più profonda di quella emersa a giugno nel Waltherpark?
Si certo, più si scende in profondità, più l’acqua è pura, e meno subisce influenze dalla superficie. Anche quella che ha allegato il cantiere è acqua di falda, ma molto più superficiale. Per intenderci non ha ripercussioni sull’acqua che esce dai rubinetti. Magari tra 20 anni la si pescherà nel pozzo di Laives…

Quindi quando l’acqua di falda si alza fino a bagnare i cantieri non ci sono ripercussioni sull’acqua potabile…
Assolutamente no, in quanto le acque potabili vengono emunte da profondità molto maggiori di quelle degli scavi. I pozzi raggiungono delle profondità tra gli 80 ed i 100 metri sotto Bolzano.

Heinz Peter Hager in una intervista rilasciata a giugno alla RAI, cita una delibera della Provincia Autonoma di Bolzano del 1983 di tutela dell’acqua del sottosuolo. E afferma di sperare nella sua revisione per consentire al cantiere del Waltherpark di pompare via l’acqua.
è un discorso complesso. Il pompaggio di per sé non è un problema, ma se iniziamo a permettere i pompaggi allora la spinta per fare scavi più profondi diventa chiaramente maggiore. Con questa linea dura quindi si costringono i costruttori a muoversi ad una profondità dove non vanno a riscontrare la falda.
A Bolzano è successo che nel mese di giugno la falda si è alzata su di un livello eccezionalmente alto e quindi è andata ad intercettare anche lo scavo del Waltehrpark, che è giusto in corrispondenza di quello che noi normalmente permettiamo come livello massimo di scavo. Loro sapevano che c’era questo rischio.
Nel 2021 è andata così: l’anno scorso abbiamo avuto due fenomeni di elevatissima portata d’acqua da parte dei rii e questi hanno alzato in modo eccezionale la falda, poi abbiamo avuto un inverno particolarmente nevoso e con lo scioglimento delle nevi quest’anno l’acqua si è alzata di molto.

Ma non potendo pompare via l’acqua, cosa si può fare?
Devono aspettare che l’acqua scenda da sola.

Ma se la falda si alza ancora, a cantiere ultimato, rischiano di avere acqua anche nell’edificio?
Tenga presente che le costruzioni vengono fatte in una cosiddetta vasca bianca che è caratterizzata da cementi impermeabili e lì dove ci sono i giunti delle varie gittate viene anche inserita una guaina. Quindi queste strutture sono fatte in materiale inerte (che non ha ripercussioni negative sulla qualità dell’acqua), ovvero materiali neutri ma impermeabili. La vasca bianca è un lavoro in più ed ha dei costi più elevati, ma garantisce che non entri acqua nella costruzione.

La delibera in merito al pompaggio dell’acqua rischia di essere modificata, secondo lei?
Assolutamente no: l’acqua potabile è un bene prezioso, e una risorsa inestimabile, tutta Bolzano beve un’acqua eccezionale che non è filtrata e non è trattata. Per quattro garages non è che mettiamo a rischio la falda. Per quanto mi riguarda, darò sempre parere negativo a modificare la delibera.

Autore: Till Antonio Mola

Bike sharing a Bolzano: come funziona?

Il servizio di noleggio rapido delle biciclette è stato introdotto dal Comune di Bolzano a partire da ottobre 2019. Abbiamo voluto approfondire le modalità di utilizzo, la sua convenienza e il suo costo, insieme a Brunella Franchini – ingegnere dell’ufficio mobilità del Comune – facendo il punto della situazione in vista dell’autunno, quando sarà messo in atto un ampliamento delle ciclo-stazioni in città.

Ing. Franchini, partiamo dagli inizi, da dove nasce il progetto?
L’idea iniziale era quella di creare una “ciclopolitana telematica” che prevedesse, oltre al bike sharing, altre modalità per incentivare l’utilizzo della bicicletta consentendo alla popolazione di percorre il tratto casa/scuola e casa/lavoro in modo sostenibile.

Negli ultimi anni sono aumentati i posti dove prelevare e riconsegnare le biciclette, si pensa ora a creare una migliore rete di collegamenti tra i quartieri?
Ad oggi, abbiamo a disposizione 11 ciclo-stazioni e circa 100 biciclette, tra quelle tradizionali e con pedalata assistita. Vorremmo permettere alle persone di muoversi con facilità dalle periferie al centro, collegando tra loro anche i diversi quartieri. Per l’autunno è atteso un ulteriore ampliamento che prevede l’installazione di altre ciclo-stazioni presso la Stazione Casanova, viale Europa, via Roma, ponte Talvera e il parcheggio della funivia del Colle.”

Si punta, quindi, a incentivare l’utilizzo del bike sharing anche a coloro che provengono da fuori città?
Esattamente. Con questo servizio proponiamo una valida alternativa all’utilizzo dell’auto anche ai pendolari. Il noleggio consente di avere una mobilità fluida; ad esempio, si potrebbe spostarsi utilizzando prima il treno o il bus, e subito dopo la bicicletta. La facilità di questo rapido cambiamento tra i mezzi agevola sicuramente chi lavora o studia a Bolzano, ma abita distante dal capoluogo.”

Quali sono i costi e le modalità per utilizzare le biciclette disponibili?
L’iscrizione al servizio avviene tramite il portale bolzano.ecospazio.it; dopo essersi registrati ed aver caricato i soldi sul proprio account, si può prelevare la bicicletta da qualsiasi ciclo-stazione direttamente con il proprio cellulare. Per maggiore comodità si può unire l’Alto Adige Pass al proprio account e, al momento del prelievo del mezzo, basterà semplicemente passare il pass vicino alla colonnina. La tessera serve solo per il riconoscimento, l’importo sarà invece prelevato dal conto personale del portale. Possiamo dire, però, di essere in trattativa con STA per l’inserimento del bike sharing nel circuito Alto Adige Pass anche per quanto riguarda il pagamento.
Il costo è di 1 Euro ogni ora – o 50 cent ogni mezz’ora – per un massimo di tre ore di utilizzo; questo per garantire la rotazione delle bici. I punti del bike sharing sono integrati anche in Google Maps, e quindi facilmente identificabili. Il fatto di non avere un operatore sul luogo fisico permette di utilizzare il servizio 24/24h, completamente in autonomia; è ugualmente disponibile un servizio clienti per ricevere un supporto.”

Autore: Andrea Dalla Serra