Da Bolzano, in viaggio per aiutare: scuole e ospedali

È iniziato tutto quasi 45 anni fa, nel 1977, quando, spinti dal desiderio di aiutare il prossimo nei luoghi più poveri del mondo, i membri del Gruppo Missionario di Regina Pacis hanno dato il via alle proprie attività di aiuti cooperando con i missionari del Brasile, in particolare quelli di San Paolo. Ma recentemente una buona parte dell’attività si è spostata in Africa, come racconta Gianfranco Ferro.

“Per i primi 30 anni – racconta Gianfranco Ferro, che è da sempre il cuore del gruppo missionario – abbiamo lavorato esclusivamente Brasile dove, ad eccezione degli ultimi anni della dittatura militare brasiliana, c’è sempre stato un clima di pace. Successivamente siamo entrati in contatto con alcune realtà in Perù, in Timor Est – un’isola nel sudest asiatico – in Kenya e in Tanzania. Negli ultimi anni ci siamo concentrati in modo particolare in questi ultimi due Stati, anche perché qui non si percepiscono forti tensioni tra gli abitanti e, fortunatamente, c’è pace. Dove ci sono guerre è davvero molto difficile lavorare.”

Avete avuto modo di far visita in Tanzania? Quali sono le esigenze a cui andate incontro?
“Personalmente, durante i miei 4 viaggi in Tanzania – il primo nel 2011 e l’ultimo nel 2019 –  ho potuto girarla tutta, e ho percepito, fin da subito, le maggiori problematiche presenti. Qui – spiega Ferro – vi è carenza di acqua potabile, di scuole e di ospedali. Sono queste le cose più importanti su cui ci concentriamo, in quanto, in primo luogo, per trovare acqua potabile è necessario scavare due o trecento metri – da qui l’esigenza di costruire pozzi – in un secondo, la presenza di scuole e ospedali è di vitale importanza. A questi si aggiunge la necessità di avere energia nei villaggi, che stiamo colmando con il rifacimento di una centrale idroelettrica.”

Ai vostri viaggi in Tanzania hanno preso parte anche alcuni bolzanini? E, ultimamente, quanto ha influito il lockdown con il mantenimento dei contatti con i missionari?
“Sono stati diversi i bolzanini che si sono recati in Tanzania per vedere i nostri progetti. Negli anni abbiamo conosciuto numerosi missionari locali e abbiamo potuto ospitarli anche qui a Bolzano. Ora sono diversi anni che non ci si vede, ma rimane, da parte nostra, l’entusiasmo di aiutare e, dalla gente, l’esigenza di essere aiutata. Per quanto riguarda le condizioni di vita provocate dalla pandemia, invece, sappiamo che nei villaggi e nelle campagne la vita ha ripreso ad essere quasi come quella di prima, a differenza delle grandi città dove la situazione è differente.”

In questi ultimi 10 anni, ha potuto vedere dei cambiamento concreti?
“Rispetto al primo viaggio, ho visto dei miglioramenti sia sul piano di aiuti arrivati, sia su quello territoriale. Ora ci sono strade e strutture che 10 anni fa non c’erano. Lo stato si sta sviluppando. E questo grazie agli aiuti internazionali, nati dal fatto che la Tanzania ha grandi risorse minerali, e quindi è un territorio ambito. Questo è stato percepito bene dalla popolazione, perché ha portato posti di lavoro e ha permesso di integrarla in un contesto lavorativo” ha concluso Ferro.

Autore: Andrea Dalla Serra

Marino e il suo sogno americano

“La fortuna aiuta gli audaci, il pigro si ostacola da solo”, recita un antico detto latino, che calza a pennello per la vita di Umberto Marino. La sua storia si muove su un copione noto a molti bolzanini : Marino nasce a Bolzano nel 1990 da genitori campani, arrivati qui per lavoro, frequenta le scuole del capoluogo e trova un ottimo impiego presso una ditta locale. Fin qui nulla di strano, ma poi questo percorso “segnato” fa un potente sterzata, perché il ragazzo vuole di più e decide di tirare fuori il sogno dal cassetto: andare a vivere e lavorare in America. Ci prova e ci riesce – dal 2017 si è trasferito infatti negli States ed ha già alle spalle diverse esperienze lavorative nel settore dello sviluppo commerciale delle aziende nel settore alimentare negli Stati Uniti e in Canada.

Lo raggiungiamo al telefono – qui siamo in piena mattinata, sono le ore 11.30, lui invece sta tornando in macchina da New Orleans e sono le 4.30 di notte. Ciò nonostante, la sua voce è pronta e squillante, siamo quasi travolti dal fiume di parole, spinte da un’energia decisamente fuori dal comune.

Come è iniziata l’avventura americana?
Un misto di volontà e fortuna. Avevo un ottimo lavoro presso una ditta locale, nel settore alimentare. Mi trovavo bene, ma volevo ‘spaccare il mondo’. Presi una settimana di vacanza per andare a New York pervedere che aria tirava. A Malpensa, poco prima di imbarcarmi, sentii un mio collega al telefono. La ragazza che era dietro di me, che aveva ascoltato, mi chiese per quale ditta stessi volando in America  – in realtà nessuna, ma avrei tanto voluto, le risposi – e così ci scambiammo i biglietti da visita. Dopo 7 mesi mi contattò per fare un colloquio per la sua azienda, nel settore “food”, era il 2017.

E sei andato per restare…
Si, a parte un breve rientro per il visto. Il passo decisivo è stato senza dubbio il matrimonio. Ricordo chiaramente il momento in cui, al telefono, lo dissi a mia madre. Ero a Detroit per lavoro e stavo per rientrare in Italia per le vacanze di Natale, le comunicai che avevo intenzione di sposarmi con Kathleen, americana del Bronx. Temevo un po’ la reazione, anche perché mia mamma è cardiopatica, ma dopo un momento di silenzio, mi disse che dovevo fare la mia vita ed era felice per me.

Viene a trovarti?
Certo, con regolarità, pandemia a parte. La prima volta che è venuta le ho fatto visitare il mio ufficio ed ho letto nei suoi occhi la gioia per la mia realizzazione, che è anche la sua.

Qual è il “sogno americano” che ti ha spinto a partire?
Io sono cresciuto con una foto di mio nonno in cui c’era stampato ‘Nato a Brooklyn e morto a Caserta’… sarà stato magari solo a livello visivo, ma questo ha alimentato la mia curiosità e ho iniziato ad appassionarmi all’America. Il mio sogno è stare in questo paese perché ti da la possibilità di poterti esprimere – che sia con un successo o con insuccesso. Qui non ci si ferma mai, si corre sempre – in un certo senso mi ci rivedo, ho la testa che ‘va’, anche troppo forse. E poi mi ritengo una persona ambiziosa, che guarda sempre avanti, al prossimo obiettivo. Questo non vuol dire non fallire mai, ma provarci comunque: quando sono partito ho pensato, beh anche se dopo un mese dovessi tornare a casa, sarebbe stato comunque bello e importante provarci.

Guardare al prossimo obiettivo: lo intendi in senso economico? 
Vengo da una famiglia umile, con situazioni e problemi che molte famiglie si trovano a dover affrontare. Non ho avuto molte opportunità e non ho potuto laurearmi perché dovevo dare una mano a casa. Ma non mi sono pianto addosso. Come dicono qui ‘never give up!’. Per l’ambizione è cicondaemi di chi penso sia migliore di me, per crescere, sempre.

Però questo continuo correre ha anche aspetti negativi…
Si certo, esige molto, è una società competitiva e può essere molto stancante – bisogna pensare che qui si hanno solo 20 giorni all’anno di ferie in media. E non esistono i contratti a tempo indeterminato: la definizione è ‘at will’, ti tengo finché ritengo e mi servi. Sei sempre sulla corda”.

Lavoro che facilmente si perde quindi…
Ma che si ritrova: ce n’è fin troppo! Nella mia esperienza, quella del retail (commercio al dettaglio) si fa fatica a trovare personale. E il tasso di disoccupazione è basso: solo 2%.

Capitolo pandemia: come l’hai vissuta?
Dal punto di vista personale, è stata una buona occasione per riposarmi. Prima ero in volo ogni settimana! Però mi ha staccato dalla mia famiglia di origine e mi ha fatto ripensare alla mia scelta, soprattutto in relazione alla cardiopatia di mia mamma. Ma dopo un momento di crisi ho cercato di viverla serenamente, standole vicino con chiamate quotidiane, facendole sentire comunque la mia presenza.

A New York la situazione è stata dura, con celle frigorifere trasformate in obitori e la nave della marina per accogliere i malati davanti Manhattan…
Sì, ma per fortuna siamo tornati alla normalità – per entrare nei ristoranti devi avere una tessera vaccinale. Qui fare il vaccino è un gesto patriottico, c’è grande capacità di fare unione su questo – avremmo solo da imparare. 

Quindi hai fatto il vaccino.
Certo, ho già fatto la terza dose di Moderna al supermercato. Ho visto che segnalavano la possibilità, ho lasciato un momento il carrello e dopo la puntura sono andato a pagare la spesa.

Cosa ti manca di più dell’Italia? 
Tre cose: la famiglia (ho un rapporto strettissimo con la mamma), poi gli amici d’infanzia – perché quelli che ti fai al campetto sono insostituibili e… i canederli! Ormai è tradizione, la prima cosa che faccio quando arrivo è andare ad Appiano in un noto Gasthof, dove fanno i miei preferiti.

Allora sei rimasto un po’ altoatesino? 
I miei sono delle zone di Caserta e del napoletano, mi ritengo di estrazione meridionale, ma mi sento anche altoatesino. Vorrei lasciare un messaggio a proposito…

Di’ pure!
Vorrei dire ai giovani che, se anche pensate che l’Alto Adige sia noioso e con poche opportunità in realtà avete tante risorse, non dovete sprecare la possibilità di imparare la seconda lingua. Io facevo l’arbitro di calcio per pagarmi le lezioni private di tedesco. Ho poi imparato bene l’inglese stando in America… Non c’è ricchezza più grande che aprirsi alle lingue.

Cosa ami fare fuori dal lavoro?
Correre – vorrei fare la maratona – e, banalmente, ritrovarmi con amici italiani e americani per serate interculturali con ravioli e hamburger!

Autrice: Caterina Longo

I magnifici vincitori del fair play

Massimo Antonino, educatore dell’associazione La Strada – Der Weg Onlus, fondatore della squadra calcistica “Excelsior” nel 2001 e della società sportiva dilettantistica Gs Excelsior nel 2017, ci racconta come nasce il progetto e quali sono i principi su cui si fonda.

Com’è nata l’idea di fondare una squadra di calcio de La Strada?
L’idea è scaturita all’interno del centro giovani Charlie Brown e nasce non dagli educatori, ma proprio dai ragazzi. Ovvero giovani tra i 16 e i 20 anni che frequentavano assiduamente il centro ed erano uniti da una grande amicizia e da una forte passione per il calcio.
Gli operatori del centro hanno accolto quest’idea a braccia aperte e hanno aiutato i ragazzi a realizzarla. Da qui parte un progetto che vuole utilizzare lo sport come strumento educativo. Insieme ai ragazzi sono state stabilite poche ma importanti regole che sono servite a caratterizzare il progetto e a renderlo visibile all’opinione pubblica.

Quali sono queste regole?
La prima regola importantissima è l’equità di trattamento. Secondo i ragazzi la squadra deve unire il gruppo e non dividerlo, infatti ad Excelsior non esistono selezioni. Tutti i tesserati sono trattati allo stesso modo, a prescindere dalle loro capacità tecniche. Nessuno viene escluso, nessuno resta in panchina. È compito dell’allenatore assicurarsi che ogni giocatore alla fine del campionato abbia giocato lo stesso numero di minuti.
Un’altra regola fondamentale su cui si basa la squadra è il rispetto delle regole e sopratutto delle persone, per questo Excelsior è diventato famoso per il così detto fair play e cioè la correttezza sul campo e fuori dal campo.
La terza regola riguarda il divertimento. Bisogna sempre ricordarsi che il nome di questo sport è “il gioco del calcio” e non esiste gioco senza divertimento.
Tutti questi aspetti servono a creare un gruppo in cui i principi di amicizia e solidarietà sono molto forti.

Questi valori sono molto visibili nel documentario girato su di voi “I magnifici perdenti”.
Il documentario è nato per una strana coincidenza. Un’articolo della stampa nazionale è rimbalzato sulla rivista “Le Monde”, un quotidiano parigino. Un trafiletto che ha attirato l’attenzione di un regista italo-francese, il quale si è preso il tempo per comprendere la squadra e per creare un prodotto che, oltre a cogliere bene l’essenza del progetto, ha un che di poetico.
Si comprende quanto nella squadra sia centrale il ruolo di ogni persona. Nella vita di tutti i giorni veniamo misurati non tanto per ciò che siamo, ma per le nostre capacità. Qui invece è “tu mi piaci così perché esisti così”.

Voi siete comunque riusciti a conseguire quattro vittorie.
Excelsior scende sempre in campo con l’obbiettivo di vincere, ma non essendoci una selezione delle capacità tecniche parte già in svantaggio. Ogni tanto però succede qualcosa, le carte si rimescolano, i ragazzi giocano al massimo delle loro possibilità ed Excelsior vince. Questo è successo solo quattro volte in vent’anni e ogni volta io mi soffermo ad osservare lo sguardo negli occhi dei ragazzi e ci vedo una gioia immensa.

Come si fa ad entrare in squadra?
Non serve nemmeno bussare, perché la porta di Excelsior è sempre aperta.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Se la casa è un diritto, dev’esserlo per tutti

INSERZIONE PUBBLICITARIA

Secondo le ultime rilevazioni Astat, si stima che in Alto Adige il 56% degli alloggi non occupati siano vuoti (circa 15.000 abitazioni). Eppure sono numerose le persone che non hanno una casa, che faticano a trovarne una o che rischiano di perderla. Per questo motivo la Caritas ha deciso di mettere il tema dell’abitare al centro della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, con il duplice obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui bisogni delle persone con problemi abitativi, e di raccogliere donazioni in vista del 14 novembre: Giornata Mondiale dei Poveri e domenica della Carità.

In questo periodo dell’anno, con l’arrivo dei primi freddi vengono allestiti piccoli e grandi dormitori temporanei, che rimangano aperti generalmente fino alla primavera, per fornire protezione notturna a chi non ha un posto caldo dove andare. È la cosiddetta “emergenza freddo”, ma di improvviso e imprevedibile ha ben poco: la realtà di chi dorme per strada è un fenomeno noto in Alto Adige, d’estate come d’inverno, e costituisce solo uno dei molti volti della povertà abitativa.

Da anni la Caritas chiede di uscire da questa logica emergenziale, promuovendo interventi più strutturali, capaci di incidere sulle dinamiche economiche e sociali che generano e riproducono disuguaglianze. Ma questo impone di farsi carico di un problema più ampio e sfaccettato.
Alle situazioni di persone senza dimora, andrebbero aggiunte quelle di chi non ha una casa perché vive in strutture residenziali temporanee come i richiedenti asilo, di chi vive in sistemazioni insicure e non garantite spesso teatro di violenza domestica, e anche chi vive in edifici non a norma, sovraffollati, non aderenti ai minimi standard abitativi.
“Secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 25), ogni persona ha diritto ad avere un alloggio adeguato. Ma per molti è difficile trovare una sistemazione dignitosa o accessibile. La povertà abitativa è un fenomeno in aumento e ha un impatto maggiore sulle persone più vulnerabili, con problemi di dipendenza, senza un lavoro, sui genitori single, gli anziani o le persone con disabilità o con un passato di migrazione. In assenza di una sistemazione adeguata, sono minacciati anche molti altri diritti umani, come il diritto alla salute e alla vita, il diritto alla partecipazione e il diritto alla famiglia”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente.

L’AIUTO DELLA CARITAS
La Caritas lavora da tempo per contrastare povertà ed esclusione, gestendo 11 strutture per senzatetto e senza dimora in grado di ospitare circa 600 persone all’anno.
Ma solo un letto e un pasto caldo non sono sufficienti. Tutti hanno bisogno di un luogo da chiamare ‘casa’, che offra protezione e sicurezza, dove trovare spazio per gli oggetti personali e i ricordi, in cui poter vivere una vita dignitosa. Come racconta Danilo Tucconi, responsabile dell’area “Abitare” della Caritas, per raggiungere questo scopo bisogna adottare un approccio “Housing First” in cui l’abitazione è il punto di partenza e non di arrivo. Puntando sulla capacità della persona di vivere nella propria casa come membro di una comunità, vengono quindi attivati interventi per migliorarne le relazioni sociali, il livello di salute e benessere, l’autonomia.
Con questo spirito è stato lanciato il progetto “Domus” che comprende uno sportello di ricerca casa e lavoro e mette a disposizione di singoli e famiglie degli alloggi a Merano, Bressanone e Caldaro. “In queste abitazioni sviluppiamo progetti di ‘training abitativo’ con l’obiettivo di reinserire gli ospiti nella società, rafforzando le competenze in vista di una vita autonoma” spiega Tucconi.

Purtroppo però anche dopo questi percorsi, trovare un alloggio non è facile, e spesso i privati preferiscono lasciare vuoti i propri appartamenti piuttosto che affittarli a persone in apparenza problematiche o con un passato migratorio. Questo diventa un problema di difficile soluzione anche per le famiglie che faticano a trovare alloggi dalle dimensioni adeguate. “Col passare del tempo, si rivolgono alla Caritas anche persone che non fanno parte del bacino di utenti già assistiti – racconta Gertrud Rungaldier che si occupa del servizio di Accompagnamento abitativo della Caritas – Il nostro obiettivo è quello di evitare che le persone sperimentino la condizione di senza tetto o che trovino rifugio solo in alloggi d’emergenza”. Con l’accompagnamento abitativo la Caritas agisce come un mediatore per risolvere le controversie di vicinato, e come un punto di riferimento per i proprietari di casa e per i loro inquilini, seguendo le persone anche dopo la firma di un contratto di locazione. “Dal 2020 a oggi, abbiamo accompagnato con successo 10 famiglie e 55 persone singole nella ricerca di un alloggio e di una sistemazione” conclude Rungaldier.

Il disagio abitativo non ha a che fare solo con la mancanza di alloggi. In alcuni casi le persone vivono crisi finanziarie dovute alle conseguenze della pandemia o per motivi di salute o altro ancora. In queste situazioni diventa difficile pagare l’affitto, visti i canoni elevati in Alto Adige, ma anche sostenere spese accessorie come le bollette. Di conseguenza molte persone ricevono provvedimenti di sfratto (200-300 ogni anno).
A testimonianza di ciò, i servizi di Consulenza per debitori e il Centro d’ascolto della Caritas hanno visto aumentare i propri interventi di sostegno e aiuto, anche finanziario, svolgendo un importante ruolo di “ammortizzatori sociali”. Tali consulenze inoltre fungono da “antenne” dei diversi bisogni del territorio, rilevando le diverse sfumature del disagio alloggiativo.

“Per portare avanti tutto questo, naturalmente, abbiamo bisogno del sostegno della popolazione”, dice il direttore della Caritas Paolo Valente, “sia in termini di fornitura di alloggi per le persone che vivono un disagio abitativo, sia attraverso donazioni per consentire ai nostri servizi di aiutare le persone in difficoltà, rendendo effettivo il diritto fondamentale alla ‘casa’. Ma abbiamo bisogno soprattutto di persone capaci di mettersi al servizio degli altri, contribuendo con la propria attenzione a prendersi cura di tutta la comunità, a partire dai più bisognosi”.

La Caritas aiuta le persone in difficoltà a trovare una casa. Aiutaci anche tu!

Con la causale “Caritas” è possibile sostenere il lavoro della Caritas. Per far sì che il diritto all’abitazione diventi una realtà per tutti. In occasione della campagna “La povertà è più vicina di quanto pensi”, dedicata alle persone che vivono un disagio abitativo, aiutaci ad aiutare! Ogni piccola donazione è preziosa.

Conti correnti
Raiffeisen Cassa Centrale, IBAN: IT42F0349311600000300200018
Cassa di Risparmio di Bolzano, IBAN: IT17X0604511601000000110801
Banca Popolare dell’Alto Adige, IBAN: IT12R0585611601050571000032
Intesa Sanpaolo, IBAN: IT18B0306911619000006000065

Vivere per aiutare il prossimo: volontariato nella Croce Rossa

Quando è nato il volontariato della Croce Rossa in Alto Adige, come funzionava? E oggi qual è l’iter per diventare volontari dell’associazione internazionale di soccorso più famosa al mondo?

La Croce Rossa nella storia
La storia della Croce Rossa di Bolzano si intreccia con quella della Croce Rossa Austriaca. Quando, infatti, nella seconda metà del 1800 iniziarono a formarsi le società nazionali di Croce Rossa, la provincia di Bolzano faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico. Fu solo in seguito alla prima guerra mondiale, dopo l’annessione dell’Alto Adige all’Italia, che la sezione locale della Croce Rossa venne incorporata all’Associazione Italiana di Croce Rossa.
Lo scopo principale con cui il medico svizzero Jean Henry Dunant aveva fondato, nel 1863, la prima “Croce Rossa” era quello di migliorare la sanità militare, mettendo insieme un gruppo di infermieri volontari che fossero preparati a prestare soccorso in tempi di guerra. Durante entrambe le guerre mondiali la sezione di Bolzano si mostrò all’altezza di quell’ideale, e il suo impegno si estese anche oltre all’assistenza dei feriti, con l’istituzione di un ufficio ricerche che aiutasse i parenti dei prigionieri ad ottenere informazioni sui familiari.
A partire dalla seconda metà del 1900 l’impegno Croce Rossa altoatesina ha iniziato ad espandersi anche oltre i confini provinciali. Molti sono i volontari che hanno prestato soccorso in missioni di pace nell’Ex Jugoslavia, in Eritrea, in Somalia, in Israele. Allo stesso modo, si sono dimostrati pronti ad aiutare il prossimo anche quando c’è stato bisogno di assistere le migliaia di profughi che negli anni sono arrivati in Alto Adige per fuggire da situazioni di conflitto.
Se inizialmente la Croce Rossa era nata per intervenire in caso di guerra, dopo il mio primo conflitto mondiale iniziò a venire impiegata anche in tempi di pace. Il terremoto del Friuli del 1976, l’alluvione di Salorno del 1981, lo tsunami dello Sri Lanka del 2004 e i terremoti de l’Aquila del 2009 e di Haiti nel 2010 sono solo alcune delle catastrofi naturali a seguito delle quali i volontari della Croce Rossa di Bolzano hanno offerto il loro aiuto.
La Croce Rossa, quindi, è un’associazione caratterizzata da valori forti e azioni concrete, volte ad aiutare il prossimo senza distinzioni di sesso, nazionalità, religione.
Umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità sono i sette “Principi Fondamentali del Movimento Internazionale di Croce Rossa”, che, adottati nel 1965, ogni volontario rispetta e ritrova nell’impegno della Croce Rossa. Ecco perché chi ne entra a far parte si sente parte di una collettività unita da valori e scopi comuni.

Pionieri del volontariato
Ce lo conferma il signor Franco Parrella, volontario della Croce Rossa di Bolzano dal 1963 al 1968, che dopo anni ricorda ancora quel periodo con grande emozione e con un po’ di sano orgoglio. Aveva solo 16 anni quando iniziò la sua esperienza di volontario. Era sempre stato curioso di scoprire dove andassero tutti i giorni quelle ambulanze che vedeva parcheggiate a pochi metri dal bar in cui lavorava, quando un giorno gli si presentò l’opportunità di conoscere più da vicino quel mondo, e scoprì così il lavoro che svolgeva la Croce Rossa. Da allora, per 5 anni, quando finiva il suo turno al bar, andava a prestare soccorso a chi ne aveva bisogno. Capitava di avere turni nei fine settimana o durante le festività, ma la curiosità, l’adrenalina e la sensazione di potere essere d’aiuto erano più forti di qualsiasi altra emozione.
A quei tempi non era semplice raggiungere i luoghi in cui veniva richiesto l’intervento della Croce Rossa: a volte ci volevano diverse ore di macchina per arrivare sul luogo, guidando anche su strade di difficile percorrenza. I volontari apprendevano il mestiere sul campo, da quelli che tra loro avevano più esperienza e da brevi corsi di formazione offerti dalla Rote Kreuz di Monaco.

Il volontariato oggi
Molte cose sono cambiate da allora. Innanzitutto, grazie anche alla cooperazione tra Croce Rossa, azienda sanitaria e Croce Bianca, il servizio di emergenza si è ampliato e i tempi di intervento si sono di conseguenza ridotti. Anche la formazione del personale nel tempo si è sviluppata. “Per diventare volontario della Croce Rossa oggi è necessario frequentare prima di tutto un corso base, di “reclutamento”, che prevede diversi incontri di avvicinamento alle attività della Croce Rossa e l’apprendimento di alcuni concetti tecnici basilari” ci spiega l’attuale presidente del Comitato di Bolzano della Croce Rossa, Monika Schivari. “In seguito, il volontario frequenta corsi di approfondimento in base alle sue attitudini e alle attività in cui desidera dare il suo aiuto”.
Sono infatti tante le aree in cui oggigiorno si può prestare servizio. Già solo i servizi di primo soccorso e urgenza offrono diversi campi di specializzazione in provincia. I numerosi corsi d’acqua e montagne che caratterizzano la conformazione geografica dell’Alto Adige richiedono, ad esempio, che ci sia una squadra di soccorritori specializzati nell’assistenza lungo le coste e in acque vive, così come operatori specializzati ed esperti nel soccorso in montagna.
Oltre ai servizi di urgenza, si può però anche scegliere di aiutare nel sociale, tramite la distribuzione di viveri o vestendo i panni del clown in quanto operatore del sorriso. La Croce Rossa di Bolzano offre inoltre servizi psicosociali e preventivi, attività di sensibilizzazione, di formazione, e si fanno anche promotori di una corretta educazione alimentare, di educazione stradale e sessuale.
La storia della Croce Rossa percorre diversi secoli, ma i suoi valori e principi sono rimasti gli stessi. Diventare volontari della Croce Rossa significa mettersi a disposizione di chi ne ha bisogno per il bene del prossimo. Il progresso della tecnologia oggi ha poi agevolato la possibilità di avvicinarsi alle attività della Croce Rossa: basta registrarsi al portale GAIA inserendo la propria anagrafica per scoprire subito i corsi erogati sul territorio. Maggiori informazioni su come diventare volontario sono disponibili sul sito della Croce Rossa di Bolzano
www.cribolzano.it

Autrice: Giulia Martinelli COOLtour

I momenti in cui la città racconta storie

“La città racconta storie”, un progetto interculturale pensato per chi abbia la curiosità di lasciarsi condurre negli spazi meno conosciuti del Museo Civico Bolzano ascoltandone la storia, ma anche per chi le proprie storie ha il piacere di ricordale e raccontarle.

Il progetto è nato dalla convinzione che creando all’interno del museo occasioni di incontro confidenziale tra persone con origini straniere e di cultura italiana, si possano avviare momenti di prezioso dialogo interculturale.
Come già successo in occasione di un analogo ciclo di incontri presso il Museo di Scienze, i partecipanti, provenienti dai diversi angoli del mondo e dalla nostra terra, potranno essere protagonisti di un percorso partecipato di workshop di scrittura, racconto, conoscenza, in cui la storia personale di ognuno si intreccia con la specificità di quanto esposto nelle sale del museo.

Il progetto si sviluppa in una serie di incontri che si definiranno anche in funzione dei partecipanti: indicativamente da dicembre per qualche mese.
Gli iscritti – è bene sottolineare che la partecipazione al ciclo di incontri è gratuita – si incontreranno la prima volta nel museo nel corso di una visita arricchita da soste riservate in alcune delle sale più rappresentative con un approfondimento che sarà a cura di attori e attrici di Sagapò Teatro.
Gli incontri proseguiranno anche nella sede dell’agenzia, che con questo progetto intende dare testimonianza al fatto che, grazie alla spontaneità dello scambio personale, rafforzato dal potenziamento del veicolo linguistico, è possibile favorire la nascita di “nuovi pubblici” – in questo caso per il museo civico – e al contempo valorizzare la diversità, parte integrante di una coesione sociale consapevole. Grazie a questo progetto il museo assumerà un nuovo ruolo di ascolto nei confronti dei visitatori, concependo come proprio “patrimonio” non solamente quanto internamente conservato, ma anche le persone che vi si avvicineranno con le proprie emozioni, le proprie opinioni e proiezioni.
“La città racconta storie” intende favorire un reale processo di avvicinamento e conoscenza tra diversità, così come un generale percorso di inclusione sociale, per cui l’accesso alla cultura diviene mezzo di apprendimento permanente.
Per informazioni:
voltaire@voltaire-bz.it,
tel. 0471 1894210

Autore: tam

Arte collaborativa e attivismo femminile

Lo scorso ottobre Nadia Groff, street artist trentina, ha realizzato un fantasioso e vivace murale in Viale Druso a Bolzano, portando un po’ di colore nella trafficata strada del capoluogo altoatesino. L’opera fa parte del progetto “Il mondo è donna”, nato nel 2020 e sostenuto dal Centro per la Pace, l’Ufficio Donna del Comune di Bolzano e il progetto Artemisia di COOLtour.

Lo scopo dell’iniziativa è quello di esplorare ogni anno, per 6 anni consecutivi, un continente diverso. Il tutto attuato tramite conferenze ed eventi che trattano tematiche di genere e storie di donne che si sono battute per i diritti civili.
Quest’anno il focus delle manifestazioni è stato posto sull’Africa e sulle storie, testimonianze e rappresentazioni di alcune delle numerose donne provenienti da tali luoghi e attive socialmente.
Per la realizzazione della sua opera Nadia ha deciso di partire proprio da una delle figure di tali incontri ovvero Agitu Ideo Gudeta, assistendo alla conferenza su questa coraggiosa e intraprendente donna.
Agitu, allevatrice etiope di capre, nel 2010 fu costretta a fuggire dal proprio paese per le minacce di arresto ricevute dal governo a causa della sua lotta contro il “land grabbing”, ovvero la sottrazione di terre agli agricoltori locali da parte delle multinazionali.
L’allevatrice etiope aveva trovato rifugio in Italia, più precisamente nella Valle dei Mocheni in Trentino, dove nel dicembre del 2020 è tragicamente scomparsa vittima di femminicidio.
Nadia, artista molto legata al territorio così come Agitu, inizia il suo processo artistico assistendo alla conferenza sull’attivista etiope e chiedendo ai partecipanti di condividere i propri pensieri ed emozioni rispetto all’evento. Dai feedback l’artista prende coscienza che le parole più ricorrenti erano energia, partecipazione e dinamismo. Ecco quindi che Nadia comincia la progettazione dell’opera con l’obiettivo di trasmettere tramite forme e colori tali concetti.

La street artist confessa inoltre che una frase molto toccante per lei e che l’ha condizionata nella fase di realizzazione del murale, è quella utilizzata spesso da Agitu per descriversi:” Essere una nomade legata al territorio”.
Tutti questi elementi sono ben visibili nell’opera finale che rappresenta Agitu su un’altalena, seguita da un fluire dinamico di figure e colori che riproducono il territorio a cui era molto legata, ovvero la Valle dei Mocheni, anche se non era il suo luogo natale.
Un altro particolare molto curioso e forte che emerge da una prima osservazione del murale è la presenza del detto africano “Dove passi lascia una storia”. Queste parole descrivono molto bene la preziosa testimonianza che l’attivista etiope ha lasciato tramite la sua determinazione e le sue lotte. Storia che viene espressa in maniera molto diretta dai disegni di Nadia, che scorrono alle spalle di Agitu.
Ma trasmettere il grande impegno sociale di questa donna non era l’unico scopo della giovane street artisti trentina. Nadia afferma infatti che un elemento fondamentale per la sua creazione era anche la volontà di fare in modo che il murale fosse un’opportunità per dare vita a un progetto collaborativo, in cui la comunità fosse interpellata concretamente.
Ecco infatti che durante le giornate di realizzazione si è visto il coinvolgimento attivo delle ragazze del progetto Artemisia, arrivando così a un momento concreto di creazione di legami, reti e ponti tra le persone. Questa però non è stata l’unica occasione di scambio, perché così come afferma Nadia soddisfatta: “Sono felice di aver trovato una grandissima partecipazione tra passanti che ringraziavano o facevano complimenti. Alla fine lo scopo del murale è anche strappare un sorriso a chi vede quell’esplosione di colori”.

Autrice: Alessandra Pini COOLtour

Gli abitanti nel cielo della città

Quali sono le principali specie di volatili residenti e di passaggio nella conca di Bolzano? Ne abbiamo parlato con l’appassionato birdwatcher Maurizio Azzolini, che ci racconta luoghi, abitudini e anche nuovi arrivi tra gli uccelli selvatici del capoluogo.

La cosa è nota a tutti. A popolare la città non sono solo gli umani, talvolta in compagnia dei loro animali “domestici”. Il capoluogo altoatesino può contare infatti su una folta presenza di “animali selvatici”, ovvero una fauna che si muove libera, anche se comunque a vario titolo “in simbiosi” con l’uomo.
Sul nostro giornale, in un paio di puntate, cercheremo di fare una sorta di fotografia per quanto possibile attuale su questa presenza, silenziosa ma neanche tanto.
Il nostro percorso lo cominciamo con i volatili e per descrivere le specie presenti nella conca di Bolzano – sia quelle storiche che le più recenti “acquisizioni” – abbiamo contattato Maurizio Azzolini, birdwatcher, fotografo e appassionato cultore di queste specie animali, membro dell’associazione EBN Italia/Dolomiti Birdwatching.

Maurizio Azzolini: iniziamo parlando di gabbiani e cornacchie, alcuni tra i più grandi uccelli selvatici che popolano la città.
I gabbiani sono presenti da anni nel capoluogo con due specie: il gabbiano comune e il gabbiano reale. Di quest’ultimo abbiamo anche identificato i nidi e osservato i corteggiamenti che preludono agli accoppiamenti sui tetti della zona industriale. Per quanto riguarda le cornacchie sono sempre state presenti in città, ma ora lo sono in maggior numero. Si possono osservare anche in gruppo su alcuni grandi alberi del capoluogo. Si spostano in stormo nelle immediate vicinanze dell’area urbana a Bolzano Sud e in particolare l’area Ischia Frizzi, per poi rientrare nei “dormitori” della città la sera. Un certo numero di cornacchie rimane comunque sempre in città: è possibile vederle lungo le passeggiate del Talvera o in qualche giardino, anche condominiale.  

Tordi

Poi naturalmente abbiamo gli aironi, non molto amati dai pescatori…
La specie più diffusa è quella dell’airone cinerino, che ha beneficiato delle misure di protezione introdotte già da diversi anni. Si tratta di una specie in incremento, molto odiata dai pescatori, un po’ come i cormorani. Gli aironi in realtà fanno il loro mestiere, ovvero pescano per vivere, al contrario dei pescatori che lo fanno per diletto. 

I cormorani sono però meno diffusi, degli aironi… 
L’airone nidifica in alcuni luoghi anche in Alto Adige, ad esempio subito fuori città, a Bolzano. I cormorani invece si fermano lungo gli assi fluviali e sui laghi durante il periodo migratorio. D’estate si spostano nelle loro colonie riproduttive che si trovano soprattutto nel centro Europa, in Olanda, Danimarca e anche i paesi Baltici. 

Airone cinerino

Nella conca di Bolzano o nei pressi ci sono anche passaggi migratori, ci diceva. Voi appassionati riuscite ad intercettarli? Quali sono le specie più significative?
Sono diversi anni che monitoriamo la situazione, in particolare nell’area dell’aeroporto di Bolzano. Quello si è rivelato un luogo davvero eccezionale: in un contesto di fondovalle caratterizzato dalla monocoltura del melo i prati a sfalcio e le aree rurali marginali sono molto ridotti, come sappiamo. Per questo l’aeroporto è particolarmente importante per diverse specie di uccelli. In 15 anni di ricerche abbiamo censito lì quasi 180 specie, tra nidificanti, svernanti e soprattutto migratori. Si tratta di un numero molto elevato per un ambito che si trova alle porte della città. Abbiamo rilevato anche alcune specie che storicamente non erano mai state segnalate. Si fermano all’aeroporto molte specie di passeriformi, ma anche rapaci e delle specie di gabbiani. Parlando di specie rare per esempio l’ultima che abbiamo rilevato lo scorso maggio è stata una pernice di mare orientale. è arrivata in un giorno di maltempo, pioveva a dirotto, si è fermata tre ore e poi è ripartita. 

Quali sono i luoghi più adatti per l’osservazione degli uccelli selvatici?
Come dicevo l’aeroporto di Bolzano si è rivelato è un hotspot migratorio davvero importante. è come se fosse un’isola in mezzo al mare, per gli uccelli. Per il resto i volatili hanno un grande bisogno delle zone incolte, che noi spesso consideriamo appezzamenti improduttivi. Ma in realtà è proprio in questi ambienti che si sviluppano spontaneamente le piante e i semi di cui hanno bisogno gli uccelli, per non parlare degli insetti. In realtà nell’aeroporto non possiamo entrare. Siamo stati solo chiamati alcune volte per liberare uccelli che erano finiti in una rete, vicino al laghetto. Normalmente per il birdwatching ci piazziamo nella zona libera lungo la recinzione a sud, che però con i lavori di allungamento pista purtroppo ora è diventata un cantiere.

Cormorano

Il lago di Caldaro è meno interessante rispetto all’aeroporto?
Come altre zone umide il lago di Caldaro è senz’altro molto attrattivo per diverse specie di uccelli. Ma la vera scoperta per noi negli ultimi anni è stato appunto l’aeroporto, che prima da questo punto di vista era assolutamente sconosciuto.

Gli uccelli  hanno la loro importanza anche in città. Possiamo dire perché?
Il principio è semplice ed è che dovrebbe esserci spazio per tutti. E con questo anche la tolleranza: non è che noi umani siamo i padroni assoluti di tutto. Purtroppo invece ci sono diversi cittadini che si infastidiscono anche solo per gli escrementi delle rondini, andando a rompere i nidi dei balestrucci. Poi c’è l’amato e odiato piccione. Ci sono anziani che li alimentano e altri invece che non li sopportano per via delle deiezioni. Per il resto negli ambiti urbani i campanili sostituiscono da tempo le vecchie falesie, divenendo sedi molto importanti per i nidi. Ma forse possiamo ribadire che se nasce la curiosità, basta guardare nel proprio giardino condominiale per vedere molte specie di uccelli che abitano regolarmente la città, riproducendosi. Questo ad esempio è il periodo in cui si sente il ticchettio dei pettirossi. Nidificano anche da noi, ma in realtà il grosso giunge in autunno. Svernano da noi provenendo dall’Europa centrale.
Resta il fatto che gli uccelli sono anche un’importante risorsa dal punto di vista estetico. La bellezza del loro canto è una panacea, per non sentirci solo sopraffatti dal cemento e dal rumore del traffico. Ci portano una nota di colore e anche di poesia, come molti di noi hanno avuto modo di appurare, ad esempio, durante la fase di stretto lockdown dello scorso anno.

Gabbiano reale

Una presenza importante è anche quella delle tortore, oggi come oggi. 
Si tratta di una specie in espansione che una volta non c’era, a Bolzano. Anche la tortora dal collare si avvantaggia della presenza dell’uomo, recuperando qualche pezzetto di cibo, pane, semi. A volte covano anche fuori stagione, come in autunno e in inverno, sfruttando il microclima favorevole della città. 

Gli uccelli selvatici in città rappresentano un qualche pericolo sanitario per l’uomo? 
No. Problemi come quelli rappresentati dall’influenza aviaria sono creati più che altro dall’uomo, attraverso gli allevamenti intensivi.
Lì si possono creare situazioni di sovraffollamento e stress, legate agli spazi innaturali. Per non parlare dell’uso degli antibiotici sui polli d’allevamento. A mio avviso sono anche eccessive le preoccupazioni relative ai piccioni in città. 

Maurizio Azzolini

Quanto sono importanti le cassette nido che sono stati apposte su tutti gli alberi “pubblici” del capoluogo?
Offrono senz’altro un aiuto per gli uccelli nell’individuazione dei siti per la nidificazione. Quelli naturali sono reperibili in misura minore rispetto a un tempo. Una volta c’erano molti più alberi secolari, anche meli, dove gli uccelli potevano individuare o scavare delle cavità. Oggi gli alberi sono molto più giovani e quindi tutto è molto più complicato. Nel nostro ambiente però si discute un po’ sul parrocchetto dal collare, specie aliena che sottrae le cavità naturali alle specie autoctone. 

Fino a qualche anno fa a Bolzano c’era un centro avifauna. Com’è oggi la situazione da questo punto di vista? Se qualche cittadino trova un uccello ferito a chi si può rivolgere?
Per anni a Bolzano abbiamo avuto un Centro recupero avifauna di Bolzano, gestito da ornitologi, ma la struttura purtroppo è chiusa da anni. Quella struttura  aveva proprio lo scopo di curare gli uccelli selvatici per riportarli alla vita in natura. Noi ornitologi se c’è bisogno interveniamo anche oggi, ma in modo informale perché purtroppo a livello locale manca una sensibilità in questo senso da parte dell’ente pubblico, che tende a privilegiare altre prospettive, come quella dei cacciatori. In Alto Adige non c’è una grande sensibilità nei confronti della fauna selvatica in generale. Altrove non è così. A Trento ad esempio esiste un centro di recupero della Lipu, Lega italiana protezione uccelli, gestito in convenzione con la Provincia autonoma.

Autore: Luca Sticcotti

Mercatino di Natale 2021: come sarà organizzato?

Quando l’inverno è alle porte, Bolzano solitamente comincia ad attrezzarsi in vista del Mercatino di Natale. Qualche settimana fa Piazza Walther ha cominciato a far spazio per le casette del mercatino, rimuovendo il piccolo palco adiacente alla zona Taxi, e con lui le aiuole intorno, per ripristinare la tipica pavimentazione con i cubetti di porfido. Per capire cosa ci aspetterà da fine novembre, abbiamo contattato Johanna Ramoser, assessora comunale alle attività economiche e al turismo.

Assessora, partiamo dalle certezze: Quali sono, al momento?
Posso confermare che, dopo un anno di pausa, torna il Mercatino di Natale di Bolzano, precisamente dal 26 novembre al 6 gennaio del prossimo anno. L’inaugurazione sarà il 25 novembre.

Lo scorso inverno il Mercatino è stato annullato a causa della pandemia. Come verranno gestiti quest’anno gli accessi?
Stiamo attendendo indicazioni precise da parte della Provincia, ma siamo portati a pensare che si accederà con Green Pass e con la distribuzione di appositi braccialetti.

Quali saranno le piazze interessate?
Sicuramente Piazza Walther, con gli stand classici, e Piazza del Grano con il mercatino del sociale. Qualcosa avremo anche in Piazza della Mostra. I nuovi spazi di Palazzo Campofranco che si affacciano su Piazza Walther e collegano con Vicolo della Posta non faranno parte invece del Mercatino di Natale, in quanto privati, ma saranno sicuramente accoglienti e decorati in stile natalizio, solo senza banchetti. In Piazza Municipio poi si potrà pattinare sul ghiaccio. Quest’anno ogni sabato i bambini della società di pattinaggio artistico Bolzano Ice eseguiranno rappresentazioni tratte dal famoso balletto Il lago dei cigni, musicato da Čajkovskij. Questa iniziativa è organizzata in collaborazione con la cooperativa di commercianti BZ Heatbeat.
Nel parco di Piazza Stazione, infine, ci saranno gli stand degli operatori del proprio ingegno (dell’artigianato ndr). Allo stato attuale posso dire che ci sarà qualcosa in Piazza Casagrande, una casetta in stile Hänsel e Gretel, in cui si faranno, tra le altre cose, pure i biscotti. Sono quindi in discussione con gli altri assessorati iniziative in Piazza Matteotti e piazza Don Bosco, ma molto dipenderà dalle misure di sicurezza che dovremo approntare.

Per il primo anno i mercatini convivono con il cantiere del Waltherpark…
Non prevedo problemi in tal senso. La via sarà illuminata in direzione del sottopasso pedonale di Piazza Verdi che porta al Parcheggio Mayr Nusser, che sarà anche la zona in cui i bus turistici faranno scendere i visitatori, prima di andare a parcheggiare nell’area ferroviaria della Ro.La. in via Macello, zona Siberia.
Noi siamo fiduciosi che sarà un buon mercatino perché la gente ha voglia di tornare alla normalità. Può darsi che non avremo i numeri degli anni di boom, anche perché comunque il Green Pass è uno scoglio da superare, ma la voglia di ripartire è grandissima, anche da parte degli espositori.

Avete in programma progetti speciali?
Quest’anno un progetto speciale è dedicato agli angeli: ci saranno quattro installazioni di arte contemporanea di spessore con gli artisti Carla Cardinaletti, per Piazza Municipio, Elisa Grezzani per via Goethe, Hubert Kostner per Piazza della Vittoria e Michael Fliri per la nuova zona H1 della Fiera. Vogliamo creare un percorso per visitare queste installazioni perché l’angelo, al di là del fatto religioso, è un elemento spirituale riconosciuto da tutti. è un bel messaggio natalizio, positivo, che sarà interpretato in maniera diversa dagli artisti e dalle artiste (chi utilizzando la luce, chi la stoffa e chi la fotografia). Il progetto degli Angeli vedrà coinvolto anche Castel Roncolo, ma a questo proposito siamo ancora nella fase di definizione del programma.

Autore: Till Antonio Mola

I laboratori Aias: socialità e apprendimento

Compirà 55 anni il 3 dicembre la Onlus AIAS che offre assistenza alle persone con disabilità presenti sul nostro territorio. Abbiamo parlato con Chiara Rullo, psicologa e psicoterapeuta, che, oltre ad aver lavorato 7 anni per l’associazione, progetta ora le diverse attività a titolo di volontariato.

“Mi è sempre interessato lavorare con i ragazzi e le loro famiglie, proponendo progetti sempre nuovi e stimolanti; nonostante oggi svolga il mio lavoro in altri luoghi, ho desiderato rimanere dentro AIAS per aiutare. Ogni volontario – spiega Chiara Rullo – è una parte fondamentale per la nostra associazione, siamo tutti costantemente formati e impegnati a conoscere le specificità di ogni nostro ragazzo; è un ruolo di responsabilità. Dopo il lockdown, tuttavia, i numeri dei volontari sono calati e siamo sempre alla ricerca di nuove persone che desiderino imparare e mettersi in gioco offrendo il loro servizio.”

Ragazzi e famiglie GMA

Dalla lettura del giornale alla formazione
“Dietro ad ogni nostra iniziativa c’è un lavoro per incentivare l’apprendimento. ‘Good Morning AIAS’ (GMA) è l’insieme di tutte le attività che proponiamo al mattino e nasce dall’esigenza di estendere il doposcuola a chi la scuola non la frequenta più, ovvero gli adulti, coloro i quali che per diverse ragioni non hanno ancora iniziato a lavorare nei laboratori. Ci ritroviamo quattro mattine a settimana, iniziamo alle ore 8 con la lettura del giornale, passiamo ai giochi e all’utilizzo del computer, ma esercitiamo anche la comprensione del testo durante la lettura dei libri. Non mancano però – racconta la volontaria – tutte quelle attività motorie, ludiche e ricreative: penso al nuoto o al tempo che i ragazzi possono passare con i cani per imparare a gestire le proprie emozioni.”
Tra i progetti, portati avanti anche con la biblioteca dell’associazione, vi è l’idea di realizzare un fumetto contenente diverse storie che hanno per protagonisti i ragazzi stessi. Il tutto, come ricorda Rullo: “è finalizzato a incrementare le attività quotidiane che possono essere utili ai ragazzi durante la propria vita. Ad esempio, in mattinata, andiamo a fare la spesa in vista di una merenda o un aperitivo di gruppo. Questo consente ai ragazzi di imparare, oltre ad organizzarsi, anche il valore del denaro, diventando così sempre più autonomi.”

Chiara Rullo

l doposcuola e le attività serali
“A novembre prenderà vita il nostro ‘doposcuola’; al di là dello studio e dell’apprendimento bisogna recuperare nei ragazzi la voglia di fare movimento, uscire, incontrarsi… In questo tempo, essendo mancata la socialità, abbiamo percepito in loro molta pigrizia, alcuni tendono perfino a stare più tempo da soli. Il nostro obiettivo sarebbe invece quello di potenziare le loro abilità, migliorando la cooperazione e l’attenzione, valorizzando i momenti di socialità e di gruppo, sia nei nostri laboratori che in altri ambienti. Pur ospitando piccoli numeri di persone alla volta, si riesce a creare un clima bello e propositivo.”
La festa per i 55 anni
“Il 20 novembre – ci preannuncia Chiara Rullo – verrà organizzato un evento a Castel Mareccio per festeggiare (con qualche settimana in anticipo) l’anniversario dei 55 anni dalla nostra fondazione.”

Autore: Andrea Dalla Serra