Attenzione alla “omissione di soccorso”

Sulle pagine di questo giornale nel corso del 2021 a più riprese ci siamo occupati delle principali infrazioni del codice della strada in cui incorrono i bolzanini. Il più grave di questi reati è l’omissione di soccorso dopo aver causato un incidente. E purtroppo negli ultimi giorni diversi casi di questo genere sono stati segnalati dai vigili urbani.

La Polizia Municipale di Bolzano ha recentemente denunciato alcune persone del capoluogo, che dopo aver provocato altrettanti incidenti con feriti, si sono date alla fuga. Il Nucleo Infortunistica del Comando di via Galilei si è trovato in pochi giorni ad affrontare ben 5 casi diversi, riuscendo nel giro di 48 ore a dare un volto e soprattutto un nome a chi si è macchiato di questo reato. Questo grazie ad una complessa attività di indagine con il prezioso supporto degli impianti di videosorveglianza comunale e privata presenti in ambito urbano.
Tra i casi più eclatanti vi è stato lo scontro tra due ciclisti avvenuto sotto ponte Palermo. L’uomo che lo ha provocato, un trentenne residente a Don Bosco, anziché fermarsi e soccorrere la persona rimasta ferita a terra, ha preferito darsi alla fuga convinto di riuscire a far perdere le proprie tracce. Gli inquirenti del nucleo specialistico, attraverso le telecamere presenti in zona, hanno potuto ricostruire sia le fasi antecedenti, che soprattutto quelle successive all’evento, arrivando ad individuare il percorso usato nella fuga e a risalire così all’ identità dell’investitore.
Caso analogo quello di una donna ultraottantenne che alla guida della propria autovettura, dopo essere passata con il semaforo rosso in via Galilei davanti al centro commerciale, ha investito un pedone che stava attraversando sulle strisce, ferendolo fortunatamente in modo non grave. Anche l’anziana, anziché fermarsi ed attivare i soccorsi, si è frettolosamente allontanata in direzione di Oltrisarco. In questo caso è stato fondamentale l’impianto video che rileva i passaggi con il semaforo rosso che ha ripreso il veicolo e soprattutto la targa, permettendo agli agenti di risalire in breve tempo alla conducente.
Sempre davanti al centro commerciale, una ciclista che aveva attraversato la strada con il semaforo rosso, ha provocato la caduta di una donna che stava percorrendo via Galilei in sella al proprio motociclo.
Quest’ultima, nell’impatto sull’asfalto, ha rimediato 2 costole rotte e la frattura di un ginocchio. La ciclista si era allontanata dal luogo dell’incidente senza lasciare i propri dati, ma è stata successivamente rintracciata dalla Polizia Municipale grazie alle immagini delle telecamere della zona.
Ma cosa prevede la legge, ed in particolare il codice della strada, di fronte a questi fenomeni di pirateria stradale? L’art.189 del Cds regola il comportamento in caso di incidente, distinguendosi in parte amministrativa e penale. In caso di infortunio con soli danni materiali, la legge punisce sia chi si allontana ed anche chi, pur fermandosi, omette di comunicare i propri dati alla controparte, con sanzioni pecuniarie che partono dai 302 Euro e 4 punti di decurtazione dalla patente. Se i danni riportati dai veicoli coinvolti dovessero richiedere poi una revisione straordinaria, i punti decurtati diventano 10. Molto più severe le sanzioni se l’incidente provoca feriti. L’omissione di soccorso viene punita con una denuncia all’autorità giudiziaria e la sospensione della patente da 18 mesi a 5 anni. In caso di fuga, oltre alla denuncia di natura penale scatta la sospensione della patente da 1 a 3 anni e la decurtazione di 10 punti.
La raccomandazione quindi è quella di fermarsi sempre in caso di incidente, mettersi a disposizione dell’organo di polizia che procede ai rilievi e, cosa estremamente importante, prestare soccorso ai coinvolti se feriti, attivando il numero telefonico 112. L’inosservanza come abbiamo visto può comportare pesanti conseguenze, sia a livello pecuniario che giudiziario.

La banca del tempo festeggia i suoi 20 anni

Uno scambio reciproco di tempo libero, che permette di donare e ricevere favori, socializzare e ampliare la propria rete di conoscenze e amicizie. Tradotto: un’ora di lezione al computer in cambio di una gustosa nuova ricetta. Oppure un aiuto nei lavoretti di giardinaggio ricambiato con un bel giro alla scoperta della Bolzano nascosta. D’altronde il senso della Banca del Tempo di Bolzano, l’associazione bolzanina con sede nel quartiere Gries-San Quirino, è proprio questo: mettere a disposizione le proprie capacità ricevendo dagli altri ciò di cui abbiamo bisogno. E senza alcun tipo di differenza sociale o professionale: il tempo messo a disposizione ha lo stesso valore tra tutti gli associati. Poco importa se si tratta di un ingegnere o di una casalinga. Quello che conta è offrire le proprie competenze per essere d’aiuto ad altre persone.
Un sistema vincente che ha da poco festeggiato i vent’anni di attività con un incontro celebrativo al quale hanno partecipato diverse cariche politiche come il sindaco Renzo Caramaschi o l’assessore Angelo Gennaccaro. Come a voler sottolineare che anche la politica ha compreso l’importanza sociale del lavoro che l’associazione svolge ogni giorno e che, come dice il nome, opera come un vero e proprio istituto di credito. Registrandosi alla Banca del Tempo si riceveranno un conto corrente e un libretto degli assegni dove, al posto dei soldi, la valuta utilizzata è il tempo. Inoltre si riceverà anche una lista di tutti i soci e delle richieste e offerte di attività in quel momento.
“Siamo partiti nel 2001 che eravamo soltanto nove soci, ora siamo più di settanta”, precisa la presidentessa Giuliana Biasio. L’attenzione è ora riposta sul ricambio generazionale. L’età media degli iscritti supera infatti i 60 anni, e per questo l’associazione sta aprendo le porte ai più giovani e alle loro preziose conoscenze, importanti per i più anziani alle prese con i piccoli problemi quotidiani. Un modo, questo, per permettere un incontro tra generazioni diverse, favorendo quei rapporti che la pandemia ha inevitabilmente bloccato. Sono numerosi, infatti, i progetti e gli incontri che sono stati annullati a causa del Covid-19. Come raccontato dall’associazione, gli incontri tra i soci si sono dimezzati da un anno e mezzo a questa parte, anche per via di una comprensibile paura di contagiarsi. Ma al contrario sono emersi grandi valori di solidarietà tra gli iscritti: una telefonata, un regalo o una parola di conforto nei momenti più difficili non è mai stata negata da nessuno. Un piccolo ecosistema sociale che valorizza a pieno il sapere delle persone.

Autore: Alexander Ginestous

Gli Atop the Hill sull’Apecar d’Avvento

Tornano i contenuti culturali su U-Game, il trekking urbano ideato da COOLtour, dei quartieri Casanova, Firmian e Don Bosco. A concludere l’anno sarà la musica della giovane band bolzanina Atop the Hill: pezzi inediti, conosciuti e cover risuoneranno dai codici QR di U-Game per i cittadini! Ma non solo: il 10 dicembre in via Sassari 13/B arriva l’Ape d’Avvento. Ci raccontano dell’iniziativa Luca Taddeo, referente U-Game, e Maddalena Ansaloni, bassista della band Atop the Hill.

Luca, rinfrescaci la memoria: cos’è U-Game?
Si tratta di un percorso composto da dieci tappe nei luoghi più significativi dei quartieri Firmian, Casanova e Don Bosco, come il Parco delle Semirurali, COOLtour o Piazzetta Anne Frank. Ogni tappa è contraddistinta da un pannello blu sul quale si può scannerizzare, con la fotocamera del telefono, un codice QR giallo. In questo modo si può avere accesso ad un contenuto culturale diverso per ogni tappa. Al termine viene poi generata una grafica del percorso completato. 

E per concludere quest’anno in bellezza… 
Nel percorso U-Game abbiamo proposto agli Atop the Hill, la band bolzanina, di fare ciò che le riesce meglio: la musica. Ciascuna tappa, quindi, aprirà un video in cui i ragazzi suonano e cantano le loro canzoni. Il percorso sarà disponibile a partire dal 10 dicembre, fino alla fine dell’anno. 

Maddalena, voi della band cosa ne pensate? 
Siamo stati felici di accettare questo invito: U-Game ci sembra un’iniziativa meravigliosa, soprattutto in questo periodo, per avvicinare le persone ai luoghi di Bolzano e alla cultura. Tra l’altro, questa modalità di essere in “tour” per la nostra città è interessante per il fatto che il pubblico ci può vedere nel luogo dove nascono tutte le nostre canzoni e dove vengono perfezionate, quindi nella sala prove.  

Possiamo avere qualche anticipazione sui contenuti? 
I contenuti sono tutti filmati da Valentina Gentili, giovane videomaker, fotografa e designer bolzanina. Ci saranno dieci dei nostri pezzi: alcuni inediti e alcuni già conosciuti, che si possono trovare sui nostri canali Spotify e Youtube e ci saranno anche due cover. Molti dei pezzi inediti, tutti in italiano, usciranno l’anno prossimo in un EP. 

Luca, prima di dare il via al trekking su U-Game, però, ci sarà un momento particolare? 
Sì! Venerdì 10 dicembre, alle ore 17.15, davanti a COOLtour (via Sassari 13/B) gli Atop the Hill suoneranno live, grazie all’iniziativa Ape d’Avvento. Si tratta di una manifestazione itinerante promossa dal Comune di Bolzano che desidera portare la musica per tutta la città, permettendo ai giovani talenti bolzanini di esprimersi e farsi conoscere. Un’occasione perfetta e colta al volo! 

Maddalena, siete contenti di tornare a suonare live? 
Non vedevamo l’ora! Speriamo che la situazione non peggiori e ci permetta ancora di fare ciò che più amiamo: musica, insieme! Ci vediamo il 10 dicembre, con tutta la band: Mattia Mochen, Daniel Ruocco, Antonio Del Giudice e Luca Pallaver. 

Autrice: Ana Andros COOLtour

Una canzone per la storia di “Shangai”

“Shanghai, Storia di un quartiere” è il nuovo progetto che racconta, con una canzone, lo spaccato storico di un quartiere di Bolzano, di un modo di vita e di socializzazione raso al suolo, ma non dimenticato. La “band sciangaiola” è stata sostenuta in questo progetto dall’Associazione La strada-der Weg e dall’ufficio Cultura del Comune di Bolzano. Lo racconta Beppe Grandinetti, l’ideatore dell’iniziativa.

Come è nata l’idea?
La maggioranza dei cantautori ha scritto qualcosa sulla propria provenienza, sul proprio luogo, o la propria via, raccontandone la storia e la vita. Noi siamo la terza generazione che ha vissuto lì, dopo i nostri nonni e i nostri genitori. Certo, ci sono già libri e immagini che raccontano la storia di Shanghai, ma il nostro è un ulteriore… passaggio. 

In cosa consiste il progetto?
Principalmente in un brano – che canto insieme a due amici, Macao Timpone e Memo Emeri – che racconta la storia del quartiere. La canzone sarà supportata da filmati di quel periodo, che abbiamo raccolto privatamente grazie al contributo di altri abitanti del rione; poi ci sarà anche una poesia, in rima, che racconta invece in modo abbastanza, non dico scherzoso, ma soft, tutta la vita di allora. Abbiamo acquisito, sempre privatamente, delle fotografie, che accompagneranno la poesia. Il tutto, grazie anche al supporto di Luca Sommacampagna, sarà raccolto in un dvd, disponibile gratuitamente in 500 copie.

Il progetto a chi è rivolto? 
Lo abbiamo ideato noi abitanti di Shanghai, però raccogliamo tutti, perché raccontiamo la storia di tante persone che come noi hanno la passione per la musica e anche i fatti della vita, di quello che era, di come si è sviluppato il rione, di come poi c’è stata la crescita e di quando c’è stata – in tantissimi – la delusione dell’abbattimento, negli anni ’80 di quello che era questo rione, che va comunque ricordato. Vorremmo consegnarlo ai giovani bolzanini che conoscono Shanghai per sentito dire e a tutti quelli che sono curiosi. 

In che modo? 
Un grande appoggio, in questo senso, è offerto da COOLtour. C’è stato un appuntamento, MUSIcittà, con la cantautrice Erica Mou, in cui abbiamo parlato proprio di canzoni che raccontano la città dove si è vissuti. Da poco poi è stata inaugurata la mostra fotografica “C’era una volta Sciangai: ricordiamo insieme”, sempre sulle vetrine di COOLtour. Seguiranno altri appuntamenti, forse anche, con l’arrivo della bella stagione, un concerto al Parco delle Semirurali. È un aiuto reciproco, una bel modo di creare socializzazione giovanile e intergenerazionale.

Com’era il quartiere, una volta? 
Era un grande rione popolare, creato per i lavoratori della zona industriale: nelle famose casette abitavano quattro famiglie, per lo più molto numerose, e c’erano gli orti. Convivevano persone provenienti da diverse regioni d’Italia, era una grande mescolanza di dialetti, usanze, modi di fare; col tempo sono apparsi anche i tirolesi di madrelingua tedesca. 

Autrice: Ana Andros COOLtour

Spazio CUT: esposizioni non convenzionali

“Spazio CUT” è lo spazio espositivo fondato lo scorso marzo dai due giovani appassionati d’arte Leonardo Cuccia e Maximilian Pellizzari, ideatori e curatori delle mostre in questa nuova galleria bolzanina. Un ambiente fresco, giovane e soprattutto aperto alla curiosità di tutti, poiché posto in uno spazio del tutto informale, ovvero come dependance di un salone di parrucchiera in via della Rena. La loro terza esposizione è stata un duo-show, “Lezioni di pittura”, in mostra fino a fine novembre.

L’esposizione ospitava due artisti, Francesco Burattini e Heinz Mader, che in dialogo tra loro, come di consueto nelle mostre dello spazio, creavano un ambiente di riflessione sul concetto di pittura tramite forme espressive diverse. Heinz Mader, artista altoatesino, portava avanti il tema delle lezioni di pittura tramite la serie di disegni “Fonzies”, creata con l’aiuto della moglie alla quale l’artista stesso aveva impartito insegnamenti privati di pittura. La serie eseguita, durante il primo lockdown e ad esso ispirata, mette in luce l’approccio critico e ironico, ma non irriverente, dell’artista. Heinz Mader ha riflettuto sulla curiosità sempre più prorompente delle persone nei confronti, non solo degli altri, ma in particolare delle loro sfortune, aspetto che si è visibilmente rafforzato durante il lockdown. Mader provocava, leggendo anche il consumare dell’informazione come un mordi e fuggi che non entra in profondità e non va a caccia della verità.


Insieme alla figura dell’autoctono Mader, l’esposizione ha visto quella del giovane artista marchigiano Francesco Burattini, le cui opere sono contraddistinte da una forte influenza della street art. Egli rifletteva sull’idea di pittura con un altro tipo di produzione ovvero una scultura composta da vecchie videocassette di lezioni di pittura. In questo modo è riuscito a concretizzare un concetto in una creazione tridimensionale reale e palpabile.
Il duo-show ha posto quindi insieme figure artistiche diverse nella pratica, così come anche nella provenienza, ma in forte connessione. Infatti i due giovani galleristi affermano che uno degli obiettivi di “Spazio CUT” è quello di realizzare delle esposizioni che mettano in rete un artista locale con uno proveniente da “mondi altri”. Ma non solo: sostengono anche un grande interesse nel far dialogare tecniche artistiche differenti come già accaduto nelle precedenti mostre, dove artisti e designer si sono trovati a far co-abitare le proprie creazioni, veri pezzi d’arte, all’interno del medesimo allestimento, pensato ad hoc per il contesto e dunque unico e irripetibile.
Leonardo e Maximilian esprimono inoltre la volontà di aprirsi a nuove categorie dell’arte come il design: tramite nuovi ambiti artistici si allarga la varietà dei materiali utilizzati e di conseguenza anche le connesse possibilità di espressione di valori sociali e di azioni politicamente attive.
L’impegno sociale e di divulgazione di “Spazio CUT” è ben visibile già nell’atto della sua fondazione. Infatti l’ambiente espositivo, aperto lo scorso marzo, quindi in pieno lockdown, al piano superiore di un salone da parrucchiera, dava ai clienti la possibilità di sfruttare la rara occasione di uscita per godere anche di uno spazio culturalmente attivo e di educare alla bellezza, in un posto solitamente non deputato all’arte.
Tutto questo rende chiaro che “Spazio CUT” può essere definito un canale culturale non convenzionale, in cui l’arte entra a fare parte del quotidiano. In questo modo le occasioni di contatto con il mondo culturale si allargano perché l’ambiente del salone, tipicamente informale e a disposizione di tutti, riduce le distanze tra arte e pubblico, rendendo la cultura più accessibile alla comunità.
Tra i progetti futuri dei due giovani allestitori vi è il desiderio di creare dei rapporti di collaborazione e co-creazione con gli artisti che si estendano al di là delle mostre ospitate nello spazio: sperano di creare sinergie durature caratterizzate sempre dal dialogo in cui entrambe le parti, espositori e artisti, possano imparare e migliorarsi reciprocamente. Molte saranno le novità per i mesi futuri, quindi non rimane che passare da via della Rena e lasciarsi sorprendere dalla bellezza dell’arte nel quotidiano.

Autrice: Alessandra Pini COOLtour

Apicoltura e fragilità del sistema

L’apicoltura è una passione del tutto originale; ne abbiamo parlato insieme a Ivo Bocchi e il figlio Jacopo che, a Laives, la coltivano ormai da 15 anni. 
Una passione, la loro, nata quasi per gioco quando, da piccolo, Jacopo era interessato al mondo della natura e suo padre decise di prendere un alveare, ceduto da un amico, da tenere in giardino. 
“Dopo questo periodo di prova abbiamo capito che il mondo delle api poteva interessarci davvero e l’apicoltura poteva essere un hobby da condividere insieme. Per essere più preparato, mi sono iscritto ad un corso organizzato dalla Provincia, destinato sia agli apicoltori professionisti che agli hobbisti. Il corso, della durata di un anno, mi ha concesso di vedere tutte le fasi dell’alveare nelle diverse stagioni. 
Successivamente, abbiamo contattato la Imkerbund, l’associazione degli apicoltori locali che, oltre a fornire informazioni, offre anche delle assicurazioni importanti per questa attività. Voglio però dire che, anche se si tratta di un hobby, si ha pur sempre a che fare con degli animali, quindi bisogna essere responsabili e si è consistentemente sottoposti a controlli. 
Questo lo si nota anche dalla qualità del miele degli apicoltori che, facendo mantenere al miele tutte le sue caratteristiche, è superiore rispetto a quello commerciale”, inizia a spiegare Ivo Bocchi, apicoltore nonché Guardia Forestale.

Diminuisce il miele, ma non cala l’impegno
Ad oggi, Ivo e Jacopo gestiscono 20 arnie, di queste alcune sono produttive, mentre altre sono neonate. Nel periodo di massimo sviluppo degli alveari arrivano a gestire più di 500 mila api. 
“Tutto questo nasce dalla voglia di vedere realizzato un prodotto dall’inizio alla fine. Questa attività, nei limiti di certe grandezze degli alveari, è gestibile anche se affiancata ad un lavoro; il tempo da dedicarci non è molto, si parla di un appuntamento settimanale, che aumenta con il periodo della smielatura, che è anche quello più soddisfacente, ovvero quando si ottiene il prodotto di un intero anno di lavoro. 
Negli ultimi tempi – evidenzia Ivo – c’è stato un netto calo di produzione di miele a livello locale. Non è un andamento univoco, ma è molto comune. La raccolta di miele ottimale non è più annuale, come una volta, ma si raggiunge in 3 o 4 anni. Le nostre arnie invece di produrre 10/15 Kg di miele l’una, quest’anno non ne hanno prodotto nessuno. La causa? Il clima. Piove nei mesi che sfavoriscono l’apicoltura, non consentendo alle api di trovare nettare sui fiori”.

Giovani e apicoltura: un hobby fuori dal comune
Un hobby fuori dal comune, soprattutto se a coltivarlo è un giovane e, in particolare, un giovane che vive in città, e non in qualche valle immersa nella natura. “Avendo un particolare interesse per gli insetti, per me osservare le api ha un qualcosa in più: sono una società organizzata, ogni ape ha un proprio ruolo. Chiunque si approcci all’apicoltura può trarne insegnamenti: le api sono un ottimo bio-indicatore. Vedendo quanto sono fragili le api, si vede quanto può essere fragile il nostro ecosistema”, ha concluso il ventenne di Laives, Jacopo Bocchi.

Autore: Andrea dalla Serra

Tornano gli Eventi Speciali del Centro Servizi Culturali S. Chiara

Inserzione pubblicitaria – Per Natale, dal 23 al 26 dicembre, approda al Teatro Sociale di Trento lo spettacolo firmato da Arturo Brachetti. Venerdì 31 dicembre tocca invece a Elio con una serata dedicata a Enzo Jannacci.

È tutta dedicata all’Italia la nuova stagione di SOLO, the Legend of quick-change, il grande one man show del più grande trasformista al mondo: Arturo Brachetti, che ha scelto di festeggiare il ritorno nei teatri con un grande tour italiano, l’ultimo prima di spostarsi all’estero, che farà tappa anche al Teatro Sociale di Trento dal 23 al 26 dicembre. Un grande ritorno nei teatri che l’artista ha voluto per incontrare il pubblico dopo lo stop imposto dalla pandemia. 

Protagonista è il trasformismo, quell’arte che lo ha reso celebre in tutto il mondo e che qui la fa da padrone con oltre 60 nuovi personaggi, molti ideati appositamente per questo show, che appariranno davanti agli spettatori in un ritmo incalzante e coinvolgente. Ma in SOLO Brachetti propone anche un viaggio nella sua storia artistica, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: grandi classici come le ombre cinesi, il mimo e la chapeaugraphie, e sorprendenti novità come la poetica sand painting e il magnetico raggio laser. 

Brachetti in SOLO apre le porte della sua casa fatta di ricordi e di fantasie; una casa senza luogo e senza tempo, in cui il sopra diventa il sotto e le scale si scendono per salire. Dentro ciascuno di noi esiste una casa come questa, dove ognuna delle stanze racconta un aspetto diverso del nostro essere e gli oggetti della vita quotidiana prendono vita, conducendoci in mondi straordinari dove il solo limite è la fantasia. È una casa segreta, senza presente, passato e futuro, in cui conserviamo i sogni e i desideri… Brachetti schiuderà la porta di ogni camera, per scoprire la storia che è contenuta e che prenderà vita sul palcoscenico. 

Reale e surreale, verità e finzione, magia e realtà: tutto è possibile insieme ad Arturo Brachetti, il grande maestro internazionale di quick change che ha creato un varietà surrealista e funambolico, in cui immergersi lasciando a casa la razionalità. 

Dai personaggi dei telefilm celebri a Magritte e alle grandi icone della musica pop, passando per le favole e la lotta con i raggi laser in stile Matrix, Brachetti batte il ritmo sul palco: 90 minuti di vero spettacolo pensato per tutti, a partire dalle famiglie. Un vero e proprio as-SOLO per uno degli artisti italiani più amati nel mondo, che torna in scena con entusiasmo per regalare al pubblico il suo lavoro più completo: SOLO.

Foto: Dorotea Castro

Per chi desidera attendere in allegria e all’insegna della musica il nuovo anno, venerdì 31 dicembre il Teatro Sociale ospiterà lo spettacolo Ci vuole orecchio. Elio canta e recita Enzo Jannacci, con Elio e cinque musicisti, per la regia di Giorgio Gallione e con gli arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri.

Enzo Jannacci, il poetastro come amava definirsi, è stato il cantautore più eccentrico e personale della storia della canzone italiana, in grado di intrecciare temi e stili apparentemente inconciliabili: allegria e tristezza, tragedia e farsa, gioia e malinconia. E ogni volta il suo sguardo, poetico e bizzarro, è riuscito a spiazzare, a stupire: popolare e anticonformista contemporaneamente.

Jannacci è anche l’artista che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare la Milano delle periferie degli anni ‘60 e ‘70, trasfigurandola in una sorta di teatro dell’assurdo realissimo e toccante, dove agiscono miriadi di personaggi picareschi e borderline, ai confini del surreale.

“Roba minima”, diceva Jannacci: barboni, tossici, prostitute coi calzett de seda, ma anche cani coi capelli o telegrafisti dal cuore urgente.

Un Buster Keaton della canzone, nato dalle parti di Lambrate, che verrà rivisitato, reinterpretato e “ricantato” da Elio. Sul palco, nella coloratissima scenografia disegnata da Giorgio Gallione, sarà possibile trovare assieme a Elio cinque musicisti, i suoi stravaganti compagni di viaggio, che formeranno un’insolita e bizzarra carovana sonora. A loro toccherà il compito di accompagnare lo scoppiettante confronto tra due saltimbanchi della musica alle prese con un repertorio umano e musicale sconfinato e irripetibile, arricchito da scritti e pensieri di compagni di strada, reali o ideali, di “schizzo” Jannacci. Da Beppe Viola a Cesare Zavattini, da Franco Loi a Michele Serra, da Umberto Eco a Fo o a Gadda.

Uno spettacolo giocoso e profondo perché “chi non ride non è una persona seria”.

Per maggiori informazioni su programmi e spettacoli visitare il sito www.centrosantachiara.it

Gli animali selvatici a Bolzano

Dopo gli uccelli, ecco la seconda tappa del nostro percorso alla scoperta degli animali selvatici a Bolzano. Con l’aiuto del presidente di WWF Bolzano Roberto Maistri, descriviamo dunque gioie e dolori della fauna con la quale conviviamo nel capoluogo altoatesino.

Il dialogo con il presidente del WWF Roberto Maistri parte da un concetto di fondo, tanto interessante quanto per nulla scontato, ovvero la differenza che esiste tra essere protezionisti e animalisti. Ebbene: ai protezionisti – ovvero ai volontari del WWF – interessa la biodiversità e la tutela degli habitat. Per loro quindi non è importante la salvaguardia del singolo animale, bensì della specie ed è proprio in questo che sta la grande differenza rispetto agli animalisti. Un esempio classico della contrapposizione tra protezionisti e animalisti sta nel rapporto che il WWF ha con le “gattare”, le signore che – anche a Bolzano – si prendono cura a loro modo dei gatti “randagi”. Per i protezionisti la sterilizzazione promossa da queste signore ad esempio è un vero e proprio controsenso, che priva gli animali della loro caratteristica peculiare, avvicinandoli all’uomo, l’unico essere vivente che sceglie, spesso, di non procreare. Maistri ricorda infatti che nel mondo animale la specie sacrifica tranquillamente gli individui meno adatti, pur di perpetuarsi.

LA CITTA’: UN AMBIENTE DEGRATATO
In città a Bolzano si trovano solo gli animali selvatici che hanno la maggiore capacità di adattamento.
E anche nei piccoli parchi del capoluogo sono pochi gli animali che possiamo incontrare. Uno dei motivi di questa scarsa presenza sta nel fatto che anche ai bordi della città il verde agricolo è costituito quasi esclusivamente da meleti dove viene fatto un ampio uso di anticrittogamici e pesticidi. L’ambiente naturale è quindi relegato a piccole zone che si trovano lungo gli assi fluviali.
Per la presenza di animali selvatici un altro problema a Bolzano è rappresentato dal fatto che le aree agricole sono quasi tutte recintate, impedendo il passaggio non solo agli umani ma anche a piccoli animali, come lepri e ad esempio i rospi, anfibi terricoli che vivono la gran parte dell’anno nutrendosi di vermi e lumache. Negli ultimi decenni dal contesto urbano sono scomparse anche molte specie, soprattutto di uccelli, che invece avevano a lungo vissuto in città grazie alla presenza di numerosi edifici dotati di orti e giardini, come ad esempio avveniva alle vecchie Semirurali.

Una volpe in città durante una nevicata, sotto a un lampione

L’INTERVISTA
Partiamo dagli animali che siamo abituati a considerare più “vicini” a noi. Com’è la situazione dei cani randagi e dei gatti a Bolzano e in Alto Adige?
I cani randagi sono molto pochi, niente di paragonabile a quanto avviene in altre zone d’Italia, dove il randagismo è una vera piaga. I gatti ci sono, eccome. Dobbiamo ricordare che il gatto è un animale per il quale l’uomo ha operato un addomesticamento molto blando. Si è trattato di una scelta: l’uomo si è avvicinato a questi animali in quanto grandi predatori dei topi. 

I topi ci sono anche a Bolzano? Non ne vediamo molti, in giro…
Sì, ci sono specie sia vecchie che nuove. Ci sono il topolino domestico, quello dei campi e le arvicole. Ma in città e nei pressi di essa troviamo soprattutto la classica pantegana, che in realtà si chiama rattus norvegicus. È un “invasore” proveniente dal nord, fino all’800 non c’era da noi. Si tratta di un ottimo nuotatore, vive nelle fogne e lungo i fiumi. L’altro topo presente è il ratto nero delle case, che è presente da secoli. Per dire: è quello che ha portato la peste e che troviamo nel racconto del Manzoni. Pur presente, il ratto nero è stato quasi soppiantato dalla pantegana, molto più aggressiva e più grossa. Mentre la pantegana si muove a terra, in acqua e sotto terra, il ratto nero vive in soffitta ed è anche in grado di camminare sui fili della luce. La pantegana a Bolzano la si può intravvedere ad esempio nell’Isarco, quando si passa sopra ai ponti. 

Uno scoiattolo

Poi ci sono i pippistrelli, che volano ma non sono uccelli. 
Sì, i chirotteri. Sono mammiferi insettivori che hanno sviluppato il volo. Sono degli animali incredibili, sono dotati di un sistema di geolocalizzazione, una sorta di radar, che consente loro di muoversi e cacciare nel buio più assoluto. Hanno un sistema acrobatico di volo che permette cambi direzionali impossibili anche per gli uccelli.

Le persone tendono ad avere un po’ paura di questi animali. Sono in qualche modo pericolosi?
No, in nessun modo. Conducono una vita molto particolare e amano la città a causa di uno dei motivi principali che conducono le specie animali al loro inurbamento. Oltre alla presenza del cibo – e alla tolleranza da parte dell’uomo – per i pippistrelli fondamentale è la presenza di luoghi dove riprodursi. Cercano vecchi manufatti ma non solo, anche sottotetti. Devono essere, soprattutto, luoghi in qualche modo riscaldati. è infatti più facile svernare dentro il tetto di un condominio che tra le rocce dei porfidi in Val d’Adige. Ricercano una condizione climatica sopra lo zero, in pratica. Certo vivere accanto all’uomo in un ambiente inquinato e fortemente degradato non è facile. E infatti ne pagano le conseguenze, attraverso una maggiore mortalità e una minore aspettativa di vita. Com’è anche per noi umani, d’altronde.

Un riccio

Passiamo alle faine, ai ghiri e ai ricci.
La faina ha una adattabilità incredibile, per questo è entrata in città. è un mustelide nato come predatore classico di piccoli uccelli e roditori. In città si trova benissimo dato che l’uomo butta via una quantità incredibile di prodotti commestibili per lui, figurarsi per una faina. Le faine si divino il territorio in città. Ognuna marca una zona e la difende dalle altre faine. Le faine fanno festa anche quando trovano il cibo che le gattare mettono a disposizione dei gatti randagi. Si è addirittura scoperto che, oggi, il successo riproduttivo della faina è superiore in città rispetto a fuori. Il ghiro è un altro roditore super adattabile. L’unica sua pecca è che ha bisogno di una cavità. A lui piacciono molto i sottotetti e se si infilano lì poi disturbano facendo un sacco di rumore, soprattutto di notte. Anche loro sono molto eclettici nell’alimentazione, ma tendono a stare ai margini della città. I ricci poi sono una vera e propria opera d’arte. Vivono tranquillamente in città e anche loro apprezzano il latte e i croccantini nelle ciotole dei gatti. Trovano le loro nicchie per nidificare e vivono benissimo. E quando attraversano le strade spesso non si appallottolano neanche più: corrono!

Un rospo in mezzo al muschio

Cinghiali. A Roma entrano anche in città. E a Bolzano? 
Da noi no. Ancora ai tempi di Durnwalder si decise che il cinghiale non fa parte della fauna locale e allora il ritorno di questo animale viene impedito alla radice. Appena li vedono li… ammazzano. Ma non penso che basterà, se consideriamo quello che sta avvenendo in altre regioni. Hanno un tasso riproduttivo e una mobilità talmente alti, che bloccarli è quasi impossibile, quando prolificano. 

Volpi, scoiattoli e serpenti. 
Le volpi in città sono state osservate più volte, specie nella zona di san Maurizio. è un altro animale molto adattabile e, naturalmente, opportunista, come ben sappiamo. Gli scoiattoli a Bolzano non ci sono, mentre a Merano si possono tranquillamente incontrare anche in città. Hanno bisogno infatti di alberi ad alto fusto e una alberatura stradale molto più folta, per saltare da un albero all’altro. I serpenti invece sono molto rari. In giro si possono intravvedere solo qualche biscia e qualche biacco. 

Autore: Luca Sticcotti

Musicisti di strada: categoria discriminata?

Nei confronti dei pochi musicisti professionisti che si esibiscono nel centro storico l’amministrazione comunale di Bolzano non dimostra la stessa sensibilità manifestata nei confronti dei commercianti ambulanti. Ecco cosa prevedono le più recenti disposizioni, unitamente alle voci dei musicisti e quelle del sindaco e dell’assessora alla cultura.

Ai più attenti probabilmente non è sfuggito che da qualche settimana il centro di Bolzano è privo di musica. Gli artisti di strada hanno infatti smesso di suonare. Non è una moltitudine: stiamo infatti parlando sostanzialmente di una coppia di musicisti slavi, del giovane chitarrista Peter Burchia e di Klaus Walter, il mite suonatore di Streichzither (un tipo particolare di cetra tradizionale, suonata anche con l’archetto) che da tempo immemore si esibisce in abito tradizionale tirolese in Piazza Walther.
Tra i musicisti di strada Klaus Walter è un po’ un’istituzione, quasi una attrazione a sé, per i turisti che vengono a Bolzano.
Gli abbiamo chiesto perché non lo si vede più suonare in centro a Bolzano. “Fino a maggio riuscivo ad ottenere le autorizzazioni, poi i vigili mi hanno comunicato che non ne avrebbero più concesse.
Non ne ho compreso il motivo, ma in estate, con il bel tempo, ho deciso di suonare ugualmente, anche senza permesso. Questo fino al 23 settembre, quando, mentre pacificamente suonavo con diverso pubblico presente, sono arrivate due auto della polizia municipale e i vigili, che in maniera alquanto brusca, con tanto di mimica gestuale, mi hanno intimato di mettere via i miei strumenti e di sparire, pena una multa’. Ritengo che avrebbero potuto usare anche toni più gentili, o darmi un minimo di preavviso. Se penso che ai tempi del sindaco Spagnolli il comune elogiava la mia presenza, sottolineando la valenza culturale del mio lavoro, mi rattristo. Dopo questo episodio ho cominciato a suonare sul piazzale della funivia a Soprabolzano, a Merano e a Caldaro”.
Abbiamo ricevuto un resoconto analogo da Peter Burchia, giovane chitarrista del giro della reggae band Shanti Powa: “a Bolzano è diventato difficilissimo ottenere le autorizzazioni per suonare”.
La posizione voluta dall’attuale amministrazione bolzanina risulta essere in controtendenza rispetto a quanto portato avanti solo pochi anni fa. Infatti, su spinta del consigliere comunale Tobias Planer, un gruppo di lavoro di operatori culturali si era a suo tempo adoperato per la regolamentazione delle attività degli artisti di strada. In merito abbiamo sentito l’assessora alla cultura Chiara Rabini. “Ad inizio consigliatura avevo incontrato vari musicisti di strada che chiedevano la modifica dell’ordinanza e mi sono adoperata per far valutare agli uffici modifiche favorevoli per una valorizzazione degli artisti attualmente in corso”.
Sembra tuttavia che non spetti all’assessorato alla cultura intervenire, ma che la competenza per l’arte di strada sia in capo al sindaco Renzo Caramaschi, da noi interpellato. “Non è vero che c’è un divieto assoluto. È che se un musicista resta a suonare tre o quattro ore sotto ad uno studio dove c’è un dottore o dove ci sono degli ammalati, questo non va bene”. Apprendiamo che nel dicembre del 2019 il Comune di Bolzano ha aggiornato la precedente ordinanza del 2014 sulla “limitazione dell’esercizio dei mestieri girovaghi e artistici a tutela della quiete pubblica”. Qui viene posto l’accento sul “continuo e fastidioso disturbo causato da suonatori ed artisti di strada”, obbligando gli artisti alla richiesta di una autorizzazione con marca da bollo. Nella stessa ordinanza sono definiti luoghi, orari (nei giorni feriali tra le 10 e le 12 e tra le 16 e le 19) in cui gli artisti si possono esibire ed eventuali sanzioni per i trasgressori, tra cui “il sequestro amministrativo ai fini della confisca degli strumenti e delle attrezzature utilizzate per l’esercizio delle attività”, in caso di reiterazione delle violazioni. Attualmente la polizia municipale non rilascia autorizzazioni a causa della sostanziale impossibilità di controllare il pubblico che assiste, secondo le norme previste per la prevenzione del contagio da Covid. Non possiamo tuttavia fare a meno di notare come il Comune si prodighi per favorire il commercio in strada – pensiamo solo agli sforzi per far partire i mercatini di Natale – ma non riesca a dare equivalente importanza alle professioni artistiche che si esprimono in quegli stessi spazi, pregiudicando quindi in questo modo la loro stessa sopravvivenza.

Autore: Till Antonio Mola

Pole: dai campionati al circo

Doppio oro mondiale, ex concorrente di Amici di Maria de Filippi e performer circense, Alex Aufderklamm, ci racconta la sua passione, i suoi obiettivi e la sua carriera nella pole sport.

Qual è la storia della tua passione?
Ho iniziato all’età di sei anni con la danza. Da adolescente mi sono dedicato alle discipline aeree: tessuti e pole sport. Ho iniziato con le gare e mi sono appassionato sempre di più. Nel 2019 a Montreal, durante un campionato internazionale di pole, ho scoperto il circo grazie a un artista del Cirque du Soleil: Saulo Sarmiento. Mi ha ispirato a intraprendere questo percorso, ho cercato una scuola e sono arrivato all’Accademia Circo Vertigo, che mi ha permesso di approfondire tutte le discipline del circo contemporaneo.

Il circo è sempre stato nei tuoi piani?
Al circo non avrei dato un euro a livello di prospettive. Non l’ho mai considerato un’opzione valida, ma dopo aver conosciuto l’artista del Cirque l’ho rivalutato ed è stata una scoperta spettacolare: ho capito che questo è il mio. Nel mondo dello spettacolo le cose ti capitano un po’ a caso: ti succede di essere nel posto giusto con la persona giusta che ti fa spiccare il volo.

Quali sono le discipline sulla pertica?
Io ho sposato la IPSF — International Pole Sport Federation, la federazione più grande che al momento gestisce la disciplina sulla pertica a livello agonistico. Ha dettato le denominazioni delle varie discipline: pole sport per le competizioni tecniche, artistic pole per le performances, ultra pole per freestyle e la parapole, il rispettivo delle paralimpiadi. C’è poi il circo vero e proprio: il palo cinese, qui gli elementi sono più estremi. Ora mi sto specializzando in questo e da un paio d’anni sto approfondendo il palo aereo.

Che progetti hai in mente?
Ho fatto la mia prima produzione autonoma Eclipsis insieme a una troupe di professionisti. Il 2 novembre è andato in onda la puntata di un nuovo programma su TV8 Game of Talents in cui sarò un performer. Il Cirque du Soleil è uno dei miei obbiettivi principali, è ciò che mi ha dato la spinta per iniziare in questo ambito. L’altro obiettivo è quello di portare i trick estremi del palo cinese sul palo aereo.

Quali gli obiettivi raggiunti che senti più rappresentativi?
Ho avuto il piacere di vincere due ori mondiali nel 2018 in pole sport e artistic pole. L’altra big hit della mia breve carriera è la partecipazione ad Amici.

Quando c’è stata la transizione da agonismo a circo?
Non c’è stato nessun passaggio netto per me essi si fondono. A me piace lavorare a livello tecnico, mi ispira apprendere elementi tecnici di difficoltà molto elevata, mi ripropongo di continuo nuovi record da battere come nell’agonismo. Tutti i giorni mi spingo fuori dalla mia comfort zone e vado verso l’estremo perchè è tramite esso che si raggiungono gli obiettivi. Nella vita si può scegliere di seguire una strada asfaltata, ma se si vuole arrivare in vetta bisogna scalare.

Un consiglio per intraprendere una strada non comune come la tua?
Il mio motto: “Be curious, be positive, be unstoppable.” Sono tre costanti molto importanti che ti spingono a perseguire i tuoi obiettivi a partire dalle piccole cose e dalla consapevolezza che niente e nessuno ti deve fermare.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour