Vigili armati: scelte diverse in provincia

È di qualche settimana fa la notizia dell’intenzione da parte della sindaca di Egna, Karin Jost, di dotare gli agenti della polizia municipale di pistole. “Egna è un borgo ancora autentico, lontano dai ritmi caotici della città, in cui le mura degli antichi palazzi e i portici sono lo scenario ideale per degustare un bicchiere di Pinot Nero in tranquillità e fare acquisti all’aria aperta nella zona pedonale.” Così descrive, sul proprio sito, l’ufficio turistico della città Egna, uno dei borghi più belli d’Italia e che conta meno di seimila abitanti. Come si colloca, in questo contesto, la dotazione di pistole ai vigili urbani?
Precisiamo che la dotazione ha bisogno di un suo specifico iter amministrativo e che passa, in primo luogo, dall’approvazione di un regolamento da parte del consiglio comunale. Abbiamo chiesto delucidazioni in merito direttamente alla sindaca.

Karin Jost, a che punto è l’iter per l‘approvazione del regolamento per dotare gli agenti dell’arma?
L’iter non è ancora stato avviato. Abbiamo messo a bilancio i fondi per l’acquisto delle armi, ma non credo riusciremo a concludere l’iter per quest’anno. Una precisazione: la dotazione dell’arma riguarderebbe il servizio notturno, che vogliamo attivare nell’ottica di una polizia sovracomunale, insieme ad altri comuni della Bassa atesina. Ma, come detto, manca ancora il regolamento comunale, inoltre al momento siamo sotto occupati, con solo due vigili rispetto ai quattro previsti. Potremo quindi iniziare con il servizio notturno solo quando saremo al completo.

Quali i fatti e il contesto che l’hanno spinta a voler far dotare gli agenti dell’arma, anche rispetto ad altre possibili dotazioni – ad es taser, pistola spray irritante etc?
L’arma è l’ultimo tassello per la divisa completa, è per l’ autodifesa, dà più sicurezza ai poliziotti. Diversi altri comuni in Bassa atesina e nell’Oltradige ce l’hanno. Inoltre, il servizio notturno prevede esplicitamente l’arma. Ma so già che che ci sarà una discussione in consiglio perché non tutti sono d’accordo.

E gli agenti come la vedono?
So che in passato era stato loro chiesto e sono d’accordo.

Un percorso ancora in via di definizione quello di Egna, insomma. Abbiamo chiesto com’è la situazione nelle città in cui gli agenti l’arma la portano quotidianamente. Sergio Ronchetti, comandante della polizia municipale di Bolzano, ci riporta al quadro normativo, che, con la legge nazionale 65 del 1986 (art.5) prevede esplicitamente che gli “Gli addetti al servizio di polizia municipale ai quali è conferita la qualità di agente di pubblica sicurezza possono, previa deliberazione in tal senso del consiglio comunale, portare, senza licenza, le armi”. Attenzione però perché la qualifica di “agente di pubblica sicurezza” deve avvenire con provvedimento del prefetto.
“In Italia il 90% degli agenti è dotato di arma. Io ho iniziato nell‘83 e già allora c’era l’assegnazione individuale dell’arma in via continuativa. Arma che gli agenti possono portare anche fuori dal servizio, ma solo nel territorio comunale di appartenenza”- precisa Ronchetti. “C’è da dire che l’attività svolta dalla polizia locale abbraccia molti ambiti, siamo sul territorio e lo presidiamo, spesso alle dipendenze della questura. Insomma, l’agente è un poliziotto a tutti gli effetti, ma a differenza della polizia e dei carabinieri ha competenza solo territoriale. Avere l’arma quindi non è un obbligo, ma una opportunità e necessità. Certo, la funzione vuole essere di tipo dissuasivo perché per un malintenzionato stare di fronte a un poliziotto che ha solo la cintura e il fischietto non è la stessa cosa che che avere di fronte un agente armato” continua Ronchetti. E precisa: “In tanti anni non abbiamo mai sparato un colpo. Ma ci confrontiamo quotidianamente con situazioni al limite, il contesto è peggiorato, nelle città e anche nelle piccole realtà.”
Gli agenti di Bolzano sono dotati anche dello spray al peperoncino, che, ci dice Ronchetti, può essere usato per contenere gli eccessi in situazioni difficili.

Non è di avviso molto diverso il collega Roland Pichler, al comando della polizia municipale di Laives. Come Ronchetti anche lui ci riporta, in primo luogo, al contesto normativo che prevede le armi, in particolare nel servizio notturno (Dm 145/1987).

“Anche noi siamo dotati di armi – gli agenti le accettano, è una sicurezza in più per noi. Hanno una funziona di dissuasione: davanti a un agente con la divisa il malvivente non distingue se si tratta di un vigile, di un poliziotto o un carabiniere. Ci chiamano per i furti, per le risse e gli allarmi in banca”.
Certo, per portare l’arma serve un addestramento specifico, che deve continuare regolarmente, occorre sparare almeno 150 colpi all’anno al poligono”. Fortunatamente però “Negli ultimi anni a Laives non è mai stato sparato un colpo e personalmente, in 17 anni di servizio come agente, non mi è mai capitato”.

Che tipo di pistole avete?
Glock 19 di quarta generazione. È un’arma austriaca.

Acquistata però, ci conferma Pichler, in un negozio di Ora. Anche a Laives, gli agenti sono dotati di spray al peperoncino, molto efficace in diverse situazioni, racconta Pichler. Insomma, da questa prima panoramica emerge come, da un lato, l’arma agli agenti di polizia municipale sia parte, a livello normativo, di una loro funzione “allargata”, ben più ampia, semplificando, del vigile che fa la multa.
Dall‘altro, secondo i responsabili interpellati, l’arma avrebbe un’insostituibile funzione dissusasiva e di protezione personale per chi ogni giorno deve confrontarsi con “la strada”. Anche se è una strada altoatesina.
Si tratta di un tema che vogliamo guardare nelle sue diverse sfaccettature e che analizzeremo ancora nei prossimi numeri.

Autrice: Caterina Longo

Tamponi e vaccino: le aziende si mobilitano

In Bassa Atesina l’obbligo di green pass per i lavoratori, scattato come noto il 15 ottobre scorso, ha portato ad un aumento della richiesta di tamponi. Il centro vaccinale di Ora, in via Nazionale 61, è diventato un punto di riferimento anche per i tamponi nella zona. Qui è possibile infatti fare test antigenici a pagamento (a 15 Euro) per tre volte la settimana, il martedì, il giovedì e la domenica Abbiamo chiesto a Martin Feichter, sindaco di Ora, come sta procedendo:”C’è grande richiesta, facciamo circa 300 tamponi al giorno – ma da noi non ci sono file: grazie alla prenotazione online obbligatoria, i dati sono già inseriti nel sistema, quindi in pochi minuti viene eseguito il tampone, senza attese. L’orario va dalle 17.30 alle 21 ma vorremmo ampliarlo” Sul sito del comune si legge che il servizio è dedicato ai cittadini residenti nei comune, oltre che di Ora stessa, di Bronzolo, Cortina, Cortaccia, Magrè, Montagna, Egna, Vadena, Termeno e Salorno. Chiediamo al sindaco come mai questa precisazione, che suona come una limitazione. “Abbiamo proposto noi, come comune di Ora, di fare da centro per i tamponi anche per altri comuni della Bassa atesina perché ci sono delle spese da affrontare, che così possiamo condividere, parlo dei costi del personale amministrativo e per il sistema di prenotazione. I comuni indicati sono quelli che hanno aderito a questo accordo”- ci risponde il sindaco. Sempre sul sito, si legge che i cittadini stranieri non possono usufruire del servizio. “È un inghippo procedurale per via della fattura, che però, mi dicono, stanno risolvendo” continua Feichter. Si ricorda che è possibile prenotare il tampone ad Ora dal sito del Comune www.comune.ora.bz.it
A Laives, Pineta e San Giacomo è invece possibile fare tamponi in diverse farmacie o direttamente all’ospedale di Bolzano, padiglione W (prenotando attraverso il sito sabes.it) Christian Bianchi, sindaco di Laives, ha comunicato infatti che “Laives ha optato per queste soluzioni, anzichè aprire un centro gestito dal comune stesso, perchè avvalendosi delle strutture sopra menzionate siamo in grado di fare molti più tamponi, in orari molto differenziati”. Il primo cittadino ha anche comunicato i dati sulle vaccinazioni, che comunque sono confortanti “A Laives il 92% delle persone sopra i 60 anni risulta vaccinata, mentre sotto i 60 anni risulta vaccinato l’81%. Laives si configura così come uno dei comuni con più vaccinati della Provincia, e quasi la totalità dei cittadini ha compreso il significato molto profondo di questo atto di responsabilità individuale, che poi diventa anche responsabilità collettiva”, continua Bianchi.

Tamponi e “covid economy”, come stanno reagendo le aziende nella Bassa Atesina
Anche nei casi in cui, a livello organizzativo, tutto fila liscio, rimane comunque il costo del tampone. Una spesa che, alla lunga, pesa nelle tasche di chi ha deciso di non vaccinarsi, considerato che il green pass “da tampone” vale 48 ore. Per evitare ripercussioni sulla produttività, diverse ditte coprono i costi del tampone. La Rothoblaas di Cortaccia ha deciso di intraprendere questa strada. Il direttore Robert Blass precisa “Offriamo tamponi gratuiti perchè per noi le persone in azienda hanno tutte un ruolo indispensabile. Vede, noi siamo attivi a livello internazionale e non possiamo dire ai nostri clienti che siamo in ritardo con le consegne e operativi al 75% perchè qualcuno fa leggi senza pensare a come risolvere le conseguenze. Quindi, come sempre, ci siamo organizzati per conto nostro”. Al contrario di altri settori, in crisi per la mancanza di materie prime, per quello della fornitura di materiali per l’edilizia in legno è “alta stagione”. Altra musica alla Isolcell di Laives “Sono contrario a promuovere i tamponi, inquinano e non credo siano la soluzione al problema” ci dice Marco Pruneri, direttore dell’azienda. “Piuttosto, abbiamo puntato ad incentivare i vaccini. Quando è iniziata la campagna, abbiamo dato una giornata libera, poi con l’obbligo del green pass abbiamo deciso di dare un premio di 500 euro a tutti i dipendenti che portavano la prova della vaccinazione entro il 15 novembre” continua Pruneri. L’iniziativa è servita a convincere i recalcitranti? “Non sono tanti fortunatamente, e con questo incentivo qualcuno siamo riusciti a ‘portalo a casa’. Ma altri sono irremovibili. Pensi che un dipendente, rimasto anonimo, ha scritto sotto la comunicazione del premio di 500 euro affissa in bacheca: nemmeno per 50 mila!”
Sempre a Laives, diversa ancora è la situazione per la Röchling: “Fortunatamente la percentuale di lavoratori senza green pass è molto bassa, parliamo di meno del 5% su circa 700 dipendenti”- ci dice il vicepresidente Mirco Brusco. “Abbiamo stabilito delle convenzioni con le farmacie di Laives e San Giacomo per i tamponi – spiega la responsabile delle risorse umane Selenia Fornari – convenzioni intese non a livello di rimborso del costo del tampone, ma di allargamento degli orari in cui è possibile eseguire il test, per venire incontro alle esigenze dei lavoratori. Ma per l’azienda la questione è anche un’altra: “Alcune persone, contrarie al vaccino, si sono autosospese dal servizio. Essendo noi una ditta in cassa integrazione, non possiamo rimpiazzare i posti mancanti con personale in somministrazione”, continua Fornari. Ma la cassa integrazione è legata al Covid? “Si, è un effetto della pandemia, perché nel settore automotive (automobilistico, ndr), come noto, c’è una mancanza di microchip e molti nostri clienti sono costretti a chiudere le linee di produzione”. Questo porta ad un calo di ordini, mentre quelli da evadere rischiano intoppi a causa della mancanza di personale. Insomma una combinazione di fattori che porta ad un circolo vizioso, che certo non fa bene alla salute dell’economia.

Autrice: Caterina Longo

Bolzano ai tempi di Ötzi

Sull’uomo del Similaun sono state compiute moltissime ricerche, che hanno consentito di realizzarne una sorta di identikit. Ma cosa sappiamo di com’era la conca di Bolzano all’epoca e da chi era abitata?

La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi.
Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua.
Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni.
Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi.
Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata.
Sappiamo anche di un insediamento di case dove la strada da Gries e San Maurizio interseca la vecchia strada provinciale per Merano. Inoltre sul conoide di Settequerce abbiamo conto dell’esistenza di case, cosiddette di tipo retico di un importante insediamento protostorico. Il luogo era molto abitato, senz’altro molto più di oggi.
Ulteriori dettagli li chiediamo al dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.

Alberto Alberti

Dott. Alberti, abbiamo indicazioni sulla grandezza degli insediamenti umani nella conca di Bolzano all’epoca di Ötzi?
Nell’epoca neolitica possiamo immaginare che ci fossero dei piccoli insediamenti sparsi sul fondovalle, e anche in zona di montagna media. Ipotizziamo fossero comunità di 50 persone o poco più. Per avere dei dati precisi, dovremmo individuare e scavare un intero insediamento e allora con calcoli vari, dati dalla presenza di ossa, alla presenza effettiva di abitazioni, potremmo eventualmente dedurne la quantità. In questa direzione aiuterebbe anche trovare una necropoli, un antico cimitero.

Sappiamo qualcosa di queste popolazioni?
Diciamo che si tratta di Reti o di civiltà retica quando parliamo della popolazione locale autoctona che abitava le nostre valli perlomeno dall’età del bronzo, ma molto probabilmente già dall’età neolitica. La loro zona di insediamento si estendeva dall’odierno Cantone dei Grigioni in Svizzera, passando dagli odierni Alto Adige e Trentino fino a ridosso della prealpi venete. I Reti erano una popolazione pre-indoeuropea che parlava una lingua che aveva delle relazioni con l’etrusco. I Reti vivevano nella Valle Tridentina, la quale altro non è che l’odierna valle dell’Adige tra Trento e Merano. I tridentini erano una tribù locale e tra l’VIII ed il V secolo a.C. erano ben sistemati lungo tutta la valle dell’Adige. Rispetto alle epoche successive l’elemento più importante per la loro vita era senz’altro il fiume. Navigabile con barche e zattere dallo sbocco in mare fino a Vadena, l’Adige da lì in poi acquisiva un carattere torrentizio o perlomeno più tortuoso. In determinate stagioni il fiume era percorribile fino a Settequerce, una zona all’epoca lambita da un meandro dell’Adige. Vadena veniva considerato all’epoca un emporio, un punto di commercio internazionale, nato intorno al 1300 a.C. Da lì le merci proseguivano via terra, verso i mercati nordici, dell’Europa centrale. A Vadena e Settequerce sono stati rinvenuti diversi reperti relativi ad altre aree, celtiche, padane (etrusche), ecc.

Gli scavi presso la necropoli di Settequerce

Sappiamo qualcosa sugli animali dell’epoca?
Per quanto riguarda l’età del bronzo, sono rappresentati molti buoi, pecore e capre. Erano quelle le specie che venivano allevate. Sappiamo anche della presenza di animali selvatici che venivano cacciati. Verosimilmente nella zona della conca si cacciava e si pescava – abbiamo infatti tracce di pesci, ad esempio, anche se è più difficile vederli e rintracciarli in quanto sono più delicati e non sempre si conservano nel tempo.

Scavi a Laives

Può dirci qualcosa sui ritrovamenti nella conca di Bolzano?
Sappiamo che nell’età del Ferro, nel primo millennio a.C., nella zona di Bolzano c’erano degli insediamenti a ridosso della montagna. Nella zona di Gries, verso San Maurizio, in località Bagni di zolfo, c’è un affioramento di acqua sulfurea e lì è stato identificato un luogo di culto, evidentemente dovuto a quest’acqua particolare. A San Maurizio inoltre, è stato trovato un deposito di centinaia di anelli in bronzo, che oggi sono conservati al museo civico di Bolzano. 
Nella zona di Maso Berger, sempre nella zona tra San Maurizio e Gries, è stata trovata una necropoli dell’età del ferro media e tarda. 

Gli anelli rinvenuti a San Maurizio


La conca di Bolzano ha cominciato ad essere abitata con l’avvento dei Romani, conseguente alla calata dei Cimbri (intorno al 100 a.C.). I Cimbri, passati da quelle parti in una delle loro scorrerie, alla fine sono stati sconfitti dai romani. La lotta ai Cimbri è stata la causa della romanizzazione dell’area alpina. I romani misero piede in modo un po’ più stabile nelle nostre valli, proprio per premunirsi da queste incursioni che avevano fatto tanti danni. Con i romani ha cominciato a prendere forma anche un vero e proprio insediamento in zona conca. Dell’epoca romana ci sono testimonianze vicino alla casa di riposo Grieserhof: un insediamento romano stabile con tanto di luogo di culto/tempio (gli scavi sono visitabili). In ogni caso abbiamo molti altri ritrovamenti di epoca romana sparsi sul territorio. In modo particolare vorrei ricordare il ritrovamento di epoca tarda romana consistente nei resti di una basilica paleocristiana sottostante il Duomo di Bolzano. Scoperta, questa, da mettere in relazione al nucleo storico di Pons Drusi, Ponte di Druso, abitato che prende il nome dal famoso condottiero e che si presume fosse collocato nella zona tra l’odierno Ponte Loreto e Piazza Walther.

Autore: Till Antonio Mola

I mille talenti di Valter Mantovani

Valter Mantovani è un uomo di poche parole, e molti fatti, per l’esattezza “manufatti”. Scacchiere, sculture, scatole, disegni e molto ancora: sono centinaia gli oggetti che negli anni Mantovani ha creato, con ostinata precisione e meticolosa serietà, nella casa di via Parma a Bolzano, nel quartiere Don Bosco. La casa in cui è nato e, da pensionato, abita ancora oggi. Qui da bambino giocava nel cortile, “quando c’erano orde di ragazzi e una sola macchina, quella del Signor Palma, una seicento” ricorda Mantovani. La passione per il disegno nasce da piccolo in Valter, grazie a una scatola di colori regalata dal nonno: “i miei quaderni delle regioni d’Italia avevano tutti i bordini riempiti di disegni”, osserva sorridendo. Il papà operaio riconosce il suo talento e gli dice che, se convinto, la famiglia avrebbe fatto i sacrifici necessari per fargli proseguire gli studi artistici. “Ma non me la sono sentita”, racconta Valter, che, secondo di tre fratelli, studia all’Istituto Tecnico di via Cadorna e diventa perito meccanico.

Ciò nonostante, la vena artistica e creativa non lo abbandonerà mai. Si appoggia a un’officina di un amico a Oltrisarco e realizza oggetti con i materiali di scarto: manici di scopa e di martello, pannelli di plexiglas, masonite, pvc, tappi di sughero destinati all’immondizia, sotto le sue abili mani diventano scacchiere, sculture, contenitori. Tornio, pirografo, trapano a colonna per lui non hanno segreti – ma spesso scolpisce gli oggetti direttamente. Di scacchiere e scacchi ne realizza a decine, in legno, plexiglas e anche sughero. Ogni pezzo è un piccolo capolavoro di perfezione artigianale e di design, coerente nei colori e nei materiali, attento a ogni dettaglio: di ogni pedina – e sono 32! – viene valutato il peso, la forma, l’armonia con il tutto. Un lavoro senza prezzo – Valter infatti non vende le sue scacchiere, piuttosto le regala e comunque le cataloga scrupolosamente.
Lo stesso salotto in cui ci accoglie è costellato delle sue creazioni: una scultura di un ciclista che ricorda il dinamismo futurista, scatole multicolore e grandi disegni – “mi sono concentrato soprattutto su questi negli ultimi tempi, perché non hanno bisogno di molto spazio”- racconta. I disegni – suddivisi in “astratti” e “geometrici” – sono mirabolanti esplosioni di colore, composizioni caleidoscopiche, che ricordano le opere dell’astrattismo geometrico. Lavori capaci di “bucare” la superficie della carta e solleticare l’iride, nonostante la bidimensionalità. “Non mi piace rappresentare 1:1 le cose, preferisco che vengano suggerite” spiega Mantovani, che ha intuito il potere dell’allusione e di una traccia, più forte di un messaggio urlato. Eppure dice di non seguire l’arte, ma di amare i colori fiammeggianti di Van Gogh e ammirare Escher. Per il disegno potrebbe affidarsi al digitale. “Certo, ma è un po’ come per la bici elettrica: finché ce la faccio con le mie forze, preferisco pedalare senza aiuti”, risponde. Insomma un talento “completo”, che in un altro tempo e vita avrebbe potuto sedere in una classe del Bauhaus. Invece le sue creazioni sono rimaste in uno scrigno, scarsamente conosciute: i disegni sono stati presentati in una mostra all’ospedale di Bolzano, mentre per il raduno degli Alpini nel 2012 ha realizzato un manifesto per “Telefono Amico”. Ma cosa lo spinge allora a dedicarsi a oggetti e disegni?”. “Mi perdo nella concentrazione e sento esprimere la mia essenza, il meglio di me”, ci ha risposto Mantovani. Insomma, uno “stato di flow”, di flusso, direbbero i life designer. O, semplicemente, il saper godere dei propri talenti senza bisogno del plauso del pubblico a ogni costo.

Autrice: Caterina Longo

Dentro al ciclismo femminile

Tra strade pericolose e obiettivi da raggiungere la ventitreenne bolzanina Francesca Pisciali racconta la sua esperienza in Alto Adige e non solo.

Con la conclusione della sua quinta stagione da professionista nel ciclismo femminile, la giovane atleta Francesca Pisciali racconta cosa significhi far parte di questo mondo tanto spettacolare quanto pericoloso. Perchè sì, seppur migliori di tante altre regioni d’Italia, le strade dell’Alto Adige non sono sufficientemente sicure, soprattutto per chi quotidianamente si allena sulle due ruote. 

“E forse – spiega Pisciali – è anche per questo che il ciclismo non è tra i primi sport che vengono in mente ai giovanissimi quando, nei primi anni di scuola, scelgono quale sport praticare. La nostra Provincia è un territorio che si presta alle due ruote, in particolare sono numerosi gli appassionati di mountain bike, ma non mancano quelli di ciclocross e strada.” 

Hai iniziato da giovanissima, e ora corri con le più grandi… da dove è nata la passione che ti ha portata fin qui?
Ho sempre respirato aria di ciclismo in casa e da piccola, vedendo mia sorella maggiore allenarsi in bici, ho scelto di cominciare anche io. Poi, però, in prima superiore ho smesso di correre.

Troppo studio? O insicurezza nelle strade?
In realtà i periodi in cui sono andata meglio a scuola erano proprio quelli in cui praticavo sport. E, per quanto riguarda la sicurezza stradale, credo che da adolescenti non ci si renda troppo conto dei pericoli. Avevo smesso per giocare a basket, sport lasciato da parte quando poi, in quinta superiore, sono tornata sulla sella.

Ed ora, invece, percepisci di più i pericoli?
Sì. E, purtroppo, non sono l’unica tra gli atleti locali a dirlo. A differenza del periodo prima del lockdown, adesso in strada c’è più nervosismo. È per questo che auspico che si riesca veramente a costruire un velodromo di ciclismo in Alto Adige e si abbia sempre rispetto di chi si allena in strada.

Hai concluso la stagione con la gara delle Tre Valli Varesine e, prima ancora, con un 16esimo posto al Giro dell’Emilia. I tuoi piani futuri?
Non sono una scalatrice pura, quindi, viste le dure pendenze affrontate in Emilia sono veramente soddisfatta del risultato con la mia squadra di Bergamo, Team isolmant Premac Vittoria, squadra che però il prossimo anno lascerò tornando a correre in casa con la Mendelspeck che, per il primo anno, parteciperà ad alcune gare con i professionisti. Non è semplice vivere solo di ciclismo, soprattutto di quello femminile… non si parla di veri e propri stipendi e, in Italia, non è ancora stato riconosciuto il professionismo femminile.”

Disparità di genere anche nel mondo del ciclismo?
Per le donne la categoria World Tour esiste solo dal 2018 e, se è vero che a livello internazionali si sta ampliando la possibilità di considerare le donne, non più dilettanti, ma professioniste a tutti gli effetti, ora come ora bisogna affiancare allo sport un secondo lavoro – nonostante tra allenamento e gare si debbano riservare circa 20 ore a settimana – oppure entrare nelle forze armate, con la speranza, un domani, di essere in una squadra della categoria Word Tour. Fino adesso la mia esperienza è stata solo con squadre Continental.

Autore: Andrea Dalla Serra

Giorgio: cucinare con la testa propria

Cancelliamo per un attimo dalla mente l’immagine tradizionale dello chef confinato dietro ai soliti fornelli e dentro alle quattro mura di una cucina; immaginiamo invece un cuoco “freelancer”, che decide quando, dove, con che stile cucinare e per chi: ecco che ci compare davanti agli occhi l’immagine di Giorgio Biasio, 31 anni, cuoco professionista, una persona con uno spiccato gusto per l’innovazione e tanta fame di cucina.
La cucina è sempre stata una seconda casa per Giorgio, che è cresciuto correndo nel ristorante del padre e assaporando il gusto casereccio dei piatti della nonna. È solo nel 2017, però, che decide di scommettere su questa sua passione e su se stesso, diventando cuoco. “Inizialmente mi occupavo di tutt’altro, poi tramite alcuni amici ho ricevuto la classica ‘offerta che non si può rifiutare’, e da allora è cominciato il mio percorso”. Certo un percorso che ha previsto svariate tappe, infatti è stato gastronomo, ha lavorato occasionalmente per alcune aziende, ha partecipato a svariati corsi culinari: insomma, l’inevitabile gavetta.
Oggi Giorgio è un professionista che lavora soprattutto come cuoco privato, ma che viene spesso chiamato anche per partnership, che siano per la sponsorizzazione di un prodotto, o per una collaborazione più a lungo termine. Ma per lo più, Giorgio è uno chef a domicilio. Come funziona? Viene contattato direttamente da privati per cucinare nelle loro case, un menù condiviso per un’esperienza condivisa. Un’idea innovativa che sta prendendo piede in tantissime città.
Per realizzare i suoi progetti ha scelto di non cercare fortuna altrove, ma di rimanere nella sua Bolzano, nel quartiere Don Bosco dove ha sempre vissuto. “Per me qua è sempre casa, sono rimasto perché credo nella città: se hai voglia di fare e di metterti in gioco, offre tanto”. E questo sia a livello gastronomico, sia a livello di occasioni lavorative. Per crescere e raggiungere più fruitori possibili, privati o aziende, i social rappresentano un grande incentivo, difatti è proprio dalla suo pagina Instagram che ha iniziato a far conoscere, condividendo, le sue ricette. Il metodo più efficace però, sostiene, è sicuramente il vecchio passaparola, che gli procura la gran parte dei suoi impieghi come cuoco privato, in cui si può dire porti i suoi piatti fuori dallo schermo, direttamente sotto il naso dei clienti.
Quando gli viene chiesto se anche nella cucina di casa sua rimanga incorruttibilmente chef o preferisca qualcosa di più rilassato, ride: “Dipende, sono amante del toast e della piadina, non me ne vergogno. Altre volte sperimento piatti più elaborati”. Riesce dunque a mantenere un rapporto decisamente invidiabile con il suo lavoro, rincasando ancora entusiasta di tornare alle prese con pentole e fornelli. La sua è una concezione personale e innovativa della più tradizionale delle arti, la cucina. L’idea di renderla in un certo senso itinerante, che da molti potrebbe essere visto come motivo di instabilità, è invece la chiave, per Giorgio, per mantenere il lavoro stimolante, e in questo modo continuare a custodire il suo amore per la cucina, intesa come momento di convivialità.

Autrice: Federica Crisconio COOLtour

L’importanza di dialogare con i giovani

L’assessore al sociale del Comune di Bolzano Juri Andriollo e il giovane consigliere Ab Chniouli dicono la loro da una parte sui provvedimenti adottati nel centro del capoluogo per arginare le “derive” e dall’altra della necessità di dare ai giovani i loro spazi, fisici ma non solo, per potersi ritrovare ed esprimere.

“I ragazzi di oggi hanno un tasso di sensibilità e un livello culturale molto più elevato delle generazioni che li hanno preceduti, e si pongono su livelli di ragionamento che non sono più quelli di una volta. Per questo la chiave di lettura nei loro confronti è più complessa per noi adulti. Ma la società di oggi deve investire di più sui giovani perché sono loro il nostro futuro”.

Juri Andriollo


è una presa di posizione forte quella dell’assessore alle politiche sociali del Comune di Bolzano Juri Andriollo, mentre ci racconta il suo punto di vista sulla situazione che ruota attorno a Piazza delle Erbe e agli spazi vivibili mancanti per i più giovani. Un tema, questo, esploso definitivamente dopo le proteste dei residenti della zona che non riescono più a chiudere occhio durante i weekend a causa del troppo rumore provocato da chi la piazza la vuole vivere. Il sindaco Renzo Caramaschi è intervenuto cercando un punto d’incontro attraverso un’ordinanza che vieta il consumo di alcolici dopo le 23.30 per strada e l’uso di casse per la musica. Un ‘freno’ che non risolve però il problema di fondo della mancanza di nuove aree per i ragazzi e che non aiuta a correggere una narrazione spesso distorta del mondo giovanile di oggi.
“Siamo consci che Bolzano abbia bisogno di spazi dove i ragazzi possano esprimersi con libertà e in maniera rumorosa. Ci stiamo lavorando, abbiamo delle idee che si focalizzeranno su un nuovo utilizzo di determinate aree della città. Ma è importante sottolineare come questo non sia una problematica circoscritta al centro storico, ma che tocca anche gli altri quartieri e le zone di periferia”, prosegue Andriollo. Si tratta esattamente di quelle porzioni di città in cui le offerte di svago e culturali sono minori e che vedono un maggior rischio di diffusione di microcriminalità giovanile. Senza generalizzare, però. I gruppi di ragazzi più vivaci e ai limiti della delinquenza ci sono sempre stati e sempre ci saranno. “Dire che la generazione di oggi sia peggio di quella di una volta è una cosa falsa e senza senso. Una condanna che i ragazzi non meritano. Purtroppo l’aver convogliato molte situazioni di disagio in alcune parti della città ha amplificato il problema”, puntualizza l’assessore.

Ab Chniouli


E all’orizzonte le soluzioni concrete sono poche. “Piazza delle Erbe è un aggregatore naturale per i giovani. Cercare di ‘spostarla’ all’interno di un altro contesto porterebbe con sé dietro gli stessi problemi che già esistono. Le offerte vincenti le creano per ora gli esercenti privati, con aperitivi ed eventi, ma sono anche quelli che più patiscono l’attuale freno imposto alla piazza. Mi piacerebbe prendessero vita rassegne e festival oer dare anche un ritorno in termini culturali e sociali ai ragazzi”, spiega Abdallah Chniouli, giovanissimo consigliere comunale di Bolzano, che i problemi dei ragazzi li conosce bene. E poi si espone: “Vedo molta potenzialità nel NOI Techpark, il parco tecnologico di Bolzano Sud. È un polo che può crescere con il futuro arrivo della Facoltà di Ingegneria, perché riunirà studenti, imprese, adulti e spazi verdi”.

foto principale: Museion Cafè

Autore: Alexander Ginestous

Friday for Future di nuovo in campo per l’ambiente

Venerdì 24 settembre le strade di tutto il mondo si sono colorate di verde a favore di un futuro più sostenibile, sotto la guida dell’attivista svedese Greta Thunberg. Nel capoluogo altoatesino i ragazzi di Fridays For Future si sono riuniti in piazza Tribunale, lo racconta Zeno Oberkofler, giovane attivista del movimento.

Perché siete tornati in piazza venerdì 24 settembre?
Principalmente perché tra un mese si terrà la Cop26. Globalmente si è scelta questa data perché quello sarà uno dei momenti più rilevanti, durante il quale la comunità internazionale si ritroverà per prendere le decisioni più autorevoli sul tema dei cambiamenti climatici e per definire cosa fare per il contrasto alla crisi climatica. Le piazze erano colme di ragazzi in tutto il mondo, abbiamo visto Berlino che ha raccolto migliaia di persone; è stata una grande azione a livello internazionale. è stato significativo essere attivi anche a Bolzano.

Dopo una pausa dalle piazze durante la pandemia, quanta partecipazione c’è stata?
Durante la pandemia abbiamo sempre cercato di organizzare azioni, che ovviamente non avevano lo stesso impatto, ma sono state importanti per rimanere attivi e restare in contatto. Siamo tutti molto soddisfatti perché è stato un ottimo risultato. C’erano molti giovani e studenti, una classe delle medie che è venuta a fare una “gita di educazione alla partecipazione”, e poi addirittura due bambine di Egna, delle scuole elementari, che hanno parlato davanti a tutti. È intervenuta anche Annemarie Gluderer, una contadina della Val Venosta, promotrice dell’iniziativa Salvare le Api e i Coltivatori, che nel suo discorso ha espresso la voglia di aiutare i giovani in questa battaglia. È stato bello vedere questa riappacificazione, questo patto intergenerazionale vissuto in piazza.

C’è grande attenzione mediatica sul tema. Si sta muovendo qualcosa a livello politico?
Il fatto che ci sia attenzione mediatica è importante perché i partiti non possono più fare finta di niente, sono costretti a porsi il problema. Sta cambiando quindi anche il dibattito politico e si inizia veramente a ragionare su cosa bisogna fare, il problema è che – e secondo me è molto pericoloso, ed è una situazione che mette anche noi come movimento di fronte a una sfida difficile – c’è la tendenza di vendere le misure come sostenibili anche se non lo sono. Magari la gente pensa che stiamo facendo qualcosa per l’ambiente ma poi fra dieci anni, se dovesse risultare che sono misure non sostenibili, la fiducia nelle istituzioni crollerebbe e la situazione sarebbe ancora più difficile. In Alto Adige è stato presentato il Piano Energia & Clima che però – e questo lo dicono gli scienziati che l’hanno analizzato e mandato i loro commenti alla giunta provinciale – non è conforme né con gli obiettivi di Parigi, né con gli obiettivi del Green New Deal. Sarà da migliorare in molti punti e si spera di poterlo fare in un processo partecipativo.

Quali sono i prossimi progetti?
Cercheremo di fare un Open Meeting per le persone che sono motivate e vogliono attivarsi di più, magari entrando nel movimento. Nel frattempo, a Milano c’è la PreCop, che seguiremo, e poi vedremo cosa fare per la Cop26. Sicuramente ci occuperemo anche del Piano Energia&Clima, che è una nostra priorità, perché penso che se possiamo incidere su qualcosa è proprio su questo, visto che è ancora da modellare. Invitiamo poi tutta la comunità a contattarci per aiutarci nella rilevazione dei temi e nella selezione delle azioni da poter portare avanti insieme in un periodo così complesso e altrettanto delicato.

Autrice: Ana Andros COOLtour

La stagione totale del Teatro Stabile di Bolzano

Rocco Papaleo, Claudio Bisio, Ottavia Piccolo, Paolo Fresu, Natalino Balasso, Michele Placido, Anna Della Rosa, Danio Manfredini e Antonio Rezza tra i protagonisti della stagione 2021/22.

A Bolzano la nuova stagione 2021/2022 si compone di 19 spettacoli nella Sala Grande del Teatro Comunale. Una programmazione ricca e ad ampio raggio, sia per il numero di spettacoli che vengono presentati nel corso dell’anno teatrale, che per le cinque produzioni e coproduzioni che suggellano collaborazioni con gli artisti e le realtà teatrali più interessanti e vitali del panorama italiano.

Rocco Papaleo e Fausto Paravidino

Inaugura la stagione 2021/2022 “Tango Macondo. Il venditore di metafore”, la nuova produzione dello Stabile che fonde narrazione a musica popolare, tanghi, riti arcaici e contemporaneità. Lo spettacolo, che debutta in prima assoluta al Comunale di Bolzano giovedì 28 ottobre alle 20.30, è scritto e diretto da Giorgio Gallione sulle musiche composte ed eseguite dal vivo da Paolo Fresu. Un viaggio ai confini tra delirio e geografia, interpretato da Ugo Dighero, Rosanna Naddeo e Paolo Li Volsi, in dialogo continuo con il trio composto da Fresu, Daniele di Bonaventura e Pierpaolo Vacca e con i danzatori Francesca Zaccaria, Valentina Squarzoni, Angela Babuin e Luca Alberti.

Paolo Fresu

“Balasso fa Ruzante (Amori disperati in tempo di guerre)” è un altro spettacolo nato e cresciuto a Bolzano. Balasso riscrive l’opera di Angelo Beolco detto il Ruzante e interpreta questo nuovo testo teatrale, nato da una raffinata e profonda ricerca linguistica, assieme ad Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel. A dirigerli Marta Dalla Via, raffinata caratterista e profonda conoscitrice delle corde espressive di Balasso / Ruzante.

Natalino Balasso

Rocco Papaleo assieme a Fausto Paravidino sono i protagonisti principali di “Peachum. Un’opera da tre soldi”, lo spettacolo che Paravidino ha scritto ispirandosi a Bertolt Brecht. Per la prima volta assieme, Papaleo e Paravidino portano in scena questa epopea dedicata all’antieroe Peachum, re dei mendicanti.

Dalla sinergia tra talenti e personalità nasce in seno allo Stabile bolzanino anche “Eichmann. Dove inizia la notte” di Stefano Massini. In questo dialogo di squassante semplicità Massini immagina il confronto tra la filosofa e politologa Hannah Arendt e Adolf Eichmann. A interpretare questa spettacolo troviamo due personalità del teatro: Ottavia Piccolo e Paolo Pierobon, dirette da Mauro Avogadro.

Claudio Bisio, Valerio Binasco, Lucia Poli, Umberto Orsini, Pippo Del Bono, Anna Della Rosa, Silvio Orlando, Antonio Rezza, Deniz Özdoğan, Arturo Cirillo, Danio Manfredini, Silvio Orlando, Valter Malosti, Sara Bertelà, Filippo Dini, Franco Branciaroli, Tindaro Granata e Michele Placido sono quindi alcuni tra i protagonisti degli altri spettacoli in cartellone, mai come quest’anno aperto a tutte le forme del fare teatro d’arte.

Claudio Bisio

Michele Placido interpreta il perfido Don Marzio nella commedia goldoniana “La Bottega del Caffè” per la regia di Paolo Valerio. Claudio Bisio, diretto da Giorgio Gallione, sarà il protagonista de “La mia vita raccontata male”, dirompente monologo tratto dal romanzo di Francesco Piccolo. Due fuoriclasse come Umberto Orsini e Franco Branciaroli vestono i panni di due amici che si ritrovano dopo un non motivato distacco: nella commedia “Pour un oui ou pour un non”, Nathalie Serraute, una delle più importanti scrittrici francesi del Novecento, s’interroga sui motivi della loro separazione.
Il tema dell’amicizia è alla base anche di un evento speciale, lo spettacolo “THE SPANK” di Hanif Kureishi, scrittore di fama planetaria. Kureishi ha costruito un testo che attraversa un ampio spettro di emozioni, con straordinario senso dell’umorismo e una nota malinconica. “THE SPANK” è diretto da Filippo Dini e interpretato assieme a Valerio Binasco, artisti e amici dalla sensibilità affine.
Valter Malosti dirige e interpreta “Se questo è un uomo” di Primo Levi, portando per la prima volta in scena direttamente il romanzo, senza alcuna altra mediazione.
A un’altra opera letteraria, quella di Romain Gary, si ispira il monologo di Silvio Orlando “La vita davanti a sé”. Orlando, accompagnato da una band composta da quattro musicisti, conduce il pubblico tra le pagine del romanzo che dipinge con leggerezza e poesia le vite sgangherate del piccolo Momò e di Madame Rosa.
Filippo Dini offre una nuova rilettura di “Casa di Bambola” di Henrik Ibsen.
Geppy Gleijeses, Lucia Poli e Maurizio Micheli per la regia di Guglielmo Ferro, sono gli straordinari interpreti di un testo di culto dedicato alla vita dei teatranti: “Servo di scena” di Ronald Harwood.
Arturo Cirillo, regista e attore napoletano con una spiccata sensibilità per la danza e la musica, darà nuova vita al personaggio di “Cyrano de Bergerac”, nato dalla penna di Edmond Rostand.
Leonardo Lidi, giovane e promettente regista, ha deciso di riprendere “Lo zoo di vetro”, il testo più noto di Tennessee Williams, per proporre una nuova visione di questo classico, grazie all’interpretazione di Lorenzo Bartoli, Tindaro Granata, Mariangela Granelli e Anahì Traversi.
Pippo Del Bono, il talento più folle e visionario del teatro contemporaneo, è protagonista di due spettacoli, “La Gioia” e “Amore”, presentati a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro. Due spettacoli che Del Bono porta in scena con la sua Compagnia che rappresentano il percorso, travagliato e complesso, alla ricerca dei sentimenti più puri.
Il filo rosso dei grandi maestri del contemporaneo ha il volto del maestro invisibile Danio Manfredini che presenta il suo nuovo spettacolo, “Nel lago del Cor”. In cui Manfredini descrive la condizione dei lager che rappresentano la ferocia dell’uomo, simboli di terrore e sofferenza, di quello smarrimento esistenziale e spirituale mai provato altrove.
Nuovo è anche il testo “Sorelle”, scritto dal regista e autore francese Pascal Rambert che ha scelto Sara Bertelà e Anna Della Rosa per portare in scena il rapporto tempestoso e il profondo legame d’amore che lega due sorelle.
Delirante, incontenibile, spiazzante sarà infine lo spettacolo “Bahamuth”, di Antonio Rezza e Flavia Mastrella.

Michele Placido

I BIGLIETTI

Le normative relative al riempimento delle sale sono in continua evoluzione e anche per questa stagione il TSB vende solo biglietti singoli per gli spettacoli in cartellone. In accordo con i principali enti teatrali della città (VBB, Fondazione Orchestra Haydn e Teatro Cristallo), il TSB ha adottato una politica di prezzi semplificata che accentua ulteriormente l’accessibilità da parte di un vasto pubblico: le fasce di prezzo sono solo tre: 15 euro biglietto intero, 10 euro ridotto, 6 euro Under 26. Agli abbonati 2019/2020 riserva il prezzo ridotto di €10. I biglietti per tutti gli spettacoli sono in vendita alle casse del Teatro Comunale di Bolzano, sul sito www.teatro-bolzano.it e si possono acquistare inoltre scaricando l’APP Teatro Stabile di Bolzano (iOs e Android).
Chi si assicura i biglietti per tutta la stagione (19 spettacoli) entro il 14 novembre potrà godere di un prezzo ridotto di 170 euro.+

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Gli italiani sul Colle e le loro memorie

In questo numero del giornale attraverso alcune testimonianze di residenti parliamo del Colle, la frazione di Bolzano (formalmente quartiere centro storico) che si trova a circa 1200 metri di quota, collegata al fondovalle dall’omonima funivia, il primo impianto a fune al mondo per il trasporto di persone, inaugurato nel 1908.

Come abbiamo scritto lo scorso 1 luglio la località del Colle in origine era una delle 12 Malgreien, ovvero uno dei 12 rioni rurali che formavano il comune di Dodiciville e si estendevano intorno al nucleo storico di Bolzano, da cui furono inglobati nel 1911.
Oggi ci facciamo raccontare un po’ di storia di questa località attraverso la testimonianza della signora Cristina Alietti di Bolzano e gli scritti della sua mamma Vilde Balboni, oltre a quella della signora Annamaria Cavagnolo di Milano.

Cristina Alietti, come descriverebbe il Colle oggi?
Oggi il Colle consta di due alberghi più poche case, per lo più abitate in estate. Nei mesi caldi il Colle e i suoi boschi sono meta di escursionisti e fungaioli. Durante l’anno scolastico vi si recano invece quotidianamente gli alunni della scuola Steineriana.
Il Colle ha mantenuto le caratteristiche architettoniche dei primi del Novecento, non ci sono stati interventi di urbanizzazione, né ci sono progetti in tal senso. È un luogo di silenzio, vissuto più in estate che in inverno, quando spesso è molto freddo e ventoso, ma in grado di offrire splendidi colori.
Non ci sono negozi: ogni mattina il pane, il latte e le forniture per gli alberghi arrivano con la funivia. Il sabato mattina il furgone del pane vende dolci e pane freschi.

Il maso Uhl

Come è arrivata a legarsi al Colle?
Nel 1963 la mia famiglia si è innamorata di una casa risalente al 1910 di architettura viennese, rimasta chiusa per lungo tempo. Una volta acquistata è stata ristrutturata. Per raccontare cosa ha rappresentato emotivamente il Colle per la mia famiglia, mi piace proporvi un testo scritto dalla mia mamma, Vilde Balboni.
“Colle è un piccolo borgo situato a circa 1100 metri slm, una parte montuosa sotto al Monte Pozza (1615), che chiude a sud la città di Bolzano. Il monte, chiamato dai locali “Colle”, si estende verso la città presentando i suoi bellissimi boschi ricchi di ogni specie vegetale naturale verdeggiante che invitano ai sentieri che donano un panorama unico. La vista spazia dalle Dolomiti verso il lato Est fin dall’altra parte la città di Bolzano verso la Valle dell’Adige a e Sud Ovest con la catena montuosa dal gruppo del Brenta all’Ortles Cevedale; verso Nord invece lo sguardo va fino a San Genesio, Sarentino e Renon. Si tratta di un panorama che si può gustare dalla torre in legno accanto alla funivia. Durante l’estate al Colle si ammira un’alba con sorgenti di luci variopinte che filtrano tra le torri montuose delle Dolomiti: uno spettacolo unico, meraviglioso. Così anche il sorgere della luna che illumina il profilo dei boschi alberati trasformandoli in pettini luminosi. I giorni estivi godono di grande illuminazione solare e il tramonto a tarda sera presenta riflessi rossi che donano colori rosa a tutta la zona trasformandola (…)”.

Paesaggio d’inverno

Ci sono altre famiglie italiane legate al Colle?
Certamente la famiglia Cavagnolo, i signori Angelo e Mariuccia ci venivano dagli anni ’40 del secolo scorso. Angelo Cavagnolo ha ricevuto la cittadinanza onoraria dall’Azienda di Soggiorno di Bolzano parecchi anni or sono. Anche Annamaria, la figlia, lo scorso anno ha ricevuto un certificato d’onore.
I suoi genitori, amici della nostra famiglia, arrivata al Colle nel 1963, sono stati l’unica comunità italiana del Colle. Sia la mia famiglia, che la sua, hanno vissuto in un ambiente sereno, mantenendo ottimi rapporti con i pochi abitanti del posto. La prima auto giunta al Colle è stata quella di mio papà Italo Alietti, che per la ristrutturazione della casa utilizzava il “Maggiolino” Volkswagen, arrivando al Colle dalla vecchia strada, un sentiero per muli, contadini e qualche passeggiatore, ora percorribile solo a piedi.

La vista dall’albergo Klaus

IL RACCONTO DI ANNAMARIA CAVAGNOLO

“Sono nata a Bolzano nel 1946. Nel 1949 venni dichiarata senza speranza: setticemia grave incurabile a causa della mia allergia alla penicillina. Il Prof. Halfer, pediatra, ebbe un’idea geniale che mi ‘salvò’, raccomandando ai miei genitori di portarmi ogni anno al Colle, da lui considerato particolarmente benefico anche rispetto ad altri luoghi montani della zona.
Al Colle l’albergo Klaus era chiuso, dopo la guerra era tornato ad essere solo la residenza abitativa dei proprietari tedeschi del maso. Prendevamo quindi in affitto una stanza ai Bagni S. Isidoro, a metà strada tra Bolzano e il Colle. Quasi ogni giorno mio padre mi portava a piedi al Colle cercando di convincere il Klaus alla riapertura, in nome della mia salute. Nel 1950 abbiamo ottenuto una stanza ‘tuttofare’ in affitto al secondo piano dell’albergo! Da allora siamo tornati ogni anno insieme ad amici, conoscenti e parenti che si innamoravano del luogo e passavano parola.
I miei due figli hanno imparato a camminare al Colle, così come tutti i miei cinque nipoti!
Incredibili sono stati gli anni in cui la funivia non funzionava poiché bombardata. In quegli anni l’impianto veniva usato come teleferica per trasporto legname… ma ci siamo saliti anche noi. Il mio papà ha anche fatto l’esperienza fermo sospeso a mezz’aria in cassetta, mentre imperversava un temporale!
La strada per le auto non esisteva, più tardi ha iniziato a funzionare una traccia su cui passava la ‘Campagnola’, il fuoristrada della Fiat del proprietario dell’albergo Klaus.
Solo negli anni ‘60 è potuta arrivare la prima automobile, se non ricordo male era il ‘Maggiolino’ del Signor Alietti. Al Colle ritrovo ogni anno le mie radici, forti e stabili, nel turbinare dei tanti cambiamenti della mia vita.
Il Colle è rimasto quasi intatto da quando lo conosco, non smette mai di stupirmi per la bellezza profonda della sua semplicità naturale e per il legame che si rinnova, pur nell’avvicendarsi delle generazioni, con le persone che ci vivono. Grazie!”

Autore: Till Antonio Mola