L’arte non dorme mai

La vena artistica nelle persone può mettersi in moto a qualsiasi età, scaturendo nei contesti più diversi. Ne è testimone il bolzanino Sasà, che racconta il suo fresco rapporto con il variegato mondo dell’arte visiva. Una passione appena all’inizio e che si sviluppa in tandem con l’ascolto musicale. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare come è nato tutto ciò e come si sviluppa il suo rapporto con la creatività.

Di cosa ti occupi principalmente?

Gestisco il bar del Teatro Cristallo insieme ad un mio amico e socio, da ormai tre anni.

Cosa ti ha portato a fare questo lavoro?

Quando questo mio amico ha preso il bar, andavo lì a bere il caffè, ed era un periodo che stavo cercando lavoro. Lui stava cercando un socio, e mi propose di collaborare. Era un lavoro che non avevo mai fatto; l’amicizia è un conto, lavorare insieme è un altro: ma ormai sono anni che ci divertiamo e portiamo avanti l’attività.  

Oltre al bar di cui ti occupi giornalmente, hai anche un lato artistico. Vuoi raccontarcelo?

Questo mio lato creativo l’ho scoperto esattamente un anno fa. Mio fratello per il Natale precedente mi aveva regalato una valigetta di colori; la notte non dormivo ed era un periodo un po’ complicato per me. Una sera ho provato ad utilizzare i colori, e mentre dipingevo non pensavo. Il giorno dopo ho comprato altri materiali, e da lì è iniziato tutto. Sono arrivato a fare circa duecento quadri.

Quali materiali utilizzi?

Colori acrilici, sia puri che mescolati con la colla vinilica, l’acqua e il silicone. Mi piacciono molto anche i pennarelli. Sono partito con i colori: non avendo tecnica, ho iniziato provando ad usare le mani, spatole, spugne e palloncini gonfiati. Dopodiché, siccome questi quadri li finivo rapidamente, e io avevo bisogno di non pensare, ho iniziato con i pennarelli, che richiedono molte più ore di lavoro. Con il tempo mi sono acquietato di spirito, quindi mi sono affacciato all’uso dell’acrilico fluido. Mi intrigava l’effetto che si poteva avere, usando il phon, le cannucce, o anche solamente le mani. Però mi piace scoprire, provare, sperimentare.

Altri materiali che sei interessato a provare?

Mi piacerebbe provare le resine epossidiche. Non solo a livello di pittura, anche per qualcosa di scultoreo. L’idea c’è, devo un attimo capire come si usano.

Cosa ti ispira per la creazione dei tuoi quadri?

Io non ho nessun tipo di formazione artistica. Vado a istinto. Mi metto su un cd e poi da lì, le mani vanno. Quando prendo la tela non ho nessun’idea di cosa andrò a fare; sono molto guidato dalla musica che ascolto.

Che musica ascolti?

Dipende dal momento. Dal jazz, al rock, alla musica italiana, all’indie, diciamo che sono musicalmente onnivoro e ascolto di tutto. Anche se in realtà, mi sono accorto che dopo un po’ non ascolto più nemmeno la musica. Sono talmente concentrato in quello che sto facendo, che mi isolo. La musica diventa quel sottofondo che poi si trasforma in silenzio. Quindi semplicemente mi dà l’incipit.

Di recente hai allestito una mostra. Com’è andata?

Sono soddisfatto. I miei quadri non essendo figurativi offrono più chiavi di lettura, e quel che mi piace è che ognuno guardandoli percepisce ciò che sente.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

“Cambiamo il mondo, un bambino alla volta”

Questo lo slogan dell’associazione Still I Rise nata nel 2018 con l’obiettivo di offrire educazione, sicurezza e protezione ai minori profughi e vulnerabili. L’associazione è stata fondata da Nicolò Govoni, scrittore e attivista cremonese, che dopo un’intensa esperienza di volontariato in India, si è spostato sull’isola di Samos, in Grecia, dove ha fondato l’organizzazione umanitaria Still I Rise e ha aperto Mazì, la prima Scuola di Emergenza per bambini e adolescenti profughi dell’isola. Noi abbiamo incontrato Sarah, una volontaria dell’associazione rappresentante del gruppo territoriale del Trentino Alto Adige.

Come ti sei avvicinata all’associazione?

Ho seguito fin dall’inizio, attraverso i social, l’esperienza che Nicolò stava vivendo sull’isola di Samos. Nicolò raccontava di come purtroppo, durante le lezioni in classe, molto tempo venisse perso a causa di discussioni futili, e di come questo lo facesse soffrire. Si chiedeva “Cosa posso fare io per cambiare questa situazione?”. Ho seguito la vicenda da spettatrice fino all’apertura della prima scuola di emergenza, ho aspettato con ansia l’uscita del suo libro autobiografico e poi ho deciso di contattare l’associazione. Dopo una lunga attesa, sono stata ricontattata per la creazione dei gruppi territoriali.

Come vi organizzate a livello regionale?

Siamo molto attivi. L’anno scorso in val di Non con la collaborazione della SAT, le volontarie hanno organizzato una camminata all’eremo di Santa Giustina e sempre in quella zona hanno tenuto un laboratorio di canederli e uno di centri tavola. Il ricavato è stato devoluto all’associazione. Qui a Bolzano prendiamo contatti con le scuole per parlare di Still I Rise e realizzare progetti. Quello di quest’anno si chiama INSIEME e si possono trovare tutte le informazioni sul nostro sito.

Progetti per il futuro?

A livello globale abbiamo in programma di aprire una Scuola Internazionale in Italia e una in Colombia. A livello regionale invece tra i vari eventi, ci sarà a Cooltour (via Sassari 13/B, Bolzano) una mostra realizzata con fotografie scattate dagli alunni delle scuole di emergenza. Si tratta di un progetto nato nella scuola di Samos dove, dopo un corso tenuto dalla fotografa Nicoletta Novara, sono state date ai ragazzi delle macchinette usa e getta per fare alcuni scatti del loro quotidiano. Il risultato è quello di immagini piene di speranza che sono state esposte in più di 100 paesi e dalle quali è nato il libro “Through our eyes”.

Maggiori informazioni si possono trovare sulla pagina Facebook stillirisegruppotrentinoaltoadige

Autrice: Giulia Pedron COOLtour

Dai campus universitari americani ai prati del Talvera. Arriva Ultimate Frisbee

GOATS Ultimate è il nome del gruppo sportivo che ha portato a Bolzano uno sport poco conosciuto ma con una caratteristica che lo rende unico: non ha bisogno di arbitro.  

Uno sport di nicchia in cui il fair play la fa da padrone. E non potrebbe essere diversamente visto che la conditio sine qua non è che i giocatori siano i primi giudici del loro comportamento in campo. È l’Ultimate Frisbee una disciplina che è nata nei campus universitari americani negli anni ’70. È un sport che non bisogno di grandi investimenti in attrezzature e strutture: è sufficiente un disco, due squadre e un campo rettangolare, in erba (anche sintetica), su cui si affrontano sette giocatori contro sette. Viene praticato indifferentemente da maschi e femmine – le squadre sono miste – che usano un disco (Discraft) da 175 grammi, evitando il contatto fisico. Per segnare un punto la squadra deve avanzare fino a raggiungere la meta avversaria passandosi il disco, dato che al giocatore col disco in mano non è permesso correre. “L’Ultimate è uno sport di squadra aerobico e completo ma quello che lo rende veramente speciale è l’assenza dell’arbitro”, afferma Gruber, “il regolamento non lo prevede. L’Ultimate si basa sull’auto-arbitraggio, sulla sportività, sul rispetto delle regole e dell’avversario”. 

Tale disciplina nella Penisola è praticata da diversi anni ma nel capoluogo altoatesino è arrivata di recente. A importarla, nel 2014, il bolzanino David Gruber, che l’aveva praticata durante gli studi universitari a Monaco di Baviera, assieme a Marco Dalla Riva, che vi si era appassionato mentre studiava a Trento. “Da noi mancava questa possibilità e quindi ho cercato qualcuno di Bolzano che condividesse questa mia passione. Assieme a Marco abbiamo quindi dato vita a una squadra che con alterne fortune è continuata fino ad oggi”, ammette. 

Molti dei componenti della squadra dei GOATS sono studenti e studentesse della Libera Università di Bolzano. “Collaboriamo con l’associazione sportiva di unibz, lo SCUB, che ci aiuta anche a diffondere l’Ultimate ma il nostro gruppo è formato anche da gente che lavora”. Durante la bella stagione, si trovano sui prati del Talvera mentre quando fa più freddo e c’è poca luce, i praticanti si ritrovano nella palestra delle scuole superiori Max Valier. La tradizione bolzanina dell’Ultimate non è ancora così consolidata da far sperare trionfi sul campo, dominato dalle squadre di città dove si gioca da più tempo, come Bologna, “ma anche i GOATS stanno migliorando e recentemente abbiamo partecipato a tornei in Veneto, inseriti in una squadra mista Bolzano-Trento”, commenta il fondatore.  

Chi volesse provare a giocare a Ultimate Frisbee può fare una prova durante il giorno in cui i GOATS Ultimate si allenano sui Prati del Talvera (zona dei campi da calcio): il martedì dalle ore 20 alle 22. “Purtroppo non abbiamo a disposizione gli spogliatoi e pertanto chiediamo alle persone di venire già vestite con abbigliamento sportivo”, precisa Gruber. Inoltre il gruppo offre sessioni di pratica gratuita per gli insegnanti delle scuole medie e superiori per avvicinare sempre più persone alla pratica di questo sport. Per info e contatti, c’è la pagina web: www.ultimatefrisbeebolzano.com

Autore: Nilo Ruggeri

AIED: la sezione Andreina Emeri di Bolzano compie 50 anni

Nel 2023 l’Aied di Bolzano, sezione Andreina Emeri, festeggerà i 50 anni e per questo momento così importante, ha deciso di organizzare una serie di attività ed eventi durante tutto l’arco dell’anno, volti alla promozione della consapevolezza e dell’autonomia economica delle donne, filo rosso che lega tutte le iniziative. Tre le iniziative organizzate per l’occasione: dal 2 marzo al 17 aprile 4 workshop in sede; il 10 giugno la festa dei 50 anni presso il Bocciodromo di Bolzano e il 30 settembre il convegno “Donne e denaro” al Teatro Cristallo. Tutti gli eventi sono liberi e gratuiti, aperti alla popolazione previa iscrizione.

A dare il via al progetto dei festeggiamenti sarà il primo dei quattro workshop, durante i quali si tratteranno i temi come il lavoro, il conto corrente e la gestione delle risorse finanziarie proprie e familiari.  

Primo appuntamento il 2 marzo con la Commercialista e revisora dei conti Bruna Micheletto sul tema Educazione economica e finanziaria. L’autonomia nelle scelte economico-finanziarie, lavorative, familiari e previdenziali anche per favorire la libertà delle donne. 

Durante il secondo laboratorio, il 16 marzo, l’avvocata Lorna Ciacci affronterà il tema della Gestione economica familiare, divisione delle spese, conto corrente cointestato e possibili strategie. 

Il 23 marzo l’appuntamento sarà con la cooperativa Gea e la Prevenzione della violenza economica. Le operatrici del Centro Antiviolenza Mirca Zanoni e Stefania De Cicco parleranno di gestione delle finanze familiari e di come la violenza economica privi la donna della propria autonomia e non le permetta di godere e partecipare alla gestione delle comuni finanze domestiche provocando sentimenti di dipendenza, ansia, stress e depressione che ne limitano le libere scelte. 

L’ultimo appuntamento, per questa parte “formativa”, sarà il 17 aprile con la Vicepresidente dell’Inps Luisa Gnecchi sul tema dell’Indipendenza economica anche da pensionate. Imparare a parlare di soldi e avere il coraggio di gestirli fin da giovani è una questione di sopravvivenza in particolare per le donne che vivono più a lungo, spesso con la prospettiva di pensioni più basse a causa del gap salariale, delle assenze dal lavoro per maternità o assistenza ai familiari e di cura in generale. 

I workshop avranno luogo dalle ore 18 alle 20 presso la sede dell’Aied in Corso Italia 13 M. La partecipazione è gratuita e limitata a un massimo di 20 persone. Iscrizione presso la segreteria del Consultorio, telefonicamente al numero 0471 910586 oppure scrivendo a info@aiedbz.it

Il 10 giugno dalle ore 18 alle 24 presso il Bar Bocciodromo di viale Trieste 17 a Bolzano ci sarà poi la festa per i 50 ANNI del Consultorio Aied. Un’occasione di incontro e condivisione, aperta a tutte e tutti, proprio nei giorni in cui ricorrono i 50 anni dall’atto costitutivo dell’associazione. 

La musica della serata sarà a cura delle Dj Rol&Pi@ e Shanti Baba. Negli spazi del Bocciodromo verrà organizzata un’esposizione frutto di un lavoro artistico delle studentesse e studenti di due classi del Liceo Pascoli di Bolzano sulla storia e l’attività dell’Aied a Bolzano, il contributo e lo sguardo delle nuove generazioni sul consultorio e l’associazione.  

Il 30 settembre dalle ore 9 alle 18 presso il Teatro Cristallo si terrà la giornata di approfondimento “Donne e denaro”. La partecipazione sarà ad ingresso libero su prenotazione direttamente sul sito del Cristallo www.teatrocristallo.it  

Problema abitativo: facciamo il punto

Maurizio Surian, Presidente del Centro Casa Mieterschtz che ha sede a Bolzano in piazza Matteotti, illustra le problematiche legate al tema dell’abitare a Bolzano. 

Surian, che ruolo ricopre il Centro Casa Mieterschutz? Di recente, avete siglato qualche accordo in merito al tema abitativo?

Siamo un’associazione nata da un’idea dei tre sindacati, CGIL CISL e Uil, che opera da oltre 40 anni offrendo assistenza agli inquilini e ai piccoli proprietari. Operiamo e diamo assistenza nella compilazione delle domande Ipes, nella stesura di contratti di affitto, controllo delle spese condominiali, registrazioni e attestazioni. Per i casi difficili o per la gestione degli sfratti, però, ci avvaliamo della consulenza di una legale. Abbiamo sottoscritto e rinnovato gli accordi territoriali che determinano i contratti di locazione convenzionati o concordati. Qui, proprietario e inquilino si accordano per un canone compreso tra un minimo e un massimo, sulla base delle zone in cui è suddiviso il territorio comunale e delle caratteristiche della casa.

Quali categorie di persone necessitano maggiormente, in questo momento, di una abitazione nella città di Bolzano? E, di conseguenza, quali possono essere le relative soluzioni?

Oggi tutti necessitano di una abitazione a Bolzano, o nelle immediate vicinanze. Dal cittadino autoctono, che vuole crearsi una famiglia, a coloro che vengono qui a lavorare o a studiare. I problemi sono vari: dai costi elevati, alla mancanza di terreni dove costruire nuove abitazioni.
Non vogliamo cementificare la città, ma non possiamo neppure permetterci di aspettare la realizzazione di lunghi progetti; servono interventi ravvicinati. Si potrebbe vedere se è possibile ampliare ciò che è già costruito, intervenendo sui costi dei terreni. Un altro tema è quello della contribuzione provinciale che, in qualche modo, pur avendo aiutato molte famiglie, ha contribuito a far lievitare i costi dell’abitare in Alto Adige. Sono tutte questioni che le varie Associazioni che si occupano del tema ribadiscono da anni, ma senza un intervento deciso del mondo politico non si può fare nulla.

Cosa pensa del “cohousing” e dell’abitare multigenerazionale, ovvero condomini dove gli inquilini svolgono attività di tipo sociale ottenendo un’abitazione a bassi costi?

Sento voci discordanti su questa iniziativa, che a Bolzano si è realizzata attraverso il progetto Rosenbach. Prendendo la nuova legge sull’edilizia sociale, la quale ha un articolo dedicato su questo tema, si può iniziare a fare qualcosa di concreto in attesa della costruzione di case in nuove aree.
Inoltre, credo che i progetti di foresterie nella zona produttiva – che prevedono alloggi disponibili per i lavoratori – non siano una soluzione, ma solo un inizio. Sottolineo però che non si può “ghettizzare” chi viene qui a lavorare, bisogna tener conto del bisogno di relazioni sociali.

In questo quadro, che influenza hanno gli appartamenti sfitti in città? Sono un numero eccessivo?  

Il numero degli alloggi sfitti non si conosce. Come Centro abbiamo richiesto più volte che venga fatta un’anagrafica degli alloggi vuoti. La Presidente Ipes ha di recente dichiarato di avere oltre 400 alloggi sfitti nel comune di Bolzano e oltre 800 nell’intera Provincia. Questo è un dato negativo che sommato al numero degli alloggi sfitti privati, che possono essere oltre un migliaio, sta mettendo in difficoltà chi cerca casa. Serve un tavolo di confronto continuo tra Provincia, Comuni, Associazioni degli inquilini e dei proprietari per trovare soluzioni adeguate e cercare di contenere i costi.

Autore: Andrea Dalla Serra

“Droga. Un rischio sempre più alto per tanti giovanissimi”

A buon mercato e in grado di provocare dipendenza nel giro di pochissimo. Le sostanze, come il crack, che circolano sul mercato bolzanino sono un pericolo concreto per giovani e giovanissimi. L’attività terapeutica del SerD.  

L’allarme lo lancia Tanja Umari, psichiatra del SerD, il Servizio per le Dipendenza della ASL, ed è un invito a tutta la società altoatesina, non solo alle famiglie della città di Bolzano. “Negli ultimi tempi abbiamo visto un aumento della quota di ragazzi in cura da noi. Bisogna capire che si tratta di una realtà – quella della tossicodipendenza giovanile – che non è solo un problema lontano, di qualche metropoli ma che può potenzialmente toccare tutti, sia nel capoluogo che nelle valli” afferma la dottoressa che, dopo una decennale esperienza al SerD giovani di Trieste, adesso guida il gruppo di specialisti che nel SerD di Bolzano si occupano delle dipendenze da sostanze psicotrope dei giovani sotto ai 25 anni. 

Negli ultimi anni, il profilo dell’utente che si rivolge al servizio per problemi di tossicodipendenza si è modificato profondamente. Nel biennio 2019/20, sono arrivati al SerD 158 nuovi utenti under 25, di cui 60 minorenni e nell’ultimo anno, le persone seguite dal servizio e minori di 25 anni sono state costantemente attorno ai 100. “Si è passati dall’utente eroinomane con una dipendenza per così dire “storica” a ragazze e ragazzi adolescenti”, spiega la psichiatra, “sono questi il target degli spacciatori. Hanno il cervello ricettivo alle sostanze e – è triste ammetterlo – sono degli ottimi clienti. Inoltre l’offerta di droga si adatta alle tasche dei più giovani. Con pochi euro è possibile comprarla”.  

È soprattutto la tipologia di sostanze a destare grande preoccupazione. La sostanza maledetta, che ultimamente si sta diffondendo e che maggiormente preoccupa gli addetti ai lavori, è il crack, una droga che ha fatto strage di vite e che siamo abituati a conoscere dai documentari e dai film a stelle e strisce ma che ora circola anche nelle vallate alpine. A buon mercato, il crack è costituito da cristalli di cocaina che vengono fumati per mezzo di una pipetta di vetro e che, dopo pochissime assunzioni, rende schiava la persona che lo inala. Il crack rende dipendenti quasi da subito e l’assunzione nei giovani è una vera e propria bomba che può dare origine a psicosi, schizofrenia fino a ictus o infarto e overdose. Ad esso si aggiunge il policonsumo e l’eroina, in un primo tempo solo fumata e non iniettata, il cui potenziale di dipendenza viene pericolosamente sottostimato dai giovani.  

Il metodo per contenere e contrastare questa nuova piaga non è solamente la repressione ma anche la prevenzione e il lavoro di strada, una direzione verso cui si sta muovendo anche il servizio locale. “Avremmo bisogno di avere un maggior numero di persone che parlino la lingua dei giovani, che lavorino sul campo come street worker ed educatori per orientarli. Ci stiamo attrezzando in questo senso ma la strada da fare è ancora lunga”. Importante, come sempre è intercettare il giovane prima che il problema si sia cronicizzato e che questi abbia tagliato i ponti con la vita “normale”. “Nei primi tempi i ragazzi hanno relazioni sia con amici che non hanno contatti con la droga sia con il mondo della dipendenza e dello spaccio”, sostiene Umari, “in questa fase risulta più facile ed efficace il percorso terapeutico”. Un ultimo appello è rivolto alle famiglie. “Spesso abbiamo riscontrato nei genitori una certa sottovalutazione quando li informiamo che i figli consumano sostanze come la cannabis”, conclude la psichiatra, “così non dovrebbe essere. Queste possono comunque provocare gravi danni allo sviluppo del cervello dei figli e preparare il terreno a sostanze più dannose. Oggi seguiamo molti giovani che devono affrancarsi dai cannabinoidi”.  

Molto spesso, le famiglie sono impreparate ad affrontare una situazione di tossicodipendenza o si sentono sole. La raccomandazione della psichiatra del SerD è chiara. “Invitiamo a rivolgersi a noi per farsi consigliare e seguire con terapie per ragazzi e famiglie”. 

Autore: Nilo Ruggeri

Quale futuro per scuola plurilingue e “proporzionale”? 

Alcuni pilastri dell’autonomia altoatesina recentemente hanno iniziato a scricchiolare. Aumentano infatti le spinte a mettere mano, prima o poi, al sistema scolastico che prevede l’insegnamento veicolare attraverso la seconda lingua solo come eccezione e al meccanismo della cosiddetta “proporzionale etnica”, che disciplina l’ammissione ai pubblici impieghi l’assegnazione di alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. Di questi temi ne abbiamo parlato con il docente, costituzionalista ed ex senatore bolzanino Francesco Palermo.

// Di Luca Sticcotti

Oggi ci sono due motivazioni che spingono verso l’introduzione formale della scuola plurilingue in Alto Adige. La prima è la presenza di un numero sempre maggiore di famiglie mistilingui, in cui tra l’altro spesso madrelingua è una lingua “altra” rispetto alle tre lingue ufficiali. La seconda è che il sistema scolastico altoatesino si è dimostrato storicamente poco efficace nel suo compito di impartire un insegnamento adeguato della seconda lingua sia nelle scuole italiane che in quelle tedesche.

In tutta la questione dei diritti linguistici quello della scuola è forse l’ambito più sensibile e delicato. In Europa di modelli scolastici ce ne sono tanti e sono tutti tagliati sulla situazione delle varie minoranze. A fare la differenza di solito è la consistenza numerica delle minoranze linguistiche. Spesso ci si limita a un insegnamento “della lingua”, o a un minimo uso veicolare. 
Nei contesti più simili alla situazione dell’Alto Adige, in cui c’è una minoranza compatta territorialmente e numericamente maggioritaria o quasi, sono invece più frequenti i modelli di separatismo. 

Separatismo?

Sì, si chiamano proprio così. Si tratta di un modello con due gestioni separate. Servono a preservare la lingua e le tradizioni della minoranza attraverso l’istruzione. E il modello scolastico diventa dunque funzionale al mantenimento di una società che abbia questa diversità di fondo. Dove le lingue minoritarie sono in via di estinzione, si compiono anche dei compromessi sul tipo di lingua da insegnare. Per questo cimbri e mocheni hanno individuato il tedesco come alternativa all’assimiliazione, grazie al fatto che per il tedesco si trovano insegnanti e libri, contrariamente a quanto accade per le lingue originarie dei quelle valli trentine. Anche in Valle d’Aosta si è proceduto in questo modo. In quella regione non c’è un vero e proprio bilinguismo perché al dialetto patoué valdotèn di tradizione orale si è sostituito il francese quale lingua d’insegnamento a scuola. Anche in questo caso si tratta di un compromesso. In Valle d’Aosta quindi c’è una sola scuola, con materie veicolate in francese e materie veicolate in italiano.

Il sistema scolastico valdostano funziona dal punto di vista del livello di conoscenza linguistica dei cittadini?

Sì. Se invece si vuole un sistema funzionale alla salvaguardia del gruppo etnico-linguistico allora si hanno modelli come il nostro. Anche se in realtà c’è una contraddizione di fondo.

Quale?

Anche da noi in realtà la lingua parlata dalla minoranza è un dialetto e non il tedesco standard. Ma in questo caso non si tratta di un dialetto che è soggetto a erosione. 

Ci sono altri territori plurilingui in Europa dove, come da noi, di fatto non si utilizzano modelli scolastici misti?

Solo in parte. Al confine tra Germania e Danimarca esistono scuole in lingua tedesca nel territorio danese e scuole in lingua danese nel territorio tedesco. In quelle zone però l’apertura all’altra lingua è abbastanza naturale, perché fuori dalla scuola non esiste una separazione linguistica come da noi dove la maggior parte degli italiani non sanno il tedesco e sempre più tedeschi che non parlano l’italiano, perché la maggior parte delle persone vivono in un ambiente sostanzialmente monolingue. Lì al confine tra Germania e Danimarca hanno poi lo stesso problema che c’è qui da noi nella scuola tedesca. Ovvero: è pieno di persone di madrelingua maggioritaria che vogliono frequentare queste scuole monolingui di minoranza. La stessa cosa accade in Carinzia, ovvero in Austria, dove c’è una grandissima domanda da parte di austriaci che vogliono mandare i loro figli alla scuola slovena, dove si insegna in sloveno, tedesco e in parte anche inglese e italiano. 

Questo aspetto è interessante. La Carinzia è infatti un territorio molto vicino culturalmente e linguisticamente al Sudtirolo… Nei territori citati quindi non esiste una legislazione locale che impedisca di fatto la scuola plurilingue…

Questo tipo di legislazione in realtà non esiste neppure da noi! C’è invece, naturalmente, una legislazione che prevede la scuola della minoranza. Si tratta solo di una questione di interpretazione, tant’è vero che adesso, improvvisamente, abbiamo saputo si potrà fare. Nella scuola italiana come sappiamo la scuola plurilingue è già abbondantemente sperimentata, con le classi ad immersione. E ora si parte anche nella scuola di lingua tedesca. 
Dobbiamo ricordare che l’articolo 19 in merito è chiarissimo: si sancisce diritto intoccabile della minoranza di avere una sua scuola. Punto. Ed esiste l’autonomia scolastica, per cui ogni scuola può scegliere in teoria un approccio didattico. Va poi osservata un’ulteriore contraddizione. L’art. 19 non vieta la scuola plurilingue, ma dà però delle precise indicazioni in merito alla procedura che possono adottare le scuole per non ammettere alunni che vengono ritenuti privi della necessaria competenza linguistica di base per potervi accedere. In sintesi: vi è la libertà di iscrivere i figli a qualsiasi scuola, poi la scuola può fare le sue verifiche e rifiutare l’iscrizione ma rispetto a questo rifiuto poi la famiglia può fare ricorso. Ebbene: rispetto a questa parte dell’art. 19 ormai da molto tempo c’è una grandissima tolleranza. Ed è una tendenza, questa che come abbiamo visto, ritroviamo molto diffusa anche in Europa. C’è una grande spinta, da parte delle maggioranze, a far frequentare ai figli le scuole delle minoranze. Poi è chiaro che le situazioni possono essere molto diverse anche in relazione alla “distanza linguistica” tra gli idiomi in uso nel territorio plurilingue. Ad esempio in Spagna la lingua catalana è molto più simile allo spagnolo di quanto non lo sia invece il basco nel nord nel paese. Nei paesi baschi ci sono ben quattro modelli: monolingue 1, monolingue 2, misto a prevalenza 1 e misto a prevalenza 2. Ci sono dunque tutte le gradazioni. Potremmo pensarci anche noi.

LA PROPORZIONALE

La proporzionale è presente anche in altre zone d’Europa?

Sì, c’è, con declinazioni diverse, soprattutto nei Balcani. Quasi tutti i paesi balcanici hanno la proporzionale, ma è flessibile e non aritmetica. Si dice che deve esserci una rappresentanza “adeguata”, “proporzionata”, “equa”… 

C’è dunque la possibilità di interpretare…

Sì. La cosa può sembrare positiva, ma non è detto che sia così. Può infatti diventare facilmente una fregatura a svantaggio del più debole. Spesso dipende in pratica dal peso politico delle minoranze per i governi. Altrimenti ci sono altri contesti in cui l’equivalente funzionale della proporzionale esiste, ma è basato sulla lingua, non sull’appartenenza. 

Non esiste nessun altro territorio in cui il meccanismo della proporzionale è basato su un censimento linguistico?

No, non ce ne sono altri in Europa. I censimenti negli altri territori, se ci sono, servono solo a fini statistici.

Perché nel 2023 abbiamo ancora bisogno della proporzionale e non può bastare la certificazione linguistica?

Come misura ripartiva rispetto al passato direi che non ne abbiamo più bisogno, nel senso che lo scopo di stabilire la giusta proporzione dei posti nella pubblica amministrazione sulla base della consistenza dei gruppi linguistici è stata raggiunta. Ma la domanda oggi è se ne abbiamo ancora bisogno per motivi di pace sociale. Si tratta di una domanda con un contenuto politico. 

Recentemente la domanda è stata posta, in particolare, per il settore della sanità dove la proporzionale complica le cose nella difficile impresa di individuare nuovo personale…

Sì, lì c’è un altro paradosso. Si parla molto di bilinguismo ma in realtà il vero problema è appunto la proporzionale. Sul bilinguismo non si dovrebbe nemmeno discutere. Non capisco come medici e infermieri possano riscontrare tutti questi problemi nell’acquisire le necessarie certificazioni, loro così abituati a studiare nei loro percorsi di studio e qualificazione. 

In realtà la gestione del comparto sanitario in questo periodo pare si stia finalmente attrezzando, per offrire al personale dei percorsi più validi e funzionali volti a promuovere le loro certificazioni linguistiche. 

Spesso il nuovo personale viene da fuori, dal resto d’Italia, dalla Germania o dal resto del mondo. La proporzionale era stata pensata per altri motivi, in questo caso non c’entra nulla. 

Insomma: occorre essere pragmatici. 

Sì. Oggi bisogna puntare sulle competenze, settore per settore. E se dobbiamo mettere in discussione la proporzionale occorre farlo con molta attenzione e in maniera graduale, si tratta infatti di un tema davvero sensibile. L’Alto Adige sta cambiando e piuttosto rapidamente. Bisogna chiedersi se l’adeguamento sociale sta andando di pari passo. Da studioso delle norme devo dire che quando la norma è troppo lontana dalla realtà ad un certo punto il meccanismo si rompe. Essere pragmatici va bene, ma il pragmatismo va accompagnato a una visione del futuro.  

Autore: Luca Sticcotti

Lo psichiatra, lo scrittore e… la ballerina di tango

Vincenzo Florio, di professione psichiatra, in realtà coltiva la passione della scrittura. Lo abbiamo incontrato per chiedergli come ad un certo punto è affiorata la scrittura tra le sue passioni e come la sua attività di psichiatra si interfaccia con la dimensione di romanziere.

Vincenzo Florio, possiamo definirla uno psichiatra scrittore?

Mi ritrovo molto in questa definizione, perché io di mestiere sono psichiatra, questo significa che dopo il liceo ho seguito il percorso accademico e, dopo la laurea in medicina, ho fatto la specializzazione in psichiatria. Di tutte le specializzazioni della medicina, forse è l’unica che riconosce un certo spirito umanistico. 
Le mie passioni sono state dapprima il basket, poi la musica, il teatro e poi mi sono appassionato al cinema. È chiaro che, man mano che passavano gli anni, tutte queste attività non potevano certo diventare un mestiere. Ad un certo punto ho cominciato a scrivere, e da lì tutto il mio spirito artistico si è riversato nella scrittura, finché ho trovato anche l’editore giusto, Edizioni del Faro a Trento, che ha accettato di pubblicare i miei racconti.
Due anni fa è uscito il mio libro, dal titolo L’Étoile a altri racconti. L’Étoile è il titolo del primo racconto e si riferisce alla prima ballerina di un grande teatro, che accetta l’invito ad imparare il tango. Deve sapere che il tango argentino è un’altra mia passione, che pratico da diversi anni, sempre chiaramente a livello amatoriale. In questo racconto mi sono immaginato la prima ballerina di un grande teatro, che cambia scarpe, accetta di indossare quelle da ballerina di tango e lo impara in pochissimo tempo, diventando più brava dell’insegnante. E poi c’è tutto un retroscena psichiatrico…

Quanto del Suo lavoro entra nella Sua scrittura?

È chiaro che la mia ispirazione arriva dalla mia pratica quotidiana. Ogni giorno ascolto storie di vite intensamente vissute, per cui ad un certo punto della mia carriera professionale mi sono detto: “Ma perché non raccontare il disagio, la sofferenza, ma anche aneddoti divertenti, che mi vengono raccontati e di cui sono testimone, che rischiano di perdersi, se non vengono poi fermati, nero su bianco? E questo è un po’ lo spirito di qualsiasi scrittore, che ad un certo punto decide di raccontare delle storie perché pensa che questo sia un modo per poter – come dire –  riflettere sui casi della vita. Le storie sono ovviamente camuffate per non correre il rischio di violare la privacy di persone che hanno subito in prima persona certe esperienze drammatiche o divertenti.

Lasciamo per un attimo da parte la Sua passione per la scrittura. Lei si cimenta anche in conferenze in cui parla di psichiatria nel mondo dei personaggi famosi…

Ho iniziato già qualche anno fa, prima che uscisse il libro, a documentarmi sulla psichiatria nel mondo dei personaggi famosi. Le storie sono tantissime, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Uno dei casi più eclatanti riguarda la morte di John Lennon per mano di un folle che, ad un certo punto, si era convinto di essere lui il vero John Lennon e di meritare la carriera del più grande, a quei tempi, protagonista del rock.  Poi, pensi che l’assassino è partito da Honolulu con una pistola e l’intenzione di sostituirsi al vero John Lennon…
Oppure c’è la storia di Marilyn Monroe, una delle più grandi attrici, rimasta ormai nella storia quasi come una icona. Nell’immaginario collettivo Marilyn è, o era, la dea della seduzione, a cui molti associavano l’idea di una vita privilegiata. In realtà, nella vita di tutti i giorni, Marilyn era una donna che soffriva molto. Aveva avuto una infanzia terribile, andava dallo psichiatra, anzi ne ha cambiati diversi, fino all’ultimo, che ha tentato invano di scongiurare il peggio (Marilyn morì suicida, la versione ufficiale fu sempre quella dell’overdose di barbiturici).

Autore: Till Antonio Mola

L’associazione Bresadola compie 60 anni 

Oltre 100 soci e un lavoro incessante di divulgazione. L’associazione bolzanina quest’anno celebra i sei decenni di attività con lo sguardo rivolto alle nuove generazioni di appassionati e un occhio ai cambiamenti climatici.  

I funghi sono un mondo; e non è un modo di dire. Lo sono in senso scientifico e gastronomico. Ed è grazie agli appassionati di micologia, oltreché ai ricercatori, che possiamo ampliare le nostre conoscenze al riguardo. Ad esempio, quanti sanno che in Alto Adige sono presenti circa 5.000 specie di funghi? Forse ne è consapevole solo chi frequenta gli incontri del gruppo bolzanino dell’associazione micologica Bresadola – chiamata così in onore del micologo e abate, mons. Giacomo Bresadola – che rappresenta la sezione locale di un’associazione di riferimento per la micologia a livello nazionale. Il gruppo di Bolzano (con sede in via S. Quirino) è stato fondato nel 1963, sei anni dopo la nascita del gruppo originario di Trento. Da allora, grazie ai tanti volontari, ha portato avanti una vasta attività di formazione e divulgazione della scienza dei funghi.   

Tra gli impegni principali dell’associazione rientrano l’organizzazione di mostre e di corsi – sia introduttivi che avanzati – per quanti vogliono cominciare ad avvicinarsi alla micologia oppure vogliono approfondire la loro conoscenza. “Proponiamo ogni anno un corso base articolato su quattro lezioni generali, in parte online e in parte in presenza. Queste servono a introdurre e ad avvicinare i partecipanti agli argomenti più importanti così che riescano ad orientarsi per un primo sguardo sul mondo dei funghi. A queste seguono altre 10 lezioni più specifiche”, spiega Luciano Fracalossi, vicepresidente del gruppo di Bolzano. I corsi, gratuiti, sono aperti a tutti, senza nessun tipo di requisito a parte l’interesse per la materia. “Interpretiamo quest’offerta formativa come un servizio alla cittadinanza”, continua Fracalossi, “infatti non è possibile imparare a distinguere le diverse specie solo avvalendosi di un libro. Il confronto con altri appassionati e con gli studiosi serve anche per evitare situazioni che possono rilevarsi pericolose anche perché i funghi hanno una grande variabilità. Per questa ragione, a chi è alle prime armi consigliamo sempre di fare controllare il raccolto, prima di usarlo in cucina”. Il vicepresidente accenna ai cambiamenti climatici che purtroppo stanno incidendo anche sulle varietà di funghi locali. “Prima si trovavano solo quasi esclusivamente specie di funghi tipici dell’area alpina. Adesso, invece, con la presenza di climi più caldi e secchi anche da noi, in Bassa Atesina abbiamo avvistato specie mediterranee come l’Amanita ovoidea, un fungo tipicamente mediterraneo”, conferma.  

Oltre ai corsi per principianti, il gruppo svolge un’attività di aggiornamento degli ispettori micologi dell’ASL e, sul versante scientifico, è incaricato di effettuare il monitoraggio delle specie presenti sul territorio altoatesino – nelle due stazioni di Renon e Monticolo – oltre a rilevare i livelli di radioattività per mezzo della raccolta di funghi in 21 aree sparse in tutto l’Alto Adige.   

L’associazione, che quest’anno a settembre celebrerà i sessant’anni di vita con una festa a Carezza, al momento conta sull’apporto di oltre 100 soci. Sono molti e attivi da tanti anni e si sente il bisogno di nuova linfa, di ragazzi o giovani  interessati che abbiano voglia di dare una mano a svolgere i compiti collegati alla vita associativa. “Stiamo alla ricerca di nuova generazione di soci”, conclude Fracalossi, “si è un po’ perduta la tradizione di andare a funghi con i genitori. I nonni stanno provando a coinvolgere i nipoti ma siamo aperti a chi volesse saperne di più e darci una mano”.  

Autore: Nilo Ruggeri

Giorgio Lona: un collezionista a Don Bosco

Giorgio Lona abita nel quartiere Don Bosco ed ha una grande passione che ruota attorno ai francobolli. è interessato infatti anche alle lettere e ai timbri,  ma soprattutto alla “storia postale”. Scopriamo insieme a lui di cosa si tratta.

Come è iniziata la tua collezione?

Ho iniziato con i francobolli, e poi da lì si sono aperti altri mondi. Mi sono dato prima alle lettere, per quanto riguarda l’involucro con il francobollo, poi il timbro e la destinazione della lettera. Dai francobolli sono passato poi alla storia postale, ovvero lo studio il sistema politico e amministrativo di un luogo dell’Alto Adige, secondo le emissioni postali.

Com’è nata la scelta di collezionare francobolli?

Una volta, tanti anni fa, quando ho iniziato io, moltissime persone li collezionavano. Era una collezione che andava di moda. Poi era un oggetto piccolo che si prestava ad essere collezionato. A quel tempo si trovavano ancora molte lettere e cartoline che viaggiavano. I francobolli poi giravano in casa, e quindi notavo le differenze, i diversi colori. Adesso non si notano più certe cose, anche perché si usano le mail. La poca posta che si trova oggi ormai ha anonime etichette adesive. 

Questa passione poi si è evoluta…

Si inizia con il francobollo, poi si nota che sulla busta c’è un timbro, una destinazione, una lettera particolare, e quindi si possono inventare un sacco di collezioni. Io poi mi sono specializzato negli annulli postali che ci sono sulle buste e sulle cartoline dell’Alto Adige, che risalgono al periodo tra il 1919 a il 1945. Questo perché farlo dal periodo prefilatelico, cioè 1780 circa dove ancora i francobolli non esistevano, e andare avanti fino già al periodo dove me ne occupo io, inizia a diventare impegnativo. Sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista dello studio.

Dove recuperi il necessario?

Gli oggetti li recupero tramite internet, oppure alle fiere. Ci sono tantissimi commercianti che offrono le loro merc e una volta, quando il mercato tirava e c’erano più collezionisti con i quali scambiare, andavo anche all’estero: Austria, Germania. Era divertente, perché magari la domenica si partiva in quattro, si faceva la gita, si andava al convegno e si trovava molto.

Di queste informazioni che ricavi, cosa ne fai?

Le si condivide con i soci di un’associazione filatelica alla quale sono iscritto, ma anche con gli amici del circolo, o amici che non necessariamente ne fanno parte. Ho stretto amicizie in tutta Italia, quindi condivido le informazioni, e ce le scambiamo a vicenda. 

Qual è il momento del tuo collezionismo che preferisci particolarmente?

La cosa che più mi piace sono lo studio e la verifica dei materiali che raccolgo. Perché mi consente di prendermi un pacco di roba, mettermi lì e studiarmelo. Tanto è vero che ho comprato materiale doppio, triplo, quadruplo, e ho speso un sacco di soldi per niente, perché poi mi sono trovato quattro lettere con lo stesso timbro. Collezionare è comunque un’attività complessa, che richiede tempo, denaro, materiali e attenzioni. Nell’insieme tutti i materiali dipendono l’uno dall’altro, e io ne apprezzo ogni particolare.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour