Lo psichiatra, lo scrittore e… la ballerina di tango

Vincenzo Florio, di professione psichiatra, in realtà coltiva la passione della scrittura. Lo abbiamo incontrato per chiedergli come ad un certo punto è affiorata la scrittura tra le sue passioni e come la sua attività di psichiatra si interfaccia con la dimensione di romanziere.

Vincenzo Florio, possiamo definirla uno psichiatra scrittore?

Mi ritrovo molto in questa definizione, perché io di mestiere sono psichiatra, questo significa che dopo il liceo ho seguito il percorso accademico e, dopo la laurea in medicina, ho fatto la specializzazione in psichiatria. Di tutte le specializzazioni della medicina, forse è l’unica che riconosce un certo spirito umanistico. 
Le mie passioni sono state dapprima il basket, poi la musica, il teatro e poi mi sono appassionato al cinema. È chiaro che, man mano che passavano gli anni, tutte queste attività non potevano certo diventare un mestiere. Ad un certo punto ho cominciato a scrivere, e da lì tutto il mio spirito artistico si è riversato nella scrittura, finché ho trovato anche l’editore giusto, Edizioni del Faro a Trento, che ha accettato di pubblicare i miei racconti.
Due anni fa è uscito il mio libro, dal titolo L’Étoile a altri racconti. L’Étoile è il titolo del primo racconto e si riferisce alla prima ballerina di un grande teatro, che accetta l’invito ad imparare il tango. Deve sapere che il tango argentino è un’altra mia passione, che pratico da diversi anni, sempre chiaramente a livello amatoriale. In questo racconto mi sono immaginato la prima ballerina di un grande teatro, che cambia scarpe, accetta di indossare quelle da ballerina di tango e lo impara in pochissimo tempo, diventando più brava dell’insegnante. E poi c’è tutto un retroscena psichiatrico…

Quanto del Suo lavoro entra nella Sua scrittura?

È chiaro che la mia ispirazione arriva dalla mia pratica quotidiana. Ogni giorno ascolto storie di vite intensamente vissute, per cui ad un certo punto della mia carriera professionale mi sono detto: “Ma perché non raccontare il disagio, la sofferenza, ma anche aneddoti divertenti, che mi vengono raccontati e di cui sono testimone, che rischiano di perdersi, se non vengono poi fermati, nero su bianco? E questo è un po’ lo spirito di qualsiasi scrittore, che ad un certo punto decide di raccontare delle storie perché pensa che questo sia un modo per poter – come dire –  riflettere sui casi della vita. Le storie sono ovviamente camuffate per non correre il rischio di violare la privacy di persone che hanno subito in prima persona certe esperienze drammatiche o divertenti.

Lasciamo per un attimo da parte la Sua passione per la scrittura. Lei si cimenta anche in conferenze in cui parla di psichiatria nel mondo dei personaggi famosi…

Ho iniziato già qualche anno fa, prima che uscisse il libro, a documentarmi sulla psichiatria nel mondo dei personaggi famosi. Le storie sono tantissime, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Uno dei casi più eclatanti riguarda la morte di John Lennon per mano di un folle che, ad un certo punto, si era convinto di essere lui il vero John Lennon e di meritare la carriera del più grande, a quei tempi, protagonista del rock.  Poi, pensi che l’assassino è partito da Honolulu con una pistola e l’intenzione di sostituirsi al vero John Lennon…
Oppure c’è la storia di Marilyn Monroe, una delle più grandi attrici, rimasta ormai nella storia quasi come una icona. Nell’immaginario collettivo Marilyn è, o era, la dea della seduzione, a cui molti associavano l’idea di una vita privilegiata. In realtà, nella vita di tutti i giorni, Marilyn era una donna che soffriva molto. Aveva avuto una infanzia terribile, andava dallo psichiatra, anzi ne ha cambiati diversi, fino all’ultimo, che ha tentato invano di scongiurare il peggio (Marilyn morì suicida, la versione ufficiale fu sempre quella dell’overdose di barbiturici).

Autore: Till Antonio Mola