“La creatività? E’ contagiosa”

Milano Cortina 2026. Il professore di Design dell’università di Bolzano Kuno Prey ha progettato il testimone per la Staffetta delle Alpi quale auspicio di un’Olimpiade trasparente. Oggi andremo a scoprire la storia dietro al design del testimone e al designer Kuno Prey.

Ciao Kuno, raccontaci un po’ di te…

Sono nato nel ‘58 a San Candido, ho studiato al liceo scientifico ma ho abbandonato dopo il primo anno a seguito di una lotta con il latino, ho fatto un anno di istituto statale d’arte a Ortisei, ma la pittura mi veniva stretta allora mi sono spostato a Cortina d’Ampezzo per studiare la specializzazione del design del mobile. Questo è stato il mio periodo formativo più importante, c’erano dei professori davvero speciali che mi hanno aiutato ad entrare nel mondo della progettazione.

E dopo la scuola?

Ho iniziato subito a lavorare nel mondo dell’occhialeria, come tecnico inizialmente, poi sono andato a Milano, dove ho effettuato una lunga collaborazione con NAVA Milano SPA la più importante tipografia e grande collezione di accessori da ufficio, ho iniziato lì a sviluppare molti progetti di successo.
A 35 anni sono stato chiamato alla Bauhaus Universitaet-Weimar e sono diventato professore, ho imparato questa professione, non ho fatto alcuna università. Sono molto “fatto da me”. Non voglio dire autodidatta perché collaborando con molte aziende ho imparato durante il fare che secondo me è importantissimo per capire come funzionano le aziende e i problemi che hanno.
Dopo nove anni alla Bauhaus vengo chiamato qui a Bolzano per aprire la facoltà di Design e Arti con una precisa impronta: lo studio per progetti. Atelier, massimo 20 persone, ognuno ha il suo tavolo di lavoro e lavora qui quando e quanto vuole. Ci sono i docenti che offrono un tema e lo studente lo sviluppa, noi professori diamo degli input e portiamo le nostre esperienze.

Un professore non può fare il libero professionista…

È vero, mi invento io dei progetti. Il testimone? Quando nel mio paese il gruppo di miei amici mi ha raccontato dell’esistenza di questa staffetta per sensibilizzare la comunità sul grande problema della mafia e scopro che la staffetta è sprovvista di testimone mi offro volontario per crearlo. Ho creato il testimone a forma di fiaccola, lo strumento simbolo dei giochi.

Che storia c’è dietro al design del testimone?

Il design racconta sempre una storia. Per il fusto ho preso un albero caduto durante la tempesta Vaia in Val d’Ega; pensavamo di essere più forti e furbi della natura ma la natura ha le sue regole e vanno rispettate. Il discorso dell’impatto ambientale dei giochi olimpici è serio e da considerare. Poi come come fiamma ho preso della moquette di scarto nera ritagliata e fissata sulla punta. Perché il nero? Per esprimere preoccupazione. Con un piccolo spiraglio di speranza però. Ho recuperato una piccola lucina da un gadget  che ho nascosto all’interno della finta fiamma, che lampeggia dando qualche segno di speranza. La cosa più interessante: non ho comprato nulla, erano tutti pezzi che ho recuperato.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

“Ecco la nostra visione del territorio”

Il cortometraggio di alcuni studenti della 5E del Liceo Pascoli, è stato selezionato tra i 19 finalisti, su 150 in gara, del “Festival Mente Locale – Visioni sul territorio” di Bologna. Grande entusiasmo da parte dei giovani bolzanini, che evidenziano però l’assenza di iniziative simili a livello locale. Ne parla l’alunno Riccardo Rizzon.

Quale visione del territorio altoatesino avete proposto nel vostro corto?

Il nostro breve documentario è diviso in due parti: la prima ha uno sfondo satirico che mette in luce gli stereotipi riguardanti il sudtirolese medio; la seconda risalta la bellezza paesaggistica e del vivere quotidiano in Alto Adige. Tutto si basa sulla semplicità.

Dove lo avete realizzato?

Abbiamo fatto un’uscita didattica a Dobbiaco durante la quale ci siamo avvalsi dell’uso del drone per le riprese e, per il contenuto, di una poesia di Tiziano Fratus, un poeta contemporaneo, che abbiamo recitato. Il focus è sul rapporto con la natura.

Siete soddisfatti del prodotto finale?

Sì. Ora non ci aspetta che partire verso l’Emilia Romagna dove, a inizio maggio, ci saranno le premiazioni. A decretare i vincitori saranno 4 giurie diverse: una senior, e due composte rispettivamente da studenti delle scuole medie e superiori. L’ultima, per la quale chiediamo il supporto di tutti, è quella social, basata sul numero di voti ottenuti su Facebook. Questo Festival stimola i giovani a 360°: per esempio, le classi delle scuole potevano iscriversi anche nella sezione della giuria, senza fare la gara. Sarebbe bello ci fossero opportunità così anche a Bolzano…

E a questo proposito: con alcuni compagni di classe fai parte del collettivo “Boschettieri Film”, cosa avete realizzato insieme? Sognate di lavorare nel mondo del cinema?

Da qualche anno produciamo dei video ironici, ma divulgativi, che riprendono le trame di alcune opere importanti di Goldoni, Sciascia e Jane Austen, aventi tutti lo stesso narratore, il Signore del Bosco, interpretato da Diego Piccioni. Inizialmente non avevamo grandi ambizioni, però ora il nostro legame con la cinematografia si è intensificato. Tra di noi c’è un bel clima, nessuno vuole primeggiare sugli altri; un fattore determinante che ci ha portati ad essere tra i 19 finalisti.

E come vivete il rapporto con Bolzano?

Abbiamo un territorio bellissimo, che nei nostri video cerchiamo di valorizzare. Poi, però, per esporci e trovare delle opportunità da cogliere siamo costretti ad andare in altre Regioni, come nel caso di questo Festival emiliano. Alcune realtà stanno iniziando a svilupparsi anche qui da noi, ma ancora non siamo a un livello tale da poter competere con altre città. Per iniziare, si potrebbero prendere d’esempio realtà come quelle di Torino e Caorle, che ospitano importanti festival cinematografici riservati ai giovani.

Autore: Andrea Dalla Serra

Club Visitazione: chiacchiere in compagnia

L’Associazione “Club della Visitazione” nasce nel 1985 nell’ambito della Parrocchia della Visitazione e del quartiere Europa-Novacella, per volere di don Giuseppe Rauzi. Non ha fine di lucro e si propone come supporto motivazionale ad anziani con il fine di socializzare e sfruttare positivamente il tempo libero. Oggi andremo a scoprire meglio di cosa si occupa intervistando Rita Krawczyk, presidente dell’associazione.

Ciao Rita, raccontaci un po’ chi sei e quali sono gli obiettivi del Club della Visitazione.

Sono Rita Krawczyk, presidente di questa associazione da 35 anni, nel 1983 ho iniziato quest’avventura, per volere del nostro parroco Giuseppe Rauzi. Il nostro obiettivo non è quello di dare assistenza perché comunque per quella ci sono i servizi preposti, ma di offrire occasioni di socializzazione. Coinvolgiamo gli anziani a recarsi da noi, a partecipare alle nostre attività (attività culturali, musicali, ginnastica, giochi di carte, tombola, chiacchiere). Il nostro obiettivo è quello di permettere agli anziani di conoscersi tra di loro per creare una rete di conoscenze di modo che loro possono sentirsi, andare a bere un caffè, farsi compagnia.

Com’è nata l’associazione?

Ho lavorato nel sociale dal 1969 e questo mi ha permesso di vedere le lacune che c’erano nella socializzazione delle persone più anziane. Grazie a queste esperienze ho pensato a una soluzione: creare un centro aperto agli anziani dove possano socializzare, sentirsi vicini e combattere la solitudine.

Durante l’anno offrite alcune attività fruibili giornalmente, mentre l’estate è un periodo un po’ più particolare per le persone anziane: cosa avete pensato per intrattenerle?

Nel 2009 abbiamo iniziato a fare il progetto “Estate per gli anziani” e grazie alla compilazione di schede di gradimento siamo riusciti a creare un’esperienza estiva ad hoc per le loro esigenze. Da allora continuiamo ogni estate con questa iniziativa. Inoltre ogni anno andiamo tutti in vacanza al mare, due settimane di relax e attività.
Ci sono molti anziani che partecipano alle nostre gite, ma ce ne sono anche alcuni che per problemi fisici non riescono più, allora trovano ristoro venendo qui al centro Lovera: alla mattina bevono un caffè, leggono il giornale e chiacchierano un po’, giocano alle carte e fanno altre attività. Il giovedì facciamo attività culturali. Il sabato invece ci sono le cene in compagnia con i balli. Sono attività che piacciono molto.

Le vostre prossime attività?

Dopo Pasqua partiremo in direzione Roma per un tour dei Castelli Romani, poi a maggio andremo al Lago di Costanza e all’Isola di Mainau (tra Germania e Svizzera). 
Quest’anno il soggiorno estivo sarà marino a Cattolica, dal 13 al 27 giugno.

A livello di numeri come siete messi?

Al momento siamo rimasti in 10 volontari con 200 soci, alcuni nuovi, altri di vecchia data. L’iscrizione è aperta a tutti: vi aspettiamo!

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

E’ altoatesino l’ambasciatore dell’arte digitale in Italia 

Stefano Favaretto, artista e fotografo di origini meranesi, è uno dei pionieri dei NFT (certificati digitali di proprietà delle opere d’arte) nel nostro Paese e ha curato a Roma una delle prime mostre in Italia su questa nuova forma espressiva.

Dalla concretezza e solidità del marmo all’impalpabilità dell’arte digitale il salto è molto lungo. Non per Stefano Favaretto che da fotografo cercava l’anima del marmo nelle cave della Lunigiana e si è costruito una reputazione per sfruttarne la superficie lucida per la stampa delle proprie immagini. Poi venne la pandemia e anche la sua ricerca artistica, momentaneamente   imprigionata dalla immobilità forzata dei lunghi mesi di lockdown, si è incamminata su strade virtuali.  

“Nei primi mesi di clausura obbligata, mi sono iscritto al social “Clubhouse”, una dimensione virtuale in cui esistono stanze, ovvero luoghi digitali dove gli appassionati di arte e gli artisti in cerca di sostenitori e acquirenti si incontrano e si conoscono”, spiega Favaretto che nel 2014, dopo oltre tre lustri di lavoro come psicologo, si è dedicato a tempo pieno alla sua passione, la fotografia artistica “Ho iniziato a prendere la parola e ad aprire stanze mie per parlare della mia arte. Uno dei fondatori della Global Art Exhibition mi ha notato e mi ha introdotto all’arte digitale e al mondo cripto applicato all’arte”, aggiunge Favaretto che ha approfondito il discorso degli NFT (non fungible tokens o, in italiano, gettone non riproducibile) ovvero dei certificati di proprietà digitali – creati attraverso la tecnologia della blockchain, la stessa alla base delle criptovalute – di proprietà di un’opera d’arte. Spieghiamo meglio: adesso, per esempio, ognuno può digitare il nome del grande fotografo Salgado su un motore di ricerca, trovare una sua immagine e salvarla in formato jpg sul proprio pc. Non la può pubblicare o utilizzarla per fini commerciali se non ne compra i diritti ma può comunque “possederla”. Le opere d’arte NFT invece rompono la catena della riproducibilità dell’opera d’arte digitale perché vengono prodotte solo in edizione limitata e la loro originalità è certificata dalla tecnologia della blockchain, sorta di registro digitale distribuito sulla rete. Favaretto capisce le potenzialità di questa nuova forma di tutela e commercializzazione dell’opera d’arte e, nel 2021, crea la prima community italiana su Clubhouse e, con quel passo, si afferma in una comunità che oltrepassa i confini nazionali. “Grazie ad alcuni mecenati, abbiamo organizzato mostre di opere NFT a Hong Kong, nell’Emirato di Sharjah, vicino a Dubai e anche a Roma, a Palazzo Merulana, dove abbiamo fatto una delle prime mostre fisiche di opere digitali, la Global NFT Exhibition”, sottolinea. Oltre ad essere diventato una figura di riferimento per l’arte digitale nel nostro Paese, Favaretto continua la sua esplorazione delle possibilità creative della fotografia. L’ultima sua sperimentazione, in linea con la sua poetica che mette in dialogo il mondo reale con quello spirituale, il visibile e l’invisibile, è il “selfie energetico”. “Il concetto che soggiace a questo esperimento artistico è la volontà di portare alla luce le energie che esistono in natura e che ci avvolgono. Fotografo l’aura che circonda le persone attraverso una tecnica particolare che comporta l’uso di una fotocamera in grado di percepire e riprodurre l’ energia corporea ”, chiarisce. Oltre a ciò, continua anche la sua attività di organizzatore di eventi espositivi, attraverso la fondazione della NFT Art Alliance. “Questo progetto vede coinvolti dieci artisti di tutto il mondo, impegnati a costruire un ponte tra arte fisica e digitale”, conclude l’artista altoatesino, “In estate saremo sull’isola di Lesina (Hvar), in Croazia, per una mostra in collaborazione con la Bernstein Foundation di New York, in cui 10 artisti da tutto il mondo dialogheranno con la figura di Richard Bernstein, uno dei fondatori della pop art assieme ad Andy Warhol”. La sua collezione di opere digitali, infine, è stata da poco esposta presso una delle più importanti gallerie digitali di Parigi, la Iham NFT Art Gallery, durante l’evento NFT Paris. 

In attesa di vedere le sue opere esposte anche in Alto Adige, si può seguirne le evoluzioni sul sito www.stefanofavaretto.it e sui suoi social. 

Autore: Nilo Ruggeri

Strade diverse ed efficaci per imparare

In Alto Adige la sezione dell’Associazione Italiana Dislessia punta a trovare nuova linfa e volontari, soprattutto tra i genitori dei ragazzi che soffrono di Disturbi Specifici di Apprendimento, i cosiddetti DSA.

Con lo scopo di rilanciare la sezione di Bolzano l’AID – Associazione Italiana Dislessia che si occupa dei Disturbi Specifici di Apprendimento – organizza un incontro di formazione e sensibilizzazione che avrà luogo questo venerdì 24 marzo a partire dalle ore 18 presso IIS – Claudia de Medici – in via S.Quirino 37 a Bolzano. Dopo i saluti del Dirigente scolastico Andrea Pedevilla, la vicepresidente nazionale di AID Antonella Trentin presenterà l’associazione e la sua funzione sul territorio. Seguirà l’intervento in videoconferenza della docente e formatrice Laura Eberle che parlerà dell’apprendimento linguistico, con particolare riferimento alla lingua tedesca. Nell’occasione i soci protagonisti dell’attività della sezione di Bolzano riporteranno la loro esperienza, gli interventi realizzati e i bisogni riscontrati. La conferenza è aperta a studenti DSA, ai loro familiari, a docenti, a rappresentanti dei servizi interessati sul territorio, nonché a tutti gli interessati. Per info e iscrizioni si può scrivere all’indirizzo email bolzano@aiditalia.org

Per spiegare meglio cosa sono i disturbi specifici di apprendimento, i cosiddetti DSA, abbiamo fatto una chiacchierata con Fausto Pàntano, genitore e per anni punto di riferimento della sede altoatesina di Aid.

L’INTERVISTA

Quando e come è nata la sede altoatesina di AID?

In Italia il problema dei Disturbi Specifici di Apprendimento è stato affrontato molto tardi. In Inghilterra un’associazione analoga alla nostra era stata fondata negli anni ‘30. Noi siamo arrivati 60 anni dopo. A Bolzano come genitori ci siamo trovati intorno all’anno 2010, in un primo momento come gruppo di auto mutuo aiuto spontaneo. Poi, in seguito al varo della legge 170/2010 che oggi tutela gli studenti con DSA nella scuola, abbiamo fondato la sezione altoatesina di AID.

In cosa consisteva la vostra attività?

Negli anni abbiamo organizzato diverse iniziative, incontri con esperti, testimonianze da parte di giovani che avevano avuto successo nel proprio percorso di studio nonostante le difficoltà. Nella nostra sezione abbiamo portato le nostre esperienze ma soprattutto abbiamo dato supporto ai genitori che avevano bisogno di chiarirsi le idee, per sostenere il percorso formativo dei loro figli e ottenere la certificazione diagnostica. Al loro arrivo in sezione i genitori avevano la possibilità di sfogarsi e di condividere la loro esperienza, capendo che non erano soli. 

Sono molti i ragazzi che si devono confrontare con disturbi specifici di apprendimento?

Sì. In base all’ultima indagine disponibile del Ministero dell’Istruzione, relativa all’AS 2020/2021, gli alunni frequentanti le scuole italiane a cui è stato diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento sono oltre 300.000. Anche se le statistiche con ogni probabilità “fotografano” solo una parte del fenomeno. 

Si tratta di dati sottostimati?

Sì. Bisogna considerare che qualcuno riesce a compensare, senza dover fare un percorso ufficiale di potenziamento o riabilitazione. A livello nazionale al momento si stima la presenza di un 5% di studenti con DSA, circa uno per classe. In Inghilterra la percentuale è molto più alta, circa il 15%, perché l’inglese non è una lingua trasparente, cioè non si legge come è scritta. In ogni caso anche in passato, con ogni probabilità, molti degli insuccessi scolastici erano legati a questo tipo di problematiche.

Qual è il principale problema che incontrano i ragazzi con DSA a scuola?

I disturbi specifici di apprendimento sono quattro: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, e sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano: nel leggere, nello scrivere e nel fare calcoli in modo corretto e fluente. Ogni disturbo presenta dei propri indicatori. Ad esempio nel caso della dislessia possono essere una lenta decifrazione delle singole lettere; incertezza nell’utilizzo delle sillabe; scarso controllo del significato delle parole. Molto spesso gli studenti con DSA hanno difficoltà nella memorizzazione. In ogni caso ogni ragazzo presenta una diversa manifestazione del disturbo. Il nodo sta nella capacità di attivare strategie adeguate che consentano a questi alunni di riuscire ad avere successo nel loro percorso di apprendimento, anche attraverso l’utilizzo di strumenti compensativi. Per quanto riguarda la dislessia il punto è che se un bambino fa troppa fatica a leggere, bisogna evitare che tutta la sua attenzione e il suo impegno siano concentrati nel decifrare la il testo scritto. Per questo ormai da anni si fa un largo uso di tecnologie come la sintesi vocale, una voce artificiale che legge i testi per lo studente, consentendogli di superare lo scoglio della lettura.

Come funziona normalmente il percorso dei ragazzi con DSA a scuola?

Tenendo conto delle indicazioni fornite dai clinici nella certificazione diagnostica presentata dalla famiglia, entro il mese di novembre la scuola predispone per ogni studenti con DSA un Piano Didattico Personalizzato (PDP). Questo piano viene consegnato alla famiglia e viene controfirmato.  
In esso si individuano le discipline per le quali prevedere l’utilizzo di strumenti compensativi o misure dispensative. Il PDP durante l’anno può anche essere rivisto. Noi genitori infatti naturalmente non pretendiamo che i nostri ragazzi vengano promossi, ma ricordiamo solo il diritto di poter disporre di un tipo di insegnamento che consenta loro di apprendere. 

Vengono coinvolti anche gli insegnanti di sostegno?

La legge 170/2010 non prevede l’insegnante di sostegno per gli studenti con DSA. È compito degli insegnanti curriculari di aiutarli a raggiungere il successo scolastico. L’obiettivo non è solo promuovere l’autostima dei ragazzi, ma anche la loro autonomia.

L’incontro del 24 marzo è stato organizzato per rilanciare la vostra sezione. Era stata chiusa?

Sì, nel 2019 l’abbiamo chiusa. Dopo l’entusiasmo dei primi anni quando ci siamo ritrovati in una cinquantina di volontari, con il tempo l’interesse è andato scemando. Molti genitori all’inizio si davano molto da fare ma poi, una volta avviato il percorso scolastico per i loro figli, smettevano di frequentare la sezione. Anche noi fondatori della sezione, d’altronde, ad un certo punto ci siamo trovati in una situazione differente, con i nostri ragazzi che avevano concluso il loro percorso scolastico. L’idea ora è di dare una nuova spinta, cercando nuovi volontari, in questo caso anche magari insegnanti, che possano far rinascere la sezione altoatesina di AID.  

La provincia di Bolzano si caratterizza, rispetto al resto del territorio nazionale, per la presenza della seconda lingua.  A questo proposito come si opera?

La legge 170 prevede che siano disponibili tutta una serie di materiali e procedure specifici, per l’apprendimento delle lingue straniere. In realtà nel nostro caso si tratta di “seconda lingua”, quindi non si può, per esempio, essere dispensati dalle prove scritte, valgono le stesse regole dell’italiano. Ma la strada da fare resta ancora molta.

Gli insegnanti hanno bisogno di una formazione specifica per seguire i ragazzi con DSA?

Sì. Alcuni la hanno, ma non tutti. E i corsi di aggiornamento in merito non sono obbligatori. In ogni caso queste tematiche fanno parte dei percorsi di studio da parte della nuova generazione di insegnanti che si laureano in Scienze della Formazione. La stessa Associazione Italiana Dislessia organizza corsi di formazione per docenti, online e in presenza, a livello locale e nazionale.

Sappiamo che nella storia sono stati molti i personaggi illustri che hanno sofferto di Disturbi Specifici di Apprendimento. Queste neuro diversità stimolano la personalità e la creatività?

Molte persone con DSA sono dotate di talento nell’elaborazione delle informazioni visive e spaziali, capacità di problem solving, intuizione e creatività. A dispetto degli ostacoli legati al disturbo, sono numerosi gli esempi di personalità di successo del mondo delle aziende, della cultura, dello spettacolo, della scienza e dello sport che hanno un disturbo specifico dell’apprendimento, fra i quali il regista Steven Spielberg, il premio Nobel per la chimica Jacques Dubochet, l’imprenditore e fondatore del gruppo Virgin, Richard Branson, il pilota di F1, Lewis Hamilton e molti altri. Evidentemente l’utilizzo di strategie alternative nello studio predispone al meglio anche in questo senso. E oggi ormai abbiamo un’intera generazione di giovani cresciuti in una scuola maggiormente capace di riconoscere i disturbi, compensando le difficoltà e valorizzando i talenti.

CHE COSA SONO I DSA

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente e che si manifestano con l’inizio della scolarizzazione.

I DSA sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano. Si dividono nelle seguenti categorie.

• Dislessia – disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo.

• Disortografia – disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nella competenza ortografica e nella competenza fonografica.

• Disgrafia – disturbo specifico della grafia che si manifesta con una difficoltà nell’abilità motoria della scrittura.

• Discalculia – disturbo specifico dell’abilità di numero e di calcolo che si manifesta con una difficoltà nel comprendere e operare con i numeri. 

Questi disturbi dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo. Non sono causati da un deficit di intelligenza, da problemi ambientali o psicologici e nemmeno da deficit sensoriali. 

I DSA non sono una malattia in quanto non sono dovuti ad un danno organico, ma un diverso neuro funzionamento del cervello, che non impedisce la realizzazione della specifica abilità (lettura, scrittura, numerazione o altro) ma necessita di tempi più lunghi e carichi maggiori di attenzione. Questo diverso neuro funzionamento è innato e non è transitorio: accompagna l’individuo per tutta la vita. 

Quindi dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento non si “guarisce”, ma le difficoltà che li accompagnano possono essere compensate con il tempo e con una buona attività di potenziamento/riabilitativa.

Autore: Luca Sticcotti

Quando la pornografia si fa ossessione

“Una delle nuove piaghe dei nostri tempi, sfortunatamente sottovalutata nei suoi effetti su giovani e meno giovani, si chiama pornodipendenza”. Suona il campanello d’allarme Cesare Guerreschi, psicologo e psicoterapeuta, e direttore della Siipac, la Società italiana per l’intervento contro le patologie compulsive, il centro bolzanino specializzato nella cura e riabilitazione di persone con problemi di dipendenza psicologica. 

Guerreschi si è contraddistinto fin dagli anni 70’ per la sua capacità antesignana nel riconoscere nuove forme di dipendenza: dalla più corretta definizione di alcolismo in dipendenza da alcol e introducendo trattamenti clinici innovativi come le comunità terapeutiche, arrivando poi a sottolineare la necessità di parlare di gioco d’azzardo consapevole, dividendo la responsabilità tra il giocatore e lo Stato. Ha contribuito quindi al passaggio di definizione da “vizi” a dipendenze comportamentali, potenzialmente in grado di rovinare e distruggere le esistenze di individui e famiglie e richiedenti cura e trattamenti specifici. Per questo motivi è stato nominato Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella, per il costante impegno nella ricerca sulle patologie compulsive.

“All’inizio quando sostenevo che il consumo di alcol e il gioco d’azzardo potevano assumere caratteristiche patologiche, pochi erano quelli che mi davano credito. Nel corso degli anni però siamo riusciti a collaborare con il servizio sanitario pubblico ed ora le persone possono contare su una rete di assistenza e sostegno, se vogliono liberarsi da quelle schiavitù, che però dovrebbe essere implementata e diversificata in vari centri specialistici”, afferma Guerreschi che ha anticipato la pericolosità dell’utilizzo inconsapevole di internet e la possibile dipendenza da cellulari.

I tempi infatti cambiano e, con essi, si modificano e sviluppano nuove dipendenze che emergono con la progressione tecnologica. “Internet è stato ed è un formidabile strumento di collegamento tra le persone e di circolazione di informazioni ma nasconde in sé anche tanti pericoli” avverte lo specialista “negli ultimi dieci anni abbiamo osservato un aumento vertiginoso del numero di persone che vengono a chiederci aiuto in quanto dipendenti dalla pornografia”.

La pornografia è sempre esistita, dalle iscrizioni rupestri fino alle videocassette hard che venivano vendute in edicola fino a qualche anno fa. Ora però gli smartphone mettono a disposizione di ogni persona un numero potenzialmente infinito di video e immagini a sfondo sessuale. Una tentazione a cui pochi sfuggono e che può diventare un’attività che occupa totalmente l’esistenza. 

“Ci sono pazienti che passano dalle quattro fino alle 20 ore al giorno, nelle fasi più acute della dipendenza, a guardare video pornografici, riportando danni psicofisici enormi”, spiega, “maggiormente esposti sono i giovani che hanno meno difese e che vengono influenzati con un modello di sessualità distorta, sbagliata e finta. Perché la pornografia è una messa in scena, nella migliore delle ipotesi. Sono immagini, a volte anche violente, per mezzo delle quali non si arriva alla conoscenza rispettosa dell’altra persona. Ragazzi e ragazze vengono avviati sulla strada di una sessualità tossica e depauperata”. Ma chi è il pornodipendente? Possono essere uomini o donne di ogni età, condizionati dall’attività di guardare video e immagini pornografiche accompagnate da masturbazione in modo compulsivo “che può provocare anche danni fisici, oltre all’isolamento sociale e relazionale”, aggiunge Guerreschi. La pornodipendenza ha indubbiamente conosciuto un incremento a causa della pandemia che, tendenzialmente, ha aggravato molti disturbi comportamentali di chi già soffriva in precedenza. 

Da qui l’allarme lanciato da Guerreschi che però diffida dell’adozione di modelli educativi improntati al divieto e alla proibizione. “Bisogna parlarne e spiegare i pericoli insiti nella pornografia alle generazioni più giovani”, dichiara. Soprattutto è necessario chiarire che il processo di uscita dalla dipendenza può essere lungo. Si comincia con alcuni incontri con lo psicoterapeuta, poi si prosegue con un percorso che può durare anche due anni. Attualmente sono 12 le persone in trattamento psicologico semiresidenziale presso la Siipac e altre 20 in trattamento ambulatoriale. “Un numero commisurato alle forze dell’équipe”, conclude il direttore, “se fossero di più, non riusciremmo a seguirli. La speranza per il futuro è che si riesca ad attivare una collaborazione con le strutture di sostegno pubbliche per una presa in carico il più possibile completa delle persone che soffrono di questi disturbi”. 

Autore: Nilo Ruggeri

Quattro scout e un viaggio

Matteo, Emma, Ilaria, Giulia, quattro ragazzi dai 14 ai 16 anni. Quattro scout CNGEI. Venuti a COOLtour, servizio dell’Associazione La Strada-der Weg Onlus, ci raccontano la loro esperienza da scout e del Jamboree: un campo giovanile che avviene ogni quattro anni in nazioni diverse a cui loro parteciperanno.

Cosa vi ha spinti a essere scout?

Abbiamo iniziato con lo scoutismo per pura curiosità. Qualcuno dei nostri genitori già lo era, ci è sempre piaciuta l’idea, e, interessati, abbiamo intrapreso questa strada anche noi.

Che tipo di attività svolgete?

Le attività vengono trattate diversamente rispetto ai gruppi in cui siamo divisi per età: lupetti, esploratori e rover. Si fanno giochi, chiacchierate, sport ed escursioni. Nell’arco dell’anno ci sono i “campetti”: quello estivo che dura una settimana, e quello invernale per due giorni. Durante questi campetti vengono fatte le “promesse” che sono per noi delle cerimonie, che vengono accompagnate da festeggiamenti e fuochi. 

I quattro ragazzi riportano la loro esperienza in modo accorato. Tra loro, Emma si sente di specificare che tutte le attività che vengono proposte loro hanno un fine: quindi qualsiasi gioco anche se agli occhi del gruppo può sembrare banale, è pensato per insegnare loro un dato valore che nello scoutismo è importante. 

Quali sono i valori che vi vengono insegnati? 

Ci viene insegnato il rispetto, sia nei confronti delle persone che dell’ambiente; a collaborare all’interno di un gruppo; l’idea di solidarietà e responsabilità; e anche a dare del nostro meglio. 

Quest’anno il Jamboree si terrà in Corea del Sud. In cosa consiste?

Il Jamboree è un raduno scout che prevede attività ovviamente in correlazione allo scoutismo, e le giornate sono organizzate per permettere uno scambio culturale. Ci saranno vari reparti che faranno diverse attività di gioco, pratiche oppure teoriche. Lo scopo principale è favorire lo scambio culturale e la fratellanza in tutto il mondo, e in aggiunta anche sentirsi cittadino del mondo.

Perché secondo voi si dovrebbe essere scout?

Giulia: “Lo scoutismo ti forma come persona, lo vedo spesso per come una cosa prende un differente significato rispetto a chi non ha fatto scout.” 

Ilaria: “Fai delle esperienze che nella vita quotidiana non riesci a fare, e si crea questa amicizia. Si crea una seconda casa. Ti insegna dei valori che secondo me tutte le persone dovrebbero avere nella propria vita.”  

Emma: “Sono come una grande famiglia, posso essere me stessa, e siamo tutti accomunati dai valori che ci insegna lo scoutismo.” 

Matteo: “Si può essere sé stessi senza indossare maschere. Oltre alle esperienze emotive, si imparano molte cose manuali, e fisiche.”

Auguriamo un buon viaggio a questi giovani scout, e aspettiamo il loro ritorno per raccontare la loro esperienza.

Autrice: Ilaria Talamoni COOLtour

La danza, da Bolzano alla Francia

Bianca Maurmayr – bolzanina, classe ’88. Si è trasformata nel tempo, ma la passione per la danza che nasce dall’infanzia l’accompagna ancora. Da danzatrice si è espressa sul palco, accompagnata dalla madre, Giuliana Lanzavecchia, e da Elisa Darù; ora trasmette quest’arte dalla cattedra, come professoressa associata presso l’Università di Lille, in Francia.

Come sei arrivata in Francia?

Attraverso un percorso familiare, artistico e di studi, che passa per l’Università di Nizza, sono approdata a Lille nel 2019, con un contratto a tempo per la ricerca e l’insegnamento. Ora insegno presso il Corso di Studi in Danza e Insegnamento della Danza. Quando dovevo decidere dove studiare danza, a livello accademico, ho capito in fretta che non l’avrei fatto in Italia. Secondo me, quando si parla di danza, è importante farlo anche dal punto di vista del danzatore. Mi sembrava necessario che all’interno di un percorso universitario ci fosse un’articolazione tra pratica e teoria, un passaggio costante tra aula di studio e studio di danza, e questo è possibile in Francia.

Cosa manca all’Italia?

Oltre a questo dialogo pratica-teoria, un sistema di sostegno sociale solido. Non voglio idealizzare la Francia, che ha i suoi problemi, però il sostegno al cittadino è presente. Gli aiuti per pagare l’affitto mi hanno permesso di sostenere gli studi a Nizza e un compenso per la disoccupazione a fine dottorato mi ha aiutata ad essere dove sono ora. All’Italia manca anche una certa orizzontalità in ambito universitario: a Nizza ho avuto la fortuna di conoscere Marina Nordera – professoressa e ricercatrice molto generosa – che mi ha aiutata a fare esperienze professionalmente significative. È grazie a lei che ho imparato, ora, a non sentirmi “in cattedra” con i miei studenti. Quando mi chiedono a cosa serva, la ricerca in danza, dico sempre “a niente”, utilitaristicamente. Serve a capire, collettivamente, cosa significa stare insieme, ad avere uno sguardo critico sul presente. “Serve al cittadino che volete essere.”

Che rapporto hai con la Francia? 
E con l’Italia?

Con la Francia è un rapporto di amore-odio. Con la famiglia ci venivo in vacanza, quindi ho scelto di studiare in un posto che conoscevo e amavo. Vivere a Nizza è stato molto difficile e appena ho potuto sono fuggita. In Italia torno, anche per lavoro. Continuo però a non sentirmi da nessuna parte: sono italiana in Francia e francese in Italia. Ho scritto la tesi di dottorato sui trasferimenti culturali in danza tra Parigi e Venezia nel Seicento per capire chi fossi – non l’ho capito – e cosa vuol dire emigrare, immigrare, adattare i propri territori fisici e culturali.

Di cosa ti occupi?

Al momento lavoro ad una ricerca sui flashmob e i momenti di danza durante le manifestazioni politiche, per capire come questa possa contribuire alla forza di agire del cittadino – cosa molto attuale, dato lo sciopero di questi giorni in Francia; la settimana scorsa eravamo in piazza e ho partecipato politicamente e come ricercatrice. Sono anche attiva per creare una rete di ricercatori, per dare la possibilità a diverse voci di dire cosa sia oggi la ricerca in danza. Per questo, faccio parte di AIRDanza, Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza, e sono tesoriere e membro dell’omologa associazione francese, aCD (association des Chercheurs en Danse).

Progetti futuri?

Sto dirigendo un volume che apparirà nel 2024, all’interno delle pubblicazioni AIRDanza – si tratta di un’antologia di traduzioni in italiano, per continuare ad alimentare il processo di circolazione e trasferimento dei saperi. Prima però voglio tornare a lavorare con gli altri serenamente: usciamo da un periodo difficile e penso che ci sia bisogno di recuperare la capacità di essere presenti agli altri. Vorrei pubblicare la tesi di dottorato e approfondire il rapporto tra danza barocca e danza contemporanea, che molti artisti stanno facendo dialogare nella loro scrittura coreografica.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Dentro una Neverland digitale

La Fondazione Haydn presenta la prima assoluta dell’opera Peter Pan – The Dark Side. Non è un’avventura per bambini ispirata al rassicurante immaginario disneyano, ma un crudo racconto sulla solitudine, sul disorientamento e sulle più intime fragilità delle nuove “generazioni digitali”.

Sabato 25 e domenica 26 marzo la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, nell’ambito del suo programma d’opera, porta in scena Peter Pan – The Dark Side, una prima assoluta che trasformerà un classico della letteratura per l’infanzia in un viaggio in terre decisamente più oscure e contemporanee. A dare corpo a quest’avvincente produzione sarà un team artistico internazionale d’eccellenza: il compositore austriaco Wolfgang Mitterer, l’acclamato regista e librettista britannico David Pountney, Daisy Evans, regista d’opera apprezzata per il progetto d’avanguardia Silent Opera, e il direttore d’orchestra Timothy Redmond.

ALLE RADICI DEL “VERO” PETER PAN E RITORNO

La figura di Peter Pan nasce nei primi anni del Novecento dalla penna dello scrittore inglese James M. Barrie. Il racconto delle sue avventure inizia nel cuore di una notte londinese, quando l’eterno ragazzo che non vuole crescere incontra una ragazza, Wendy, e la porta insieme ai fratelli John e Michael sull’Isola che non c’è fra i “bambini perduti”. Il direttore artistico della Fondazione, Matthias Lošek, ha però immaginato un’opera capace di metterne in risalto gli aspetti più oscuri e forse meno noti: “Abbiamo deciso di portare in scena un testo classico che la maggior parte delle persone avesse già incontrato nella propria vita – commenta Lošek – ma lo volevamo fare infrangendo le aspettative, mostrando gli elementi più familiari sotto una luce nuova e più attuale”.

UN TEAM INTERNAZIONALE DI ARTISTI PER UNA PRIMA ASSOLUTA MONDIALE

Il pubblico potrà ritrovare lo stesso desiderio di aderire alla lettura di Barrie anche nel racconto del grande regista teatrale inglese David Pountney che ha scritto il libretto dell’opera: “Le storie possono essere lette come innocenti fantasie, ma tutte, come i miti, incarnano potenti verità umane – commenta Pountney – Le possiamo quindi interpretare scegliendo un registro leggero o molto più oscuro o addirittura una chiave psicologica. Ad esempio, quando si affronta un romanzo in cui dei bambini vengono convinti a saltare da una finestra e a credere che saranno in grado di volare, viene naturale chiedersi che cosa sta realmente accadendo loro. Sono in mani sicure o rischiano di essere sfruttati e danneggiati? Questo è stato il mio punto di partenza per Peter Pan”.

La regista Daisy Evans, che il pubblico in regione ha già conosciuto nel 2019 con la silent opera Vixen, accompagna i passi della giovane Wendy, un’adolescente che vive in una casa-famiglia alle prese con un mondo moderno filtrato da Instagram, Twitter e fake news. Quando incontra un giovane uomo che sembra dirle tutto ciò che lei vuole sentire, viene sedotta, precipitando in una realtà contorta in cui non si sa cosa sia reale e cosa immaginato. Evans abbraccia in pieno lo spirito originario dell’opera e lo porta ai nostri giorni, mettendo in scena una storia di crescita e perdita dell’innocenza: “Peter Pan – sottolinea – parla di quanto è pericolosa la nostalgia che molti adulti hanno della loro gioventù. Ma parla anche del desiderio degli adolescenti di essere il prima possibile grandi: vediamo Wendy, una giovane adolescente, intrappolata in un vortice di influenze che arrivano dai social media. L’opera affronta temi come la pressione a cui i giovani sono oggi sottoposti e il lato pericoloso di questa Neverland digitale”.

La musica di Peter Pan è una creazione del pioniere dell’elettroacustica Wolfgang Mitterer che ha dato vita a un tessuto sonoro capace di percorrere ogni venatura del racconto – dai momenti più oscuri a quelli più umoristici e leggeri – mixando elettronica, orchestra e voce, jazz e classica. Fra echi che riportano alle sonorità di Porgy and Bess di Gil Evans e Salomè di Richard Strauss, ogni personaggio si muove, come dentro un vestito tagliato su misura, all’interno di un proprio mondo sonoro.

Guida l’imponente ensemble musicale composto dall’Orchestra Haydn, dagli otto interpreti che danno voce ai personaggi di Peter Pan e al coro dei pirati e dei “lost boys”, il direttore d’orchestra Timothy Redmond, apprezzato a livello internazionale nella direzione di progetti di musica contemporanea.

PER PETER PAN – THE DARK SIDE: tutte le info

La prima assoluta di Peter Pan – The Dark Side andrà in scena sabato 25 marzo 2023 al Teatro Comunale di Bolzano, con inizio alle ore 20. Lingua dello spettacolo: inglese con sottotitoli in tedesco e italiano. 

Un’ora prima dell’inizio dello spettacolo si terrà un incontro introduttivo all’opera nel foyer del Teatro Comunale. 

La vendita dei biglietti singoli e degli abbonamenti è attiva presso il Teatro Comunale di Bolzano. 

Maggiori informazioni su 

www.haydn.it 

Tel. 0471 053800

info@ticket.bz.it

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON L’OPERA

Peter Pan – The Dark Side è una delle quattro produzioni del programma operistico della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Si parte con Die Winterreise (Teatro Comunale di Bolzano, 19.03.23), interpretazione in chiave pop dell’omonimo ciclo di canzoni di Franz Schubert. Il programma prosegue con l’opera Hanjo del compositore Toshio Hosokawa (Teatro Sociale di Trento, 01 e 02.04.23) che torna in Trentino dopo il successo di The Raven. Tratta da Five Modern Nō Plays di Yukio Mishima, è una struggente e ipnotica opera da camera sul tema dell’attesa, esempio di narrazione giapponese realizzata da uno dei più importanti compositori di musica contemporanea.

Ultimo tassello della programmazione, dopo oltre 18 esecuzioni e numerosi riconoscimenti, approda a Rovereto lo spettacolo-concerto Curon/Graun del Collettivo teatrale OHT (Teatro Zandonai di Rovereto, 04.04.23). L’opera, che ha vinto la prima edizione del concorso di teatro musicale Fringe ed è prodotta dalla Fondazione Haydn, mette in scena in forma di installazione musicale il destino del paese di Curon, allagato nel 1950 dopo la costruzione del lago artificiale di Resia. 

(inserzione pubblicitaria)

Zaccaria, il Presidente e l’attestato d’onore

Ha trascorso una giornata nella Casa degli italiani, in Via XX Settembre a Roma, ospite della massima autorità dello Stato, che gli ha conferito un’onorificenza: è da poco tornato a casa con un attestato ed un ricordo indelebile nel cuore, Zaccaria Dellai, il ragazzo di Laives insignito del titolo di Alfiere della Repubblica. “Zaccaria ha dimostrato che i nostri ragazzi, tutti, sono capaci di grandi cose”, spiega Davide, il suo papà, che lo ha accompagnato all’evento assieme alla mamma, alla sorellina Dora e al fratello Emanuele.

La motivazione ufficiale redatta dagli addetti al lavoro è questa: “Per l’attenzione dimostrata nei confronti delle persone anziane anche attraverso l’ideazione di un fumetto che li vede protagonisti. Sul tema dello scambio intergenerazionale ha continuato a impegnarsi, coinvolgendo l’associazione di cui fa parte”. Ma Zaccaria è molto di più: è un lupetto socievole, sensibile, altruista che da sempre mostra attenzione verso le persone anziane, che considera le sue radici, così lo definisce chi lo conosce. Ha inventato il personaggio di un fumetto, “Il vecio tarampa”, che ha reso protagonista di storie raccolte in un sito internet (www.veciotarampa.it). E la sua amicizia con le persone anziane si è espressa anche all’interno degli Scout, dove ha creato una nuova specialità, “Amico degli anziani”; ha scritto poi agli Incaricati nazionali della branca Lupetti e Coccinelle, proponendo di inserire la specialità nel novero di quelle che tutti i lupetti e le coccinelle possono scegliere.

Davide Dellai, non capita tutti i giorni di essere ospiti del Presidente. Come vi siete sentiti?

L’abbiamo vissuto come un onore grandissimo, molto più grande di quanto le parole possano restituire; e soprattutto come una responsabilità, perché Zaccaria ha dimostrato che i giovani sono in grado di costruire grandi cose, di dare una speranza al futuro, e noi adulti dobbiamo dare loro la parola per fare in modo che sfruttino ogni possibilità. 

Come siete venuti a sapere della consegna del titolo di Alfiere proprio a vostro figlio?

Nell’estate scorsa l’Agesci aveva stilato un elenco di candidature per il titolo, e in questo c’era anche il nome di Zaccaria. All’inizio eravamo contrari, in primo luogo perché ci sembrava che quello che aveva fatto fosse una cosa normale, e poi ci spaventava un’eventuale ribalta: in fondo ha solo 11 anni, è un bambino. Poi però abbiamo accettato, e non pensavamo proprio che il suo nome sarebbe arrivato così in alto. E così un giorno, neppure troppo tempo fa, è arrivata una telefonata dall’Agesci, che era stata chamatadal Quirinale per contattare Zaccaria. Ero al lavoro, non sono riuscito a dire niente, ero molto confuso (ride, ndr).

Come è andata al Quirinale? 

Arrivare alle sue porte è stata un’emozione grandissima, per ciò che il Quirinale rappresenta , per ciò che il Presidente rappresenta, anche per l’aura che trasmette: l’uomo saggio, l’uomo anziano. Ha fatto un intervento bellissimo in cui parlava di questi ragazzi, che hanno fatto ciò che per loro è normale, e ha invitato tutti noi a non trasformali in eroi, ma a restituire loro, la loro genuinità. 

Eravate solo voi due, giusto?

Alla cerimonia sì, l’invito era esteso ad un solo membro della famiglia. Però a Roma ci siamo andati tutti assieme, con mia moglie, la sorellina Dora di 9 anni e il fratello Emanuele di 14: anche loro era molto emozionati, e stupiti per l’onore concesso a loro fratello. 

Cosa farà Zaccaria da grande?

Glielo hanno chiesto anche durante la giornata in Quirinale, e lui ha risposto in maniera divertente: “Per ora mi va bene avere 11 anni e voglio vivere pienamente la mia età. Poi vedremo”. Una dichiarazione autentica, ci ha fatto molto sorridere. A noi genitori basta che prosegua per la strada che ha intrapreso. 

L’ATTESTATO D’ONORE

La Presidenza della Repubblica ha istituito dal 2010 un “Attestato d’Onore” per premiare quei giovani minorenni che, per comportamento o attitudini, rappresentano un modello di buon cittadino, e nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani.

I premiati si sono distinti nello studio, in attività culturali, scientifiche, artistiche, sportive, nel volontariato oppure hanno compiuto atti o adottato comportamenti ispirati a senso civico, altruismo e solidarietà.

Autore: Luca Masiello