Il premio Eureka ha lo scopo di stimolare le passioni delle ragazze e dei ragazzi che sono attratti dalla scienza. Per anni l’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia ha lavorato molto sul tema delle passioni culturali e artistiche, ma da qualche anno si sono volute far emergere anche le passioni scientifiche, sempre più importanti e centrali nel mondo moderno. L’obiettivo è semplice: portarle allo stesso piano di visibilità pubblica. Smontando lo stereotipo dello scienziato gobbo in cantina. Non è così! Sono davvero tanti i bambini e anche i genitori che si gettano a capofitto e con entusiasmo in questo mondo. D’altronde se può essere vero che le generazioni più “anziane“ possono vedere le novità tecnologiche come cose “strane”, questo non vale assolutamente per i giovanissimi che ci crescono insieme e dentro, tutti i giorni. L’idea di Eureka è allora quella di tessere una rete per intercettare queste passioni, focalizzando le “buone pratiche” sul territorio in questo ambito. Ed esemplare in questo senso è la storia di Daniel, dodicenne di Laives.
Ciao Daniel! Perché per te è più interessante la scienza piuttosto che guardare un cartone o giocare a qualcos’altro?
la scienza è senz’altro molto più divertente! Leggere un libro su un argomento che interessa è molto meglio che stare 2 ore fermi davanti alla tv. La stessa cosa vale per fare una ricerca al computer su un argomento. Sono attività che, tra l’altro, sviluppano la capacità di concentrazione che è fondamentale, specialmente quando si lavora su una propria idea, come nel caso del concorso Eureka.
C’è un ambito delle scienze che ti piace di più degli altri?
Mi piace tutto quello che riguarda lo spazio e l’informatica.
Da grande ti piacerebbe allora lavorare in questo ambito? O fare l’astronauta?
Mah, forse non l’astronauta ma qualcosa di simile. Magari lavorare in quell’ambito, a livello di progettazione.
Proprio nei giorni scorsi alcuni progetti spaziali sono andati incontro a problemi tecnici…
Erano prove. E le prove servono proprio per imparare dagli errori.
Quando è nata questa tua passione?
Anche quando ero piccolo lo spazio mi piaceva tantissimo. In quarta elementare, quando ne abbiamo parlato in classe, io e un mio compagno ci siamo davvero coinvolti tantissimo raccontando quello che già sapevamo in materia.
Tu hai già partecipato alle prime due edizioni del concorso. Com’è andata?
Del concorso me ne aveva parlato mia mamma. Nelle prime due edizioni non c’era un tema e quindi si poteva andare a ruota libera. A ogni partecipante si chiedeva: presenta la tua idea con un disegno o un testo. Il secondo anno ho coinvolto anche un amico e in realtà fuori concorso ha partecipato anche mia sorella Isabel. Quest’anno il tema è proprio quello dello spazio, quindi non vedo l’ora di partecipare di nuovo!
Qual è stata l’idea che hai presentato lo scorso anno?
Una macchina che convertiva l’anidride carbonica in idrogeno ed energia elettrica. Questa idea l’ho progettata insieme al mio migliore amico mentre eravamo al mare in spiaggia. Ci siamo davvero divertiti ed è stata una bella esperienza. La nostra macchina una volta avviata non aveva nessun consumo, si alimentava dai suoi stessi scarichi. Anzi: puliva l’ambiente.
Alla premiazione del concorso avete anche potuto osservare le proposte e le idee degli altri ragazzi partecipanti…
Sì, perché facevano vedere alcune immagini e raccontavano la loro idea. Ho visto progetti molto belli e anche alcuni molto semplici, ma perfettamente funzionanti. Ad esempio quello del vincitore che aveva preso due cucchiai, una molletta e degli elastici, da utilizzare con le uova sode. Il presentatore ha detto che lo aveva provato e che funzionava. Alcune volte le idee più semplici sono anche le migliori.
Questa cosa di avere delle idee e inventare la pratichi anche nella tua quotidiana?
In realtà succede raramente: preferisco leggere per approfondire gli argomenti che mi interessano. Così poi posso sviluppare progetti migliori.
Anche la tua scuola ti sta aiutando a diventare piano piano uno studente di materie scientifiche o magari uno scienziato futuro?
Io faccio le medie Filzi a Laives. Lì c’è un telescopio e ogni tanto organizzano delle serate in cui ci fanno vedere come funziona.
In Via Cappuccini 6, di fronte all’ingresso della chiesa dei Cappuccini, c’è una vetrina che segnala, al proprio interno, una nuova attività: il VinziShower, un servizio di igiene e di lavaggio indumenti a cura della San Vincenzo. L’associazione, da noi contattata, ci ha messi in contatto con la dott.ssa Viviana Versace.
“Mi presento, sono un medico neurologo, lavoro al reparto di neuro riabilitazione dell’ospedale di Vipiteno. Premetto che parlo a nome della San Vincenzo pur non essendo un membro attivo e regolare. Vivo in Alto Adige da nove anni e da quasi uno mi sono trasferita a Bolzano. Ho conosciuto il direttore della San Vincenzo, Josef Haspinger quasi per caso e lui mi ha proposto di collaborare alla creazione di un punto di igiene nel centro storico, che avrebbe offerto un servizio di docce e lavatrici nel quale, ci sarebbe stato anche un ambulatorio medico di prima assistenza.”
Cos’è la San Vincenzo?
Parliamo di una comunità presente in 153 paesi del mondo, con centinaia di migliaia di volontari che collaborano a un progetto di assistenza ai bisognosi sullo spirito del loro fondatore che è San Vincenzo de Paoli, un sacerdote vissuto nel Cinquecento che aveva insegnato a tutti i suoi discepoli ad aiutare le persone in qualsiasi situazione di difficoltà, di emergenza, di bisogno in cui si trovassero. Della San Vincenzo mi piace che è una associazione molto ben organizzata con dei membri fissi, qui in Alto Adige prevalentemente di lingua tedesca, che aiuta le persone lì dove c’è bisogno. Nasce in questa ottica anche il VinziShower, il nuovo centro di igiene, che sorge nel centro storico, dove è molto più facile che, per esempio, una persona con background migratorio si trovi a passare o a stazionare per molti motivi. Il servizio fa parte di una rete di altre iniziative che sono note alla popolazione, come VinziMarkt o VinziKleider, che sono il supermercato solidale e il banco dei vestiti usati, in Via Andreas Hofer. Un altro servizio è quello delle colazioni, che viene offerto nel chiostro dei Cappuccini. I bolzanini ricorderanno anche il Vinzibus, un camper che offriva dei pasti caldi a mezzogiorno.
In cosa consiste il VinziShower?
Si tratta di uno spazio ristrutturato di circa 200 metri quadrati al piano terra di via Cappuccini: c’è una zona di ingresso con una reception, un percorso con degli armadietti dove lasciare i propri vestiti in cui è presente una lavasciuga, due bagni con docce, di cui una per disabili. Al VinziShower chiunque viene accolto, indipendentemente dal proprio status sociale o giuridico; non avrà bisogno di giustificare la propria necessità di usare delle docce, né entrare nel merito della propria situazione economica e nemmeno di dare delle generalità. Si può stare fino a 30 minuti per fare una doccia con calma e cambiarsi. Quindi c’è proprio il senso di dare dignità a una persona che ha bisogno di lavarsi e di cambiarsi, che è un bisogno primario di tutti.
Qual è il suo ruolo in tutto questo?
Come accennavo, il progetto prevede anche l’istituzione di un punto di prima assistenza medica. È una idea venuta al dottor Oswald Mayr, che è stato direttore sanitario dell’Azienda Sanitaria per molti anni. Il mio ruolo è stato quello di aiutare a creare una rete di sanitari, anche grazie all’uso dei social media. In relativamente poco tempo abbiamo avuto l’adesione di circa 15 infermieri e altri cinque medici e proprio in questi giorni stiamo allestendo la stanza che all’interno del centro di igiene sarà deputata all’assistenza sanitaria. Speriamo di poter partire con almeno 1 o 2 pomeriggi al mese. L’idea è quella di offrire un primo approccio a un problema di salute che chiaramente non dovrà essere né grave né acuto. Per quello c’è l’ambulatorio STP, ovvero per stranieri temporaneamente presenti all’interno dell’ospedale.
VinziShower è in Via Cappuccini 6 a Bolzano, tel. 377 3860058.
Chi desideri collaborare come volontario o sostenere l’iniziativa, può scrivere a info@vinzenzgemeinschaft.it
Uso scorretto dei social media e disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale. Un connubio sempre più evidente per chi – come Raffaela Vanzetta, pedagogista e psicoterapeuta, coordinatrice di Infes, il Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare del Forum Prevenzione – da molti anni è attivo nella riabilitazione e prevenzione di patologie come l’anoressia o la bulimia. Il libro “Social Fame”, curato assieme a Laura della Ragione, ha l’intento di fare luce su un fenomeno preoccupante e che, troppo spesso, coglie impreparate le famiglie.
// Di Nilo Ruggeri
Partiamo dal titolo. A cosa si riferisce “Social Fame”?
È un gioco di parole che ci sembrava racchiudesse l’essenza del nostro lavoro di ricerca su un fenomeno che è estremamente attuale, ovvero dei disturbi alimentari che sono alimentati e, a volte, incoraggiati da messaggi distorti che viaggiano sui canali dei social media. “Fame”, oltre al significato italiano, in inglese significa fama, notorietà, cui tendono, consapevolmente o meno, gli adolescenti che cadono vittime di una ricerca di affermazione di sé legata al loro corpo e a quello che mangiano o non mangiano per avvicinarsi ai modelli – o influencers – con cui vengono a contatto nelle loro relazioni virtuali.
Come è nato il libro e per chi è pensato?
È un’opera collettiva di persone che, a vario titolo, si occupano di adolescenti, mezzi di comunicazione e disturbi alimentari e che è nata riflettendo insieme a Laura Della Ragione – una luminare nel campo della cura dei disturbi dell’alimentazione – sullo sviluppo recente dei disturbi di questo genere. In particolare, abbiamo tentato di sistematizzare gli interventi di tanti colleghi con cui sono in contatto nel resto d’Italia che, ai convegni, segnalano come la rete in cui i ragazzi e le ragazze vivono e si incontrano sia diventata una piattaforma per la diffusione di modelli nocivi del rapporto col proprio corpo e con il cibo. Il libro non è solo per specialisti ma, al contrario, punta a portare a conoscenza di famiglie, insegnanti, educatori il rischio che molti adolescenti stanno correndo.
I social vanno evitati? Sembra difficile poter proibire quello che per molti giovani è uno spazio di intimità e socialità irrinunciabile…
No, sia chiaro che i social non vanno demonizzati. Non sono negativi di per sé se, ad esempio, se qualcuno posta una fotografia di un piatto o un alimento. Quello che è importante è insegnare ai ragazzi e alle ragazze a farsi delle domande sia rispetto al proprio comportamento che rispetto a quello degli influencer che seguono. Perché si pubblica una foto? Qual è il messaggio che ci manda? L’immagine del cibo e del corpo che viene trasmessa è vera e reale oppure è artificiale e costruita per venderci qualcosa? Dobbiamo incominciare, come genitori, ad interessarci di più a chi i nostri giovani frequentano online, allo stesso modo in cui il genitore responsabile vuole sapere con chi esce e chi incontra il figlio o la figlia nella vita reale. Teniamo presente che la media di ore trascorse in rete da un adolescente ogni giorno è di cinque o sei.
Cosa manca per contenere questo fenomeno?
Certamente avvertiamo la necessità di un intervento regolativo, normativo, a livello europeo, direi. Le piattaforme social sono enormi aziende con grandi interessi economici e gli stessi influencer sono mossi dall’obiettivo di monetizzare i loro contenuti. Come si sono regolamentate sostanze come il tabacco, il gioco d’azzardo o l’alcol, lo stesso si può fare con l’uso di internet e dei social, per spingere verso un uso consapevole della rete.
Come Infes, quali sono le attività che proponete?
I miei colleghi ed io lavoriamo proponendo attività di sensibilizzazione nelle scuole. Stiamo lavorando anche all’idea di una sorta di “patentino” per l’uso di internet che consista in una formazione all’uso consapevole. Il coinvolgimento sia della scuola che delle famiglie è fondamentale.
Se un genitore sospetta che il figlio o la figlia abbia problemi alimentari, cosa deve fare?
Può rivolgersi a noi per una consulenza gratuita. Se nota una perdita o un aumento di peso consistente, un’attenzione esagerata alle forme del corpo e all’alimentazione, prendiamo appuntamento e analizziamo insieme la situazione.
Il Covid ha aggravato questi fenomeni?
Sì, si calcola che i disturbi alimentari siano aumentati del 30% nell’epoca della pandemia. Adesso i numeri si stanno normalizzando ma quello che osserviamo è un’età più giovane di chi si rivolge ai servizi. Ci sono bambine di 11 o 12 anni che arrivano a perdere anche 10 chili nel giro di poco tempo. Si tratta di una grande sfida per chi si occupa di adolescenti e bisogna attrezzarsi. Speriamo di dare un contributo concreto anche con questo volume.
Il libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” verrà presentato a Bolzano il giorno 2 maggio nella floricoltura Schullian di via Merano a Bolzano. Maggiori informazioni su www.infes.it oppure 0471 970039.
La passione per il “naso rosso” ce l’ha da sempre, ma a un certo punto della sua vita ha capito che fare il clown non gli bastava più. Così Francesco Pizzino, bolzanino con radici siracusane, è entrato a far parte dell’associazione “Sos smile” di Laives: un sodalizio di clown terapeuti che porta sorrisi nelle case di riposo.
Il nome del gruppo parla chiaro: “Sos Smile”, quasi uno slogan per questo gruppo di volontari che entra di peso nelle vite di chi ha bisogno di un sorriso e lo travolge con l’allegria e la gioia di vivere. “E oggi più che mai sono in tanti ad averne bisogno”, confida Francesco Pizzino, nome d’arte Clown Chicco, membro del direttivo, e una delle tante anime dell’associazione laivesotta. Francesco durante la settimana è un padre di famiglia che lavora come impiegato, ma il sabato si “trasforma” in Chicco, un clown che cerca di donare il suo magico “chicco di sorriso”, un piccolo seme che farà nascere nel cuore di chi lo ricevere l’albero della felicità.
Francesco Pizzino, come è nata la sua passione per la clowneria?
Credo affondi le sue radici nella mia prima infanzia; poi da adulto ho fatto parte di un’associazione che mi permetteva di fare il clown. Solo che a un certo punto non mi bastava più, avevo bisogno di qualcos’altro, e non sapevo bene cosa. Poi – era il 2019 – ho letto su Facebook l’annuncio che “Sos Smile” di Laives organizzava un corso di clownterapia. È stata la mia famiglia ad iscrivermi, come regalo a sorpresa per il mio compleanno, e da lì ho iniziato questo nuovo cammino che mi ha appassionato così tanto che oggi faccio anche parte del direttivo.
In quanti volontari siete? Di che cosa vi occupate?
In novembre abbiamo organizzato un nuovo corso e adesso siamo in quindici: un ottimo risultato. “Sos Smile” è un’associazione di volontariato con una missione unica: portare gioia. Siamo volontari, uomini e donne, che mettono a disposizione il loro tempo prestando servizio presso strutture pubbliche e private nel territorio provinciale indossando un naso rosso, un camice colorato e scegliendo un nome d’arte che ci rappresenta. Operiamo principalmente nelle case di riposo di Bolzano, Laives e Ora, e di solito entriamo in scena il sabato pomeriggio: cerchiamo di donare un momento di svago ai tanti ospiti anziani.
Devono essere momenti piuttosto intensi…
Lo sono, sono molto emozionanti, soprattutto quando scorgiamo un certo bagliore negli occhi degli ospiti più anziani, quelli quasi non reagiscono ad alcuno stimolo. È questo che ci dà la forza di andare avanti, perché le difficoltà sono tante, non sempre si riesce a far combaciare la propria vita privata con l’attività di volontariato.
Di che cosa si occupa il clown Chicco nella vita reale?
Nella vita reale sono un impiegato tecnico, gestisco un centro assistenza per un’azienda e cerco di portare anche nella mia vita privata quell’ottimismo che mi porta a guardare il bicchiere sempre mezzo pieno. Sono sposato e padre di famiglia.
A proposito: cosa dicono sua moglie e i suoi figli di questa sua passione e del suo impegno?
Chiaramente mi appoggiano: è stato grazie a loro se sono entrato a far parte del sodalizio. Mia figlia di 15 anni, inoltre, si sta appassionando a questo mondo: scatta le foto per noi e crea dei video, ci segue in casa di riposo e durante gli allenamenti.
Gli allenamenti?
Già, le nostre uscite non sono mai improvvisate, c’è dietro tanto studio: prima di ogni attività ci incontriamo per gli allenamenti, facciamo degli esercizi di comunicazione, ma anche anche fisici, per riscaldarce mente e corpo, aggregare il gruppo e stare bene insieme. Dobbiamo creare quel filo trasparente che ci lega e diventare un tutt’uno con gli altri fratelli clown.
Quali sono i vostri prossimi progetti?
Oltre ad occuparci delle case di riposo stiamo portando avanti un progetto contro il bullismo: poco tempo fa abbiamo preso parte ad un evento di sensibilizzazione organizzato da Unicef e Polizia di Stato per i ragazzi delle scuole; abbiamo proposto uno spettacolo mimato per spiegare cos’è il bullismo e come può colpire le persone che ne sono vittime. È andata bene, tanto che ci hanno chiesto di presentarlo anche nelle scuole. Ci resta un sogno: poter svolgere servizio in ospedale; la strada è in salita, ma ce la faremo.
E’ stato presentato nei giorni scorsi a Bolzano il nuovo lavoro dell’insegnante e scrittore bolzanino Carlo Romeo, una sorta di “viaggio storico” intorno ai ritratti dell’Alto Adige fissati nelle pagine di narratori, poeti, giornalisti e letterati di lingua italiana.
Carlo Romeo, bolzanino classe 1962, accanto al suo lavoro di professore – insegna da oltre 30 anni al liceo classico Carducci – si è sempre occupato a fondo della storia moderna e contemporanea dell’Alto Adige, di cui è considerato uno dei massimi divulgatori. In tutti questi anni, il professore non ha mai nascosto l’altra sua grande passione: la letteratura. Lui stesso è autore di un romanzo dal titolo “Partisan”, recentemente ristampato da Raetia edizioni, in cui ricostruisce la figura del sudtirolese Karl Gufler negli anni della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista. Ma è nel suo ultimo lavoro, “Scorci di un confine. L’Alto Adige in un secolo di letteratura italiana”, edito da Alpha & Beta, che Carlo Romeo riesce ad unire queste sue due grandi passioni. Il libro è stato recentemente presentato a Bolzano, e noi ne abbiamo approfittato per scambiare due parole con l’autore.
Professore, è corretto affermare che il libro sia la storia dell’Alto Adige, raccontata attraverso la letteratura in lingua italiana?
In un certo senso sì, possiamo dire che si tratta di un viaggio attraverso un secolo di romanzi, racconti e poesie, in cui io ho cercato di individuare quale fosse la prospettiva da cui questa terra veniva raccontata. Possiamo dire che è un saggio storico, che ha come oggetto la letteratura e le immagini che vengono create da scrittori e poeti. Questo ci permette di intravedere bene anche il cambiamento del territorio e le trasformazioni della prospettiva. Ad esempio, negli anni venti e trenta del novecento, è sicuramente una percezione esterna. Nel periodo successivo cominciano a comparire gli autori nati qui e quindi c’è una vicinanza con il territorio, un’empatia. Quindi sì, con questo libro intendo raccontare la storia di questa terra attraverso le prospettive che la letteratura ha creato.
Il libro è corposo, conta oltre 300 pagine. Ha inserito degli estratti di alcune opere?
Si tratta di un saggio che contiene delle citazioni, quando occorre. Il libro non è piccolo, non è il libro di una sera. Ho sempre cercato di accompagnare la riflessione sulla letteratura con la contestualizzazione. Anche il lettore che non conosce la storia di questa terra, può trovare delle schede in cui ci sono dei riassunti molto brevi, che forniscono delle chiavi di lettura che rispondono a domande come: “questo romanzo in che contesto si cala?” ,“di cosa parla?”. Questo è il motivo per cui il libro è così voluminoso.
Come ha affrontato il lavoro? Ha prima individuato i temi e poi li ha approfonditi?
Ci sono dei capitoli che seguono il filo del tempo, in cui cerco di far emergere un modo di vedere l’Alto Adige. Le faccio un esempio: subito dopo l’annessione, lo sguardo è quello di una nuova provincia ottenuta dall’Italia, quindi, di una provincia tedesca che deve essere italianizzata. Diciamo che ogni spazio del tempo ha anche un suo modo di vedere questa terra.
Come da accordi di maggioranza stabiliti a inizio legislatura, dopo due anni e mezzo il Presidente della Circoscrizione Gries San Quirino, Diego Laratta, e la Vicepreside Cornelia Brugger si sono dimessi dai rispettivi ruoli. Salvo sorprese, durante la prossima riunione si svolgeranno le elezioni e, i due, dovrebbero semplicemente scambiarsi di ruolo. Proprio in questo periodo, definibile come un “giro di boa” per l’attività dei consiglieri eletti, facciamo il punto su quanto fatto e sulle prospettive del quartiere più popoloso del capoluogo.
VIALE DRUSO E DINTORNI “In questi 30 mesi – racconta Laratta – ho incontrato decine e decine di Comitati presenti in tutta questa fetta di città che ho avuto il piacere di presiedere. Personalmente ho imparato molto, sono cresciuto, e mi sono reso conto di quanto effettivamente, seppur apparentemente piccoli, i problemi possano incidere sulla vita delle persone. È stata un’esperienza che rifarei. L’obiettivo più grande che siamo riusciti a raggiungere? Certamente la creazione del Centro Giovanile di Gries, che da metà maggio prenderà vita a Palazzo Altmann, nel cuore del quartiere, e sarà rivolto soprattutto alle bambine e ai bambini”. Altra grande questione, che ha animato gli ultimi mesi della presidenza Laratta/Brugger, è stata la gestione della zona dietro allo Stadio Druso, dove ha avuto luogo la costruzione di un parco giochi, ma non solo. “È un posto considerato poco sicuro, ma l’inserimento del parco lo ha reso più tranquillo. In molti mi hanno comunicato che, grazie alla presenza di anziani e famiglie, ora si passeggia più rilassati. Forse è l’esempio del fatto che in città servano meno telecamere e più luoghi vivi e di ritrovo, che limitano le situazioni di pericolo. Nella stessa zona, al drusetto, a settembre arriveranno anche gli studenti delle scuole medie Ada Negri, che, vista la ristrutturazione della loro struttura, faranno lezione nei container. E non è tutto, perché grazie ai fondi del Pnrr, verranno riqualificati i campi sportivi del Lido di Bolzano, diventando fruibili dall’esterno anche quando le piscine sono chiuse”, spiega Laratta.
VIA FAGO E BICICLETTE Il transito delle biciclette intorno alla zona di Via Fago – secondo Cornelia Brugger – è un grande problema che aumenta di mese in mese. “Serve un ridimensionamento del traffico anche per le biciclette, in modo da diminuire i rischi di incidente in alcuni tratti stradali”, evidenzia Brugger. “Questi sono tutti temi che si comprendono incontrando i cittadini in prima persona; per il futuro sto pensando di fare delle assemblee pubbliche a Palazzo Altmann”. In vista dell’estate, nonostante il cambio di guida, rimarrà la volontà da parte dei consiglieri di circoscrizione di continuare a organizzare le feste di quartiere che, specie in settembre, hanno ottenuto una grande riscontro da parte di tutta la città. “I momenti di svago sono importanti e contribuiscono a dare una bella immagine del quartiere”, conclude Brugger.
Guido Margheri, presidente di ANPI, ci conduce all’interno dell’associazione e lungo la sua storia di Resistenza e lavoro per il futuro.
Quando nasce ANPI?
ANPI nasce subito dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie ai partigiani che ritennero la loro testimonianza e il loro impegno necessari per portare avanti in modo organizzato i valori che secondo loro avrebbero dovuto essere fondanti della nuova realtà nazionale che stava nascendo. Dal 2006, con l’apertura dell’associazione a nuove generazioni di antifascisti, ANPI si apre anche a nuovi impegni: non solo progetti di memoria, ma anche la formazione di una nuova Resistenza adatta alle nuove epoche storiche e l’appoggio dei movimenti che si impegnano per l’attuazione dei valori fondamentali come la lotta al razzismo e alle discriminazioni.
Quali sono gli obiettivi di ANPI?
Un obiettivo è quello di riuscire a creare e mantenere la coscienza per cui non si può discriminare — per genere, presunta razza, orientamento sessuale ecc. — e ricordarsi che essa è la base di una società civile. L’altro grande valore è quello della pace: non rassegnarsi all’idea che la guerra sostituisca il dialogo, serve che la politica diventi quotidiana nelle nostre teste e non soltanto nelle nostre vite. Sono dei valori non negoziabili che non posso-no dipendere da maggioranze e minoranze perché sono l’essenza stessa della civiltà.
L’associazione si occupa solo di antifascismo?
No, ANPI cerca di essere una cerniera tra le spinte di movimenti — anche lontani tra loro e da ANPI stessa — e le problematiche odierne come con i ragazzi di Fridays For Future. C’è la volontà di sottolineare i grandi problemi impattanti il presente e il futuro. La crisi della democrazia nasce anche quando le istituzioni ignorano le grandi problematiche attuali.
Come si può definire la Resistenza? E perchè è così importante?
La Resistenza non è solo l’opporsi a qualcosa, è una tensione verso la costruzione di progetti positivi e quindi l’essere antifascista oggi significa questo: avere un progetto di una società più libera e democratica. Mi viene in mente una citazione di Vittorio Foa che descrive bene l’importanza di questo progetto quando rispose al senatore e storico fascista Pisanò: “Se avesse vinto lei io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, lei è senatore della Repubblica e parla qui con me”.
Per questo 25 aprile ci sono iniziative?
Quest’anno c’è la volontà di mettere in atto un’azione più forte attraverso varie iniziative per ribadire che la Liberazione che si festeggia il 25 aprile non è solo un ricordo, ma è il cuore dell’oggi e del domani, è un patrimonio che deve vivere e che deve condizionare il mondo presente e futuro.
Alberto Masera è un bolzanino classe 2000 con una grande passione per l’informatica e per l’atletica. Dopo essersi laureato in Computer Science alla Libera Università di Bolzano, sta svolgendo un master in Svizzera. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città di Zurigo e conoscere la vita di un bolzanino all’estero.
Ciao Alberto, come sei finito a Zurigo?
Dopo aver passato tutta la mia vita a Bolzano ho deciso di provare a vedere se si potesse continuare l’esperienza universitaria attraverso un master all’estero, aggiungendo anche un po’ di economia al mio percorso di studi informatico. Ho deciso di partire perché volevo andare via di casa, fare un’esperienza diversa da quello che è il quotidiano qua a Bolzano. A Zurigo ci ero già stato come turista e mio fratello si è trasferito là a vivere con la sua famiglia. Zurigo è una città molto internazionale, dove comunque si parla il tedesco, una lingua a me già nota. Come turista non è una città che offre molto, ma come città in cui vivere è bellissima; la qualità di vita è molto alta e ci sono servizi di trasporto eccellenti (mi ero portato la bici da Bolzano per i brevi spostamenti cittadini, ma mi sono trovato da subito così bene con i bus e i tram che non l’ho quasi mai usata). I mezzi funzionano bene, sono comodi, puliti e puntuali.
Cosa ti manca di più di Bolzano?
Sicuramente le amicizie, le compagnie e la famiglia. Però la poca distanza da Bolzano (4 ore di macchina) mi permette di passare tranquillamente un week-end a casa. Ma la cosa che mi manca di più di tutte è vedere il Rosengarten al tramonto e in generale tutti i panorami mozzafiato altoatesini.
All’Italia cosa manca?
Potrei dire tante cose, ma credo manchi soprattutto l’apertura verso le altre persone, verso l’estero e le loro culture.Zurigo ti permette di crescere anche a livello culturale, è una città internazionale, ci sono moltissimi residenti stranieri e solo nel mio corso un buon 70-80 % degli studenti è di origine straniera.
Una cosa che lì è normale è che quando entri in un bar o quando fai una passeggiata, senti persone parlare in tantissime lingue diverse, nessuno viene guardato male, sembra quasi che ognuno pensi a sé stesso senza giudicare o “pre-giudicare” nessuno.
A livello sportivo come ti stai trovando?
Benissimo! A livello sportivo è un sogno vivere in Svizzera: ho la fortuna di allenarmi in una società molto ben organizzata e con un livello molto più alto di quello delle società di atletica bolzanine. Ci sono cinque allenamenti a settimana, che vengono già programmati settimanalmente e c’è la possibilità di fare una seduta di fisioterapia a settimana. Abbiamo sette allenatori fissi più diversi aiutanti, ognuno specializzato in diverse discipline che sono molto bravi e preparati. In Alto Adige mi trovavo già molto bene, ma la qualità tecnica e la preparazione che hanno gli allenatori in Svizzera è un altro mondo. Lo stato investe molto nello sport e si vede: le strutture d’allenamento sono molto all’avanguardia e ti permettono di allenarti con qualsiasi meteo possibile: ci sono piste outdoor, indoor, palestre e molto altro.
Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
Finire il master e trovare lavoro in Svizzera. Sto pensando anche di fare un dottorato, però preferirei prima vivere un’esperienza lavorativa, mi piacerebbe fare ricerche per qualcosa di innovativo che potrebbe servire all’umanità, magari in una start-up o aiutando un progetto già esistente, una realtà che potrebbe aiutare più persone avendo grossi finanziamenti. Una cosa molto bella della Svizzera è che è molto più facile trovare lavoro, soprattutto nell’ambito informatico; hai tante opportunità ed è molto facile conoscere persone che hanno aziende e che hanno bisogno di collaboratori e di persone che hanno idee innovative.
Qui Bolzano compie 15 anni ed anche QuiMerano e QuiBassa Atesina sono molto vicini a questo traguardo. Rispetto al 2008 – quando Athesia pubblicò il suo primo giornale in lingua italiana – tante cose successe ed è il panorama dell’informazione in generale ad aver subito una serie di cambiamenti che è poco definire epocali. Una cosa è certa, i freepress QuiMedia continuano a giungere direttamente nelle case di decine di migliaia di abitanti della provincia di Bolzano, consolidando il loro ruolo di informare, raccontare ed essere un punto di riferimento per la vita delle comunità.
UN LUNGO PERCORSO
Era il 27 marzo del 2008 quando uscì per la prima volta QuiBolzano. Sull’onda del successo riscontrato dal primo quindicinale gratuito in lingua Italiana uscito in Alto Adige, nel settembre dello stesso anno fecero la loro comparsa le altre due edizioni dei nostri giornali QuiMedia che tuttora raggiungono più di 70 mila lettori direttamente a casa loro, nella buca delle lettere. Nel corso degli anni le edizioni furono addirittura di più, arrivando ad interessare anche la vicina provincia di Trento (QuiTrento e QuiRovereto) e altre zone della provincia di Bolzano (QuiValleIsarco). Dal 2015 si tornò alla diffusione originaria che si andò quindi stabilizzando su QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina. Dal 2008 ne è passata di acqua sotto i ponti e speriamo che in futuro possa passarne ancora molta, non solo in senso metaforico visti i tempi che corrono. Tante sono le persone che, nel corso di questi 15 anni, hanno lavorato con dedizione e con passione per far giungere a tutti voi i nostri giornali. Per primi vanno citati, per forza di cose, il nostro editore On. Michl Ebner e la prima direttrice dei nostri giornali Cristina Ferretti, che con grande determinazione hanno voluto prima ideare e poi sostenere l’idea che la crisi dell’informazione veicolata dalla carta stampata possa essere affrontata e in parte risolta, anche grazie alla proposta di un prodotto che possa giungere a destinazione gratuitamente, attraverso una diffusione davvero capillare. Nei nostri giornali in questi anni hanno lavorato diversi giornalisti, d’esperienza o alle prime armi, grafici, impiegati amministrativi, addetti all’organizzazione e alla diffusione, agenti pubblicitari. A tutti loro va il nostro grazie, in particolare a coloro che ad un certo punto hanno terminato la loro collaborazione con QuiMedia. Se i nostri giornali, oggi, restano una presenza stabile e apprezzata nel panorama dell’informazione locale, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro. Ma va anche detto che QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina oggi sono quello che sono soprattutto grazie a voi appassionati lettori e tantissimi investitori, pubblici e privati, che avete voluto dare un senso al nostro lavoro. Da una lato leggendo e fornendoci tanti feedback, e dall’altro finanziando i nostri giornali che – va detto – non godono di alcun contributo pubblico per il semplice fatto di essere pubblicati. Nella primavera di 5 anni fa, in occasione del primo decennale di QuiMedia, ci ritrovammo tutti insieme al Teatro Cristallo di Bolzano, per una giornata di festa e al contempo di riflessione sul futuro della città capoluogo. Quest’anno, festeggiando un anniversario importante ma “intermedio”, ci limitiamo a pubblicare questa storia di copertina, che vuole essere da un lato un ringraziamento e dall’altro un momento per ribadire quali sono i motivi che ci animano, nel nostro imperterrito impegno di informarvi ed essere degli interlocutori affidabili per i territori in cui i nostri giornali escono. Auguri!
UNA PRESENZA CONSOLIDATA
Nel panorama dell’informazione in provincia di Bolzano i freepress QuiMedia rivestono un ruolo peculiare, rappresentando in molti casi l’unico accesso ad una fonte d’informazione veicolata dal tradizionale supporto cartaceo. Com’è noto recentemente i media cartacei hanno suscitato un rinnovato interesse da parte dei cittadini, che tendono a vedere in essi i depositari di un’informazione autorevole e certificata, rispetto al bombardamento di notizie spesso non verificate e non verificabili che vengono veicolate dai social network. Gli stessi social network hanno però anche abituato molti cittadini all’idea che non si debba pagare per poter accedere alle notizie ed è per questo che i freepress si trovano dunque a giocare un ruolo particolarmente importante in quanto giungono gratuitamente a casa delle persone. I freepress hanno dunque davanti la sfida di risultare davvero interessanti e significativi, anche solo per poter essere presi in considerazione e quindi sfogliati e letti. Questo è il compito, rinnovato, che ci assumiamo nei vostri confronti, cari lettori. E per farlo ci basiamo su alcune scelte di fondo. Cogliamo dunque l’occasione del nostro “compleanno” per ribadirle.
LA SCELTA DEI CONTENUTI
I contenuti di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono per scelta da un lato “locali” e dall’altro legati alla reale vita delle persone. Non c’è nulla di virtuale, una volta tanto: essere locali per i nostri giornali vuol dire essere davvero “innervati” nei territori in cui vengono distribuiti. Stiamo parlando dei quartieri nella città di Bolzano, della città di Merano e del suo circondario, e delle varie località della Bassa Atesina. A ciò si aggiunge la consuetudine, che nei prossimi anni verrà ulteriormente rilanciata, di raccontare la vita delle persone, quelle reali, con le loro gioie e i loro dolori. Ma continuando nella scelta di lasciare volutamente sullo sfondo, nel racconto dei fatti, sia la “cronaca nera” che la cronaca politica nella sua accezione più specificatamente “partitica”.
ESSERE UN “PONTE”
I freepress QuiMedia negli ultimi anni si sono distinti per il loro sforzo di essere un ponte, soprattutto tra le generazioni più lontane. Stiamo parlando degli anziani, sempre più numerosi, e dei giovani sempre più impegnati, e in alcuni casi anche affaticati, nella loro difficile sfida di costruire il loro e il nostro futuro. Questo impegno verrà ulteriormente rafforzato. Ma il ponte non è solo tra le generazioni. Un altro aspetto della linea editoriale di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, è quello di guardare, seppure utilizzando la sola lingua italiana, all’intera realtà altoatesina e quindi alla vita e alle vicende delle persone dei tre gruppi linguistici ufficiali e di quelli dei nuovi cittadini, sempre più numerosi. Da sempre attenta alla vita delle associazioni e del volontariato, la linea editoriale dei freepress QuiMedia manterrà un occhio di riguardo anche rispetto a tre nuove tematiche che negli ultimi tempi si sono affermate con forza, trasformando le vite di tutti noi.
SALUTE, ECONOMIA E PACE
La salvaguardia della salute, la gestione economica individuale e delle famiglie in tempi di crisi e una riaffermata cultura della pace, nei prossimi mesi si affermeranno sempre di più come temi privilegiati per i contenuti che i freepress QuiMedia sceglieranno di offrire ai loro lettori. Si tratta di tre specifiche “lenti” che verranno utilizzate per leggere i fatti e per alimentare – attraverso anche commenti e opinioni autorevoli – la coscienza critica dei lettori.
LE TRE ANIME DEL GIORNALE
I nostri giornali escono grazie alla lungimiranza e al sostegno del nostro editore, che da luglio 2022 è divenuto Media Alpi, restando comunque nella galassia Athesia.
QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, sono sempre e comunque dei “giornali”, anche se vengono “regalati” ai loro lettori. Sono allora “mezzi di informazione” che si alimenta attraverso la professionalità dei giornalisti professionisti che vi lavorano e i tanti collaboratori che vi scrivono. Ma fondamentale in questa sede è anche ricordare, attraverso un’importante e indispensabile forma di trasparenza, che il vero motore che consente giornali QuiMedia di sostenersi è rappresentato dai tanti clienti, pubblici e privati, che decidono di “investire” con i loro contenuti e le loro grafiche nelle tre edizioni QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, supportando l’editore nel suo impegno rinnovato.
IL NOSTRO “BIGLIETTO DA VISITA”
I giornali QuiMedia vengono realizzati presso la sede di Via Volta 10 a Bolzano. Dal settembre 2019 direttore responsabile è Luca Sticcotti, già redattore centrale dal settembre 2017. Collaboratore giornalistico per QuiMerano e QuiBassa Atesina è Luca Masiello. Responsabile grafica di QuiMedia è quindi Andrea Mercurio. Della Pubblicità, che fa capo ad Alessandro Toller, se ne occupano Barbara Sonetti (coordinatrice), Giovanni Spagnulo e Mauro Profaizer. L’editore di QuiMedia è Media Alpi pubblicità srl, che ha sede a Trento in Via Missioni Africane 17. La stampa di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina viene effettuata presso Athesia Druck srl, in Via del Vigneto 7 a Bolzano. Non tutti sanno che i giornali QuiMedia si possono ricevere anche attraverso un abbonamento annuale con spedizione postale (indirizzato) al costo di 26 euro l’anno. QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono quindicinali ed escono 24 volte all’anno. Periodicamente ai giornali vengono abbinati inserti magazine tematici. Per contattare QuiMedia basta chiamare il numero 0471 307930 o scrivere una mail a redazione@quimedia.it
Albanese di nascita, Erion Zeqo, 47 anni, è arrivato a Bolzano qualche anno dopo il grande esodo del 1991 e non, come tiene a sottolineare, per motivi economici. Ormai vive nel capoluogo da 30 anni. Oggi è un giurista, ma ha mosso i suoi primi passi in qualità di mediatore culturale, collaborando in seguito a numerosi progetti di inclusione sociale. Successivamente ha lavorato nell’ambito della formazione professionale per progetti rivolti ai migranti. Nel 2009 ha coordinato un progetto di un Master per operatore di pace e mediatore di conflitti. A Bolzano, oltre che per il suo impegno nel sociale, è noto per essere il fulcro del gruppo musicale Zio Cantante.
Erjon Zeqo, come la possiamo definire? Musicista, mediatore culturale e referente per progetti di inclusione…
Non provi a definirmi, non mi piace essere incasellato.
Allora andiamo per gradi. A Bolzano lei è a capo del progetto musicale Zio Cantante…
Zio Cantante è un progetto musicale, ma anche un gruppo e una piattaforma. È un insieme di cose, un qualcosa che dà ai musicisti aderenti la possibilità di riscoprire le tradizioni musicali che hanno le basi nel folklore. Si suona con la voglia di sperimentare e di riscoprire il sapore di fare musica tradizionalmente, suonando strumenti acustici, preferibilmente tradizionali, cercando di reinterpretare in chiave moderna quelli che possono essere anche suoni, musiche e canzoni delle varie tradizioni del mondo.
Lei proviene dalla tradizione musicale balcanica, dove la musica si suona e nasce nelle case…
È vero, la musica ha origine prima di tutto in una dimensione intima, spesso in famiglia, dove ognuno portava o porta il suo strumento. Nei Balcani la musica nasce in funzione delle tradizioni e viene suonata alle feste e in occasioni speciali. Dopodiché, chiaramente, ci sono varie forme di espressione e di interpretazione; personalmente prediligo la dimensione della vicinanza, quella che permette di poter vedere e toccare con mano lo strumento, dove c’è interazione tra musicista e ascoltatore e si può assistere alla creazione della magia.
Da quando è arrivato a Bolzano, Lei è stato sempre molto attivo nel sociale, ha lavorato prima come mediatore culturale, successivamente ha sviluppato progetti di formazione, finalizzati all’inclusione delle persone svantaggiate.
Ho fatto dell’inclusione una mia ragione di vita, cercando di aiutare altre persone che, come me, hanno alle spalle un percorso migratorio; ma anche persone che hanno avuto difficoltà nel proprio percorso di vita e ora cercano di integrarsi. Mi piace contribuire a creare condizioni di inclusione e la musica, anche in questo, ha una sua parte.
Immagino che la musica aiuti ad entrare in empatia con le persone…
Grazie alla musica si creano delle situazioni difficilmente realizzabili senza. Lo noto, per esempio, quando capita di organizzare dei progetti in carcere: è attraverso la musica che si stabilisce una relazione immediata e intima, vera, sincera. In questi casi arrivo con uno o più strumenti etnici, preferibilmente quelli che fanno parte della tradizione di diversi popoli. Lei non ha idea delle vibrazioni positive che si possono creare, tanto che, se vogliamo trovare un linguaggio comune, anche con tutte le nostre differenze, lo possiamo certamente trovare nella musica. È una chiave importante che, secondo me, va sfruttata. Io cerco sempre di utilizzare la musica come una chiave che apre tutte le porte.