Bianca Maurmayr – bolzanina, classe ’88. Si è trasformata nel tempo, ma la passione per la danza che nasce dall’infanzia l’accompagna ancora. Da danzatrice si è espressa sul palco, accompagnata dalla madre, Giuliana Lanzavecchia, e da Elisa Darù; ora trasmette quest’arte dalla cattedra, come professoressa associata presso l’Università di Lille, in Francia.
Come sei arrivata in Francia?
Attraverso un percorso familiare, artistico e di studi, che passa per l’Università di Nizza, sono approdata a Lille nel 2019, con un contratto a tempo per la ricerca e l’insegnamento. Ora insegno presso il Corso di Studi in Danza e Insegnamento della Danza. Quando dovevo decidere dove studiare danza, a livello accademico, ho capito in fretta che non l’avrei fatto in Italia. Secondo me, quando si parla di danza, è importante farlo anche dal punto di vista del danzatore. Mi sembrava necessario che all’interno di un percorso universitario ci fosse un’articolazione tra pratica e teoria, un passaggio costante tra aula di studio e studio di danza, e questo è possibile in Francia.
Cosa manca all’Italia?
Oltre a questo dialogo pratica-teoria, un sistema di sostegno sociale solido. Non voglio idealizzare la Francia, che ha i suoi problemi, però il sostegno al cittadino è presente. Gli aiuti per pagare l’affitto mi hanno permesso di sostenere gli studi a Nizza e un compenso per la disoccupazione a fine dottorato mi ha aiutata ad essere dove sono ora. All’Italia manca anche una certa orizzontalità in ambito universitario: a Nizza ho avuto la fortuna di conoscere Marina Nordera – professoressa e ricercatrice molto generosa – che mi ha aiutata a fare esperienze professionalmente significative. È grazie a lei che ho imparato, ora, a non sentirmi “in cattedra” con i miei studenti. Quando mi chiedono a cosa serva, la ricerca in danza, dico sempre “a niente”, utilitaristicamente. Serve a capire, collettivamente, cosa significa stare insieme, ad avere uno sguardo critico sul presente. “Serve al cittadino che volete essere.”
Che rapporto hai con la Francia?
E con l’Italia?
Con la Francia è un rapporto di amore-odio. Con la famiglia ci venivo in vacanza, quindi ho scelto di studiare in un posto che conoscevo e amavo. Vivere a Nizza è stato molto difficile e appena ho potuto sono fuggita. In Italia torno, anche per lavoro. Continuo però a non sentirmi da nessuna parte: sono italiana in Francia e francese in Italia. Ho scritto la tesi di dottorato sui trasferimenti culturali in danza tra Parigi e Venezia nel Seicento per capire chi fossi – non l’ho capito – e cosa vuol dire emigrare, immigrare, adattare i propri territori fisici e culturali.
Di cosa ti occupi?
Al momento lavoro ad una ricerca sui flashmob e i momenti di danza durante le manifestazioni politiche, per capire come questa possa contribuire alla forza di agire del cittadino – cosa molto attuale, dato lo sciopero di questi giorni in Francia; la settimana scorsa eravamo in piazza e ho partecipato politicamente e come ricercatrice. Sono anche attiva per creare una rete di ricercatori, per dare la possibilità a diverse voci di dire cosa sia oggi la ricerca in danza. Per questo, faccio parte di AIRDanza, Associazione Italiana per la Ricerca sulla Danza, e sono tesoriere e membro dell’omologa associazione francese, aCD (association des Chercheurs en Danse).
Progetti futuri?
Sto dirigendo un volume che apparirà nel 2024, all’interno delle pubblicazioni AIRDanza – si tratta di un’antologia di traduzioni in italiano, per continuare ad alimentare il processo di circolazione e trasferimento dei saperi. Prima però voglio tornare a lavorare con gli altri serenamente: usciamo da un periodo difficile e penso che ci sia bisogno di recuperare la capacità di essere presenti agli altri. Vorrei pubblicare la tesi di dottorato e approfondire il rapporto tra danza barocca e danza contemporanea, che molti artisti stanno facendo dialogare nella loro scrittura coreografica.
Autrice: Ana Andros COOLtour