“Bollito misto” è il titolo curioso e dal sapore culinario della mostra di Leonora Prugger con cui il Kunstforum Unterland apre la stagione 2022 il 12 febbraio prossimo. Leonora Prugger è una giovane artista altoatesina, che dopo la scuola d’arte in val Gardena ha lasciato l’Alto Adige per studiare pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Norimberga, presso cui si è diplomata con lode nel 2021. A Egna l’artista presenta circa 15 dipinti tutti dedicati alla tavola. “Dipingere è un po’ come cucinare: si mescolano i colori come in cucina si mescolano gli ingredienti; insomma, la pittura è un po’ come una pentola che ribolle, ma di colori” così ci racconta la giovane arista altoatesina Leonora Prugger.
Qual è il tema della mostra? Il tema è il tavolo nella sua funzione sociale: in questi ultimi due anni di pandemia in cui siamo stati costretti a casa il tavolo è diventato la nostra scrivania, e luogo di lavoro, e intorno al tavolo ci siamo ritrovati per mangiare, giocare, parlare.
Ma come nasce questo titolo? Volevo che anche il titolo si riferisse al mangiare, mi è capitata per caso questa ricetta del bollito misto, che contiente diversi ingredienti e mi è sembrato perfetto, perchè dipingere è un po’ come cucinare e gli ingredienti sono i colori
Cosa aspetta il pubblico della mostra? Diversi dipinti a olio su tela, per lo più di medie dimensioni, con visioni di tavoli, su cui si affastellano e sovrappongono diversi elementi, che però non sono sempre immediatamente riconoscibili. Bisogna fermarsi ad osservare e allora davanti agli occhi si delineano forme, oggetti e anche anatomie.
I dipinti rappresentano i tavoli visti dall’alto… Si, ho iniziato a dipingerli un paio di anni fa, l’idea mi è venuta durante delle serate in compagnia in cui si giocava attorno a un tavolo. Inizialmente raffiguravo anche le persone, ma poi le ho fatte sparire e gli elementi sono diventati sempre più astratti… La tela è un rettangolo, proprio come una tavola: mi affascinava riportare l’illusione della tridimensionalità del tavolo sulla tela. Come una cuoca invita a riconoscere sapori e ingredienti del piatto che stiamo gustando, con leggerezza e ironia, Prugger invita a sciogliere i piccoli rebus nascosti nei suoi vivaci dipinti. Non ci sono solo oggetti da riconoscere, ma anche momenti da scoprire perché “Le composizioni pittoriche ritraggono l’andamento di un’intera serata, amalgamate in un’impressione e catturate sulla tela”. Insomma, un invito giocoso a guardare bene, a riflettere su quale e quanta vita ogni giorno giri attorno ad un oggetto tanto importante quanto dato per scontato come il tavolo. Un po’ come certe relazioni.
Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino. A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra. “L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista. Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.
LA MOSTRA
Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano. L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30. La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.
Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.
Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.
Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora
Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).
INIZIATIVE A BOLZANO
Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori. La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio. La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it
INIZIATIVE A MERANO
A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza. Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori. Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena. Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.
Numerosi gli eventi che inondano l’Italia – e spesso tutto l’occidente – in vista della Giornata della Memoria, internazionalmente celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime della barbarie nazista e filonazista. C’è chi però di Memoria si occupa tutti i giorni: Dario Venegoni, presidente nazionale ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati) racconta della sua storia familiare, intrecciata indissolubilmente al Campo di Bolzano, e di come coltivare la memoria.
Come è giunto ad occuparsi del Campo di Bolzano? Mia madre era Ada Buffulini. Era una ragazza borghese di Trieste, laureata in medicina a Milano, dove aveva conosciuto un giro intellettuale di antifascisti, ambiente in cui si era spesa molto, diventando stretta collaboratrice di Lelio Basso. Dopo un periodo vissuto in clandestinità era stata arrestata e deportata a Bolzano. Lì aveva conosciuto mio padre, Carlo Venegoni, che invece veniva da una famiglia operaia: era diventato dirigente sindacale e poi dirigente comunista, e aveva già trascorso dieci anni in carcere. Nel campo avevano organizzato un comitato clandestino e antifascista – poi lui evase, mentre lei rimase fino alla liberazione. Si sono ritrovati nel dopoguerra, dopo diversi mesi. Io, insomma, sono figlio loro. Quando ero bambino loro parlavano del campo, molti loro amici li avevano conosciuti lì e di questo mi sono accorto solo dopo, lavorando all’elenco dei deportati.
Dario Venegoni
La storia del campo, insomma, appartiene alle persone, ma appartiene anche ai luoghi. Pensa che Bolzano ne sia consapevole? I miei genitori sono tornati negli anni ’60 – perché per caso si trovavano in Alto Adige – e hanno visto il campo prima che venisse distrutto. Anch’io, trovandomi in Alto Adige, qualche anno dopo – avrò avuto una ventina d’anni – decisi di cercarlo. Tornai a casa senza vedere niente, per via Resia tutti negarono che esistesse. Da allora qualcosa è cambiato: sono state messe le targhe commemorative e l’istallazione del muro con i nomi secondo me è una magnifica narrazione. Dopodiché… cosa dobbiamo dire? Il campo è stato distrutto, non ce n’è traccia. Non si può certo dire sia una memoria valorizzata. È che non la volevano ricordare né italiani, né tedeschi, e così ci hanno messo una pietra sopra.
Quest’anno Bolzano è Città della Memoria; come scongiurare l’attenzione solitamente dedicata solo al Giorno della Memoria? Mi auguro che le iniziative organizzate siano occasioni per chiarire il ruolo – che non fu affatto secondario – del campo di Bolzano nella strategia di sterminio nazista. Temo che si perda un po’ di vista, con tutte le cerimonie, l’insieme: il Campo di Bolzano, anche se non era fatto per uccidere – ma dove in molti sono morti, e forse questo non è chiaro – era un ingranaggio della macchina che sì, era fatta per uccidere. La stragrande maggioranza di quelli che da Bolzano sono partiti per il Reich, non è tornata. In questo ci deve essere più consapevolezza, che forse aiuterebbe la memoria del campo ad essere più solida, non solo in città ma anche in Italia. Poi, per ANED la Giornata della Memoria è tutti i giorni dell’anno; quindi, sono sempre favorevole a tutto ciò che può rendere più stabile e continuativo questo lavoro. A Bolzano qualcosa di permanente c’è. Il muro su cui vengono proiettati i nomi dei deportati è lì, giorno e notte, estate e inverno. Non puoi fare a meno di fare un qualche ragionamento – centinaia, migliaia di nomi, qualcosa provocano.
Ogni anno, il 27 gennaio, tutti ricordiamo i tragici avvenimenti della Shoah e ci sforziamo di non lasciar sbiadire quella memoria così dolorosa, ma allo stesso tempo così importante. Il Centro Giovani Villa delle Rose dell’associazione La Strada-Der Weg, anche per la sua ubicazione nel Passaggio della Memoria, ha molto a cuore questa tematica e ogni anno si impegna a organizzare un Viaggio della Memoria e degli eventi aperti alla cittadinanza per mantenere vivo il ricordo e rammentare l’importanza di imparare dal passato. Il Remember Festival è un insieme di eventi che danno spazio a importanti testimonianze e alle riflessioni sul tema della memoria, la Shoah e il nazi-fascismo di ragazzi ed esperti.
Dopo alcuni spettacoli andati in scena il 26 gennaio il festival continua il 27 con la cerimonia di deposizione delle corone presso il monumento a Manlio Longon, al Monumento alla deportazione di via Pacinotti e al muro del Campo di transito di Bolzano, dove vengono letti dei testi preparati dai ragazzi. Nello stesso giorno, al Bunker H in via Fago (ore 20.30), i partecipanti al Viaggio della Memoria hannoo modo di farsi Testimoni di Memoria con delle restituzioni presentate attraverso i linguaggi che ritengono più consoni alle emozioni e alle riflessioni che sono scaturite in loro durante l’esperienza. Venerdì 28 alle ore 18 alla Biblioteca Civica si terrà quindi un dialogo tra alcuni esperti sull’esperienza di Bolzano durante l’occupazione nazi-fascista. Infine sabato 29 gennaio alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rainerum, avrà luogo una conferenza con il docente Matteo Saudino, in arte Barbasophia, youtuber e divulgatore che dialogherà con Luca De Marchi sull’importanza di affrontare a scuola le tematiche della memoria.
Tutti gli eventi sono gratuiti e si può accedere liberamente fino ad esaurimento posti. è necessario esibire il Supergreen pass, nel rispetto delle normative vigenti. Per info e prenotazioni: villadellerose@lastrada-derweg.org
Trionfo per i ragazzi dello Shotokan Ryu Karate di Laives nella competizione “Trofeo città di Arsiero”, in provincia di Vicenza, svoltasi nei giorni scorsi. Marica La Placa, Patrick Veronese e Luca Beriotto hanno guadagnato il podio nella competizione, che ha raccolto quasi 300 iscritti: “Sono numeri al di sopra di ogni previsione e testimoniano il fatto che nei giovani agonisti di questa disciplina la voglia di fare sport è altissima, dopo uno stop di quasi due anni a causa della situazione pandemica. E’ stata una gara di ottimo livello, in cui abbiamo confermato i nostri buoni risultati” – ci ha raccontato Michele La Placa, appassionato allenatore dell’associazione di Laives, di cui è anche fondatore. Una passione trasmessa appieno ai suoi ragazzi e ragazze, che nel “Trofeo di Arsiero” hanno quindi portato a casa i seguenti risultati: Marica La Placa è medaglia d’oro nel kata femminile Senior, mentre nella sezione Juniores del kata maschile Juniores Patrick Veronese è medaglia d’oro e Luca Beriotto medaglia d’argento.
Vittorie che riempiono i giovani di soddisfazione, ma mai di presunzione, perché il karate è soprattutto una disciplina di pensiero e non di ostentazione di muscoli: non a caso il suo ideale è “vincere senza combattere”. Un insegnamento racchiuso anche nel significato della parola karate, composta da vuoto e mano: un vuoto inteso come mettersi al lavoro per fare vuoto dentro si sé, fare i conti con sé stessi e trovare quella fiducia che, accompagnata dalla calma, spiazza l’avversario. Alle olimpiadi di Tokyo 2020 il karate è stato inserito “come sport in prova”, ma purtroppo non è stato confermato per le olimpiadi di Parigi 2024.
Nato come disciplina riservato agli uomini, ormai il karate è ampiamente praticato anche da molte ragazze. Ne abbiamo parlato con Marica La Placa, che ha respirato l’aria di karate fin nella culla: papà Michele infatti è il fondatore e presidente dello Shotokan Ryu Karate Laives ed è Maestro 5° Dan. Nata a Bolzano nel 1999, Marica può vantare una bella collezione di vittorie come karateka: nel 2012 si era già aggiudicata la coppa Italia; nel 2013 è stata vice campionessa italiana, campionessa del mondo e seconda al Grand Prix d’Italia. Ci racconta che, dopo un periodo di stop per motivi lavorativi, ora ha potuto riprendere a pieno ritmo con il karate a livello agonistico.
Vista la storia familiare, dedicarsi al karate era quasi in obbligo… come è nata in te la passione per questa disciplina? In realtà non mi hanno influenzata: prima di sceglierlo ho provato tanti altri sport, dalla pallavolo al pattinaggio, dalla danza classica all’arrampicata… solo che se ce l’hai nel sangue lo senti e non puoi che prendere questa strada. Mi ha spinto il gruppo – siamo molto uniti e per me è come una seconda famiglia: quando indosso il kimono mi sento a casa. E, certo mio padre ha saputo trasmettermi il suo amore per questa disciplina, gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di karate.
Quando hai iniziato? A nove anni a Laives; abbiamo avuto vari cambi di palestra, ora ci alleniamo a Pineta, ma il gruppo è rimasto lo stesso, quello Shotokan Ryu Karate, nato oltre vent’anni fa, prima che io nascessi. Ho voluto provare con il mio gruppo di amiche di allora – loro col tempo se ne sono andate tutte, ma io sono rimasta.
Cosa ti dà il karate? Sicurezza: per me è questo il karate, rispetto e sicurezza. E’ un percorso per migliorare il tuo io, che ti aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. Praticandolo, ho imparato il rispetto per gli altri e per sé stessi.
Hai avuto difficoltà come ragazza? No, nessuna difficoltà per il fatto di essere donna perché il karate è rispetto in tutto, quindi anche della parità tra i sessi. A proposito, c’è una cosa che mi riempie di orgoglio.
Di pure… Tempo fa con lo Shotokan Ryu Karate mio padre ha offerto corsi gratuiti di autodifesa per le donne ed è stato belle vederle arrivare piene di entusiasmo e migliorare, imparare a sapersi difendere, un tema molto attuale oggi.
Come è stato in questi anni di pandemia allenarsi? Abbiamo ripreso ad ottobre scorso dopo un lungo stop e non è stato facile perché l’agonismo richiede molta costanza e sforzo fisico: potenza muscolare, fiato, velocità e soprattutto devi essere concentrata, devi “esserci con la testa”, come si dice. Per fortuna la voglia di ripartire era tantissima ed in pochi mesi abbiamo recuperato alla velocità della luce.
Prossime sfide in programma? Sicuramente il campionato italiano che si terrà a Rimini nel maggio prossimo e il Grand Prix d’Italia che si svolge a dicembre in provincia di Monza.
Cosa ami fare quando non fai karate? Nel tempo che rimane tra il lavoro e gli allenamenti mi piace stare in famiglia, con il mio ragazzo e la nostra gattina, leggere e naturalmente viaggiare!
Il sindaco di Vadena Oberhofer difende il suo operato dopo l’accusa di aver modificato il piano di recupero elaborato dalla precedente amministrazione: “Lavoriamo nell’interesse dei cittadini”. L’opposizione: “Forte delusione”.
“Il nuovo progetto di riqualificazione di Birti? Non ha stravolto quello della vecchia amministrazione. Sarà solo sviluppato in maniera differente”. Il primo cittadino di Vadena, Elmar Oberhofer, rispedisce al mittente le accuse mosse dall’opposizione in merito alla mancata approvazione del Pdr deliberato nel settembre 2020 dalla Giunta dell’ex sindaco Beati. “Sono stati disattesi gli accordi presi”, tuona Sanka Jarcarova, capogruppo della Nuova Lista Civica di Vadena. Parole alla quali si sono aggiunte anche quelle dell’associazione per la tutela dei beni artistici Italia Nostra: “Il piano precedente rispondeva ad un preciso indirizzo di riqualificazione urbanistica nel pieno rispetto della storia della frazione e con uno sguardo rivolto al futuro. Il nuovo studio invece non tiene in conto dell’esistenza delle antiche mura e del cimitero sotterraneo che vi insistono”, spiega Stefano Novello, presidente dell’associazione. Un fuoco incrociato che sembra però non scalfire Oberhofer, che rimarca la bontà del suo operato: “Leggo molte accuse infondate nei confronti della mia Giunta. Non ci siamo inventati niente di nuovo e non siamo sicuramente degli sprovveduti. L’idea del parcheggio sotterraneo era presente anche nel precedente piano. Noi cerchiamo di portare avanti un progetto in cui crediamo e lo facciamo a favore di tutti i cittadini. La maggioranza crede fortemente in questa riqualificazione e i primi passi sono stati fatti”, spiega il sindaco.
Una nuova piazza a Birti Il nuovo progetto di riqualificazione dell’area Birti, argomento sulla bocca della politica locale da ormai quindici anni, è stato elaborato dall’architetto Uwe Bacher e prevede la costruzione di una nuova piazza con annesso un viale comprendente un marciapiede alberato (con accessi ai condomini), illuminazione e 17 parcheggi pubblici. Tutto ciò sorgerà su una superficie di poco più di 2.000 metri quadrati. La Giunta, nel suo progetto, si è impegnata per cercare di creare armonia tra l’esigenza di modernità e la tradizione rappresentata dall’imponente campanile risalente al 1200. L’obiettivo è quello di far diventare la piazza un punto di ritrovo per i residenti, ma anche un polo d’attrazione culturale. Ma quali saranno quindi i prossimi passi? Alla domanda risponde direttamente Oberhofer: “A breve contiamo di approvare il piano definitivo e successivamente acquisteremo i terreni mancanti. In molti dimenticano la fatica fatta per acquistare l’areale, visto che più volte abbiamo dovuto contrattare per il prezzo e riformulare tutti i contratti. Ovviamente svolgeremo al più presto anche gli studi attorno al campanile per individuare eventuali reperti archeologici e capire quale soluzione adottare per la creazione del parcheggio interrato”. Proprio quest’ultimo, da 30 posti auto, verrà gestito da una cooperativa. Stessa cosa dovrebbe accadere con il diroccato e pericolante edificio Teza: “Recentemente è stata costituita la cooperativa Nuova Birti che intende acquistare l’immobile per costruire nuove abitazioni. Come amministrazione spero che si possa trovare un accordo con l’attuale proprietario per completare il rilancio totale della frazione, unendo così i bisogni dei residenti con quelli di chi svolge attività rurali”, spiega il sindaco. I costi totali per il Comune saranno di circa 600mila euro, a cui bisogna aggiungere i costi già sostenuti per l’acquisto del terreno di circa 148mila euro.
Il sindaco di Vadena Oberkofler
L’opposizione: “Il mondo non finisce a Vadena” Ma la delusione per la capogruppo Jarcarova è forte: “Se il piano di recupero della nuova amministrazione dovesse andare in porto, le differenze a livello qualitativo con quello della vecchia giunta sarebbero enormi. Sembra che la Giunta pensi che il mondo finisca a Vadena, ma non è così. Servono orizzonti più ampi e le scelte urbanistiche ricadono pesantemente sui cittadini e sulla collettività”. A dare fuoco alle polveri è stato anche il nuovo muretto di 18 metri di lunghezza costruito al confine dell’area con la futura piazza oggetto di recupero. “Ci chiediamo quanto sia compatibile un muro in cemento armato con una torre romanica. Non ci vediamo nessun amore e rispetto dell’amministrazione verso il proprio patrimonio artistico”, commenta Jarcarova, che contava in un intervento tempestivo delle forze politiche per bloccare la costruzione. Cosa non accaduta in quanto, come precisato dal sindaco Oberhofer, il muretto è stato costruito da un privato.
Ogni giorno i volontari e le volontarie dell’Avulss di Laives sono vicine a chi ha bisogno: con il trasporto solidale, accompagnando a fare visite e analisi, ma anche dando conforto a chi si ritrova da solo nelle diverse situazioni della vita. Dal dicembre scorso l’associazione ha una nuova sede, mentre dall’autunno è entrato in carica il nuovo presidente Bruno Ceschini: una buona occasione per farci raccontare come è nata la passione per il volontariato e le attività dell’associazione.
“Fare bene il bene” è uno dei motti dell’Avulss, l’Associazione di volontariato di Laives che si occupa di trasporto solidale e non solo e che nel dicembre scorso ha tagliato il nastro della sua nuova sede in Via Galizia. Il suo presidente Bruno Ceschini incarna perfettamente lo spirito dell’associazione, e si commuove quando parla dei suoi volontari “di cui è fiero e orgoglioso” – ci racconta. Il secondo principio dell’Avulss è: “insieme si può servire meglio”. Ceschini ci tiene a sottolinearlo: è solo grazie alle tante persone, donne e uomini, che ogni giorno offrono il loro tempo e il loro impegno, che l’Avulss riesce a stare vicino a chi ha bisogno. L’associazione è infatti a disposizione, con mezzi e autisti, di chi per diverse ragioni non ha la possibilità di usare un mezzo o non ha nessuno che lo accompagni a fare una visita medica o un esame. Un aiuto concreto insomma, e ormai negli anni sono migliaia i viaggi di accompagnamento fatti da Avulss. Ma l’associazione si occupa anche di molto altro, come il servizio spesa, la compagnia agli anziani nelle case di riposo, alle persone sole e a quelle che stanno in ospedale. Come accennato, lo scorso 11 dicembre si è svolta una cerimonia di inaugurazione della nuova sede di Avulss, messa a disposizione dal comune di Laives insieme al parcheggio coperto per i mezzi. Alla cerimonia erano presenti il decano e parroco don Walter Visintainer e diverse autorità locali: il sindaco Christian Bianchi con il vice Giovanni Seppi e l’assessora Claudia Furlani nonché la sindaca di Bronzolo Giorgia Mongillo, che si sono alternati nei saluti e ringraziamenti per l’attività svolta, sottolineando ancora una volta l’importanza della disponibilità al prossimo, anche in funzione delle necessità del territorio. “Da assessora e cittadina posso dire che per me l’Avulss svolge un servizio essenziale: è un aiuto concreto che si dà alle famiglie. Dobbiamo anche considerare che la popolazione invecchia; i figli si fanno dopo i 30 anni e spesso ci si trova con dei bambini piccoli ed un genitore anziano da accudire. C’è chi è fortunato e può organizzarsi con le proprie forze, ma sappiamo che nella maggior parte dei casi non è così” – ci ha ra detto l’assessora Furlani. Tanto più prezioso è quindi il servizio di associazioni come Avulss. La nuova sede è stata intitolata ad Armando Chiereghin, storico presidente dell’associazione, venuto a mancare di recente. E proprio da una promessa fatta a Chiereghin che nasce la decisione di Bruno Ceschini di diventare volontario. “Poi conoscendo la realtà ho avuto la spinta definitiva, perché sono circondato da grandi volontari che capiscono e lo fanno con il cuore” ribadisce Ceschini.
Domanda inevitabile: com’è cambiato il vostro lavoro con la pandemia? Le difficoltà sono aumentate, perché prima con un unico pulmino trasportavamo anche cinque, sette persone; ora per motivi di sicurezza ne possiamo portare al massimo due, ciò significa molti viaggi – e le richieste sono in aumento. Ci teniamo molto alla sicurezza di chi è trasportato e dei nostri volontari, rispettando tutte le regole e disposizioni anti Covid-19 in vigore. Tramite il Cup (Centro unico di prenotazione provinciale) le visite sono sparse un po’ in tutta la provincia; chi va solo a Bolzano magari riesce a fare più viaggi, ma se l’autista deve accompagnare qualcuno più lontano, allora è impegnato tutto il giorno.
Avete riscontrato difficoltà anche negli altri servizi? Certo, anche gli altri servizi che offriamo hanno subito cambiamenti: ad esempio, le visite in casa delle persone sono state sostituite con le telefonate, per far sentire comunque una voce amica a chi è solo. Il servizio spesa e piccole commissioni che era stato sospeso ma ora con le dovute precauzioni è stato ripreso, mentre i servizi nelle case di riposo vengono eseguiti solo previa autorizzazione delle rispettive direzioni.
Tornando al trasporto, qual è il vostro “raggio d’azione”? Abbiamo quattro vetture e prestiamo servizio per le persone dei comuni di Laives, Bronzolo e Vadena.
Quanti viaggi fate in media? Abbiamo quattro vetture che in media sono impegnate tutte ogni giorno, dal lunedì al venerdì.
Per che tipo di trasporti venite chiamati? Di tutti i tipi: accompagniamo a fare visite specialistiche, analisi e per diverse esigenze…. noi non chiediamo e non entriamo nel merito: il nostro compito è andare a prendere chi ha bisogno sotto casa, accompagnarlo dove deve recarsi e riaccompagnarlo a casa. Ormai le nostre signore volontarie, che accolgono le richieste, sanno calcolare i tempi e organizzare al meglio i trasporti. Preciso però che non siamo una cooperativa di taxi; cerchiamo di guardare a chi ha bisogno, perché altrimenti va a perderci chi ha la vera necessità.
Come è il rapporto con le persone che aiutate? Una cosa che colpisce è quando le persone ci ringraziano mille volte e ci dicono che siamo degli angeli, che senza di noi non saprebbero come fare. è bello sentire che ci vogliono bene e scorgere il sorriso e la gratitudine dagli occhi, nonostante la mascherina.
E rispetto alla croce rossa e alla croce bianca, che differenze ci sono? Loro fanno altri tipi di trasporti più specializzati: noi non abbiamo competenze sanitarie. Tutti i nostri volontari provengono dalle più svariate professioni e prima di prendere servizio presso Avulss partecipano ad un corso di preparazione, che viene svolto in varie sessioni.
A proposito: chi sono i volontari e le volontarie? Sono tutti pensionati – altrimenti non sarebbe possibile fare questo servizio. Devo dire con piacevole sorpresa che negli ultimi tempi sono sempre di più le persone che stanno per andare in pensione e offrono il loro aiuto alla nostra associazione… Solo nelle ultime settimane si sono uniti due nuovi autisti e anche delle nuove signore come volontarie in ufficio. Ci tengo a dire che il nostro servizio ha una grandissima flessibilità.
In che senso? Che c’è molta disponibilità reciproca: se qualche volontario ha un impedimento e non può venire per il proprio turno, c’è sempre qualcuno che subentra. Tutto funziona bene perché c’è un clima positivo e sereno. E ci tengo a sottolinearlo: ogni contributo è essenziale e prezioso, anche il più piccolo!
Ad ascoltare Ceschini, tendere le mani per aiutare gli altri sembra una cosa tanto naturale, spontanea e gioiosa, che è difficile non seguire l’esempio di questi volontari. Una bella immagine per iniziare bene il nuovo anno.
Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.
Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli. Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso.
Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia? Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.
Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.
Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale… La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro.
Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica… Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi.
Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”. Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.
A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire? La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.
A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi. Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.
Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro? Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma.
Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato? La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro.
Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia.
Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione.
Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici… Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero.
SIAMO INNOVATIVI? Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.
Luca Barbieri
CHI E’ LUCA BARBIERI Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).
D’inverno la vita è dura, su questa montagna. I rigori della stagione morta e l’abbandono dei luoghi incutono timore. L’esistenza, dove ne rimane traccia, pare appesa al filo di una speranza sepolta sotto la coltre di neve sonnacchiosa. Raggiungere questo sito sperduto in cima al Montelargo, la montagna “incantata” dalla caratteristica cupola che sovrasta l’abitato di Laives, non è facile. Quando finalmente ci si arriva – salendo dal fondovalle o scendendo dagli ultimi due masi di Nova Ponente – per prima cosa ci si chiede come abbiano fatto gli “uomini del passato” (dell’età del ferro, si suppone, o forse, ancora prima, antichi cacciatori nomadi che nella bella stagione inseguivano le loro prede tra Corno Bianco e Latemar) a scovarlo e adattarlo alle loro esigenze abitative, religiose o funebri. Una risposta plausibile per ora non c’è, dato che a tutt’oggi non se ne conosce neppure l’esatta destinazione. Insediamento montano protetto (ma da quali pericoli?), come lascerebbe suppore la doppia e massiccia cinta muraria? Appartato luogo di culto affacciato sulla stupenda vallata dell’Adige? Riparo temporaneo di qualche stirpe eletta? Tutte le ipotesi sembrano attendibili e allo stesso tempo insufficienti a chiarire l’enigma. Le domande aperte rimangono molte, anche perché, nonostante sia conosciuto dagli anni trenta del secolo scorso, il sito non è mai stato esplorato a fondo. Attraversando con passo attento la stretta e accidentata lingua di terra affacciata sulla vertiginosa Vallarsa per raggiungere le mura di cinta e poi il cuore di circa sessanta metri quadri dell’antica cittadella di pietra (dove spicca un singolare “altare” di porfido), si rimane colpiti dall’atmosfera magica del luogo. Ogni pianta, ogni zolla di terra, ogni pietra sembra avere un segreto da preservare. La meraviglia è grande, la solitudine del bosco di pini, querce e sorbi selvatici invulnerabile. Gli enormi accumuli di pietre e i grossi massi che formavano i muri in parte crollati del castelliere non fanno che conferirle un alone di solenne eternità al sito. Ci si muove in punta di piedi, si parla sottovoce, ogni cosa sembra appartenere agli spiriti che ora aleggiano tra muschi e radici, foglie secche e licheni. Non si andrebbe più via da questo luogo, il cui mistero sembra insondabile. Ti cattura per sempre questa sacralità semplice e profonda, le divinità pagane di tutta la valle sembrano essersi ritirate su questo monte che osservato dal fondovalle nulla tradisce della sua peculiarità. Ai nostri piedi, lontana e allo stesso tempo vicinissima, la cittadina di Laives. Forse sono scesi da questo monte i suoi primi abitanti, qualche migliaio di anni fa. Al ritorno, andiamo a cercare le poche righe con cui sulla rivista “Der Schlern” Peter Eisenstecken, esploratore bolzanino, descrisse nel 1932 la scoperta di Trens Birg sulla “cupola sacra” sopra Laives. “Il 26 e 27 agosto mi recai con Otto Waldthaler a Nova Ponente (in italiano nel testo, siamo in epoca fascista), presso i masi Prentner e Schadner, per poi raggiungere il sito di Trens-Birg; già nel pomeriggio incominciammo con le ricerche presso il muro orientale. Lo stesso ha una larghezza di un metro ed è formato da belle pietre squadrate di porfido. Scavammo in profondità, fino alle fondamenta, trovando frammenti di ceramiche e di ossa. Più tardi scavammo presso il muro a meridione, trovammo pochi frammenti di ceramiche. Non c’erano tracce di terra carbonizzata”. Tre anni dopo, anche un altro ricercatore, Georg Innerebner, visitò la Wallburg e ne rimase colpito. Ne disegnò una pianta e la descrisse dettagliatamente. Poi calò il silenzio sul luogo, fino a quando negli anni settanta del secolo scorso fu “riscoperto” dagli archeologi Lunz e Dal Rì. Al di là dell’utilizzo abitativo, confermato anche dalla presenza di varie fosse, sembra ormai certa la presenza di roghi votivi: insomma un luogo di culto dove affidare i propri defunti alle premure del cielo che qui, veramente, si tocca con un dito.