Il concorso “la sposa d’Italia”: Tebe e Massimina protagoniste a Merano

Il concorso “la sposa d’Italia” vedeva giungere a Merano le diciotto finaliste che a Merano sarebbero selezionate per la vittoria, ma di loro solo una avrebbe vinto il concorso. Chi erano le donne che venivano segnalate per partecipare con le loro storie di vita al concorso? Nel 1958, ad esempio, si presentarono a Merano le diciotto vincitrici delle selezioni regionali e da subito i giornali fissarono la propria attenzione su due di quelle donne, narrandone ai lettori le loro due storie.

La prima protagonista si chiamava Massimina Lavarini in Borghetti e viveva a Borghetto all’Adige, a sud di Trento: “Spinge i traghetti lungo il fiume sostituendo nella fatica il marito, minato da una malattia contratta in guerra quando aveva combattuto in Africa”. 

Come troppo spesso accadde ai soldati che combatterono per l’Italia, non potendo contare su una documentazione adeguata perché dispersa, non poté mai usufruire di una pensione o di un indennizzo. 

Dopo aver cercato a lungo un lavoro, trovò un impiego totalmente inadatto alle sue condizioni fisiche: il traghettatore. Per anni spinse la pesante chiatta carica di passeggeri, carri e trattori ma un giorno la broncopolmonite lo costrinse per molti mesi a letto. 

Lo stipendio era però indispensabile per tirare avanti e Massimina decise di sostituire il marito, finendo però con l’ammalarsi anche lei. Guarito dalla polmonite, il marito riprese a lavorare sulla chiatta ma di lì a poco ebbe un infarto e nuovamente Massimina lo sostituì, ma vedendo che la donna piccola e gracile non ce la faceva, il Comune la esonerò: era la fame.

Ancora una volta Massimina seppe però trovare la forza di andare avanti, di guardare al futuro per se stessa, per il marito e per i figli: passò a fare le pulizie in un albergo e mantenne così la famiglia. 

La seconda protagonista si chiamava invece Tebe Dazzi in Ciardi e viveva a Camogli, nel Levante ligure. 

La sua odissea era legata a quella del marito alpino che, reduce dalla disastrosa guerra sul fronte italo-francese, era rientrato in Liguria con i piedi congelati. Richiamato nel 1942, fu mandato a Zara. Dopo l’8 settembre del ’43 si trovò fra due fuochi: i soldati nazisti da un lato, i partigiani di Tito dall’altro. 

Tebe, preoccupata per le sorti del giovane, decise di andarlo a cercare a Zara e, rischiando ogni momento la propria vita, lo trovò nascosto. Tebe camminò col marito sulle spalle per chilometri nei boschi onde evitare tanto i posti di blocco nazisti quanto i partigiani titini. Il marito la pregava di abbandonarlo e di mettersi in salvo ma Tebe proseguiva la sua strada col pesante fardello sulla schiena. 

Al rientro in Liguria all’uomo vennero amputate entrambe le gambe. 

“Tebe continua a prendere amorevolmente in braccio il marito per portarlo dal letto alla poltrona, dove scrive a macchina per guadagnarsi da vivere”.

Nel giorno clou v’era molta attesa per scoprire quali delle tante storie era stata scelta per il primo premio dalla severa giuria, insediata all’Hotel Bristol; alle 11, infatti, sarebbe stata proclamata la vincitrice ed in serata avrebbe avuto luogo un gran galà in onore delle premiate. 

Il quotidiano Alto Adige scriveva per i suoi lettori come, la sera prima, si fossero svolte le presentazioni delle singole storie e delle loro protagoniste: “Timide, impacciate, con un sorriso appena accennato, le partecipanti di questo concorso sono state presentate ieri sera sotto i fasci dei riflettori della Tv, dei cinegiornali, e i flash accecanti dei fotografi, alla giuria nazionale ed alla stampa. Le loro vicende sono lo specchio di migliaia e migliaia di casi nell’Italia del dopoguerra”.

Al gran galà presero parte coppie celebri, come ad esempio Federico Fellini e la Masina, per porgere alle spose un saluto augurale. Il giornale del 20 ottobre titolava: Eletta Tebe Ciardi che portò a spalle il marito da Zara a Fiume. Il secondo premio andò invece a Massimina di Borghetto.

Così Merano assistette a questo piccolo miracolo della ditta Necchi, che fu in grado coi suoi premi di ridare speranza a qualche famiglia che non aveva avuto né facilitazioni né sconti nello strano computo tenuto dal destino.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’officina di Galileo Chini a Merano

Incredibilmente ricca, varia e di successo fu l’intera vita di questo artista che frequentò con le sue opere le esposizioni Universali, la Biennale di Venezia, le esposizioni della Secessione di Roma, fu docente all’Accademia d’Arte e a quella di Architettura. Per i suoi lavori in ceramica venne premiato alle esposizioni internazionali di Bruxelles, di San Pietroburgo e di Saint Louis. 

Galileo Chini (Firenze 1873 – Firenze 1956) nacque e morì a Firenze ma questi due  dati non devono trarci in inganno! Galileo viaggiò moltissimo, fu capace imprenditore di sè stesso e frequentò senza posa e con enorme successo sia le Esposizioni Universali che le Biennali di Venezia. Fu sempre aperto alle influenze del suo tempo tanto da diventarne un colto, raffinato ed esperto interprete. Fu infatti influenzato dagli esiti artistici provenienti dall’Inghilterra, soprattutto quelle condotte dalle Arts and Crafts capeggiate da William Morrison, che voleva una riforma e una valorizzazione delle arti applicate, abolendo ogni confine tra arte e arte applicata prediligendo piuttosto una arte totale capace di esplicarsi in ogni ambito. 

Questi erano appunto anche gli intendimenti del Chini. Conobbe e fece sue le istanze preraffaellite descritte da John Ruskin e Dante Gabriele Rossetti. Non di meno subì il fascino di Klimt e della Secessione viennese ma non trascurabile fu il gusto esotico che egli sviluppò traendolo dalla sua personale esperienza biennale di lavoro in Tailandia. 

In Chini dunque si fondevano oriente e occidente, la tradizione medievale e rinascimentale con lo stile Liberty fino a spingersi all’Art Deco e negli ultimi anni della sua vita ad un espressionismo più cupo. Nel 1910 il re del Siam, Rama V, inviò in Italia Carlo Allegri, allora ingegnere capo presso il Ministero dei Lavori Pubblici del Siam, con l’incarico di trovare un pittore per la nuova Sala del Trono Ananta Samakhom di Bangkok: firmato il contratto a Firenze nel 1910 tra Galileo Chini e Carlo Allegri, nel 1911 l’artista si imbarcò a Genova, diretto in estremo Oriente. 

Chini affrescò la sala del trono presso il nuovo palazzo Ananta Samakhom e realizzò una serie di ritratti di Rama VI.

Nella centrale di Marlengo Galileo Chini firmò un insieme decorativo che si prendeva cura dell’intero rivestimento di piastrelle di ceramica di pavimenti e pareti, le lampade in vetro piombato, i supporti delle lampade stesse, le decorazioni Deco di arconi soffitti e archivolti. Sono figure geometriche quelle che si rincorrono e si allineano in più ordini. Occupano ogni spazio saturandolo delle tonalità calde con le quali sono dipinte.

Magnifici i due dipinti posti in pendant l’uno davanti all’altro. Il primo rappresenta una inarrestabile mandria di cavalli al galoppo, allegoria della forza dell’acqua capace di azionare i motori e produrre energia. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Aliza Mandel: la storia di un’artista e del suo peregrinare 

La sua fu una vita segnata dagli spostamenti continui, dai traslochi, dai nuovi inizi in nuovi ambienti, dai mutamenti di lingua, fede, usi e costumi, clima. Quindi una vita di paesaggio, colori, sapori. Una vita ricca di incontri, di esperienze, di narrazioni. Un vissuto che si riverbera nelle sue tele, nelle sue sculture, nella tavolozza dalle colorazioni che sono un inno alla vita e alle sue sfaccettature. 

Le Leggi razziali dell’ottobre 1938 la colsero a Merano undicenne, mentre frequentava la scuola, da cui fu espulsa. 

Seguirono anni di paura, in bilico fra spostamenti e soggiorni in luoghi protetti fino a quando il pericolo si faceva più pressante: Riva del Garda, Verona, Cortona. Sul finire della guerra l’incontro inaspettato con i soldati della Brigata Ebraica convinse lei, diciottenne, e sua sorella Erica a lasciare i genitori, decisi a rientrare a Merano, e ad unirsi invece ai giovani che l’Agenzia ebraica andava convogliando verso la Palestina ancora sotto il Mandato britannico. 

Dopo un periodo di addestramento in un campo vicino a Roma, furono imbarcate su una nave militare inglese: si trattava della seconda immigrazione legale verso la Palestina. Giunte al porto di Haifa, furono internate per la quarantena nel Campo inglese di Atlith, provvisto di guardie e filo spinato. Successivamente Aliza e sua sorella furono inviate al Kibbuz Degania Alef, sul Lago di Tiberiade. 

Nel 1948 a Gerusalemme frequentò l’Istituto Bezalel per le arti applicate e l’artigianato. Qui apprese lo stile nazionale che includeva tradizioni ebraico-orientali ed europee. Il 14 maggio 1948 Aliza fu fra i giovani che sfilarono durante le cerimonie di fondazione dello Stato di Israele proclamato da Ben Gurion. 

Dal 1949 al 1975, in solitaria, visse in numerosi luoghi, approfondendo la propria formazione. Fu a Venezia, Firenze, Stoccarda, dove frequentò le locali accademie alla ricerca dello stile davvero capace di rappresentarla. Nel 1959 approdò a New York. Qui visse nel quartiere residenziale di Manhattan chiamato “Viertes Reich” per la massiccia presenza di famiglie ebree tedesche. Frequentò la Brooklyn Museum Art School che la fece decidere di dedicarsi all’arte liturgica. Aprì infatti un suo studio di scultura, collaborando a numerosi importanti progetti con altrettanti architetti. Ma gli sposta – menti non erano finiti. Il periodo che trascorse a Santa Fe, dove visse fra il 1975 e il 1987, le donò quella felice capacità coloristico-tonale che contraddistingue le sue opere pittoriche. 

Nel 1990 ritornò a Merano, dove viveva ancora la madre Olga, e proseguì nella sua ricerca pittorica. Aliza morì nel 2007 e riposa nel Cimitero ebraico meranese accanto alla madre e ad alcuni parenti. Le opere scelte per la mostra “Women in Art. Pittrici a Merano fra Ottocento e Novecento” a Palais Mamming sono parte del suo viaggio. Tierra Roja è un dittico realizzato nel 1978 a Santa Fe e riesce a trasportarci nelle zone desertiche del New Mexico, dove la terra assume le colorazioni più diverse, trascolorando dal rosso all’ocra, passando per i bruni. Nell’ampio dipinto pare di potersi perdere alla ricerca di tranquillità, lontani dalle zone eccessivamente antropizzate. Sempre agli anni di permanenza a Santa Fe appartiene il dipinto Ichtios , realizzato nel 1985. Qui la riflessione spirituale si palesa sia nella tela che nel titolo, che infatti significa “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Nel quadro tanto le tonalità e la luce intensa che vi si sprigiona quanto le forme geometriche consentono di alludere alla presenza di Gesù. Appartiene invece al periodo meranese Havel Havelim del 1996, che significa “tutto è vano, tutto è fugace e fallace” ed è tratto dall’Ecclesiaste, il libro che viene letto durante la festività autunnale di Sukkot. Sinai Sunset del 2003 è l’opera di una donna di settantasei anni, perfettamente al passo coi tempi sul piano artistico ma forse con uno sguardo a ritroso al suo lungo cammino, e i ricordi sembrano riemergere: la terra di Israele, il Sinai col suo carico di significati spirituali, i tramonti indimenticabili e le lettere ebraiche Alef, ossia Adonai, il Signore, e Bet, la prima lettera della Torah.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Un atelier tutto per sé: i ritratti fotografici di Ilka Révai

Fra i numerosi ebrei che giunsero a Merano a partire dal 1832 diverse erano le provenienze geografiche, la posizione sociale, il senso di appartenenza, l’attitudine alla frequenza della sinagoga o l’attenersi alle rigide regole. Del pari numerosi erano gli ebrei assimilati e non pochi coloro che avevano percorso molto prima delle leggi razziali la strada della conversione alla fede evangelica o cattolica. Quando nazismo e fascismo strinsero d’assedio l’Europa ogni persona anche solo di lontana origine ebraica fu irrimediabilmente in trappola.

Fu un problema di salute, un disturbo alla laringe, a condurre a Merano nel 1911, la trentottenne fotografa ungherese Ilka Révai. Allieva del fotografo ebreo Aladár Székely, al secolo Aladár Bleier (1870 – 1940), il primo rappresentante del realismo fotografico ungherese, se ne emancipò presto dando vita ad un atelier autonomo. Artista matura e già affermata in patria, sicura di sé, e dotata di spirito imprenditoriale, pensò di sfruttare le potenzialità del luogo aprendo un atelier fotografico proprio. Città di cura, frequentata da una società colta e assai agiata, Merano prometteva molti clienti sia per le sue fotografie artistiche che per altri manufatti.
Estremamente accorta, Ilka non lasciava nulla al caso e nel settembre 1913 si rivolse alla Camera di Commercio e Industria di Bolzano richiedendo un certificato di competenza che confermasse che le sue fotografie erano da considerarsi “prodotti di libera arte”.
Creò la sua rete di conoscenze iscrivendosi al Meraner Künstlerbund e partecipando alle esposizioni con le proprie opere fotografiche. Per il suo atelier e laboratorio fotografico scelse non a caso vicolo Fossato Molino 4, proprio accanto all’hotel e ristorante casher Starkenhof.
L’hotel di proprietà della famiglia Bermann, aperto sin dal 1874, fu polo assai frequentato sia dalla popolazione ebraica locale che da quella, ampia e variegata per provenienza, dei turisti di cura. Possiamo evincere la sua particolare tecnica fotografica leggendo il resoconto che ne fece un visitatore del suo atelier sulla rivista Meraner Kurzeitung. Egli spiegava che sulle fotografie l’artista non interveniva con dei ritocchi.
Solo l’intensità della luce trovava una giusta equalizzazione elaborandone le lastre. In questo modo ad ogni fotografia veniva conferita una sua unicità, una sua individualità e un effetto artistico quasi pittorico.
Ilka Révai decise di farsi conoscere anche attraverso una inserzione sulla stampa locale e in particolare sulla Meraner Kurzeitung, rivista che poteva essere facilmente rintracciata dai turisti di cura anche nella Sala di lettura del Kurhaus. Espose più e più volte nelle collettive organizzate dal Meraner Künstlerbund. Ebbe quindi modo di condividere la sala espositiva con Maria Radio von Radiis, Ellen Tornquist e Ada von der Planitz. Presentò le sue fotografie artistiche anche nella Gewerbehalle. Stando ai giornali del tempo, alle sue mostre Ilka Revai esponeva teste di uomini e donne assai realistiche, “nelle quali si potevano osservare tanto la morbidezza delle carni che i pori della pelle. Insomma ritratti assai lontani dall’essere paragonati a mere teste di porcellana prive di un’anima”.
Oltre alle fotografie proprie, Ilka esponeva prezioso artigianato ungherese che pubblicizzava invitando gli amanti del bello a visitare il suo atelier e a prendere visione dei pezzi unici esposti.
Nel 1913, ad esempio, fu in grado di far conoscere una serie di arazzi prodotti dalla Scuola Nazionale Ungherese di Gobelin.
Le fotografie qui esposte mostrano il ritratto per cui nel 1917 Ilka Révai divenne famosa in patria e cioè il ritratto di Lajos Kassak (1887 – 1967). Scrittore, artista e giornalista ungherese, rappresentante del Futurismo che conobbe in Italia e di cui introdusse i programmi in patria tentando di conciliarli con le sue convinzioni socialiste, Kassak aveva dato vita anche alla rivista d’avanguardia MA, dove formulò il programma teorico del Costruttivismo ungherese e alla quale contribuiva pure Ilka Révai. Lo scrittore è colto di fronte, ma il volto e lo sguardo sono rivolti verso il basso come se fosse intento a scrivere o a leggere.
La luce evidenzia solamente il viso, mentre si intravede il rever della giacca e il maglioncino, lo sfondo è indistinto ad arte proprio per dare maggior risalto ai tratti somatici e alla carica psicologica che da esso traspare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Franca Ghitti, una scultrice fra le pittrici in mostra al Mamming

Nella seconda metà del Novecento per le donne diventò più facile cimentarsi con gli studi d’arte e iniziare veri e propri percorsi da artiste. Ciononostante non molte furono le artiste in grado di emergere e raggiungere la notorietà. Alcune si diedero anima e corpo alla sperimentazione, affinando le proprie tecniche, cercando nuovi materiali, nuovi mezzi espressivi insoliti da intessere, incollare, nelle proprie opere. Altre si spinsero oltre, perseguendo la costante ricerca del nuovo, dell’inconsueto, del vincente, ma soprattutto di quel qualcosa che potesse rendere chiare le tematiche anche sociali per loro imprescindibili. 

A questa arte di ricerca e innovazione appartengono le opere di alcune delle artiste in mostra. 

Fin da bambina Franca Ghitti visse vicino ai siti rupestri dell’antica Civiltà Camuna. Nella falegnameria del padre imparò a conoscere gli attrezzi e la consistenza della materia da lavorare, da scolpire. Legno e ferro furono fin da subito le materie prime per le sue opere. 

Il suo immaginario artistico si sviluppò fra le piccole comunità montane e i boschi incontaminati, ma anche fra gli opifici che in quelle regioni lavoravano il ferro. È infatti dagli scarti di questi ultimi che iniziarono a prendere vita molte delle sue opere in ferro. 

Franca Ghitti frequentò l’Accademia di Brera e successivamente scelse il luogo più affascinante possibile per proseguire la sua formazione, ossia  l’Académie de la Grande Chaumière, vale a dire quell’insieme di laboratori siti nel leggendario quartiere parigino di Montparnasse, dove lavorarono i più famosi artisti francesi e stranieri, da Chagall a Giacometti, da Louise Bourgeois a Tamara de Lempicka, per nominarne solo alcuni. 

Era sempre in questi studi che nel 1870 si era trasferita la storica Académie Colarossi, la scuola privata gratuita che offriva un’alternativa all’istituzione dell’École des Beaux-Arts di Parigi quando questa ancora precludeva l’ingresso alle donne e agli stranieri. 

E ancora qui, pur in tempi molto lontani rispetto a quelli di Franca Ghitti, era stato concesso alle studentesse ciò che ovunque era vietato: dipingere dal vivo modelli maschili nudi. 

A Salisburgo Franca fu allieva del pittore e drammaturgo austriaco Oskar Kokoschka (1886 – 1980). 

A partire dai primi anni Cinquanta la Ghitti creò una serie di dipinti e cicli pittorici dove senso della tradizione e invenzione si combinavano, producendo opere originali e di grande fascino. All’inizio degli anni Sessanta realizzò invece le prime sculture in legno, proponendosi di definire un’immagine dello spazio che avesse anche una dimensione del tempo e della storia: veniva infatti usato legno di recupero, spesso usurato dal tempo. 

Tra il 1969 e il 1971 visse e lavorò in Kenya, dove realizzò, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate nella Chiesa degli Italiani di Nairobi. Questo e altri viaggi le insegnarono l’importanza della presenza di “altri alfabeti”.  Rientrata in Italia, lavorò ancora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine.

Introdotta al microcosmo intellettuale di Brunnenburg dall’editore milanese Vanni Scheiwiller, per Franca Ghitti si trattò di amore a prima vista e si risolse in lunghi soggiorni e nel desiderio di inserire le sue creazioni fra quelle mura. Ne nacquero sculture sia in legno che ferro, ma anche ringhiere e, nel 1979, il famoso cancello d’accesso che prende il nome di Ghitti-Gate. Le opere in mostra scaturiscono dal connubio con Brunnenburg e rappresentano in miniatura alcune sequenze presenti in altre opere interne al maniero.

Inferiate di ferro battuto per bifore e finestre abbelliscono il castello di Brunnenburg; le opere Albero e Vicinie fanno invece bella mostra di sé nel cortile interno del maniero e sono esemplificative della produzione lignea dell’artista, ma soprattutto del ciclo di opere intitolato appunto Vicinie e iniziato nel 1965 per raccontare le comunità contadine di medievale memoria.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Frieda Riss e Ada von der Planitz fra le artiste cadute nell’oblio

Secondo Plinio fu proprio una donna a dar vita all’arte occidentale, eppure per secoli il canone artistico ha celato questa presenza “ininterrotta” delle donne nell’arte. Se il Novecento può essere considerato il “secolo del riscatto” non meno difficile fu il raggiungimento del “riconoscimento” e soprattutto troppo esile e troppo breve fu il loro ricordo, obliandole nelle amnesie della storia anche recente. Fra gli iscritti al Meraner Küstlerbund che aveva aperto i battenti nel 1906, ben 21 sono i nomi di donna ma della maggior parte di loro è impossibile reperire informazioni, opere e tracce d’alcun genere.  

Figlia d’arte, Frieda Riss (Merano 1908-Stams 1982) si accostò all’arte attraverso suo padre, il famoso ritrattista Thomas Riss (1871-1959), residente a Merano fin dal 1898 e assai apprezzato fra i notabili della città anche per i suoi personaggi caratteristici e quasi di genere.

Come una moderna Artemisia, per Frieda, vivendo accanto al padre, fu facile accostarsi al disegno, ai colori e pian piano affiancarlo nella sua produzione pittorica e a far diventare questa passione un vero e proprio mestiere. L’influenza pittorica del padre fu preponderante ma Frieda tentò di allontanarsene anche frequentando un semestre nel 1930/31 all’Accademia di Monaco. Non portò mai a termine gli studi d’arte e scelse invece di tornare in seno alla famiglia. Così, rientrata ad Innsbruck, dove il padre si era trasferito lasciando Merano nel 1927, continuò a lavorare con lui nell’atelier di famiglia. Frieda riuscì a distaccarsi stilisticamente dal padre aggiungendo freschezza e modernità ai propri dipinti ma non riuscì mai ad allontanarsi dal suo alone di notorietà continuando piuttosto a muoversi nella sua ombra. 

Fra le numerose tele e disegni a tutt’oggi in commercio infatti, esiste più di un’opera firmata solamente “Riss” e atipiche nella resa dei volti, delle acconciature e degli abiti, per l’impostazione stilistica di Thomas e che probabilmente andrebbero ascritte alla figlia. Frieda non rinunciò neppure a qualche incarico tutto suo come fu quello per il ritratto del sindaco di Merano Maximilian Markart. 

Di Ada von der Planitz (Merano 1 giugno 1880 – Merano 26 gennaio 1936) si era persa la memoria. Condusse una vita agiata e dedita all’arte. 

Non si sposò mai e visse per quasi tutta la sua esistenza nella villa immersa in un parco lussureggiante di piante esotiche che il padre Arthur, ricco imprenditore. , aveva fatto costruire nel 1882 dall’architetto Karl Möser. Iscritta al Künstlerbund fin dalla sua fondazione alla quale partecipò ella stessa attivamente nei panni di membro straordinario. Amante della natura, della montagna e degli animali, i suoi olii, così come i suoi acquarelli o le sue tempere raccontano il paesaggio e la fauna alpina, le vette innevate, gli scalatori intenti a contemplare i panorami arditi, i masi o i rifugi in quota, il lavoro dei contadini, le chiesette di montagna. Consueti per lei furono anche i soggiorni al Lago di Garda che trascorreva soprattutto a Torbole o a Riva. 

Anche questi produssero numerosi paesaggi di quelle zone con uliveti e cipressi, i villaggi costieri, i cieli al crepuscolo riflessi sull’acqua o le rive del lago caratterizzati da ghiaia e massi erratici. A tutto questo Ada sapeva imprimere quella tipica illusione di sud. 

Ada non trascurò neppure le vedute più emozionanti del Burgraviato come ad esempio il maniero avito dei conti del Tirolo immerso nella natura autunnale. Tipici della sua pittura erano anche i cieli dove il sole sapeva filtrare attraverso le nubi e donare una particolare atmosfera di attesa, di epifania, di magia. Per tutto ciò fu pittrice ammirata e conosciuta fra gli amanti dell’arte meranesi, bolzanini e trentini.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Le opere e le vite delle artiste a Merano, fra Ottocento e Novecento

È a Palais Mamming, il Museo civico di Merano che l’8 marzo aprirà l’interessantissima mostra dedicata a 17 artiste che incrociarono i propri destini in riva al Passirio. L’importante evento è nato sotto l’egida dell’Ufficio Pari Opportunità del Comune di Merano. La mostra è intitolata “Women In Art Artiste a Merano fra Ottocento e Novecento”. 

È una storia di caparbietà, costanza e coraggio quella che emerge dalle biografie di molte delle artiste scelte per la mostra. Nell’arco della storia, e fin dall’antichità, la presenza delle donne nell’arte, fu tutt’altro che trascurabile, ma rimase impigliata nell’anonimato e fu resa marginale per la maggior parte dei secoli e per la maggior parte delle artiste. 

I destini delle diciassette artiste presenti in mostra mettono invece in luce molto altro e soprattutto dimostrano come la volontà, la determinazione e una buona dose di consapevolezza avessero permesso loro di affrontare viaggi, trasferimenti, cambi di nazione e di lingua pur di ottenere la formazione artistica cui anelavano. Sono le vite di donne forti, minate semmai solo dalla malattia. Sullo sfondo di queste storie personali si anima quella più ampia e di respiro europeo della comunità femminile che proprio in quegli anni in tutta Europa andava organizzandosi, offrendo supporto e mutuo soccorso. 

Quella sorellanza che non solo faceva sì che le artiste formate insegnassero ad altre giovani donne questo mestiere, ma che condusse addirittura alla matura decisione di allestire, già nel 1910, a Vienna la prima imponente mostra sull’Arte delle donne.  

La mostra meranese è dedicata ad una selezione di artiste che a diverso titolo furono legate a Merano.

Il periodo scelto è quello ampio e compreso fra il primo Ottocento e l’inizio del Terzo millennio. Un arco storico in cui la città ha affrontato le alterne vicende storiche cercando sempre di ritornare a galla e riguadagnare il proprio pubblico turistico e la propria vivacità intellettuale. Ma soprattutto un periodo in cui per molto tempo alle donne furono precluse le accademie e di come esse seppero approfittare di quello che al tempo era possibile quali le lezioni private presso qualche artista, le colonie artistiche, le accademie private, e infine le scuole create dalle associazioni femminili che con metodo e coraggio cercavano di arginare un sopruso che le donne combattevano da sole. 

Le opere presentate costituiscono un corpus di grande interesse, capace di mettere in luce la maestria tecnico-compositiva, le felici cromie delle tavolozze, ma soprattutto dimostrare come queste artiste avessero anche rotto con gli schemi che le vedevano intente a dipingere solamente vasi di fiori. 

Sono invece possenti massicci visti da alte quote, panorami suggestivi, animali, castelli e roccaforti, ritratti e nature morte a sfilare dinnanzi ai nostri occhi e donare qualche attimo di incanto. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pubblicare un libro ad undici anni: Siegfried, il nipote di Ezra Pound

“Caro Walt, siccome la tua famiglia sembra occupata in attività culturali e altro, perché non traduci tu l’articolo di Giono?”. Ecco il frammento di una lettera del ricco epistolario che intercorse fra Siegfried de Rachewiltz e il famoso nonno Ezra Pound. 

Attraverso un ricco e quanto mai affiatato rapporto epistolare, Ezra Pound riusciva ad essere un nonno affettuoso anche dalla sua stanza al Saint Elizabeth. La lunga detenzione non gli aveva mai permesso di tenere il neonato in braccio, né di partecipare al suo battesimo o alla sua prima comunione, non aveva mai potuto abbracciarlo né sfiorarne la pelle, ma con l’andare degli anni la scrittura si era sostituita alle carezze, alla favola della sera, e poi, pian piano, si era fatta anche confidenza e complicità. 

Così, nella lettera del 4 novembre 1956, il nonno Ezra aveva commissionato al piccolo ometto un delicato lavoro di traduzione, ma si era premurato di allegarne anche le istruzioni: “Potrà sembrati un lavoro lungo, ma se tu facessi quattro o cinque righe al giorno, a Pasqua avresti fatto già qualcosa”. Poi, a conclusione, con quel fare convincente e complice, tipico di un nonno, aggiungeva: “Anche per sapere qualcosa che il tuo babbo non sa, potresti includere tre o quattro caratteri sumeri in ogni lettera che mi mandi, così quando arrivi all’Università sapresti qualcosa di diverso”. E, quasi per smorzarne la valenza, passava a parlare d’altro: “Credo che il dizionario sia finalmente arrivato a Brunnenburg. Per i prossimi trent’anni il greco sarà più vivace del latino, io non conosco il greco abbastanza. (…)”

Siegfried, che era nato nel 1947, frequentava le scuole a Tirolo, e portò a termine il suo impegno. Aveva 11 anni, quando fu pubblicata la sua traduzione di L’uomo che seminò speranza e raccolse felicità, Scheiwiller, Milano 1958.

Vanni Scheiwiller che, come ricorda oggi con orgoglio ed emozione lo stesso Siegfried de Rachewiltz, era il suo padrino, lesse la traduzione e, affascinato dall’impegno e dalla serietà del bambino, decise di pubblicarla nella collana “All’insegna del pesce d’oro” in cinquecento copie numerate e precedute dalla firma autografa di Jean Giono e da un disegno “opera del traduttore”. 

Siegfried aveva infatti deciso di corredare la traduzione con una illustrazione di sua produzione e scelse un passo ben preciso per il suo disegno: “Il pastore andò a prendere un sacchetto e ne rovesciò un mucchio di ghiande sulla tavola. Incominciò a ispezionarle, una per una, con grande attenzione, separando le buone dalle cattive. Io fumavo la mia pipa, mi offrii di aiutarlo. Mi disse che era lavoro suo. E, vedendo l’attenzione che vi poneva, non insistetti (…). Quando ebbe selezionato cento ghiande perfette, smise e andammo a letto”.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Walter Götz e il difficile compito di ricostruire la Comunità ebraica

La guerra era finita, la città contava i suoi morti, i danni inferti agli alberghi occupati dalle truppe e dai soldati feriti. L’edificio della sinagoga era ancora in piedi ma l’interno era stato completamente distrutto e gli oggetti sacri erano spariti. E i suoi membri? Le famiglie che avevano cercato per tempo un rifugio sicuro si preparavano a rientrare, mentre coloro che erano stati catturati e deportati non avrebbero fatto ritorno.

Fra i primi a tornare in città dopo la Liberazione fu Walter Götz. A Merano aveva lasciato i genitori, troppo anziani e sofferenti per scappare a piedi attraverso i monti come avevano fatto lui e suo fratello Rudi. Avvertita la sera prima del rastrellamento del 16 settembre 1943 la famiglia si era interrogata e aveva preso una decisione grave. I due figli, sarebbero scappati e avrebbero tentato di mettersi in salvo, i genitori sarebbero rimasti. 

Così Walter e Rudi, preparati due zaini presero la funivia per Avelengo, dove trascorsero la notte in un fienile. L’indomani, a piedi, attraverso le montagne, ridiscesero a Bolzano e, superato con astuzia un posto di blocco nazista, raggiunsero la stazione ferroviaria, quindi Milano e da lì, sempre a piedi, riuscirono ad arrivare in Svizzera dove furono internati in un campo di lavoro. 

Vi restarono fino alla fine del conflitto, ma purtroppo senza riuscire mai ad avere notizie  dei propri genitori. 

Trascorsi quasi due anni di dubbi e incertezze appena fu possibile Walter affrontò i ritorno e la realtà che lo attendeva. Proprio nulla era più come prima: nella loro casa viveva qualcun altro, i loro mobili e tutte le loro cose erano sparite, della Comunità non c’era nessuno, e infine scoprì che i genitori erano stati arrestati con gli altri ebrei la mattina dopo la loro fuga e condotti nella Casa della Gil e infine deportati ed uccisi ad Ausschwitz. 

Poco dopo il rientro a Merano il sindaco Arvino Moretti nominò Walter Götz Commissario prefettizio con il compito di occuparsi della ricostruzione della Comunità. 

Il 5 luglio 1945 infatti il Moretti aveva comunicato alla Prefettura di Bolzano la volontà degli ebrei rientrati in città di ricostituire la Comunità e di ottenere indietro i beni sequestrati. Prima della fuga in Svizzera Walter aveva lavorato con i familiari nel negozio di generi alimentari di proprietà. Non aveva mai ricoperto una carica in seno alla Comunità ma ora bisognava lottare per salvare il salvabile, in attesa del rientro delle altre famiglie ebree meranesi.

La sua attività si svolse in un ufficio che il sindaco gli mise a disposizione nella ex Casa del Fascio di via Roma. I problemi dovette affrontare erano molteplici: degli uffici della Comunità non esisteva più nulla, il cimitero era restato in un prolungato stato di abbandono, il sanatorio ebraico era ancora occupato dalla Wehrmacht, mentre il tempio, saccheggiato degli arredi sacri, era stato adibito a magazzino.  

Götz, in virtù della sua carica, si affannava anche nella ricerca di recuperare quanto più possibile dei beni rubati agli ebrei. Girava nei campi e nei depositi dell’Arar, dove riuscì a recuperare molti arredi sacri frodati a molte sinagoghe italiane e poi abbandonate a Merano dai nazisti e prese in consegna dal sunnominato ente italiano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Alberto Giacometti: storia di un direttore d’orchestra

È una storia fatta di musica e di affetti famigliari quella del Professor Alberto Giacometti, direttore dell’Orchestra di cura di Merano: la storia di un veneziano che approdò a Merano nel 1935 dopo aver vinto il concorso per far parte dell’Orchestra di Cura allora diretta dal conte Gravina.

Pianista, organista e violinista, Alberto Giacometti era stato violinista di spalla nell’Orchestra del Teatro La Fenice, aveva suonato all’Arena di Verona, al Carlo Felice di Genova, al Teatro Regio di Parma, ma anche in Germania e in Danimarca.

Fu fra gli orchestrali di Merano quando nel 1939 l’Orchestra di Cura, composta di 42 elementi, si congedò dal suo numeroso pubblico, licenziò i suoi musicisti e chiuse i battenti. Giacometti allora suonò di tutto ed ovunque pur di assicurare un pasto alla sua famiglia. Dopo l’8 settembre 1943 per evitare la prigionia riuscì a farsi assumere alla Montecatini di Sinigo e vi restò fino al 1949 quando l’Orchestra di Cura ricominciò a suonare sulle passeggiate.

Nell’agosto del 1957 il Consiglio direttivo dell’Azienda di Cura e Soggiorno lo nominò direttore dell’Orchestra. L’annuncio fu dato entusiasticamente da tutti i giornali regionali e dal Gazzettino di Venezia. Gli articoli spiegavano come il maestro Giacometti, stimato ed apprezzato da tutti i colleghi, facendo parte da più di vent’anni dell’Orchestra di Cura e conoscendone perfettamente le finalità, le necessità e l’ampio repertorio, era davvero la persona giusta per condurla e per portarla agli alti livelli di un tempo.

Egli seppe lottare quotidianamente con le difficoltà organizzative, i limiti economici, un pubblico difficile e variegato. Direttore stimato sapeva trarre il meglio da tutti i suoi orchestrali e alla fine del suo primo anno di dirigenza i giornali non poterono che registrare un notevole incremento di pubblico che fu sottolineato anche dall’Alto Adige in un articolo dell’11 settembre 1957: “Le Passeggiate, dove giornalmente si tengono i concerti dell’Orchestra di Cura diretti dall’ottimo maestro Giacometti, sono più frequentati del solito da un pubblico colto ed elegante”.

In un articolo apparso sul Dolomiten nel 1966 un critico musicale che si firmava con la sigla SP di lui ebbe a scrivere: “Il maestro Giacometti è un musicista moderno nel miglior senso interpretativo che nell’azione esecutiva nulla ‘intromette’ ma invece, grazie alla realizzazione dei vari rapporti musicali interiori, tutto sa ricavare di ciò che un’opera musicale contiene. Sulla base di questo vigore dinamico interiore egli mette in massimo rilievo tutte le frasi musicali con una interpretazione fulgida nei vari tempi, che esprimono sempre la proporzionata intensità in una unità architettonica di perfetto equilibrio”.

Il consenso del pubblico e le sue doti fecero sì che di anno in anno egli fosse riconfermato nel suo ruolo fino al 1969, quando il 26 luglio, durante un concerto si accasciò, piegando il capo su quel pianoforte con il quale appassionatamente stava rievocando le atmosfere del Don Pasquale di Donizzetti, stroncato da un infarto.