Secondo Plinio fu proprio una donna a dar vita all’arte occidentale, eppure per secoli il canone artistico ha celato questa presenza “ininterrotta” delle donne nell’arte. Se il Novecento può essere considerato il “secolo del riscatto” non meno difficile fu il raggiungimento del “riconoscimento” e soprattutto troppo esile e troppo breve fu il loro ricordo, obliandole nelle amnesie della storia anche recente. Fra gli iscritti al Meraner Küstlerbund che aveva aperto i battenti nel 1906, ben 21 sono i nomi di donna ma della maggior parte di loro è impossibile reperire informazioni, opere e tracce d’alcun genere.
Figlia d’arte, Frieda Riss (Merano 1908-Stams 1982) si accostò all’arte attraverso suo padre, il famoso ritrattista Thomas Riss (1871-1959), residente a Merano fin dal 1898 e assai apprezzato fra i notabili della città anche per i suoi personaggi caratteristici e quasi di genere.
Come una moderna Artemisia, per Frieda, vivendo accanto al padre, fu facile accostarsi al disegno, ai colori e pian piano affiancarlo nella sua produzione pittorica e a far diventare questa passione un vero e proprio mestiere. L’influenza pittorica del padre fu preponderante ma Frieda tentò di allontanarsene anche frequentando un semestre nel 1930/31 all’Accademia di Monaco. Non portò mai a termine gli studi d’arte e scelse invece di tornare in seno alla famiglia. Così, rientrata ad Innsbruck, dove il padre si era trasferito lasciando Merano nel 1927, continuò a lavorare con lui nell’atelier di famiglia. Frieda riuscì a distaccarsi stilisticamente dal padre aggiungendo freschezza e modernità ai propri dipinti ma non riuscì mai ad allontanarsi dal suo alone di notorietà continuando piuttosto a muoversi nella sua ombra.
Fra le numerose tele e disegni a tutt’oggi in commercio infatti, esiste più di un’opera firmata solamente “Riss” e atipiche nella resa dei volti, delle acconciature e degli abiti, per l’impostazione stilistica di Thomas e che probabilmente andrebbero ascritte alla figlia. Frieda non rinunciò neppure a qualche incarico tutto suo come fu quello per il ritratto del sindaco di Merano Maximilian Markart.
Di Ada von der Planitz (Merano 1 giugno 1880 – Merano 26 gennaio 1936) si era persa la memoria. Condusse una vita agiata e dedita all’arte.
Non si sposò mai e visse per quasi tutta la sua esistenza nella villa immersa in un parco lussureggiante di piante esotiche che il padre Arthur, ricco imprenditore. , aveva fatto costruire nel 1882 dall’architetto Karl Möser. Iscritta al Künstlerbund fin dalla sua fondazione alla quale partecipò ella stessa attivamente nei panni di membro straordinario. Amante della natura, della montagna e degli animali, i suoi olii, così come i suoi acquarelli o le sue tempere raccontano il paesaggio e la fauna alpina, le vette innevate, gli scalatori intenti a contemplare i panorami arditi, i masi o i rifugi in quota, il lavoro dei contadini, le chiesette di montagna. Consueti per lei furono anche i soggiorni al Lago di Garda che trascorreva soprattutto a Torbole o a Riva.
Anche questi produssero numerosi paesaggi di quelle zone con uliveti e cipressi, i villaggi costieri, i cieli al crepuscolo riflessi sull’acqua o le rive del lago caratterizzati da ghiaia e massi erratici. A tutto questo Ada sapeva imprimere quella tipica illusione di sud.
Ada non trascurò neppure le vedute più emozionanti del Burgraviato come ad esempio il maniero avito dei conti del Tirolo immerso nella natura autunnale. Tipici della sua pittura erano anche i cieli dove il sole sapeva filtrare attraverso le nubi e donare una particolare atmosfera di attesa, di epifania, di magia. Per tutto ciò fu pittrice ammirata e conosciuta fra gli amanti dell’arte meranesi, bolzanini e trentini.
Autrice: Rosanna Pruccoli