Walter Götz e il difficile compito di ricostruire la Comunità ebraica

La guerra era finita, la città contava i suoi morti, i danni inferti agli alberghi occupati dalle truppe e dai soldati feriti. L’edificio della sinagoga era ancora in piedi ma l’interno era stato completamente distrutto e gli oggetti sacri erano spariti. E i suoi membri? Le famiglie che avevano cercato per tempo un rifugio sicuro si preparavano a rientrare, mentre coloro che erano stati catturati e deportati non avrebbero fatto ritorno.

Fra i primi a tornare in città dopo la Liberazione fu Walter Götz. A Merano aveva lasciato i genitori, troppo anziani e sofferenti per scappare a piedi attraverso i monti come avevano fatto lui e suo fratello Rudi. Avvertita la sera prima del rastrellamento del 16 settembre 1943 la famiglia si era interrogata e aveva preso una decisione grave. I due figli, sarebbero scappati e avrebbero tentato di mettersi in salvo, i genitori sarebbero rimasti. 

Così Walter e Rudi, preparati due zaini presero la funivia per Avelengo, dove trascorsero la notte in un fienile. L’indomani, a piedi, attraverso le montagne, ridiscesero a Bolzano e, superato con astuzia un posto di blocco nazista, raggiunsero la stazione ferroviaria, quindi Milano e da lì, sempre a piedi, riuscirono ad arrivare in Svizzera dove furono internati in un campo di lavoro. 

Vi restarono fino alla fine del conflitto, ma purtroppo senza riuscire mai ad avere notizie  dei propri genitori. 

Trascorsi quasi due anni di dubbi e incertezze appena fu possibile Walter affrontò i ritorno e la realtà che lo attendeva. Proprio nulla era più come prima: nella loro casa viveva qualcun altro, i loro mobili e tutte le loro cose erano sparite, della Comunità non c’era nessuno, e infine scoprì che i genitori erano stati arrestati con gli altri ebrei la mattina dopo la loro fuga e condotti nella Casa della Gil e infine deportati ed uccisi ad Ausschwitz. 

Poco dopo il rientro a Merano il sindaco Arvino Moretti nominò Walter Götz Commissario prefettizio con il compito di occuparsi della ricostruzione della Comunità. 

Il 5 luglio 1945 infatti il Moretti aveva comunicato alla Prefettura di Bolzano la volontà degli ebrei rientrati in città di ricostituire la Comunità e di ottenere indietro i beni sequestrati. Prima della fuga in Svizzera Walter aveva lavorato con i familiari nel negozio di generi alimentari di proprietà. Non aveva mai ricoperto una carica in seno alla Comunità ma ora bisognava lottare per salvare il salvabile, in attesa del rientro delle altre famiglie ebree meranesi.

La sua attività si svolse in un ufficio che il sindaco gli mise a disposizione nella ex Casa del Fascio di via Roma. I problemi dovette affrontare erano molteplici: degli uffici della Comunità non esisteva più nulla, il cimitero era restato in un prolungato stato di abbandono, il sanatorio ebraico era ancora occupato dalla Wehrmacht, mentre il tempio, saccheggiato degli arredi sacri, era stato adibito a magazzino.  

Götz, in virtù della sua carica, si affannava anche nella ricerca di recuperare quanto più possibile dei beni rubati agli ebrei. Girava nei campi e nei depositi dell’Arar, dove riuscì a recuperare molti arredi sacri frodati a molte sinagoghe italiane e poi abbandonate a Merano dai nazisti e prese in consegna dal sunnominato ente italiano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli