A partire dai primi anni Cinquanta il nome di Boris de Rachewiltz iniziò a farsi strada sui giornali locali altoatesini che, immancabilmente, lo facevano seguire all’inciso “l’egittologo”, senza mai però spiegare quale fosse il reale significato di questa espressione: mai si parlò dei complessi studi che portavano il giovane studioso a passare le notti sui papiri per scoprirne gli arcani, per carpire fino in fondo il fascino segreto di quella millenaria cultura.
Dei numerosi libri che nel frattempo egli andava pubblicando, mai fu riportata una recensione o un commento. Per questi quotidiani il suo, e quello della moglie Mary, poetessa e figlia del grande poeta americano Ezra Pound, erano più che altro nomi ambiti da segnalare quasi a garanzia di qualità per gli eventi meranesi a cui prendevano parte. Ma nulla veniva narrato dei viaggi stagionali che vedevano Boris allontanarsi dalla sua casa, il Castello di Brunnenburg, lasciando sola la giovane moglie Mary e i figlioletti Siegfried e Patricia, per affrontare lunghi periodi in Egitto, Giordania o Sudan. Nulla delle sue scoperte prestigiose. Boris de Rachewiltz era nato a Roma nel 1926 e nella stessa città aveva compiuto gli studi in egittologia presso il Pontificio Istituto Biblico, mentre al Cairo aveva continuato gli studi di specializzazione e compiuto numerose campagne di scavo. Nell’estate del ’57 a Brunnenburg lavorava alla traduzione dei geroglifici del cosiddetto “Libro dei morti”, un papiro del Museo Egizio di Torino, di epoca tolemaica e lungo ben diciannove metri.
La traduzione fu pubblicata l’anno successivo quando il lungo lavoro fu dunque ultimato: ora restavano pagine affascinanti e quanto mai misteriose per un lettore non esperto, eppure capaci di catturarlo e portarlo seco, nel caldo umido delle tombe, fra gli antichi aromi e le fioche luci delle torce. Nei geroglifici, diventati parole e frasi su quelle pagine, c’è tutta l’ansia dell’intera umanità posta davanti al mistero della morte e tutta la forza catartica della fede illimitata in una seconda possibilità. Attraverso il suo paziente lavoro, Boris de Rachewiltz aveva reso possibile questo viaggio straordinario nel mondo dei morti e paradossalmente anche attraverso la comprensione di una importante rivoluzione nel mondo dei vivi. Nella lunga e dettagliata premessa egli spiegava infatti, con rigore e semplicità, che Kitab el Mayytun, letteralmente Libro dei morti, era in realtà la designazione araba utilizzata dai violatori delle necropoli faraoniche per qualsiasi rotolo di papiro rinvenuto nelle tombe, a prescindere dall’argomento trattato. Proprio nel 1957, quando il suo nome cominciò ad essere menzionato tanto spesso, nei quotidiani locali, il suo “Massime degli antichi egiziani” era ormai giunto alla quinta edizione e la sua personale produzione storiografica poteva già contare su ben dodici titoli tra consistenti saggi e monografie. Frammenti di papiri, maschere, scarabei di pietra dura e di ceramica invetriata, oggetti rituali e piccole curiosità andavano pian piano arricchendo le pareti e le vetrinette di Brunnenburg, consentendo, oggi come allora, ad addetti ai lavori e non di ritrovarsi d’un baleno catapultati in un mondo lontano nel tempo e nello spazio, quasi che una finestra del castello potesse affacciarsi sui tramonti africani, sul silenzio del deserto, sul vociare del “suk”, nei meandri delle tombe.
Autrice: Rosanna Pruccoli