Il 18 maggio 1949 il consiglio comunale di Bolzano decide che, dopo le devastazioni della Seconda guerra mondiale e dopo le forzature del regime fascista, c’è bisogno di ripensare e di riqualificare lo spazio urbano. Il primo atto sarà quello di tracciare un nuovo asse viario che colleghi piazza Walther con piazza Verdi e via Marconi. La nuova strada verrà chiamata via Alto Adige, come atto di convivenza pacifica dei tre gruppi etnici presenti nel nostro territorio. In diverse fasi troveranno in essa posto la Stazione delle Autocorriere, l’autorimessa, l’Hotel Alpi e altri edifici di prestigio progettati da Armando Ronca. Ma la vera rivoluzione urbana avverrà proprio nel cuore del centro storico. Nella primavera del 1950 viene demolita la dépendance degli Hotel Posta ed Europa in piazza Sernesi, oggi piazza Università. Al suo posto sorgerà il primo vero e proprio “grattacielo” di Bolzano, progettato dall’architetto Luis Plattner, che formatosi a Monaco da quella città riporterà le influenze del razionalismo tedesco. L’ edificio risentirà comunque delle indicazioni dettate da Le Corbusier e da altri architetti e urbanisti sul modello della “città verticale” ipotizzata, e in parte realizzata Oltreoceano, nel corso del XX secolo. Il corpo dell’edificio principale si innalza per oltre dodici piani, e dopo secoli stravolgerà lo skilinie della città. Fino a quella data infatti, il manufatto architettonico più alto, che lambiva i cieli di Bolzano, era la torre campanaria del Duomo. Al grattacielo vengono affiancati due corpi di edifici, dove al piano terra, troveranno posto prestigiosi negozi di moda e quant’altro. Il complesso edilizio chiamato Belvedere ha una visuale privilegiata sulla città e il suo grande attico ne fa il giusto compendio. Il gusto architettonico è tutto degli anni ‘50, ma anche le rifiniture e gli elementi di arredo ci risultano oggi, di sapore del tutto “vintage”. L’archetipo del nuovo che condurrà Bolzano verso la modernità. Ben presto tale manufatto diventerà un prototipo edilizio per tutta la nuova architettura urbana. In via Marconi Ronca, nel 1953, riproporrà un complesso edilizio analogo. A questo ne seguiranno altri, come il grattacielo di via Sassari, realizzato sempre da Armando Ronca nel 1956 per l’Istituto delle Case popolari. Una visione della città cambiata per sempre, privilegiando lo sviluppo della cubatura in verticale per lasciare maggiori spazi pubblici verdi e la possibilità di una maggiore abitabilità sociale e più umana.
Sono un appassionato di arte e architettura della nostra città per cui mi trovo spesso a soffermarmi in luoghi che ricordano la presenza di testimonianze storiche. La scorsa settimana mi trovavo in piazza Mazzini e mi sono soffermato a vedere la vecchia fontana che era ubicata nello spazio antistante al vecchio Teatro Civico di Bolzano. Bombardato diverse volte nel 1943 venne successivamente demolito e alcuni reperti furono fortunamente custoditi nei magazzini comunali. Dieci anni fa una lodevole iniziativa del Comune di Bolzano collocò un frammento di colonna nei pressi di Viale Stazione, dove sorgeva il Teatro Civico, accompagnato da una targa che ricorda la presenza del magnifico teatro progettato dall’architetto Max Littman e inaugurato il 14 aprile del 1918 dal Borgomastro Julius Perathoner. Oggi un reperto del Teatro Civico, la fontana, versa in pessime condizioni in Piazza Mazzini adiaciente al corpo degli ascensori del garage sotterraneo lato via Manci, ove funge da cestino delle immondizie. Sarebbe bello vedere quel frammento di storia di Bolzano contestualizzato con una targa, simile a quella presente in Viale Stazione provvedendo a mantenere un minimo di decoro nel rispetto del passato. Andrea Pizzurro
Come ci segnala un nostro assiduo lettore, l’architetto Andrea Pizzurro, i resti della fontana che adornava il fronte prospettico del vecchio Teatro Civico bolzanino, attualmente collocati sul versante destro di piazza Mazzini, angolo via Manci, versano in pessime condizioni di trascuratezza e sono ricettacolo di immondizia e quant’altro. Per inciso, il teatro progettato da Max Littman, conosciuto come Teatro Verdi, bombardato durante la Seconda guerra mondiale, in quel luogo non venne più costruito. E, se è vero che un elemento lapideo di detto teatro, è stato ricollocato in verticale, in prossimità di dove sorgeva la struttura pubblica bolzanina, nel parco della Stazione con una specifica ed esaustiva didascalia, tanti altri elementi rimangono immemori e privi di spiegazione alla cittadinanza. L’elemento lapideo di piazza Mazzini è stato posto in maniera coricata, non in verticale come era in origine, e ciò ha dato luogo al fatto di non coglierne le sue prerogative originarie e in qualche modo nel sminuirne la percezione visiva e non solo… Raffigura una figura antropomorfica, probabilmente una gorgone o una figura marina dalla quale bocca sgorgava l’acqua, incastonata in una grande conchiglia. L’opera di restyling non gli dà pienamente giustizia e, come suggerisce l’architetto Pizzurro, forse porre accanto a essa una debita spiegazione aiuterebbe a valorizzarla, aiuterebbe a non essere abbandonata al proprio destino e non la renderebbe un pubblico ricettacolo.
In foto principale: (a sinistra) Accanto alle rovine del Teatro Civico, (a destra) Nell’attuale collocazione
Continuando nella riscoperta dei giardini nascosti o poco noti di Bolzano, dopo quello di palazzo Toggenburg (Qui Bolzano, 12.11.20, n˚ 22); non possiamo non parlare di alcuni spazi verdi che ornavano e ornano la nostra area urbana. Uno di questi è il giardino Moser, che sorgeva fra via della Rena e via della Stazione. Anche tale architettura del verde, secondo il gusto dell’allora proprietario, doveva appagare unicamente lo sguardo. Il giardino, tagliato in parte “all’italiana” e in parte all’inglese, era sito – in mezzo a statue, fontane, nicchie architettoniche con sfondi affrescati con le tecniche pittoriche dell’trompe-l’oeil – immerso nel verde proprio a pochi passi dal Duomo. Fra il 1860 e il 1880 era uno dei parchi più invidiati della città. Stefan Georg, di esso scriveva: “Entra anche tu nel giardino…e ammira.” Altro parco ammirato dai bolzanini è il giardino Rottensteiner situato fra via Rafenstein, il maso medievale Mauracherhof e la Torre Druso/Troyenstein. L’ampio spazio verde di circa tremila metri quadrati, ospita piante secolari, tra le quali cipressi, frassini, cedri, ciliegi, faggi, palme, magnolie, pini e ippocastani. Nacque alla fine dell’800 per volere degli allora proprietari, i Rosenthal. I produttori di porcellane di origine ebraica, dal cognome famoso, acquistarono la proprietà in quel periodo e ne fecero la loro residenza estiva. A loro si deve la creazione del parco, la collocazione del laghetto con piante acquatiche, canne di bambù, una fontana dalle forme storiche, un padiglione adornato di piante rampicanti e la collocazione di colonne isolate in stile corinzio. Morti i Rosenthal la proprietà è poi passata agli attuali Rottensteiner, i quali hanno mantenuto integre le precedenti strutture. Atri giardini e parchi adornavano Bolzano e la sua periferia, fra questi quelli che si affacciavano da Gries verso Bolzano, oggi al loro posto troviamo il Lungotalvera S. Quirino. Dalle vedute del 1850, anche tali parchi prospicienti il Talvera erano regolati con aiuole disposte all’italiana, fontane monumentali, urne di gusto classico e alberi di decoro. Altri sorgeranno intorno a castel Flavon con un laghetto per i pesci; nella villa Wendlandt in via Fago, dove poi sorgerà il parco e il palazzo Ducale, e in altre aree urbane, mentre Bolzano si apprestava già a disporre dei primi parchi pubblici.
Bolzano, come tante altre città europee, a partire dal XVII sec. inizia a circondarsi di giardini per lo più privati. I frutti di tale trasformazione li iniziamo a notare dalle vedute della città di Mattheaus Merian (1645). In prossimità di ogni complesso edilizio si cominciano a tracciare giardini ritagliati su forme geometriche ben distinte. Prendono cioè a codificarsi quelli che verranno chiamati “giardini all’italiana”, teorizzati e realizzati da Leon Battista Alberti, Bramante, Raffaello e Giulio Romano. Le masse arboree e gli elementi decorativi creeranno forme geometriche elementari, ambientate in uno spazio articolato secondo una visione prospettico-geometrica di significato essenzialmente architettonico. All’orto coltivato per la pura sussistenza quotidiana si sostituisce ora in città un luogo dove poter godere di piante esotiche od ornamentali e coltivazioni di fiori, per la pura soddisfazione visiva. A Bolzano tali luoghi erano sempre esistiti, ma erano unicamente relegati all’interno dei chiostri dei conventi o all’interno dei cortili dei castelli, ma con il Seicento, diventano spazio usufruito anche dalla borghesia e dalla nobiltà cittadina. Fra quelli più belli, famosi, nascosti e ornamentali in città, troviamo il giardino di palazzo Toggenburg in via Castel Roncolo. Il blocco principale dell’edificio di origine medievale, che si sviluppa principalmente verso piazza Madonna, cela dietro di se uno dei giardini più belli di Bolzano. Il palazzo è frutto di diverse trasformazioni e diversi passaggi di proprietà, a partire dal 1602. Nel 1824 l’ingegnere Antonio Argenta di Fonzaso darà quindi al giardino parte della configurazione attuale. In prossimità dei blocchi principali degli edifici egli porrà due grandi aiuole di netta forma geometrica, una quadrata e una rettangolare, suddivise entrambe da quattro elementi parcellizzati da incroci geometrici intersecanti. Grandi cespugli e aiuole ne fanno una sorta di labirinto con al centro un perno visivo arboreo. Nel 1856 il conte Ludwig von Sarenthein, che in quel giardino tenne la prima mostra dei fiori di Bolzano, vi apportò altre trasformazioni. Vi piantò: cedri oggi ultracentenari, ginko biloba, faggi, macchie di bambù e camelie. Al Settecento appartengono, immersi nel verde, i busti delle Quattro Stagioni, opere in arenaria di indiscussa qualità artistica. All’Ottocento risale invece la statua di Venere accompagnata da Paride. Durante la stagione primaverile, ma anche autunnale, il giardino si riempie di una varietà cromatica di colori e di profumi, in grado di lasciare tuttora meravigliati tutti i fugaci astanti.
In foto principale: Un scorcio del giardino di Palazzo Toggenburg
Nel 1859 con l’arrivo della linea ferroviaria Bolzano-Verona la città si risveglia dal torpore medievale. La classe dirigente e la borghesia bolzanina sviluppano infatti un nuovo interesse ad aprire la città a tutto ciò che è innovativo a livello internazionale. Il guscio del centro storico che ha avviluppato, protetto e difeso Bolzano e il suo territorio nel corso dei secoli, diventa improvvisamente troppo stretto ed estremamente limitato. Nel capoluogo altoatesino viene chiamato da Monaco l’architetto Sebastian Altmann al quale verrà dato l’incarico di “architetto civico”. Altmann avrà il compito, di immaginare una nuova città. Bolzano doveva proiettarsi verso la modernità e il nuovo secolo imminente, nel più ampio respiro di una cultura europea. Egli, tracciato il viale della Stazione per collegare il blocco dei complessi edilizi ferroviari al centro antico, si dedicherà a riqualificare l’intera area urbana.
Per l’architetto di Monaco la Nuova Città deve essere ariosa, godere di ampi spazi, grandi aree verdi, viali alberati, zone adatte al passeggio ed allo svago. Gli edifici, tutti di un certo decoro e di pregio, devono trovare giusta collocazione all’interno di tali aree così concepite e progettate. Tutto ciò farà traslare la città, rispetto al nucleo originario, verso Sud e parallela al corso del Talvera, in una sorta di sistema a pettine. Nasceranno quindi i grandi viali alberati dell’attuale via Dante, via Carducci e tutte le strade di raccordo parallele. Viali dove verrà piantato il platano, tutt’ora presente, pianta cara ai filosofi greci, agli imperatori e simbolo della “dea madre”. Ville ed edifici di notevole importanza troveranno collocazione entro gli spazi della nuova città. Oltre all’edilizia abitativa Altmann progetterà: la collocazione del nuovo Tribunale di Bolzano (oggi Comando della Legione Carabinieri, con annesso Carcere), il nuovo Ospedale, le Caserme e altre opere di servizio. Tale griglia urbanistica comprende inferiormente anche la parte prospiciente all’Isarco, attuale via Garibaldi, collegando così l’ intero sistema alla zona ferroviaria. Gli architetti civici che gli succederanno allungheranno questa nuova città verso via Cassa di Risparmio, modificandone però il modello. Secondo Altmann, Bolzano doveva diventare una grande “Città giardino”e ritroviamo tracce di tale idea proprio ripercorrendo le vie e le strade da lui realizzate. Oggi, sotto l’ombra dei platani secolari, ci sembra ancora di sentire il sussurro, i pensieri e le parole degli antichi filosofi.
Oltrisarco, in lingua tedesca Oberau, ha una storia antichissima e recente allo stesso tempo. Nell’attuale via Trento per secoli era presente la Porta Trento, via di accesso alla città per chi proveniva da Sud. Nella zona di ponte Loreto erano state collocate strutture ai margini della città, come il Lazzaretto gestito dall’Ordine Teutonico e altre strutture di servizio sotto il controllo dei Signori di Aslago, la cui residenza era la Niederhaus. Dall’alto il controllo della piana era dato dal castel Flavon/Haselberg. Il fondovalle essendo soggetto a diverse esondazioni dell’Isarco, almeno fino al consolidamento definitivo degli argini del XIX secolo, era scarsamente abitato e la strada da Nord a Sud, che partiva dalla chiesa di San Giacomo, passava sulle montagne a mezzacosta attraversando Aslago, Virgolo, Cardano e poi salendo sull’altipiano del Renon. La situazione cambiò drasticamente con le bonifiche e la realizzazione della ferrovia. Nel 1859 venne realizzata la linea ferroviaria Verona-Bolzano e nel 1882 venne completata la bonifica della piana Atesina. Alla costruzione della ferrovia e alla bonifica parteciparono migliaia di maestranze, provenienti in gran parte dal Trentino e dalle zone limitrofe. Tali lavoratori poi resteranno in zona e Bolzano, avendo vietato l’immigrazione di italiani, concederà l’insediamento nell’allora Comune di Dodiciville, a cui Oltrisarco apparteneva. In poco meno di vent’anni, lungo l’attuale via Claudia Augusta, sorsero quindi centinaia di edifici e relative strutture di servizio. Le relative architetture varieranno dallo stile storicista, all’Ecclettismo, allo Jugendstil. In tal senso di grande pregio stilistico ad Oltrisarco troveranno collocazione la struttura del Tiro a segno del 1912, oggi sede delle Poste, in piazzetta Bersaglio; le Scuole Elementari Tambosi e la relativa Scuola Materna realizzata dall’architetto civico bolzanino Gustav Molte fra il 1911/12. Nel 1910 venne quindi progettata nel gusto Jugendstil la chiesa del S.S. Rosario, poi rivista nel 1920 nelle forme attuali e definitivamente inaugurata il 13 ottobre del 1935.
In foto principale: Il primo progetto della chiesa del S.S. Rosario
“Lo spazio in se stesso è un dispositivo di apprendimento e quindi le scuole con la loro architettura sono fondamentali nel promuovere ogni forma di insegnamento.” Tale assioma durante gli anni del fascismo a Bolzano è un qualcosa che viene immediatamente compreso. Se la struttura edilizia scolastica per le scuole primarie ricalcherà ciò che già esisteva in precedenza e verranno potenziati edifici scolastici per i nuovi quartieri, diverso è il discorso per la scuola secondaria. Bisognava formare una nuova classe impiegatizza, di tecnici, di insegnanti e dirigenti. Col piano regolatore comunale, lungo via Cadorna viene individuato il principale polo scolastico. E, se già nel 1929 viene realizzata la Scuola Commerciale di S.Quirino Claudia de Medici, in stile storicista, le altre dovranno avere l’eco di un nuovo stile, più consono ai dettami del regime. Tra il 1935 e il 1938 l’ingegnere Guido Dorna realizza il Regio Istituto Tecnico Commerciale “Cesare Battisti”. L’impostazione planimetrica ha una forma a U allargata, perfettamente simmetrica, austera e monumentale, secondo i dettami piacentiniani. L’edificio viene rivestito in marmo grigio all’esterno e in marmo policromio negli interni, con un’ampia e scenografica scalinata. Doveva incutere rispetto, ordine e funzionalità ai giovani quadri, rivolti all’ impiego pubblico e privato. Nel frattempo le Suore Marcelline, fra il 1935/37, useranno il Casinò di Gries per adattarlo a scuola privata, mentre nel 1934 Guido Pellizzari aveva realizzato la Scuola Elementare e di Avviamento al Lavoro in via Battisti. Queste strutture le abbiamo poi conosciute come Longon e Pascoli. Fra il 1938 eil 1940 nasce la Regia Scuola Tecnica Industriale sempre in via Cadorna. Erede della Fachschule nata a Bolzano nel 1884, progettata dall’ ingegnere Angelo Nolli, va a completare il blocco edilizio delle scuole tecniche. L’Istituto doveva rispondere alle esigenze di formazione del personale per la nuova zona industriale di Bolzano. Vengono istituiti corsi per motoristi, montatori, elettricisti, radiotelegrafisti, armieri, artificieri e meccanici per veicoli militari. Spesso gli insegnanti saranno gli stessi operai della fabbrica Lancia di Bolzano. L’ edificio è all’avanguardia per le officine, i laboratori e le aule specializzate di chimica e di fisica. Viste le forme più semplici e meno ieratiche del vicino ITC, gli americani durante la liberazione di Bolzano, lo preferiscono come loro sede rispetto agli edifici adiacenti.
In foto principale: La Regia Scuola Tecnica Industriale, che sorse in via Cadorna tra il 1938 e il 1940
Nel 1607 il Comune di Bolzano trasforma l’antico albergo “All’albero” in edificio scolastico con la denominazione di “Scuola Latina”. Prospiciente la Parrocchiale di S. Maria Assunta, il prospetto principale si sviluppa su via della Posta e quello laterale su vicolo Parrocchia. Le forme sono severe e austere, troviamo gli unici elementi che ingentiliscono la facciata nel vicolo laterale con una serie di bifore seicentesche sovrapposte con apposizione nell’intradosso del simbolo municipale di Bolzano, la stella a sei punte entro lo scudo bordato. Questa scuola pubblica affiancava nello svolgimento della didattica quella di derivazione ecclesiale. Entrambe erano improntate in sei anni di “studia inferiora” e tre di “studia superiora”. In tale percorso si apprendevano grammatica, poesia, retorica e filosofia. Gli studenti potevano usare testi diversi per la stessa materia e, nonostante la progressiva alfabetizzazione, gli alunni difficilmente proseguivano gli studi dopo i dieci anni di età. Si registrava, inoltre, la bassa frequenza delle ragazze alle istituzioni scolastiche. Nel 1774 la situazione cambierà con le riforme volute da Maria Teresa d’Austria, la quale istituirà la scuola dell’obbligo per tutte le classi sociali. Essa imporrà la realizzazione dei Ginnasi di Bolzano, Merano, Bressanone, Innsbruck e Hall. Ma bisognerà aspettare fino ai primi del ‘900, affinché questi ultimi assumano una configurazione realmente pubblica, al di là del Ginnasio dei Francescani (1882) e di altri istituti religiosi. Nel 1900 la Scuola Femminile Comunale di Piazza Walther, dove poi sorgerà l’Hotel Città, è gestita dalle Suore Terziarie. Demolito il complesso scolastico, per fare posto all’albergo, esse costruiranno la Scuola di S. Maria nel 1908, gestita dalle suore terziarie come scuola privata, attuale clinica di S. Maria. Nel 1902 su progetto di Gustav Nolte di Hannover viene realizzato il Real Ginnasio di via Leonardo da Vinci, oggi scuola media in lingua tedesca. Mentre Sebastian Altmann realizza la Scuola Magistrale sul retro delle attuali Poste. Bell’esempio quest’ultimo edificio di uno stile severo e di gusto neoclassico. Fra il 1908 ed il 1911 viene quindi realizzato il complesso scolastico di Piazza Madonna, sempre a firma dell’architetto Nolte. Lo stile eclettico si mescola con il gusto Jugendstil, con ricchezza di dettagli fiabeschi e mitologici scolpiti. Troviamo lo stesso stile anche nella scuola elementare dedicata all’imperatrice Elisabetta, oggi Dante (1911) e in quella elementare di Oltrisarco con annessa scuola materna (1911/12), sempre progettata da Nolte. Secondo i dettami suggeriti dall’imperatrice, le aule dovevano essere il più possibile luminose e accoglienti. Con l’arrivo del fascismo a Bolzano tutto cambierà, ma quella è tutta un’altra storia.
In foto principale: La “Scuola femminile” di piazza Walther che nel 1913 divenne Hotel Città
Nel 1927 l’istituto Case Popolari di Venezia viene incaricato della costruzione di un nuovo rione residenziale parallelo all’asse del Talvera, sul lato San Quirino. La massiccia immigrazione, soprattutto del ceto medio, ovvero di personale amministrativo e statale proveniente in gran parte dal Veneto, aveva bisogno di nuovi alloggi a Bolzano. Gli architetti dell’Istituto disegnarono un intero quartiere in stile veneziano, con tanto di sottoporteghi, calli, altane, comignoli alla veneziana, murature a faccia vista, pietra d’Istria, edicole votive e colonnine stilifore. Contemporaneamente sorrsero anche i complessi residenziali Incis di Piazza Vittoria (1926-28), il Rione Battisti di Luis Trenker (1928) in via Diaz e quello Incis di via Carducci (1926-28). Nel rione di viale Venezia gli edifici vennero impostati su corti interne, alla maniera veneta, con lo scopo di favorire la socialità e la convivialità. Gli stili furono diversi, dal bizantino al gotico, al rinascimentale all’eclettico, ricreando la complessità delle architetture presenti in Laguna. Diversi i materiali che venero utilizzati, dai mattoni agli intonaci, all’inserimento di ferri battuti, all’introduzione di trifore, bifore, balconi e cornici tipici della tradizione veneziana. Le strade dove vennero impostati gli edifici presero il nome di Venezia, Gorizia, Zara e Fiume, per sottolineare il legame di Bolzano con l’allora Regione “Venezia Tridentina”. Ciò sarà evidenziato anche dall’altorilievo rappresentante il Leone di San Marco, presente sull’edificio all’angolo di via Fiume. L’asse viario del complesso residenziale sfocerà prospetticamente e simbolicamente sul Monumento della Vittoria, dove sono collocati sugli alti pennoni la Lupa Capitolina e, appunto, il Leone di San Marco.
In foto principale: Un edificio di viale Venezia Copyright: www.sentres.com/it/viale-venezia
Nell’estate del 1931 viene inaugurato il Lido di Bolzano, commissionato dall’Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano su progetto affidato agli architetti Ettore Sottsass e Willy Weyhenmeyer, per rilanciare l’immagine della città a livello internazionale e come luogo di divertimento e di svago per i bolzanini. Il nuovo lido prendeva il posto della storica piscina e scuola di tuffi e di nuoto Gugler in viale Venezia, attiva per più di ottant’anni. Modello dell’architettura razionalista, il lido è il primo esempio in tale stile in città. Sorto in prossimità dell’Isarco, andava a completare la zona “sportiva” insieme allo Stadio Druso. L’impostazione planimetrica della struttura ad L dalle pure forme geometriche comprendeva un corpo di accesso e la biglietteria, portando alla zona spogliatoio, illuminata dell’alto e dalle finestre a nastro poste sul lato di via Trieste. Lo snodo architettonico fra la biglietteria e gli spogliatoi è dato da una torretta semicilindrica ripresa da quella realizzata da Le Corbusier a Parigi nel 1924. Le tre piscine, una olimpionica con trampolino per i tuffi e due di medie dimensioni erano anch’esse disposte a L. Era un progetto all’avanguardia, dove le piscine erano riscaldate e illuminate anche nelle ore serali. In origine i bagnanti avevano a disposizione un ampio arenile di sabbia dove potersi svagare e prendere comodamente il sole, i prati arriveranno solo successivamente. All’interno dello stabilimento e su entrambi i lati erano presenti le cabine per i bagnanti disposte su due livelli. Snodo centrale era l’ampia terrazza, dove si accedeva da una scenografica scala tortile e si trovava il grande ristorante sviluppato a doppia altezza. Dalla sua apertura e fino agli anni ‘60, tutta la vita estiva e mondana della città si svolgeva di fatto su quella terrazza: feste danzanti, sfilate di moda, concerti , premiazioni sportive. Ai bagni, alle docce riscaldate, all’infermeria, si affiancavano anche zone relax e zone massaggi. Sulle riviste internazionali dell’epoca il Lido di Bolzano veniva definito uno dei più belli e all’avanguardia del mondo. I due progettisti disposero pilastri, lampade, scale e panchine, seguendo un puro e semplice design armonico. Cuore e fucina di nuovi e indiscussi talenti a livello olimpico, dalla famiglia Debiasi in avanti, il nostro Lido ha segnato una parte importante nella storia di Bolzano, nel campo sportivo e architettonico, in questi due secoli di storia.
In fotp principale: Il lido di Bolzano in una cartolina del 1948