Bolzano città dell’acqua: rogge e fontane in epoca antica

Ai più sarà capitata sottomano  un’immagine indelebile della Bolzano antica, raffigurante le donne ricurve, nell’attuale via Dr. Streiter, intente a lavare i panni sulla roggia presente sul lato sinistro della strada. 
Le rogge cittadine che attraversavano la città sin dall’epoca medievale avevano diverse funzioni. Dalla distribuzione delle acque bianche all’immissione di quelle nere, dall’attivazione di alcuni mulini ad acqua, al lavaggio delle pelli o dei tessuti.
In via Dr. Streiter, ma anche in vicolo delle Erbe e in altri luoghi, le donne di Bolzano lavavano i loro panni. Un lavoro duro e faticoso. Al bordo della roggia veniva appoggiato un lavatoio fatto in legno, di solito rigato, per facilitare l’azione di lavatura dei capi in lino, canapa, cotone (raramente) o in lana. Le mani delle donne, spesse volte sformate per l’artrite, sfregavano energicamente i capi per tutta la famiglia. Nelle immagini storiche non si avvertono però dolore o sofferenza. Il lavare insieme era infatti occasione per scambiare due chiacchiere, pettegolezzi, annunci di nascite o avvenimenti dolorosi, racconti di tradimenti, amori inconfessabili, emigrazioni, ma anche ritorni da guerre o prigionie. 
Nel 1906 venne inventata la prima lavatrice, assemblando un mastello di legno, e nel 1930 l’industria Miele produsse il primo prototipo a motore. Da quel momento cambiò tutto, o quasi, e per sempre.
Fino a 100 anni fa l’acqua non era presente nelle case. Ogni via, ogni strada, ogni vicolo, ogni corte o cavedio interno, aveva la sua fontana. Le famiglie attingevano a questo bene prezioso, andandolo reperire proprio in strada. 
Delle fontane rimaste ne troviamo diverse in tutto il centro storico, ma non solo. Differenti per stili ed epoche, la maggior parte delle fontane risalgono al ‘600 e ‘700. 
Ne ricordiamo alcune. Ad esempio quella posta al n. 15 di via Dr. Streiter, settecentesca e con forma a edicola, dotata di un’ anfora stilizzata sulla trabeazione terminale e un basamento svasato e rastremato. C’è poi quella di via Cassa di Risparmio, angolo via Talvera, che risale al Seicento, col suo motivo ornamentale con i pesci. In via Vintola sono invece presenti due fontanelle con la vasca a forma di conchiglia e l’augello della fuoriuscita dell’acqua con la testa di leone. 
In passato l’acqua per Bolzano non fu dunque non solo simbolo di devastazione con le alluvioni, ma anche e soprattutto fonte di vita.

Autore: Flavio Schimenti

Hans von Lutz e il mistero delle lucertole nel Duomo di Bolzano

Entrando nel duomo di Bolzano alla penombra della luce chiaroscurale, sulla navata della campata sinistra, ci compare il suggestivo pulpito opera di Hans von Lutz. Il manufatto scultoreo,  realizzato dall’architetto di Schussenried, andava a completare le opere di abbellimento del Duomo bolzanino, insieme al campanile ultimato nel 1519. Il pulpito in esame viene realizzato fra il 1513/14, e di esso si è scritto tanto, delle formelle che rappresentano il Padri della Chiesa ecc., ma ai più è sfuggito un particolare interessante ed importante. Alla base delle due colonne che lo sostengono, sono state scolpite dodici lucertole. Sei per parte. Cosa ci fanno delle lucertole nel duomo bolzanino e cosa rappresentano ? Il mistero è presto risolto. La lucertola dal punto di vista simbolico per il mondo greco e poi romano, rappresentava orficamente “ l’immortalità”. Animale sacro al dio Apollo, associata alla divinità Salus per i romani, verra’ rappresentata in tante tombe dell’età classica. Essa incarnava l’eternità della luce, la sua predilezione a restare immobile ai raggi solari, fino ad assurgere a simbolo di resurrezione. I due fattori che hanno portato ad associare, per gli antichi,  a simbolo di resurrezione sono: la lucertola va in letargo d’inverno, per tornare al mondo in primavera; pur nella sua apparente fragilità,  essa è in grado di rigenerarsi, facendosi ricrescere la coda , se questa, viene  troncata. Nella simbologia cristiana essa diventa un modello per l’uomo. La lucertola è rivolta verso il sole, come l’uomo deve rivolgersi a Dio per trovare “ luce negli occhi e nel cuore”. Il rettile, quando giunge alla tarda età, si posiziona su un muro, rivolto ad Oriente – per il mondo cristiano è Gerusalemme-, attendendo che i raggi solari le possano ridonare nuovamente la vista ed una nuova vita.
In questa magnifica opera scultorea , il maestro Hans von Lutz, anticiperà grandi opere artistiche dei pittori del Rinascimento e del Barocco. Uno fra tutti quella di Lorenzo Lotto col ritratto di “Giovane nello studio” (1525). E, forse una delle opere più famose di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, il “ Ragazzo morso da un ramarro” (1593/94). Ramarro, in latino Lacerta viridis. Dodici lucertole nel duomo di Bolzano, le prime sei alla base della colonna centrale, hanno ancora il loro aspetto tradizionale, le altre sei, invece si stanno trasfigurando, trasformandosi nel ricco intreccio che l’autore le donerà.

Autore: Flavio Schimenti

1759: la nascita di Palazzo Pock in piazza della Mostra

Nel 1759 sull’area di piazza della Mostra dove prima sorgeva il complesso architettonico dei conti Liechtenstein, ormai ridotto in rudere, Franz Anton Pock decide di costruire un nuovo manufatto. L’intuizione sarà geniale ed innovativa. 
A Bolzano erano innumerevoli gli alberghi presenti,  sorti sin dall’epoca medievale per fornire servizi a vari livelli, in primo luogo a commercianti, forestieri ed avventori di passaggio che giungevano in città. 
Pock decide di alzare il livello dell’offerta: la nuova costruzione doveva poter offrire tutti i comfort e i pregi di una residenza nobiliare di quell’epoca a nobili, ricchi commercianti, cardinali ecc.  
Il progetto venne affidato all’architetto Christian Aigentler, il quale sviluppò una pianta ad L sul sedime del precedente edificio. La facciata esterna è ridondante con tutti gli stilemi dell’architettura rococò, nei quali stucchi, intonaci, portali e ferri battuti si intrecciano con i motivi del rochei e foglie di acanto. 
La sfarzosità dell’edificio ben si confaceva con le nobili residenze adiacenti di palazzo Menz e Campofranco. La nuova struttura alberghiera registrò ben presto la presenza di ospiti illustri. Fra questi,  l’arciduca Giuseppe d’ Austria nel 1765, papa Pio VI nel 1782, Johann Wolfgang Goethe nel 1786, Johann Gottlieb Herder nel 1788 e l’imperatore Francesco I nel 1822. Denominato inizialmente “zum blauen Bock”, dopo la visita imperiale a partire dal 1830 l’albergo venne ribattezzato “zum Kaiserkrone”(alla corona imperiale). Nel 1804 venne dipinta la volta dell’atrio di ingresso, nel 1805 l’edificio venne arricchito, nel giardino interno, con il teatro opera dell’architetto roveretano Andrea Caminada. Il teatro, il primo della città, della capienza di 800 posti, restò in funzione fino al 1905, sostituito dal nuovo Teatro Civico. La parte sul lato sud, in via della Posta, verrà modificata  con la realizzazione dell’edificio della Rinascente (poi Upim) nel 1928, ad opera degli architetti Amonn e Fingerle, dove verranno ricavati anche gli spazi per ospitare il famoso “Cinema Centrale”. 
Palazzo Pock costituisce il prototipo degli alberghi di lusso che verranno realizzati a Bolzano nel corso dell‘800 e del ‘900.

Autore: Flavio Schimenti

Il palazzo del turismo e la difesa del “moderno”

Parliamo di una nota ancora, dolorosa, per la recente storia architettonica, culturale e sociale di Bolzano. Nell’estate del 1986 le ruspe entrano in azione fra via Virgilio e Corso Libertà. A niente erano valsi la raccolta di firme di cittadini e commercianti presentata in Comune, gli appelli dei diversi Ordini professionali, la presentazione del vincolo di tutela alla Sovrintendenza ai Beni culturali artistici ed architettonici della Provincia di Bolzano. Un cavillo giuridico permise la demolizione di un edificio, ritenuto da molti uno dei più belli esempi dell’architettura razionalista eretti a Bolzano. Erano gli anni nei quali “il piccone demolitore” aveva come unica scusante quella di affermare “è un edificio costruito dal fascismo, quindi va demolito”; oppure “gli edifici costruiti da quel regime sono tutti uguali…”. Fortunatamente, ne è passata di acqua sotto i ponti. Sulle macerie di quella demolizione sono stati realizzati convegni, pubblicazioni, opere di sensibilizzazione e visite culturali. Con buona pace di molti… le architetture dagli anni ‘30/’40 non sono tutte uguali. Esiste l’architettura monumentale-piacentiniana nella quale il regime fascista veicolava tutto il suo linguaggio retorico e reazionario ed esiste l’architettura razionalista nella quale il linguaggio è libero e non formale, legata alle scuole di pensiero europee e internazionali. Le due realtà coesistevano in quel periodo. Gli edifici maggiormente celebrativi erano legati alla filosofia piacentiniana, quelli funzionali alla scuola di pensiero razionalista. 

Il Palazzo del Turismo si colloca, appieno, nel secondo assioma. Realizzato su progetto dell’ingegnere Armando Ronca viene costruito fra il 1938 e il 1940. Il progettista si trova a dover raccordare il fronte monumentale di Corso IX Maggio (attuale Corso Libertà) con una impostazione pienamente libera di piazza Virgilio. Egli creerà due blocchi. Uno più alto, sul prospetto della via principale – ma ne romperà lo schema compositivo, alternando mattoni a faccia vista con ampie superfici finestrate poste in verticale. Mentre nella facciata a fronte della piazza compone un frontone rivestito in travertino bianco intervallato da nove fornici rimarcate da esili colonne in marmo verde (serpentino del Brennero). Dalla scalinata di accesso si accedeva al grande salone dominato da una plastica scala d’onore – una delle più belle realizzate in Alto Adige – che portava all’ ampio teatro. Oltre alla sala teatrale, l’edificio ospitava gli uffici dell’ Azienda di Soggiorno e di Cura di Bolzano, sale di rappresentanza, gli uffici del Reale Automobil Club e altre attività legate al rilancio del turismo. La guerra fermò la destinazione d’uso iniziale e quando arrivarono gli americani a Bolzano il teatro, non ancora ultimato, venne arredato con i suppellettili provenienti dal cinema Roma. Nel 1946 la sala teatro venne trasformata in cinematografo, nota ai bolzanini come il “Corso” e rimase in funzione fino alla sua demolizione.
Senza il sacrificio del Corso, non avremo potuto salvare l’ex Gil,  il Lido, lo stadio Druso, gran parte della zona industriale e tanti altri edifici dell’epoca.

Autore: Flavio Schimenti

La fontana del fiume Adige in piazza della Vittoria

Su tale fontana è stato detto e scritto tanto, a partire dal suo significato simbolico e allegorico. Alcuni storici attribuiscono alla figura allegorica mirabilmente rappresentata il significato del fiume Tevere, altri invece fanno inequivocabilmente riferimento al fiume Adige. Noi siamo più propensi per il secondo significato. Quando, fra il 1935 e il 1937, venne costituito il “Foro della Vittoria” e vennero eretti gli edifici dell’Ina, che dovevano affiancare il Monumento piacentiniano sul lato nord, si pensò di rimarcare ulteriormente la simbologia di tale luogo. Sull’edificio realizzato dall’architetto romano Rossi De Paoli, proprio sul lato prospiciente il lato nord del monumento alla Vittoria, venne incastonata tale fontana. Realizzata in marmo di travertino bianco dall’artista trentino Alcide Ticò (Trento 1911 – Ortisei 1991), la scultura andava a rimarcare il già ricco significato allegorico della piazza. Oltre all’ architettura di Piacentini già pregna di metafore architettoniche, figurative, simboliche e scultoree, e ai due pennoni posti all’inizio di ponte Talvera con la Lupa Romana ed il Leone di Venezia, ed alla colonna romana posta al centro del parco della Vittoria – la fontana andava a completare il ricco linguaggio di giochi prospettici e di siti marcatamente allegorici. Il Fiume, incastonato in una struttura rettangolare, è rappresentato in maniera antropoformica, come già venivano raffigurati i corsi d’acqua nell’antichità (il Nilo, il Tevere, il Gange ecc.), mentre sotto di esso vi è una griglia in bronzo con una vasca. La figura è distesa, con una corporatura che ricorda le sculture di Michelangelo. Sul lato destro egli tiene saldamente a sé una grande cornucopia, simbolo di prosperità e di abbondanza, e da essa scaturiscono uva, mele e altri prodotti tipici agricoli dell’Alto Adige. Sotto la cornucopia, e sotto la mano destra, è scolpita una stella alpina. Di fronte a tale corpo disteso è posta una grande “Aquila romana”, delle stesse dimensioni della corpulenta composizione allegorica. Le ali sono distese e gli artigli poggiano saldamente. Una sulla gamba destra del fiume, l’altra a terra ancorata su una roccia nella quale compare una genziana acuale. Il volto del fiume sembra sottomesso allo sguardo severo dell’aquila. Fra le due composizioni, sullo sfondo, al centro, si profila la sagoma dello Sciliar. Il poeta Carducci scriveva “l’Adige più bello dell’Arno, a meno che non diventi cattivo nel furore impetuoso delle sue piene”. E un altro poeta scriveva “Adige verde, ecco una rosa, e te doni pace e la speranza induci”. 
Il regime fascista aggiogò l’Adige, con le nuove centrali elettriche e la nuova industrializzazione, e tutta la poesia del placido e tormentato fiume diventò solo un lontano, offuscato ricordo.

Autore: Flavio Schimenti

La Via Crucis sul Monte Calvario del Virgolo a Bolzano

In tutta l’Europa cattolica, fra il XVII e il XVIII secolo, vennero istituite le Vie Crucis per rammentare la “passione di Cristo”, aumentare la devozione popolare, nel contesto di una nuova sensibilità culturale, politica e religiosa. L’istituzione di tali vie sacre o di “vie dolorose” si deve in particolar modo a Carlo Borromeo, vescovo di Milano (1538-1584), che raccomandò che fossero collocate in un ambiente naturale, di rilevante interesse paesaggistico e caratterizzato da una già consolidata tradizione di fede e di pellegrinaggi. A Bolzano un simile sito fu individuato nel promontorio porfirico del Virgolo, con la sua chiesa dedicata a San Vigilio e all’eremo annesso, già meta di pellegrinaggi sin dall’epoca medievale. 
In Alto Adige un precedente storico lo troviamo a Dobbiaco, dove nel 1519 Christoph e Kaspar Herbst, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, realizzarono la prima “via crucis” nel Tirolo del Sud. I “Sacri Monti”, verranno chiamati soprattutto in Lombardia e in Piemonte, mentre qui da noi prenderanno il nome di monti del Santo Sepolcro o del Calvario. Si tratta di ben dodici siti in tutto l’Alto Adige. Saranno soprattutto i due ordini religiosi mendicanti, quello dei Francescani e quello dei Cappuccini, a favorirne la costruzione e ad alimentarne le pratiche di devozione popolare. 
A Bolzano l’istituzione della via Crucis del Virgolo si deve a un frate cappuccino proveniente dal convento di Rosenheim in Germania. Nel 1678, con pochi mezzi, iniziò la costruzione delle sette cappelle poste sul declivio sinistro del Virgolo in direzione della chiesa di S.Vigilio. Ben presto, nella realizzazione dell’opera verrà coinvolta l’intera  città. 
Le cappelle, di gusto secentesco,  furono realizzate con forme e dimensioni diverse a seconda dello spazio che si poteva ricavare dalle roccie sovrastanti. Alla realizzazione dei gruppi scultorei venne chiamato l’artista Georg Mayr Senior di Fiè allo Sciliar. Le raffigurazioni sono volutamente di forma altamente teatrale, ricche di pathos e in qualche modo assurgeranno quasi al grottesco. La prima cappella rappresenta il “Commiato di Cristo da Maria”, le altre “Cristo nell’ orto degli ulivi”, “La cattura di Cristo”, Cristo deriso”, “La flagellazione”, “Il martirio di Cristo” “La salita al Calvario” e infine il gruppo della crocifissione e la “Grotta del Calvario”. 
La stazione finale di tale via sacra  fu costituita dalla costruzione della chiesa del Calvario, realizzata nel 1683 dagli architetti Andrea e Pietro De Lai. Si tratta di un pezzo importante della città che per diversi secoli ha vissuto un’intensa dimensione di fede, soprattutto durante tutto il periodo pasquale e non solo.

Autore: Flavio Schimenti

La genesi delle passeggiate di Bolzano #2

Nella primavera del 1908 vengono inaugurate le passeggiate di Sant’Osvaldo. Esse sono concepite come naturale prolungamento delle passeggiate Lungo Talvera di Bolzano, le “Wassermauerpromenade”. Articolate lungo le pendici fra Monte Tondo e il borgo di Santa Maddalena, si svolgono per una lunghezza di 2,5 chilometri e il loro accesso è garantito oltre che dalle passeggiate del Talvera anche da via Beato Arrigo, da via Sant’Osvaldo e da Santa Maddalena di Sotto. Si caratterizzano per i tratti serpentinati immersi in mezzo a verdi cipressi, piante ornamentali, vigneti e bosco ceduo. A circa metà del percorso sono presenti due torri piramidali formate da conglomerati di porfido e considerati monumento geologico naturale. Il primo luglio 1909 l’architetto di Monaco Carl Ritter von Mueller muore a Villa Girasole all’età di 88 anni. Innamorato di Gries, lascia in eredità all’Azienda di Cura e di Soggiorno di Bolzano-Gries, oltre alla propria villa, una cospicua somma per permettere il proseguimento delle passeggiate del Guncina verso la parte a levante di esse. Oltre alle passeggiate, grazie a tale eredità verranno costruiti il Lido di Bolzano e il Palazzo del Turismo. Solo nel 1937 fu possibile mettere mano al proseguimento delle passeggiate e un piccolo monumento che porta al quadrivio di Peter Ploner lo ricorda. Il percorso ha il pregio di avere una bella visuale sulla città, sulle Dolomiti, la valle dell’Adige fino alla bastionata della Mendola.
Dall’altra parte del Talvera a Gries, diventato uno dei luoghi di cura più importanti dell’Impero, nel 1892 vengono realizzate le passeggiate del Guncina. Intitolate a Enrico d’Asburgo-Lorena (“Erzherzog-Heinrich-Promenade”), partono dall’antica parrocchiale di Gries e si inerpicano per 2,4 chilometri sui pendii soleggiati del Guncina, dove si possono ammirare magnolie, fichi d’India, cipressi, cedri e agavi. Per intervento di un’altra mecenate, Minna Ottilie Wendlandt-Scholvien di Amburgo, vennero realizzate anche le passeggiate d’Inverno, che collegavano l’albergo Austria con quelle del Guncina. E – per favorire ulteriormente l’accesso degli ospiti all’albergo – il 12 agosto del 1912 venne inaugurata anche la funicolare del Guncina, la quale superava un dislivello di 186 metri e poteva portare 20 persone. La funicolare cessò la propria attività nel 1963.
Le passeggiate di Bolzano racchiudono una storia con radici antiche, che di fatto ha dato lo stimolo all’attuale reticolo di spazi verdi e di luoghi da visitare e vivere.

Autore: Flavio Schimenti

La genesi delle passeggiate di Bolzano #1

Primo ottobre del 1905: su progetto dell’ingegnere Faehndrich, vengono inaugurate le passeggiate del Lungo Talvera di Bolzano, le “Wassermauerpromenade”. Il progetto, che risistemava tutta la sponda sinistra del Talvera, era un intervento complesso che, tramite opere murarie e vari livellamenti di quota, portava a congiungere ponte Talvera con ponte sant’Antonio. Dopo secoli di regime inquieto del torrente, si metteva mano a un grande intervento che ridonava alla città uno spazio pubblico che andava ad arricchire il sistema del verde urbano. Le passeggiate si snodano per la lunghezza di 1300 metri e la loro larghezza varia dai 10 ai 30 metri, costellata da viali alberati, aiuole e fontane. Di queste ultime, ne esistevano due. La prima fontana, all’imbocco delle passeggiate, è quella di San Francesco, opera dello scultore Ignaz Gabloner, in puro stile Jugendstjl. La seconda fontana è quella di Re Laurino, rimossa per le note vicende durante il regime fascista. Era collocata e quasi prospiciente a castel Mareccio. L’opera, realizzata da Andrae Kompatscher nel 1907, è costituita da un basamento in granito rosso, mentre le figure scultoree di Laurino e Teodorico sono in marmo bianco. Al basamento del manufatto è posta la scritta : “Per aumentare il bene dei cittadini – per onorare l’ospite straniero.” Il complesso monumentale era rivolto simbolicamente verso lo Sciliar e il Rosengarten. Smontata nel 1933, la statua venne donata al Museo della Guerra di Rovereto, dove rimase fino al 1994. Oggi è collocata in piazza Silvius Magnago, davanti al palazzo provinciale Widmann.
I cittadini di Bolzano, in quel lontano 1905, si riversarono entusiasti in quel nuovo spazio pubblico urbano. Le immagini ci testimoniano di come tutta la città accolse con grande gioia quel grande serbatoio di verde, profumi, colori. Bolzano poteva vantare, finalmente, passeggiate che la rendevano alla stregua di Merano, delle altre città dell’Impero e di quelle europee.            
Per più di un chilometro il verde urbano, su un asse stradario privilegiato, era costellato da aiuole ricamate in maniera meticolosa, cariche di rose, piante esotiche, piante aromatiche e quant’altro. Tale vista privilegiata sulla città e sul circondario era ed è arricchita di panchine, spazi di sosta e bellissimi lampioni, alcuni originali e alcuni sostituiti nel corso dei decenni.

Autore: Flavio Schimenti

La nascita dei parchi pubblici di Bolzano #2

Nell’Ottocento, Bolzano annoverava già due parchi pubblici: quello della Stazione e il Rosegger di via Marconi. Dall’altra parte del Talvera, il comune autonomo di Gries non era rimasto a guardare. Nel 1898 i cittadini di quel borgo potevano godere di uno spazio pubblico verde, pari per estensione a quello della Stazione di Bolzano. Questo parco si attestava frontalmente al ponte Talvera sul lato di Gries, e ricalcava, in parte, il sedime dell’attuale parco della Vittoria. Il perimetro verde era di forma triangolare ed era suddiviso in sei vaste aree alberate con piante ad alto fusto. Il giardino era di tipo all’inglese ed era ingentilito da un laghetto artificiale di forma circolare. Altresì, veniva denominato “parco” anche il lato più a nord, dove oggi si trova parco Petrarca. In quel luogo, in realtà, venivano raccolti i legnami provenienti dal Talvera e lì depositati. Sul lato sud, in corrispondenza delle attuali passeggiate S. Quirino, esisteva un grande piazza d’armi, destinata alle esercitazioni militari, anche se le leggende cittadine, ci narrano un’altra storia. Lì, in verità, venivano infatti stesi alla luce del sole i panni dei cittadini di Gries ad asciugare. Con la costruzione del ponte in ferro e l’arrivo del tram, che da Bolzano conduceva verso Gries, il parco venne arricchito da un bel portale di ingresso. Esso era composto da tre archi e ben presto, sopra di essi, fiorì una bella pianta di glicini. L’arco trilobato venne quindi rinominato dai cittadini “il portale dei glicini”. La pianta fioriva in primavera e durava per tutta la bella stagione. Ma la pace e l’armonia di questa parte della città, durarono poco. Dietro al portale, allo scoppio della Prima guerra mondiale, si decise di costruire il monumento dedicato ai Kaiserjäger. Perduta la guerra dall’Austria-Ungheria, il nuovo governo proprio su quel sito realizzò l’attuale monumento della Vittoria. Il parco restò, mantenendo parte delle precedenti colture arboree. Sul lato nord invece, in uno spazio adeguato, venne realizzato il parco Petrarca. Il vero e proprio accesso a tale parco diverrà, nel 1936, la Fontana delle Legioni di piazza 4 Novembre e verrà arricchito di pini mediterranei e di altre piante non autocone su lato di via Cadorna.
Passate le guerre, e grazie all’intuizione di un grande “maestro”, l’ingegnere Michele Lettieri, nascerà infine l’enorme spazio verde urbano del Talvera. Il nostro “Central Park”. Ma questa storia l’abbiamo già raccibtata, proprio su questo giornale.

Autore: Flavio Schimenti

La nascita dei parchi pubblici a Bolzano #1

Bolzano, come descritto nei precedenti articoli, dopo essersi dotata di importanti giardini privati per tutto il ‘600, ’700, e fino alla metà dell’800, alla sstregua delle altre città europee, inizia, alle soglie della “rivoluzione industriale” e dell’avvento del turismo, a maturare l’esigenza di spazi pubblici verdi aperti a tutta la cittadinanza. A Londra, il primo parco pubblico venne realizzato da J. Nash nel 1814, seguiranno poi quello di Liverpool nel 1844 e tanti altri in Europa e negli Stati Uniti (New York, Central Park, 1862). Nella nostra città, il primo vero e proprio parco pubblico è quello della Stazione, 1859. Nato come elemento di collegamento urbano fra la stazione ferroviaria e il centro storico, attraverso l’asse stradario di viale della Stazione. Fra lo spazio urbano, dove Sebastian Altmann aveva progettato la struttura ferroviaria, e le prossimità del Duomo allora vi era solo campagna. Rispetto ai due lati che lo dividevano, venne posto al centro un viale alberato che conduceva verso piazza Walther – ancora non esistente. Il parco venne arricchito di piante esotiche e ornamentali ad alto fusto e aiuole fiorite, e delimitato da percorsi pedonali interni, nonché di un basso muretto di recinzione. Solo in epoca successiva, all’interno del parco trovarono posto il Teatro Civico (1913) e la Fontana delle Rane (1930). Per avere idea di come potesse essere il primo parco pubblico cittadino, oltre alle immagini d’epoca, basta puntare l’occhio verso l’attiguo Parkhotel Laurin.
I cittadini di Bolzano di allora lo chiamavano orgogliosamente “il nostro parco cittadino”.
Il secondo parco pubblico, sempre progettato da Sebastian Altmann, nel 1870 è quello ricavato entro l’incrocio tra l’attuale via Dante, via Marconi, via Carducci e via Gilm. Esso è intitolato a Peter Rosegger, scrittore austriaco originario della Storia (autore di “La casa nella foresta”, 1877, e “Il cercatore di Dio”, 1883). Si estende per una superficie di mezzo ettaro ed è circondato da viali alberati, i consueti platani, così cari alla progettualità di Altmann. Secondo il progetto originario, di forma rettangolare, era suddiviso con aiuole poste in diagonale convergenti verso una piazzetta anch’essa della medesima forma geometrica. All’interno del parco sono presenti cespugli di spirea caragna, lagherstremia e folstizia. Le colture arboree sono cedri, tigli e magnolie.
In questo parco venne esiliata la statua di Walther von Vogelweide dal 1935 fino al 1981.

Autore: Flavio Schimenti