La centrale idroelettrica “Carlo Cicogna” di Cardano

Fra le zone di Rencio, Campiglio e Cardano, alla periferia nord di Bolzano, sorge la Centrale idroelettrica “Carlo Cicogna”. Prende il nome dall’allora presidente della Società Idroelettrica C. Cicogna che la ideò e la completò il 25 agosto del 1929. L’impianto entrò in funzione a settembre di quello stesso anno, dopo le verifiche strutturali e tecniche. Esso intercetta l’acqua del fiume Isarco all’altezza di Colma, tramite un’intercapedine mobile. L’impostazione architettonica ricorda da vicino le centrali elettriche disegnate dal futurista Antonio Sant’Elia qualche decennio prima. All’interno del palazzo del corpo centrale, a valle, è posizionata la “sala macchine” contenente cinque turbine “francis” ad asse centrale, le più potenti di quel periodo, sulle quali si innestano i cinque grandi condotti che si erigono inclinati sul pendio, verso la stazione a monte. In tale sito vengono esaltate tutte le caratteristiche della “modernità futurista”, il mito dell’elettricità, dell’efficienza, del motore e della “macchina”. L’opera allora, venne considerata fra le più innovative e moderne d’Europa, a essa si era direttamente interessato il governo centrale per l’utilizzo delle risorse idriche dell’arco alpino al servizio della nascente industria e della nuova espansione urbanistica di Bolzano, la città allora doveva raggiungere i centomila abitanti. La centrale con una linea elettrica ad alta tensione di 243 kw, esportava energia anche al servizio delle industrie della Lombardia e del Piemonte. Al corpo centrale a valle si affiancano alcune palazzine residenziali in gusto tardo-liberty, destinate al personale e alle loro famiglie in servizio alla Centrale. Esse, in qualche modo, assumono una certa dissonanza con la modernità dell’impianto, palese esempio in tale periodo storico di contrasto fra “passato” e “moderno”, tipica contraddizione anche in questo nostro territorio posto nel cuore delle Alpi.

Copyright foto principale: Davide Costanzo

Autore: Flavio Schimenti

Le guglie che si stagliano nel cielo della città di Bolzano

I campanili, o più correttamente le torri campanarie, hanno per secoli caratterizzato il paesaggio urbano ed extraurbano. Ogni chiesa, convento o cappella privata ne aveva uno. Questi elementi architettonici che si protendono verso il cielo hanno in realtà un’origine antichissima. Pensiamo agli ziggurat, alle piramidi e ai templi dei Maya. Si tratta di elementi di congiunzione fra la terra e il cielo, dove l’eco e il suono delle campane arrivava all’udito di tutti, determinando i tempi e i ritmi della vita quotidiana.
La tipica forma a torre si differenzia per epoche e composizioni stilistiche. A Bolzano fra gli esempi più antichi abbiamo quello di S. Giovanni in Villa, massiccia composizione romanica con blocchi di porfido alleggeriti alla sommità da eleganti monofore, bifore e trifore. Il campanile, come tutti quelli di origine romanica, termina con una struttura piramidale. Nel periodo gotico, dove tutta la struttura dell’edificio ecclesiale si protende verso il cielo, anche la guglia della cella campanaria si allunga verso l’alto. Tale prerogativa caratterizzerà fortemente il paesaggio: pensiamo ai campanili delle chiese bolzanine di S.Maurizio, di S.Maddalena, di S. Giorgio, di S.Martino in Campiglio, della antica Parrocchiale di Gries, per arrivare fino a quello del Duomo di S.Maria Assunta.
Il campanile di quest’ultima si appoggia sulla struttura romanica preesistente.
Fra il 1500 e il 1519 su progetto di Burkhard Engelberg di Ausburg, Hans von Lutz realizza la nuova struttura riprendendola dal modello di S.Maria Gestalde a Vienna. A una base quadrata vi sovrappone, nella cella campanaria, una architettura di forma esagonale.
In esso trova spazio tutto il linguaggio formale del gotico, con pinnacoli, balaustre, statue, archi di collegamento rampanti e doccioni.
La cuspide alta quindici metri, interamente traforata, anche per motivi statici, è connotata da tre corone scultoree che si inanellano su di essa, sottolineando la dedizione alla Vergine della città di Bolzano. La guglia del duomo caratterizzerà per sempre l’immagine della città. Il secondo campanile, originariamente previsto sul lato meridionale, non verrà mai eseguito per motivi statici, ma soprattutto economici. Dal 1683, anno dell’occupazione di Vienna da parte delle truppe turche, i campanili prenderanno la caratteristica forma a cipolla, in qualche modo per esorcizzare lo scampato pericolo ottomano.

Autore: Flavio Schimenti

L’attività di Luis Trenker architetto in città a Bolzano

Forse pochi sono a conoscenza che Luis Trenker, gardenese di nascita, alpinista, scalatore, romanziere , attore e regista – girò il film “Montagne in fiamme” nel 1931 – era anche architetto. A Bolzano per un breve periodo dal 1925 al 1930 mette in pratica pienamente la sua idea di architettura. Nel 1925 realizza a Oltrisarco, in località “Prato ghiacciato”, il progetto per un insediamento abitativo per la Cooperativa Case Popolari. Quattro blocchi di edifici, dalle forme semplici ed essenziali. Nel 1926 realizza Villa Pretz in via Castel Roncolo che firma insieme a Clemens Holzmeister. Si tratta di una bella residenza dalle forme razionali e innesti classicheggianti. Ma possiamo trovare le tracce più significative del suo linguaggio architettonico in quello che allora verrà chiamato “Rione Cesare Battisti” e in tedesco
“Beamtenhäuser”, realizzato fra il 1927 ed il 1930 fra via Armando Diaz e Piazza 4 Novembre, firmato anch’esso con l’architetto Holzmeister. Il rione che sorge di fronte al Palazzo degli Alti Comandi, nelle vicinanze del Monumento alla Vittoria e dietro il piacentiniano, ieratico e monumentale Corso Libertà (Corso 9 Maggio) avrà tutt’altre caratteristiche. L’idea sarà quella di creare una piccola città-giardino. Un lungo edificio che si affaccia su via Diaz, un secondo blocco in via Longon, e altre otto piccole unità abitative, poste simmetricamente all’interno del lotto. Anche qui la committenza non è pubblica, è privata la “Cooperativa impiegati statali e comunali”. Tale edilizia si ispira agli esperimenti abitativi realizzati nella cosiddetta “Vienna Rossa” degli anni ’20 e a quelli dell’edilizia socialista olandese. Nel blocco più lungo, rivolto verso sud, esso tende a incurvarsi, di fronte a esso ampi giardini, oggi coltivati a orti. Qui Trenker pone una scelta progettuale vincente, ogni blocco abitativo ha il suo balcone con l’angolo tagliato a spicchio. Il risultato è che i raggi solari possono penetrare più facilmente all’interno delle abitazioni e l’esposizione è tale che garantisce un’ideale illuminazione per tutta la giornata. Una stradina interna garantisce la comunicazione fra le unità abitative interne. Il complesso edilizio è inoltre fornito di un pozzo artesiano autonomo, tuttora utilizzato per irrigare gli orti. Tale esperimento abitativo nel ricreare una socialità di vicinato, di spazi urbani a dimensione umana, ne fanno uno dei pochi casi riusciti, oltre all’architettura puramente razionalista, dell’edilizia residenziale a Bolzano in quegli anni.

Autore: Flavio Schimenti

Il complesso monumentale del Nettuno in piazza Erbe

In piazza Erbe, per tutto il Medioevo e fino a pochi secoli or sono, all’angolo con i Portici lato Nord esisteva la “berlina” pubblica, il luogo dove cioè venivano esposti al pubblico ludibrio tutti coloro che avevano commesso reati.
La collocazione della berlina in tale zona non era casuale. Proprio lì di fronte, sempre all’inizio dei Portici, infatti era collocato il primo carcere di Bolzano.
Allora la giustizia era molto veloce e sbrigativa: chi aveva infranto la legge per qualsiasi motivo andava subito giudicato e condannato. Ma dopo secoli i bolzanini si accorsero che quel luogo – nel quale per tutto il giorno il malfattore sottoposto alla gogna veniva insultato, deriso o peggio – non proponeva proprio una bella immagine della città. I viaggiatori e i commercianti avevano infatti iniziato a frequentare in maniera esponenziale i numerosi alberghi e le locande della zona. Per ingentilire per sempre quel luogo fu allora deciso di cancellare la memoria del posto infausto. Per questo nel 1731 venne interpellato lo scultore Georg Mayr Junior da Fiè, figlio di Georg Mayr Senior realizzatore delle sculture della Via Crucis del Calvario al Virgolo. Allo scultore venne chiesto qualcosa che potesse rappresentare in maniera aulica la città di Bolzano. Nello stesso anno l’artista presentò il suo progetto, realizzando due modelli scultorei e prevedendo la realizzazione dei medesimi in marmo. Il progetto non piacque e venne bocciato. Mayr ci aveva pensato un po’ per riuscire a capire cosa potesse rappresentare la città e le immediate adiacenze. Essa, oggi come allora, è attraversata da tre corsi d’acqua: l’Isarco, il Talvera e l’Adige. E quale “entità suprema”, nella nuova ottica settecentesca, era predisposta a proteggere le acque? La risposta è Poseidone o Nettuno per i Romani. Ecco allora che il “dio delle acque” si candidava a diventare il nuovo protettore della città. Il progetto venne prima archiviato, ma poi riproposto dieci anni dopo da Sembrock, il quale propose di mantenere inalterato il sistema monumentale originario, sostituendo solo la parte inerente alla scultura del Nettuno da realizzare in bronzo. Il numero 3, relativo ai corsi d’acqua sopra citati, è ricorrente in ogni parte del monumento. La parte basamentale in marmo che sostiene la struttura soprastante ha una articolazione polilobata, dalla quale si dipartono tre mensole a volute, che sorreggono altresì tre catini in bronzo a forma di conchiglia, sui quali si riversa l’acqua che sgorga dai tre delfini sostenuti dalla figura possente del Poseidone. Esso – fuso in bronzo nel 1744 e realizzato da Gioacchino Reis – ha la struttura ieratica della statuaria greca, mentre brandisce il tridente. Un unico basamento in marmo su tre gradini costituisce il complesso monumentale al quale vengono affiancate due fontanelle laterali di foggia settecentesca, con la vasca sempre a forma di conchiglia.
Il manufatto, dopo alterne vicende, venne ultimato nel 1777, ben 46 anni dopo il progetto iniziale di Georg Mayr.

In foto principale: La fontana situata in piazza Erbe all’inizio dei Portici
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Autore: Flavio Schimenti

Luoghi di cura e di assistenza nella Bolzano medievale

Il problema del contagio della pandemia, dell’isolamento e dell’auto-isolamento è antico, almeno, quanto la storia dell’uomo. I nostri progenitori Neaderthal e Sapiens lo sapevano bene. Chi si ammalava all’interno del gruppo si auto-isolava per non contagiare gli altri esseri umani. Ma esisteva una “pietas” pregressa, che faceva sì che gli esseri “ammalati”, non venissero del tutto abbandonati. A questi individui infatti si dava, comunque, assistenza. Offrendo portava cibo e, per quanto possibile, le semplici cure mediche che le povere conoscenze di allora potevano consentire. Per quanto riguarda la storia di Bolzano il problema della salute, e della gestione della malattia erano ovviamente presenti sin dalle origini. Dalla conca bolzanina i romani si erano tenuti alla larga, temendo le pozze d’acqua lacustri, pericolose e malsane, portatrici di diverse pericolose e mortali malattie. I Reti prima di loro invece, avevano imparato a sfruttare le sorgenti d’acqua, ma quelle salubri, in senso benefico. Ne fecero infatti un vero e proprio culto, legato alla dea Reatia. Insieme alla località di Este (Padova) uno dei maggiori luoghi di venerazione, nonchè di utilizzo ai fini curativi in territorio alpino, fu proprio quello sito in località San Maurizio, i famosi “Bagni di Zolfo”.
Ma veniamo ai tempi più recenti. Siamo nel 1271 e un gruppo di ricchi mercanti bolzanini, decide di costituirsi in confraternita, la Confraternita di San Spirito. A proprie spese fa erigere, di fronte alla chiesa di S. Maria alla Palude, dove si trova l’odierno Duomo, un Hospitium. In esso venivano accolti: malati, poveri, pellegrini, vagabondi (quelli che noi oggi chiamiamo “senza fissa dimora”). Tale confraternita, costituita da laici, si proponeva di dare assistenza agli infermi affiancandosi all’opera di assistenza degli ordini ecclesiastici, che tramite i loro conventi, erano anche centri di cultura medica e farmaceutica. A Bolzano tale compito era svolto, dagli attigui conventi dei Francescani e dei Domenicani. L’antica costruzione dell’Hospitium è attualmente incorporata nell’edificio delle Poste e nel blocco architettonico, della parte retrostante, di fronte la chiesa di S. Domenico, dove venne poi costruito il Ginnasio cittadino. Tracce di esso sono visibili in entrambi i fronti strada, in via Cappuccini e in piazza Parrocchia. Ma le ricorrenti epidemie e l’elevata mortalità registrata fra i ricoverati, determinarono a un certo punto anche la creazione di un “lazzaretto” per l’isolamento dei più colpiti dalle malattie. Determinanti, rispetto a tutto ciò, furono due grandi pandemie nella storia cittadina: gli episodi di peste del 1347 e del 1478. Venendo così ad affermarsi il concetto di un luogo non più dedito alla guarigione degli inermi e del loro recupero, ma come mezzo, strumento e luogo di difesa per i sani. Il luogo scelto per il lazzaretto fu al di fuori della città, oltre ponte Loreto, ai piedi del Virgolo. Il lazzaretto venne gestito dai Cavalieri dell’Ordine Teutonico. Ristrutturato nel 1718, rimase attivo fino al 1879. L’antico ospedale di S. Spirito, invece, rimase in funzione fino al 1859, ovvero fino a quando venne costruito il nuovo ospedale su progetto dell’architetto Sebastian Altmann, nell’edificio che oggi ospita l’Università di Bolzano.

In foto principale: Qui in passato era situato l’Hospitium di Bolzano

Autore: Flavio Schimenti

L’antica chiesa di S. Quirino

Nella primavera dell’anno 757 , papa Paolo I donò al convento bavarese di Tegernsee le reliquie del martire cristiano S.Quirino, morto a Roma il 25 marzo del 299. Custoditi da due alti dignitari i resti del corpo del santo vennero inviati tramite un carro che attraverserò tutta la Penisola. Giunti a Bolzano dopo un’estenuante viaggio, i due custodi, stremati, si fermarono sulla riva destra del greto del Talvera. I due, dopo essersi abbondantemente rifocillati, pare che avessero ecceduto e largamente apprezzato il vino bolzanino che era stato loro offerto. Si addormentarono e sprofondarono in un intenso sonno in cui sognarono il santo che stavano trasportando, rivedendo il suo martirio. Risvegliati, decisero che avrebbero edificato una chiesa in sua memoria. I bolzanini condivisero con entusiasmo tale scelta e qualche decennio dopo iniziò la costruzione dell’edificio religioso dedicato a S. Quirino. Si tratterà di una delle architetture più antiche del periodo altomedievale presenti in regione. Di dimensioni modeste, presentava forma circolare, come tanti altri esempi architettonici coevi. La muratura venne realizzata in blocchi di pietra, tratti dal Talvera, parzialmente squadrati. Come in tutte le costruzioni preromaniche, le superfici finestrate erano assai modeste. Al centro della costruzione era collocato un pilastro, appena abbozzato, che sorreggeva la copertura conica. Su di essa si trovava una piccola torretta, che fungeva da cella campanaria, nella quale erano collocate due campane. La chiesa, posta com’era sul greto del Talvera, subì una sorte analoga a quella del convento di S.Maria in Augia. Ancora raffigurata nella grande alluvione del 1541 (Copia acquarellata Museo Civico di Bolzano) e ancora presente nelle incisioni di Bolzano realizzate da L. Pfendter, in quelle successive dal 1645 non verrà più rappresentata.
Essa non scomparve, abbandonata, dopo l’ennesima alluvione, ma una volta rinforzati gli argini adiacenti, venne sfruttata per erigervi sopra il maso Gugler. Inglobata in esso, al numero 13 di viale Venezia, la si può ancora scorgere nella parte retrostante della costruzione agricola. Si possono ancora riscontrare parti della struttura circolare e una tortuosa scala di accesso che conduce al livello della preesistente architettura. Gelosemente custodita dalla famiglia Gugler per quattro secoli, non è attualmente visitabile. In realtà, il sottoscritto ha avuto l’occasione di poterla vedere e garantisce che questa antica bellezza è in grado di affascinare ancora.

In foto principale: A sinistra la chiesa di San Quirino in una mappa del 1607

Autore: Flavio Schimenti

I masi in città a Bolzano

Masi in città ? Si, ve ne sono ancora, sopravvissuti alle bieca speculazione edilizia e integrati nell’odierno tessuto urbano, là dove una volta era tutta campagna. Alcuni li possiamo trovare mentre stoicamente resistono, ad esempio in via Verona al n. 10, nella sede ora di una tipografia, oppure in via Vicenza presso il n. 9. I masi sono ancora presenti a Gries, per antomasia borgo agricolo, o sparsi un pò per tutta la città. Forse il maso più famoso e prestigioso, sotto gli occhi di tutti, è quello situato in viale Venezia al n. 13, il seicentesco maso Gugler. Esso racchiude un tesoro preziosissimo nelle sue fondamenta, l’antichissima chiesa a pianta circolare di S. Quirino del XII sec., in parte ancora visibile- e di cui parleremo nel prossimo articolo. Nel prospetto della facciata sul portone di accesso al maso al primo piano compaiono gli affreschi delle figure di S. Quirino e S. Floriano, che sembrano vigilare sui resti dell’antico luogo sacro.
Ma in cosa si differenziano questi “masi di città” o di fondovalle, da quelli di montagna?
Innanzitutto per la disposizione planimetrica. I masi di montagna tengono rigidamente separati l’edificio residenziale e quello adibito a fienile-stalla. Quelli “di città” invece no. Il corpo architettonico dell’edificio è infatti un tutt’uno in senso longitudinale. La parte residenziale è collocata nel prospetto principale, mentre sulla parte del retro di esso viene ad essere collocato il blocco stalla-fienile. L’edificio di abitazione è interamente in muratura ed il blocco di servizio invece alterna la pietra al legno.
I masi bolzanini si concedono maggiore eleganza rispetto a quelli di montagna, maggiori rifiniture architettoniche, tagli più raffinati alle aperture finestrate ed affreschi con motivi religiosi. In quelli di montagna la prevalenza – in simbiosi fra il materiale del legno rispetto alla pietra – è sempre a favore del primo, mentre nel fondovalle accade viceversa. Un’altra differenza sta nelle coperture del tetto. In montagna di solito troviamo un semplice tetto a capanna, nel fondovalle invece ci si concede il cosiddetto “tetto alla slava”. Alle due falde, alla maniera “slava”, viene aggiunta una copertura triangolare di raccordo sulla facciata principale. Sul tetto in cotto e non in scandole, comparivano, di solito, simboli religiosi, a protezione della abitazione, del raccolto e degli animali. Di questi masi storici e di queste testimonianze ve n’era una bellissima a metà altezza in via Vittorio Veneto, oggi demolita.

In foto principale: Il maso Gugler

Autore: Flavio Schimenti

La residenza Rottenbuch

C’è un luogo a Bolzano che mi ha sempre affascinato. Si tratta della Residenza Rottenbuch a Gries, oggi sede dell’Ufficio Beni architettonici ed artistici della Provincia di Bolzano. Dalla scuola elementare Manlio Longon, che era lì vicino, potevo osservare questo edificio dalla finestra della mia aula. La residenza era ormai abbandonata da anni, allora, e quell’aspetto di forte degrado le dava qualcosa di spettrale, soprattutto la sera.
Il palazzo attuale è frutto di una serie di interventi che vanno dal Medioevo a tutto il corso del Seiecento. Esso nasce come edificio di due piani di forma torre, in funzione di maso agricolo, chiamato “Gandlhof”, posto in mezzo ad una distesa di campagna coltivata a vigneti, di proprietà della fattoria vescovile agostiniana di S.Afra con sede a Bolzano.
Ampliato nel ‘500 sul lato orientale con un nuovo rustico, l’edificio inizia ad essere trasformato in residenza a partire dal 1567, quando i Rottenbuch, appartenenti alla ricca borghesia bolzanina, ereditano il maso e sono elevati a grado nobiliare dall’arciduca Ferdinando II. I Rottenbuch hanno in mente di trasformare il complesso architettonico in uno dei più belli edifici della regione alpina. Per realizzare tale cambiamento vengono chiamate le maestranze lombarde presenti a Bolzano, ovvero i maggiori artefici della trasformazione architettonica del ‘600 e della “renovatio urbis” bolzanina.
Lo stile sarà quello che Nicolò Rasmo chiamerà Oltradige. L’edificio diventa un blocco unico adornato da bifore, ricchi erker ed una elegante scala esterna. L’interno viene arricchito con soffitti a trave lignea dipinti, bellissime stufe in maiolica, cicli di affreschi a tema cavalleresco, nobilare e profano, alla maniera di quelli presenti a Castel Mareccio -1588/1590 e quelli di Georg Mueller Pampbergensis con le leggende di S.Giuseppe – 1598.
Nel 1650 il complesso passa al mercante a David Wagner, la cui famiglia viene elevata al rango di baroni di Sarentino. L’edificio viene sopraelevato di un piano e viene ricavato il “salone delle feste”, uno dei più grandi di Bolzano, voltato nel 1681 ed arricchito di un bel caminetto in stile italiano. La baronessa Maria Viktoria, nel 1684 ricaverà nell’edificio al secondo piano una cappella dedicata alla Madonna di Loreto.
Ristrutturato nel 1977, il palazzo oggi è sede della Soprintendenza provinciale ai Beni Culturali.

Autore: Flavio Schimenti

Oltrisarco nella storia

Fra i tesori della città, in una zona trafficata ed in parte perifica come la via Claudia Augusta, sorgono una serie di edifici storici, dimenticati, trascurati, o dati per scontati.
Il quartiere prende il nome dalla conca di Aslago, dove correva l’antica strada che dalla valle dell’Adige conduceva verso il Brennero, attraverso il Virgolo in direzione di Cardano, per evitare l’acquitrinoso fondovalle.
Il quartiere collegato al centro dal tram nr.2 che conduceva a S.Giacomo sin dal 1913, nasconde fra le pieghe del suo tessuto urbano alcuni edifici di rilievo.
Innanzitutto la chiesa di S. Gertrude, oggi quasi nascosta. Della prima chiesa si hanno traccie fra il 1275 ed il 1336, costruita per volere dei signori di Aslago, Johann von Zenno, e completamente rifatta nella forma attuale nel 1778. A pianta centrale su progetto dell’architetto civico Franz Aigentler su commissione della famiglia Mayer, è un piccolo gioiello di epoca rococò. All’interno della cupola centrale troviamo il magnifico affresco di Carl Henrici, con la celebrazione e l’esaltazione di S.Gertrude al cospetto di Gesù Cristo. Una composizione sobria, con sfondamento della volta celeste, alla maniera del ‘600 e ‘700, ma con un quadro armonico che non si pone in alcun eccesso. La pala d’altare, sempre affidata ad Henrici, rappresenta Maria con Gesù Bambino insieme a S.Barbara e S. Gertrude. La composizione pittorica è impostata alla maniera prospettica veneziana, ed i chiaroscuri, illuminano i volti dei santi rappresentati. Altro edificio di notevole rilievo è la cosidetta “Casa bianca” o Niederhaus. Il fabbricato sorto nel 1177, come residenza dei signori di Aslago, fu completamente modificato nel 1420 per volere della famiglia Von Niederhaus. L’edificio per decoro e prestigio voleva porsi in competizione con il ciclo di affreschi a carattere profano di Castel Roncolo. Infatti, in un sussegguirsi di affreschi,possiamo trovare scene dedicate al tempo libero, all’ amore cortese, dame, nobili e cavalieri, animali esoterici, in una raffinata e lieve composizione che si pone fra i più importanti cicli di affreschi di arte profana di tutto l’Alto Adige. Lungo la via Claudia Augusta, per dare un adeguato luogo sacro alla ormai numerosa popolazione, sin dal 1910 viene progettata la chiesa del S.S.Rosario nelle forme del Jugendstil, ma solo nell’ottobre del 1935 si procederà alla costruzione attuale, inaugurata il 5 dicembre del 1937.

Autore: Flavio Schimenti

Santa Maria in Augia

Dopo secoli di oblio nel marzo del 1986 durante gli scavi della posa per le condotte del teleriscaldamento alla profondità di quattro metri in via Alessandria sono tornati alla luce i resti del complesso architettonico del convento agostiniano di S.Maria in Augia. Abbandonato nel 1406 monaci dopo l’ennesima alluvione, tale complesso era ancora visibile nel 1541, come risulta da una mappa che già allora citava solo alcuni ruderi, dopo di che se ne perse traccia.
Il convento di S. Maria in Augia venne fondato nel 1163 dai coniugi Arnaldo III di Morit-Grafenstein e Matilde di Valley, proprietari dell’allora castello di Gries. Fu affidato ai canonici agostiniani, che come compito fra l’altro avevano quello della ospitalità a pellegrini e viandanti. Il luogo scelto, infatti – sebbene fosse posto in un’isola ghiaiosa posta fra l’Adige e l’Isarco – era sulla via di comunicazione fra il nord e il sud del Brennero. Alla celebrazione di consacrazione partecipò il patriarca di Aquileia Ulrico II, parente stretto di Matilde di Valley. Il convento era legato a quelli fondati in precedenza a Novacella nel 1142 e a S.Michele all’Adige nel 1150 , nell’ottica di una fitta rete di complessi monastici fondati in tutta Europa. I primi canonici provenivano probabilmente da Vienna e il complesso era così importante che gli furono affidati campi, vigneti, pascoli, mulini, parrocchie (S.Genesio, Avelengo, Val d’Ega, Pusteria), nonché il complesso Ospitale di S.Maria in Senale in Val di Non. Dal punto di vista architettonico, il complesso canonicale era composto da una chiesa a tre navate con tre absidi e sostenuta da otto pilastri quadrangolari. Accanto alla chiesa sorgeva un’ampio chiostro, anch’esso di forma quadrangolare. La facciata, secondo la lapide sepolcrale di Matilde di Valley presente nel convento di Gries, era composta da due campanili gemelli alla maniera germanica e due ordini di arcate sopra il portale d’ingresso. La chiesa subì dei rimaneggiamenti in epoca gotica e – dopo una ennesima alluvione, come si diceva nel 1406 – venne definitivamente abbandonato. I monaci vennero ospitati nel castello di Gries (vedasi articolo precedente). Le rovine riportate alla luce fanno oggi parte del parco delle Semirurali inaugurato il 28 giugno del 2007. Esse sono collocate in un giusto percorso museale a cielo aperto, nel quale si possono solo intravedere le caratteristiche che furono di questo complesso architettonico importante per la storia di questa città e del nostro territorio.

In foto principale: I resti di Santa Maria in Augia nel paroco delle Semirurali a Don Bosco

Autore: Flavio Schimenti