La parrocchiale di Lagundo: uno scrigno d’arte contemporanea

A Lagundo la vecchia parrocchiale è sita nel centro del paese, cioè nella zona più elevata, posta sulle pendici della montagna. Col passare del tempo però lo sviluppo urbano del paese ha avuto luogo più in basso nelle vicinanze della strada nazionale, sulla direttrice Merano – Val Venosta, così si decise di costruire una nuova parrocchiale intitolata a San Giuseppe. I lavori iniziarono già nel 1966 ma furono ultimati nel 1971. Furono i coniugi Willy e Lilly Gutweniger ad essere incaricati del progetto architettonico seguiti con attenzione da un comitato di parrocchiani e dal parroco Josef Chrost. Il 23 maggio 1971 fu aperta al pubblico ma la consacrazione solenne con il vescovo Josef Gargitter si ebbe solo il 13 marzo 1977. 

I coniugi Gutweniger decisero di creare una struttura che fosse in grado di trasmettere il messaggio: “Dio abita in mezzo a noi”. E per far questo pensarono alla struttura tipica del maso, generalmente costituito di piccole costruzioni annesse. L’intera costruzione, gli interni e tutte le opere artistiche sono un continuo rimando simbolico. Il corpo di fabbrica principale è l’aula suddivisa in quadratum populi e quadratum dei ma con soluzioni inusuali. Annessi, seppur contigui, vi sono la torre d’ingresso, il vano penitenziale e il battistero.  Willy e Lilly Gutweniger individuarono nella struttura esagonale del favo delle api la forma perfetta per la planimetria. Azzeccato era naturalmente anche il significato simbolico del favo ossia unione, collaborazione, zelo. All’interno della chiesa e nel susseguirsi dei vani, anche i materiali scelti hanno una funzione simbolica. Semplici come il mattone e la gettata di cemento simbolicamente vogliono invitare il credente a presentarsi “per quello che è senza unitili sovrastrutture e travestimenti”. Nel vano penitenziale -il primo ad essere percorso- il pavimento è d’argilla per ricordare al fedele: “Polvere eri polvere ritornerai”. L’acquasantiera è un masso erratico che schiaccia il pentacolo, simbolo del male. 

La via crucis è una importante opera di Peter Fellin (Revò, 6 settembre 1920 – Merano, 22 aprile 1999) che per la sua realizzazione seguì le indicazioni del Consiglio pastorale di Lagundo che voleva una rappresentazione declinata alla vita quotidiana di oggi e quindi vicina alle persone. Ogni stazione rappresenta ciò che oggi la società può fare ad un uomo. Sul pavimento un triangolo con l’occhio di Dio indica il punto di intersecazione del vano penitenziale, del battistero e della navata. Esattamente in questo punto nella cerimonia battesimale i genitori promettono di condurre il proprio figlio a Dio. La grande pietra battesimale è in marmo bianco di Lasa simboleggia il Cristo, la pietra angolare, la roccia della salvezza. L’acqua corrente che sgorga nel ruscello rappresenta la pienezza della vita dopo il battesimo e i tre gradini che vi scendano rappresentano la discesa al giordano che fece Cristo per essere battezzato. Il muro perimetrale orientale racchiude in sé tre diversi stili: pietre da taglio romaniche, archi gotici ed elementi moderni ad indicare la continuità della storia dell’uomo e della presenza del divino. La parete sud invece è la parete della “Grazia” ed è caratterizzata da una grande vetrata raffigurante un albero colto in tre momenti capaci di simboleggiare le tre età dell’uomo dall’infanzia alla vecchiaia. L’opera è stata realizzata dall’artista meranese Monika Malknecht (Parigi 5.4.1944 -Merano 5.5.2021). Qui i colori ora chiari ora scuri dei vetri rappresentano l’eterna lotta tra bene e male che alberga nell’uomo. Essa terminerà solo sulla soglia della morte, lì i colori della beatitudine si fanno chiari. La navata è un ampio vano multicolore per celebrare la grandezza del Signore. Le Travature sul soffitto disegnano linee che sembrano convergere in un punto posizionato l di là dell’edificio. Da ciò la convinzione di essere in cammino verso una meta, verso il Padre celeste. La parete dietro l’altare lascia intravedere qualcosa di splendente: la vita oltre la morte. Si tratta infatti di una parete imponente un ostacolo invalicabile, che però ad un tratto si apre lasciando intravedere uno zona luminosa costituita da un mosaico dorato opera di Josef Widmoser (Haiming,  1911 – Innsbruck 1991). L’artare maggior, opera dello scultore Josef Brunner (Prato 08.02.1924 – Merano 20.11.2017)

Raffigura un bassorilievo di gusto paleocristiano con al centro la croce trionfante, i quattro pani, due pavoni contrapposti intenti a beccare i quattro pani. La cornice che corre lungo tutto il perimetro dell’altare è costituita da grappoli d’uva e foglie di vite. Il tabernacolo ha una cornice marmorea con i simboli dei quattro evangelisti e i grappoli d’uva. Mentre al centro una grata preziosa di fiori dorati opera dell’orefice Willy Wiehmann. Le vetrate che con i loro colori vivaci illuminano l’aula vengono a pag. 35 nell’articolo dedicato a Susanne Demmel.

Autrice: Rosanna Pruccoli