Angelo, il barbiere che cura le radici

A Don Bosco c’è un barbiere che non si occupa solo di capelli e barbe, ma che ha a cuore le radici di chi, come lui, si è trasferito molti anni fa a Bolzano, lasciando la propria terra d’origine. Lui è Angelo Costanzo e la sua storia è composta da fotografie e album ritrovati tra le mura di casa: non solo di casa sua. Ma facciamo un passo indietro…

Angelo nasce in Calabria, le sue radici sono a Platania, paese in provincia di Catanzaro, a pochi chilometri dal mare. Si trasferisce in giovane età a Bolzano, con la famiglia, città del nord circondata da montagne: un mondo tutto diverso per lui, ma ricco di opportunità. Angelo studia e inizia presto a lavorare come assistente a bottega, per imparare il mestiere del barbiere, che adesso svolge da quarant’anni. Passano gli anni e i genitori di Angelo, che avevano venduto la casa a Platania per trasferirsi al nord, riescono a riacquistarla. è una grande soddisfazione poter tornare in paese senza farsi ospitare da amici e parenti, e ritrovare uno spazio proprio, dove poter passare le vacanze estive e sentire il profumo delle “cose di casa”. Alcuni anni dopo, i genitori di Angelo vengono a mancare ed è proprio davanti a questo cambiamento, a questa “perdita delle radici”, che in lui scatta qualcosa. Nel 2012, un giorno di novembre, crea un gruppo pubblico su Facebook: Platanesi nel mondo – Platanesi in the World. Già il giorno dopo essere nato, il gruppo ha più di mille iscritti, e nel tempo continuano a crescere. Creando una piazza digitale e sfruttando il grande potenziale dei social, Angelo ravviva una rete relazionale che già esisteva, fatta di ricordi e tradizioni che la migrazione aveva appannato. Da lì, le estati di Angelo diventano una ricerca, un tuffo nel passato e nelle storie di compaesani, partiti da Platania e a volte mai più tornati: trasferiti nel nord Italia, in altre zone d’Europa, nelle Americhe: insomma sparsi per tutto il mondo.  


È un viaggio che lo porta a recuperare fotografie, a conoscere posti lontanissimi dove però è stato portato un pezzetto della sua terra. Sono momenti emozionanti per lui e per le persone che ritrova, memorie storiche del suo paese, storie d’infanzia e aneddoti che raccoglie e condivide.  
Intanto, tornato a Bolzano organizza, con il gruppo “Platanesi nel mondo”, incontri in cui ci si scambia storie e si rinnovano tradizioni, soprattutto mangiando i prodotti tipici calabri. Uno degli incontri più numerosi si è tenuto qualche anno fa a Verona: “Un momento davvero emozionante, c’erano persone che venivano da tutta Italia, che avevo conosciuto da bambino e ho ritrovato adulte, persone che non vedevo da moltissimi anni”, racconta Angelo. 
Ora, con l’emergenza sanitaria in corso, questi incontri non sono possibili, ma grazie al gruppo online ci si continua a scambiare fotografie in bianco e nero, scatti rubati alle cucine che mettono l’acquolina e, in un momento così difficile, soprattutto si mantengono i contatti. “Mi piacerebbe riproporre un momento così qui, nel quartiere, che già ospita una grande comunità calabra”, conclude Angelo. “Un evento aperto a tutti, per raccontare e condividere le nostre tradizioni e la nostra memoria”. Da quasi trent’anni Angelo, oltre al look degli abitanti di Don Bosco, cura le relazioni e, assieme a queste, le loro radici. 

Autore: Redazione COOLtour

Panchine, un luogo comune

“Luogo comune” è un progetto nato per valorizzare e ridisegnare il modo in cui ci si siede e si interagisce con le panchine nello spazio urbano nel quartiere Don Bosco di Bolzano. Quattro idee diverse per connettere le persone nel rispetto del distanziamento sociale.

“Luogo comune” è un progetto sviluppato da Francesco Ferrero, Julia Maier e Ute Peppersack, tre studenti del master di eco-socio design della Libera Università di Bolzano in collaborazione con Officine Vispa e il supporto del Comune di Bolzano. Su queste pagine avevamo già parlato del progetto “Insalata di Bosco”, un ricettario condiviso del quartiere Don Bosco che fa parte di questa rete di progetti volti a connettere le persone tra loro.  
Per questo progetto, dice Francesco Ferrero, “mettiamo insieme le nostre conoscenze: abbiamo la grafica, il design del prodotto; non conosciamo le peculiarità di Don Bosco ma abbiamo un’associazione che ci aiuta e che ci sostiene, Officine Vispa”. Gli incontri e i momenti di dialogo iniziati in presenza, si sono poi ovviamente spostati online, dove sono continuati il lavoro di ricerca e il processo di design per ripensare il modo di interazione con le panchine e dello stare nello spazio pubblico. I quattro modi scelti per farlo, i quattro ‘elementi add-on’ – ovvero che possono essere ‘installati’ sulle panchine – non sono pensati solo per diventare dei possibili strumenti di connessione sociale per via della situazione provocata dall’emergenza sanitaria; anzi, sono stati pensati per essere versatili e durevoli nel tempo. 
La ‘turning table’ è la prima idea di stazione, che consiste in una serie di pannelli trasparenti dove sono apposte delle domande in merito alla situazione odierna (o immaginare quando sarà finita) per agevolare la socialità nel rispetto del distanziamento e che all’occorrenza potrà essere trasformata in una tavola. La ‘moody bench’, invece, si tratta di una serie di sticker apposta ad alcune particolari panchine che hanno una disposizione a cerchio, dove si può scansionare un codice QR e ascoltare una ‘playlist di quartiere’ alla quale si può contribuire con le proprie scelte musicali, in base all’umore di quel momento. La terza stazione è la ‘happy box’, una scatola dove lasciare e ricevere in cambio dei messaggi; e infine un altro ‘tavolo versatile’, la ‘talking bench’, pensata per agevolare le persone a interagire ma attraverso un pannello frapposto tra le due, sul quale possono anche esprimere i loro pensieri in forma scritta o disegnata – sempre con la necessaria distanza. “Per il momento è un’idea, un progetto che non ha ancora visto la luce, ma che sicuramente speriamo possa essere d’aiuto per altri progetti, o possa essere di ispirazione per altre idee o in qualche modo – dice Francesco Ferrero – speriamo che porti una nota positiva a un quartiere che ha già tantissime associazioni, persone e lavoro sul pubblico, sullo spazio e su tutto quello che gravita attorno al quartiere”.

Autore: Redazione COOLtour

I giovani e la passione per lo skateboard

Nei giorni scorsi alcuni ragazzi sono stati multati perché scoperti a praticare lo skateboard all’interno dello skatepark di Bolzano ai Prati del Talvera, uno dei luoghi più frequentati dai giovani bolzanini, ma in quel momento chiuso causa covid. In un secondo momento il Comune di Bolzano ha deciso di consentire nuovamente l’accesso alla struttura, attraverso un accordo di autogestione con l’associazione Skate Project. Siamo andati sul posto a vedere com’è la situaizone. 

Parlando con Matthias Vesco – 33 anni, appassionato di skateboard e membro dell’associazione Skate Project – abbiamo capito che, dietro alla chiusura dello skatepark e alle successive polemiche, in realtà c’è molto di più. Lo skate park è riservato principalmente alla disciplina dello skateboard ed è tra i più famosi d’Italia. Qui, ogni giorno, decine di ragazze e ragazzi passano il proprio tempo praticando la loro passione all’aria aperta. Matthias, che da oltre 20 anni utilizza quotidianamente lo skateboard, ha conosciuto questo sport alle scuole medie quando, tra i ragazzi della sua età, era un’attività davvero molto comune.

Matthias Vesco

La sua passione
“Dopo essermi appassionato a questo mondo, ho dovuto imparare a utilizzare il mio skate, esercitandomi molto. Non esistono delle squadre con gli allenatori che, come negli altri sport, ti insegnano la giusta tecnica e nuove abilità – racconta Matthias Vesco – ma si impara grazie ai gruppi di amici.” Ed è proprio per questo motivo che lo skateboard, come per la maggior parte delle attività sportive all’aria aperta, necessita dei propri spazi.

La chiusura dello skatepark
Gli stessi spazi riservati alla pratica di questa disciplina, però, sono  stati recentemente chiusi. Questo ha suscitato molto malessere tra i giovani che frequentavano lo skatepark di Bolzano, non solo perché non avrebbero più potuto allenarsi (come avvenuto durante lo scorso lockdown di marzo), ma in quanto tutte le strutture confinanti – dai campi di pallavolo, basket e calcio, fino al parco giochi – sono rimaste accessibili a tutti, ottenendo un trattamento diverso.

La riapertura: “una sorpresa, ma ora serve responsabilità”
Dopo numerosi interventi da parte dei ragazzi sui media locali, il Sindaco ha concesso l’autorizzazione ad aprire lo skatepark con il limite di capienza massima stabilito a 20 persone. “Per noi questa è stata una grande sorpresa, la dimostrazione che si riesce ad intervenire su ciò che si ritiene sbagliato nella nostra città. Non abbiamo mai voluto esprimerci sulle circostanze sanitarie che determinano l’apertura o la chiusura dello skatepark – sottolinea Matthias – ma esigiamo che le regole valgano per tutti, non potevamo essere noi gli unici penalizzati.” Ora lo skatepark è uno spazio autogestito e il Sindaco si è affidato alla responsabilità dei ragazzi. “L’associazione Skate Project non può garantire un controllo durante tutto l’arco della giornata, bisogna imparare a regolarsi. Personalmente mi è capitato di cedere il mio posto ad altri skater, solo così possiamo permettere a tutti di allenarsi e divertirsi – inoltre – ho percepito poca fiducia da parte dei giovani verso le istituzioni, ma credo che la riapertura dello skatepark abbia dato un messaggio positivo a tutti perché è il frutto di un dialogo instaurato tra la cittadinanza e le istituzioni” ha concluso Matthias.

Andrea Dalla Serra

Giulia Pedrana, da Bolzano a Brighton

Giulia Pedrana, in arte Julia Traser, è una giovane cantante che sta dedicando tutte le sue energie alla sua passione ed è determinata a inseguire il suo sogno. Nata a Livigno, si è trasferita a Bolzano, ospite del convitto Marcelline, per frequentare il liceo musicale G. Pascoli, seguendo in parallelo i corsi di musica dell’Istituto Vivaldi. “Purtroppo, dopo i primi due anni, l’indirizzo musicale non è partito a causa del numero esiguo di studenti e siamo stati uniti all’indirizzo artistico. A quel punto ero incerta su cosa fare, se restare a Bolzano o trasferirmi a Trento, ma alla fine non ho avuto cuore di lasciare Bolzano. Una delle ragioni principali è stato sicuramente il Festival Studentesco, che ho visto come una grande opportunità di crescita oltre che un’esperienza unica ed emozionante. Un evento simile al Festival Studentesco, che permette a degli studenti delle scuole superiori di esibirsi in un palasport davanti a un pubblico enorme, non esiste da nessun’altra parte. Proprio grazie al Festival ho capito che stare sul palco è ciò che mi piace e che voglio fare.” Bolzano è diventata quindi una seconda casa per Giulia e il luogo che l’ha lanciata come artista. Infatti, quasi 5 anni fa, ha presentato il suo primo EP “My Own Way” al centro giovanile Vintola18. Questo è stato il suo esordio nella composizione in inglese, prima di trasferirsi a Brighton al termine della scuola. “Bolzano è un’ottima piattaforma di lancio perché è una città culturalmente molto attiva che offre tante possibilità ai giovani, oltre al Festival Studentesco penso per esempio all’Art May Sound o a Upload, però è come se fosse una bolla da cui difficilmente si riesce a uscire e a fare il salto per raggiungere un pubblico più ampio. Dovevo quindi spostarmi per inseguire il mio sogno e invece che Milano o Roma ho preferito guardare più in là e puntare al Regno Unito perché ho sempre amato gli artisti inglesi. Ho letteralmente digitato ciò che mi interessava su Google e ho trovato la scuola di musica BIMM di Brighton. Purtroppo le mie competenze di inglese non erano ancora sufficienti e per pochi punti non ho ottenuto la certificazione che mi serviva ad entrare, ma sono partita comunque e ho passato il primo anno  a lavorare e a studiare inglese. Essendo immersa nella lingua l’ho imparata in fretta, sono riuscita a entrare al corso di songwriting che mi interessava e ora faccio quasi più fatica a parlare italiano che inglese”. Tuttavia, spiega, l’inizio non è stato in discesa sia per le difficoltà linguistiche che per la concorrenza spietata: “mi sono improvvisamente trovata proiettata in una realtà completamente diversa: Brighton non è una grande città, ma ospita lo stesso numero di artisti che si possono trovare a Londra”. Ora Giulia ha finito l’università e, nonostante la concorrenza, adora Brighton, che le offre ottimi stimoli e opportunità, fra cui quella di potersi esibire liberamente anche per strada che l’ha spinta a compiere un viaggio per tutt’Europa nell’estate del 2019. “Ho sempre amato l’arte di strada e qui è una pratica molto diffusa perché è possibile esibirsi senza licenza. Quindi ho cominciato a farlo anche io e poi ho pensato di portare la mia musica nelle strade di altre città. Dall’Inghilterra sono andata in Francia, poi in Portogallo, in Spagna, in Germania, in Belgio e infine ho concluso il tour a Bolzano prima di tornare a Livigno dalla mia famiglia, tutto in compagnia del mio ukulele. È stata un’esperienza indimenticabile e per fortuna sono riuscita a farla l’estate scorsa!”. 
Quest’anno, invece, poiché le possibilità di viaggiare e di esibirsi dal vivo sono limitate, Giulia ha deciso di impegnarsi in una sfida con se stessa e pubblicare una canzone alla settimana sulla piattaforma SoundCloud, progetto che ha intitolato “One Song at a Time”. Alcune delle sue canzoni si possono ascoltare anche su Spotify e YouTube, mentre su Instagram condivide vari aspetti della sua vita e del suo percorso e recentemente ha iniziato a pubblicare contenuti anche su Tik Tok. Inoltre insegna musica a distanza via Zoom e lavora in una pasticceria, portando avanti la tradizione di famiglia. 
Quando le restrizioni per la pandemia saranno finite, sogna di intraprendere un viaggio in Australia per ripetere l’esperienza fatta l’anno scorso, ma spera anche di tornare a Bolzano e organizzare qui un nuovo concerto.

Autore: Greta Sofia Lampis

I bolzanini alla guida

Come si comportano i bolzanini nel traffico? Con il comandante dei vigili urbani Sergio Ronchetti diamo un’occhiata ai dati delle contravvenzioni del 2020, mettendo in evidenza i vizi e le virtù che caratterizzando i comportamenti degli abitanti del capoluogo.

// Di Luca Sticcotti

Negli ultimi dodici mesi la mobilità dei bolzanini è stata in parte modificata dalla pandemia. Nei periodi di lockdown più intenso la mole di traffico è diminuita, ma il calo molto significativo dell’uso dei mezzi pubblici ha portato sulla strada molti cittadini che fino a quel momento si erano mossi poco con i veicoli privati, a due come a quattro ruote. Lo stress e l’ansia collegati all’emergenza in qualche misura hanno anche accresciuto nervosismo e alcuni casi disattenzione e maleducazione da parte dei cittadini.


E certo non ha aiutato il sistema viario bolzanino, costantemente al limite da molti anni, come sappiamo.
Abbiamo quindi voluto cogliere l’occasione della pubblicazione dei dati sulle multe prese dai bolzanini nel corso 2020, per identificare assieme al comandante dei vigili urbani Sergio Ronchetti quali sono oggi gli aspetti più significativi della frizione tra le categorie (pedoni, ciclisti, motociclisti, automobilisti e autotrasportatori), cogliendo l’occasione per ribadire quali sono le motivazioni che stanno a monte delle norme più disattese.

Sergio Ronchetti

L’INTERVISTA
Qual è l’attuale situazione?
Statisticamente nel corso dell’ultimo le infrazioni sono un po’ calate, complice anche il Covid che ha modificato i comportamenti per quanto riguarda gli spostamenti. Un dato che risulta evidente e che tutto sommato mi stupisce molto, riguarda la disattenzione con cui i nostri concittadini affrontano i semafori rossi. Nell’ultimo anno abbiamo posizionato cinque telecamere ai semafori ed è sorprendente il numero di persone che passano col rosso, nonostante il fatto che il nostro sistema sia tale da non penalizzare anche i comportamenti non perfettamente regolari, come quello di chi passa con l’arancione (il codice della strada infatti prevederebbe in questo caso la stessa sanzione di chi passa con il rosso). Normalmente non sanzioniamo neppure chi passa e si ferma in mezzo all’incrocio, bloccando il traffico. La sanzione la comminiamo solo a chi passa deliberatamente e in maniera nettissima con il rosso e nel 2020 su 66.233 mila sanzioni ben 12.600 riguardano proprio questo tipo di non osservanza del codice della strada. Voglio precisare: questi sistemi li abbiamo posizionati per una questione di sicurezza, non certo per fare cassa. E la mia vera vittoria sarebbe quella di poter contare su un anno statistico caratterizzato da zero sanzioni. Per poter dire che la nostra prevenzione ha funzionato e i cittadini hanno fatto il loro dovere. Le telecamere le abbiamo posizionate in prossimità dei semafori più a rischio e dobbiamo anche dire che più di un ciclista è stato travolto a causa di chi passava con l’auto con il semaforo rosso. Molti quando ricevono la contravvenzione a casa vengono poi al comando a chiedere spiegazioni, ma poi quando vedono filmati e foto la loro unica reazione è quella di chiedere “dove si paga”. Si tratta di grave disattenzione, in sostanza.

Quali altre contravvenzioni sono particolarmente frequenti?
Il mancato rispetto dal ZTL (zona a traffico limitato) nel centro storico. Sono state ben 11.500, in realtà in calo anche queste rispetto al 2019 ma comunque tante, troppe. Un altro numero molto significativo è quello che riguarda le soste non regolari nei parcheggi a pagamento, rilevate dai nostri collaboratori di Seab, ben 10.800. Semafori rossi, ZTL e parcheggi irregolari costituiscono il grosso delle contravvenzioni, per quanto riguarda il resto personalmente tengo a concentrarmi soprattutto sulle contravvenzioni strettamente legate con il tema della sicurezza stradale, che a mio avviso sono quelle più importanti da segnalare.

Tipo?
L’uso del cellulare alla guida. Tutti sanno che è estremamente pericoloso. L’anno scorso abbiamo elevato 515 contravvenzioni in merito.

Com’è possibile che molti prendano ancora in mano il telefono mentre guidano? Ormai tutte le vetture in pratica sono fornite di viva-voce… E tutti gli smartphone oggi sono in grado di sincronizzarsi in automatico quando si sale sull’auto.
Ci sono persone che non ci pensano minimamente e che sono state fermate mentre avevano il telefono in mano e addirittura stavano scrivendo dei messaggi. Una cosa davvero incredibile. Così come anche i 376 casi rilevati nel 202 di mancato utilizzo delle cinture di sicurezza.

Dovremmo essere utenti della strada più responsabili e consapevoli,
non distraendoci e muovendoci con prudenza rispettando
gli altri

Ecco, in merito forse possiamo fare un po’ di chiarezza. Vanno allacciate anche sui sedili posteriori delle auto?
Abbiamo contestato soprattutto il mancato utilizzo delle cinture alla guida e nell’altra seduta davanti, quindi si tratta di una situazione lampante. Anche se, chiariamo il concetto, la cintura va allacciata anche dietro. Particolarmente inquietante è poi quando ci si accorge, e purtroppo succede, che si sono bambini che saltellano nell’auto senza essere assicurati sugli appositi seggiolini. Gli irresponsabili in questo senso sono pochi ma ci sono ancora, ahimè. Non si rendono conto di quello che fanno e anche loro dovrebbero vedere quei filmati molto istruttivi che dimostrano cosa può succedere in casi di incidente a questi poveri bambini che si è scelto di non legare. La nostra statistica poi parla di ben 534 verbali per superamento dei limiti di velocità…

Anche qui: qual è il limite di velocità in città? 50? 40? 30? A noi risulta evidente che a Bolzano sono in molti che a tutt’oggi e a tratti si muovono a velocità senz’altro superiori. Per quello che sappiamo in città il limite è di 40 kmh ma ci sono vie in cui il limite scende a 30, mentre c’è qualche eccezione con il limite che arriva fino a 50 kmh o 70 kmh solo nelle strade a grande scorrimento nella periferia della città.
Sì. E tenga presente che noi non diamo multe se uno viaggia a 35 invece che a 30 oppure a 45 invece che a 40. Ci sono anche casi eclatanti: mi viene in mente una gentile signora che un mese scendeva da Rencio a 90 all’ora e che ci ha detto candidamente “non me ne ero accorta”. Se percorriamo l’intero Viale Druso a 60 kmh invece che a 40 quanto guadagniamo? 45 secondi? Ci cambia la vita e ne vale veramente la pena?

Un caso specifico: i motocicli e i ciclomotori. Si muovono nel traffico con un tale “disinvoltura” che fa pensare che per loro il codice della strada valga solo… “in parte”.
Sono licenze che si prendono da soli. Si muovono con maggiore agilità sulla sede stradale ma certe volte effettuano delle manovre che non sono accettabili. Se ad esempio in caso di semaforo rosso superano tre auto e poi magari vanno sull’altra corsia piazzandosi davanti effettuano una manovra estremamente pericolosa, che tra l’altro comporta il ritiro della patente. Non mi piace demonizzare una categoria, rispetto alle altre. A Bolzano i motociclisti ce l’hanno con gli automobilisti, gli automobilisti ce l’hanno con i ciclisti, mentre i ciclisti ce l’hanno con i pedoni. In realtà in ogni categoria si notano di più i 10 che si comportano male rispetto ai 90 che invece rispettano le regole. Quando siamo utenti della strada ci portiamo dietro una responsabilità che magari spesso ci dimentichiamo. Dovremmo essere più consapevoli di quello che stiamo facendo e come lo stiamo facendo, senza distrarci e rispettando gli altri con prudenza.

Le norme principali in una rubrica

A partire dal prossimo numero il nostro dialogo con il comandante dei vigili urbani proseguirà man mano, numero per numero, prendendo in considerazione gli articoli del codice della strada che risultano particolarmente oscuri (o antipatici) a tutti coloro che circolano per le strade del capoluogo, siano essi pedoni o conduttori di cicli, motocicli o autoveicoli.
Parleremo delle frecce auto, spiegando come e quando vanno utilizzate correttamente. E torneremo sulla questione degli attraversamenti pedonali, ribadendo quali sono le “regole” d’ingaggio tra pedoni e automobilisti. Non mancheremo di parlare di diritti (e doveri) dei ciclisti e delle norme relative alle piste ciclabili, senza dimenticare i monopattini che da qualche mese sfrecciano per la città, spesso in maniera piutosto anarchica.
Toccheremo dunque soprattutto i principali tasti dolenti del galateo nel traffico, soprattutto mai dimenticando di ribadire il motivo per cui ogni norma è stata inserita nel codice.
Non mancate all’appuntamento!

In foto principale: Via Galilei, uno degli snodi più trafficati del capoluogo

Gli spazi del quartiere, la lasagna e il teatro

Nativo calabrese, Salvatore Cutrì in realtà è cresciuto nel quartiere Don Bosco e, dopo essersi cimentato su diversi palchi italiani, oggi torna a Bolzano portando con sé l’idea di un teatro che scende direttamente in piazza in mezzo alla gente.

Cutrì nasce nel 1992 a Soveria Mannelli (Catanzaro) e all’età di 13 anni si trasferisce con la famiglia a Bolzano, in Piazza Matteotti. Attraverso l’esperienza del Festival Studentesco scopre la passione per il teatro che lo porterà a iscriversi all’Accademia di Recitazione del Teatro Bellini di Napoli. “A Napoli devo tutto, sia in ambito formativo che in ambito umano, è una città fantastica. È una sorta di lasagna, c’è tutto: cultura musicale, teatrale… è uno dei pochi posti in Italia dove c’è ancora il popolo”.

Questo interesse per il popolo, per la moltitudine, rimane per Salvatore un punto di riferimento artistico. Infatti, parallelamente alle collaborazioni con il Teatro Cristallo e la Rai, Cutrì pensa anche a un teatro libero, che si manifesti con irruenza nelle diverse dimensioni della città e dei suoi quartieri, “che vada tra gente, e che parli delle persone”. Sostiene che la sopravvivenza del teatro si giochi proprio nella rottura della quarta parete, quel muro immaginario che divide gli attori dal pubblico: “Il teatro come luogo chiuso non è più sostenibile economicamente e culturalmente, c’è bisogno di riprendersi gli spazi pubblici”. Prima del lockdown Cutrì aveva inaugurato, assieme al drammaturgo Francesco Ferrara, il progetto Reti, tratto dai racconti di attiviste e attivisti di Bozen Solidale che documentano le migrazioni dai Balcani verso l’Europa: “Questo monologo ha l’esigenza di andare in quei posti in cui il teatro non arriva: strade, piazze e centri sociali”. Lo spettacolo ha debuttato sulle strade di Mestre in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato e arriverà presto anche nelle piazze bolzanine. La difficoltà che un attore trova nel portare uno spettacolo in piazza non è tanto il pubblico o la sua sensibilità, ma piuttosto il riconoscimento della ricerca e dello studio che si nasconde nel “dietro le quinte” di una rappresentazione tradizionale. Diventa essenziale ricercare e sperimentare forme di comunicazione adatte ai nuovi scenari che i diversi luoghi pubblici propongono. “Riappropriarsi degli spazi del quartiere deve essere sostenibile anche per l’artista che dovrebbe aver la possibilità di produrre qualcosa di specifico per la piazza con le sue esigenze”. Nonostante il freno imposto dal Covid, Bolzano si sta muovendo lentamente nella direzione di un teatro più vivo e radicato nel territorio. Piazza Matteotti e il parco delle Semirurali sono alcuni esempi di luoghi che sempre di più diventano opportunità per accogliere nuove manifestazioni artistiche. Proprio seguendo questo progressivo movimento, Salvatore è tornato qui, in quella che lui stesso definisce la sua casa adottiva, per cercare di far scorrere il teatro in tutti i canali, in tutti i quartieri della città.

Autrice: Giada Noto – COOLtour

Le contraddizioni del “vero” Alto Adige

In provincia di Bolzano la narrazione del territorio risulta quasi sempre deformata dal “modello difensivo” su cui è stata impostata la nostra convivenza. E molto spesso anche il mondo giornalistico è vittima di tali dinamiche, faticando soprattutto nella pur necessaria descrizione dei cambiamenti intervenuti negli ultimi 20 anni e che hanno radicalmente mutato il quadro di riferimento. A questi meccanismi fa eccezione una recente pubblicazione, di cui raccomandiamo vivamente la lettura.

Il libro “La montagna disincantata, l’Alto Adige / Südtirol tra mito e presente”, scritto da Massimiliano Boschi e uscito negli ultimi sussulti del 2020 per le edizioni Alphabeta, ha in realtà un certa “storia” alle spalle, essendo in sostanza costituito da una serie di reportage realizzati in prima battuta per la testata giornalistica online “Alto Adige Innovazione”, successivamente raccolti in un volume non in vendita intitolato come la rubrica di riferimento “Alto Adige Doc, viaggio oltre gli stereotipi”.
A nostro avviso, questo volume è una lettura irrinunciabile per tutti coloro – speriamo molti, che non si accontentano della narrazione consuetudinaria e quindi annoiata del nostro territorio. Potremmo dire di più: la serie di reportage realizzata da Massimiliano Boschi, freelance di origine emiliana ma bolzanino d’adozione, rappresenta un ottimo esempio del giornalismo del quale ci sarebbe bisogno e che invece, purtroppo, viene sempre meno praticato anche qui a causa di stanchezza o vittimismo, due malattie molto diffuse nella nostra professione.


Uscire dal circolo vizioso della cronaca nera o degli scandali politici o di potere risulta sempre più difficile, come evinciamo dalla lettura dei quotidiani locali, siano essi cartacei o online. Per questo risulta davvero prezioso l’intento assunto da Boschi di uscire dal vicolo cieco di una provincia che “per anni ha minimizzato l’importanza dell’individuo, massimizzando quella del gruppo”. Il giornalista sceglie quindi di concentrarsi sulle storie reali dei singoli individui, sulle opinioni personali e sui fatti, provando a uscire da tutte le logiche identitarie, non solo quelle etniche. Rifuggendo in questo modo
le lenti deformanti e ormai appannate che ormai (quasi) tutti noi riteniamo inadeguate per la lettura della nostra realtà. Boschi sceglie in questo modo di privilegiare “quel che avviene oggi e che potrà accadere domani”, mettendo da parte la solita interpretazione filtrata attraverso i fatti del passato.
Il volume edito da Alphabeta propone una carrellata di reportage realizzati in luoghi identificati secondo le direttrici (anche simboliche) nord / sud (immigrazione e confini) e est / ovest (confini e nuove generazioni). Molto preziosa è anche la prefazione in cui Francesco Palermo evoca un “Re Mida etnico”, ricordando come in Alto Adige Südtirol “tutto ciò che si tocca assume anche solo involontariamente una dimensione etnica”.
Poco prima del “post scriptum” che preannuncia la ripresa del percorso nei prossimi mesi, davvero significativa è anche la “versione di Sofia”, ovvero un breve e illuminante dialogo che vede protagonista Boschi insieme alla figlia diciassettenne, che ci fa capire quanto è importante fermarsi ad ascoltare i giovani, che non solo del futuro ma anche del presente dovrebbero essere i veri protagonisti.

L’alba a san Candido, una delle località visitate

Un viaggio oltre gli stereotipi

L’Alto Adige/Südtirol è una provincia “speciale” non solo nel suo statuto istituzionale, ma perché abituata a raccontarsi attraverso miti identitari e i traumi di un passato più o meno recente. Ma questo schema interpretativo funziona ancora? O piuttosto ha finito per ridurre altoatesini e sudtirolesi a migranti nel tempo invece che nello spazio? I luoghi comuni hanno ancora un fondamento di verità? L’Alto Adige/Südtirol è realmente così efficiente e ricco, tradizionalista e conservatore? È davvero una terra delle opportunità?
Queste sono solo alcune delle domande che hanno spinto l’autore a salire su bus, treni e biciclette per osservare da vicino luoghi meno noti e raccontare quasi in presa diretta un’Alto Adige ormai fin troppo “visibile”, ma che molti si ostinano a non vedere, per privilegi acquisiti o per pigra abitudine.
Il viaggio diventa così un confronto serrato e pieno di sorprese con le nuove “tensioni” che attraversano questa terra, più legate alla gestione dei flussi turistici e migratori che alle questioni etniche o alla famosa “proporzionale”.
Dai paesi dormitorio sull’asse nord-sud (da Brennero a Salorno) alle selfies zones di un turismo sempre più di massa e votato all’assoluta comodità sull’asse est-ovest (dalla Pusteria alla Venosta), emerge un modello di sviluppo sociale ed economico incerto e non sempre governabile, di cui la pandemia di Covid-19 ha messo a nudo tutte le fragilità. Un paesaggio umano che fugge dalle cartoline e chiama in causa una certa idea di futuro.

(dalla seconda di copertina del libro)

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Ciclabili: Bolzano premiata dalla FIAB

Ecologica, leggera, versatile ed economica. A incentivare l’utilizzo della bicicletta, però, non sono solo gli aggettivi che ne sottolineano la convenienza, ma anche, e soprattutto, le lunghe ciclabili che attraversano il comune di Bolzano. 53 chilometri di strade riservate ai ciclisti che uniscono i quartieri con le zone industriali e artigianali, facilitano gli spostamenti casa-scuola e consentono all’intera cittadinanza di raggiungere luoghi come la stazione, gli uffici amministrativi e i centri sportivi. A conferma di ciò, il Comune di Bolzano è stato premiato dalla Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta ottenendo il massimo punteggio nel concorso ‘ComuniCiclabili’ e venendo insignito con l’ambiziosa “bandiera gialla 2021”. I parametri scelti dalla FIAB per la valutazione dei comuni spaziano dalla mobilità urbana, quindi dal controllo sul traffico e sul flusso delle auto in città, alla qualità delle ciclabili, fino a comprendere il cicloturismo e le strutture di accoglienza per i turisti.

“Nella città di Bolzano circa il 30% degli spostamenti viene effettuato in bicicletta, un dato elevato che sottolinea la disponibilità da parte dei cittadini a muoversi con questo mezzo ecologico”, spiega Fabio Martorano di FIAB Bolzano. L’organizzazione ambientalista ha sede a Bolzano da soli 2 anni ma è già molto attiva nel territorio: “Tra le varie attività che proponiamo c’è la collaborazione con le scuole elementari per il progetto ‘Bimbi in bici’, finalizzata a educare i giovani cittadini al corretto utilizzo della bicicletta”. “In accordo con i Comuni e gli assessori – prosegue Martorano – vogliamo favorire l’utilizzo di modalità ecologiche per muoversi: come FIAB proponiamo infatti di creare nella nostra città nuovi parcheggi sicuri e accoglienti, che possano diventare dei veri e propri garage per le biciclette”. Se da una parte c’è l’elevato utilizzo delle ciclabili da parte dei bolzanini, dall’altra – sottolinea Martorano – dobbiamo prendere atto del problema della mobilità causato dallo spostamento dei pendolari provenienti da fuori comune e del conseguente significativo numero di automobili che entrano ed escono dalla città”. La bicicletta è un mezzo di trasporto vantaggioso da tutti i punti di vista, il suo utilizzo è ecologico ed economico, ma non solo: è anche sicuro. Si rispetta infatti il distanziamento sociale – dettato dalla pandemia – anche durante il tragitto, non essendo a stretto contatto con nessuno. Il fiore all’occhiello del Comune di Bolzano, che ha permesso di ottenere il massimo punteggio al concorso – 5 ‘bike smile’ – è il collegamento delle ciclabili con i diversi punti della città, ma si può ancora migliorare: “Desideriamo che le piste ciclabili non vengano progettate solo a ‘maglia larga’, ovvero strade che vadano da quartiere a quartiere, ma anche a ‘maglia stretta’, con l’ampliamento delle piste all’interno degli stessi quartieri” conclude Martorano.

Autore: Andrea Dalla Serra

Piazza Cristo Re pronta a rinascere e a dare un tocco “green” al quartiere

Piazza Cristo Re, uno dei luoghi iconici del quartiere Gries-San Quirino, da molti ricordata per il celebre ex-cinema Concordia, era una volta una piazza vivace, un luogo di incontro e un centro importante per la vita sociale e culturale del quartiere. Con il trascorrere degli anni e la chiusura del cinema, però, la piazza ha gradualmente perso la sua vitalità, riducendosi progressivamente a un mero luogo di passaggio o di parcheggio. Mentre la chiesa resta frequentata e attiva, grazie anche alle attività del centro parrocchiale quali il mercatino dell’usato e le feste per bambini organizzate nelle apposite sale della parrocchia, l’area circostante in cui è inserita necessita sicuramente di un rinnovamento.
È per questo motivo che nel 2016 è stato approvato un piano di recupero per la piazza, recepito dalla giunta comunale, che nella seduta dell’otto febbraio 2021 ha finalmente approvato il “progetto esecutivo per la riqualificazione di piazza Cristo Re”.

La costruzione della chiesa e della piazza nel 1939


“Con il progetto aggiornato, si raccordano le quote d’ingresso della chiesa con la piazza, realizzando un grande spazio continuo a disposizione della comunità, eliminando i dislivelli e le barriere presenti, valorizzando lo spazio piazza antistante la chiesa e trovando un equilibrio tra le aree pavimentate e quelle verdi. Importo dei lavori che comprendono anche un tratto di pista ciclabile è di 523.728 Euro”, si può leggere nel comunicato stampa della seduta pubblicato sul sito del Comune.
Lo scopo del progetto è quindi rendere la piazza più vivibile e accessibile, rimuovendone le barriere architettoniche, e restituirle il suo ruolo di luogo di aggregazione e d’incontro. Un altro punto focale nella visione del progetto sono le aree verdi che verranno valorizzate e rese anch’esse più fruibili e meglio inserite nel contesto urbano. Il piano di recupero vuole integrare gli spazi verdi in modo che risultino maggiormente in armonia con l’architettura della piazza, senza toccare le aiuole già esistenti e gli alberi storici, ma aggiungendo alcune piante basse.
Verranno poi ridisegnati i marciapiedi e la ciclabile e ridotti i parcheggi; sono previsti inoltre interventi per migliorare l’illuminazione, cosicché la piazza, oltre a rinascere esteticamente, sia anche funzionale e permetta la sicura e piacevole convivenza tra pedoni, ciclisti e automobili.
La chiesa, protagonista della piazza, vedrà anch’essa una valorizzazione della sua facciata con l’obiettivo di esaltare sia il luogo di culto che lo spazio esterno a cui fa da sfondo.

Autrice: Greta Sofia Lampis

“Empatia” e una nuova scuola, per l’Alto Adige pacificato

Qual è lo “stato dell’arte” del conflitto etnico in Alto Adige? Ne abbiamo parlato con l’avvocata mistilingue esperta di mediazione Stefania Calabrò e con il giovane ricercatore in studi internazionali e storia Lorenzo Vianini.

// Di Luca Sticcotti

L’attuale periodo di crisi è contraddistinto da una grande conflittualità. L’ombrello protettivo fornito dall’autonomia (e dalle sue importanti risorse economiche) è sembrato infatti scricchiolare a più riprese, messo a dura prova dall’ardua sfida rappresentata dalla gestione della pandemia.
Le nuove prospettive conflittuali (tra categorie economiche, generazionali, pubblico e privato, città e valli, eccetera) hanno di fatto messo in secondo piano la dimensione di fondo su cui è basata la convivenza in Alto Adige, caratterizzata dal confronto (e periodicamente anche dallo scontro) tra tradizionali gruppi etnico-linguistici.
Il conflitto etnico non è più quello di una volta, ma non è certo scomparso. Per questo abbiamo pensato di parlarne con l’avvocata bolzanina mistilingue Stefania Calabrò, che nel recente passato e per più di un anno ha curato, sul nostro giornale, una rubrica dedicata alle tecniche della “mediazione”.

L’INTERVISTA

Stefania Calabrò


Dott.ssa Calabrò, nella sua attività di mediatrice in Alto Adige non le è mai successo di doversi occupare di conflittualità di tipo etnico?

Devo essere sincera: non mi è mai capitato.

Beh, questa di per sé è già una buona notizia. Sempre che ciò non sia conseguenza di un una conflittualità istituzionalizzata e quindi in qualche modo sistemica. Ma come mediatrice e come donna mistilingue, lei come giudica la situazione attuale dal punto di vista del cosiddetto conflitto etnico? In sostanza quello che le chiedo è di fare una sorta di valutazione del nostro livello di convivenza, soprattutto rispetto al passato.
Negli scorsi anni ho avuto la possibilità di fare un’esperienza di insegnamento della seconda lingua presso l’Istituto Rainerum di Bolzano. Visto e considerato che il tema della convivenza da sempre mi sta a cuore ho chiesto agli studenti com’era il rapporto tra i vari Istituti scolastici. In questa occasione ho potuto appurare che effettivamente esistono ancora tensioni tra gli studenti dei due gruppi linguistici, cosa che a dire il vero mi ha molto stupito. Sembrerebbe che le cose non siano cambiate di molto, rispetto a quando io stessa ero studentessa.

Rimane comunque una conflittualità diffusa, non solo tra le scuole?
A dire il vero, mi sembra che tra “adulti” la conflittualità sia diminuita. Mi capita di incontrare sempre più spesso persone che ripensando alla propria “carriera” scolastica si sentono amareggiate di non aver studiato bene “l’altra” lingua.

Le due culture oggi non sono più così lontane. E ci vorrebbe una scuola bilingue e/o interetnica vera, gestita da un’unica Intendenza.


Nel 2021, poi, parlare di due o tre gruppi linguistici assolutamente distinti è di per sé una rappresentazione della realtà piuttosto discutibile. Le famiglie mistilingui sono oggi infatti molto numerose e lei personalmente ne sa qualcosa. Una mistilingue come lei come vive il concetto stesso di convivenza? Sembra quasi un paradosso…
Come mistilingue per me non esiste differenza e mi sento a mio agio in ambedue i mondi, preferibilmente quando si mischiano, il che succede sempre più spesso.
Quando ero bambina e percepivo tensioni tra i due “mondi” non ne capivo il motivo e non riuscivo a farmene una ragione. Quando, cinque anni fa, mi sono candidata nelle liste della SVP alle elezioni comunali di Bolzano mi è capitato di parlare con gli elettori della Stella Alpina. E lì ho scoperto una paura radicata di perdere le proprie identità, lingua e cultura.

Secondo lei, dopo 75 anni di autonomia, questo è ancora un pericolo reale oppure è solo immaginario?
Non è una paura fondata, ma neppure del tutto immaginaria, e oggi riesco a comprenderla. Basti pensare al meccanismo automatico che si innesta quando ci sono più persone di madrelingua tedesca e un italiano: automaticamente colui che parla tedesco tende a parlare in italiano.

Dipende sempre dai punti di vista. L’italiano potrebbe vivere questa situazione come un impedimento al suo desiderio di praticare la seconda lingua. E dipende anche dal contesto, perché se invece le persone di madrelingua tedesca continuano ad esprimersi nella loro lingua, l’italiano deve invece spesso affrontare il problema della grande differenza tra la seconda lingua “standard” imparata a scuola e il dialetto tedesco. Insomma, ci vorrebbe un nuovo “patto” che consenta contemporaneamente alle persone di lingua tedesca di lasciare da parte le loro paure e a quelle di lingua italiana di poter praticare sia Hochdeutsch che Südtiroler Dialekt.
Tornando al tema del conflitto: dopo tutti questi anni, oggi la differenza tra i due mondi è soprattutto una questione di lingua? Il mondo cambia e la globalizzazione incide ovunque, no? Il mondo di lingua tedesca e quello di lingua italiana non si sono in qualche modo avvicinati?

Secondo me si sono avvicinati più di quanto le persone pensino. La possibilità di apprendere anche l’altra cultura viene vista oggi anche come un arricchimento e un vantaggio.

Ma il vero muro, alla fine, resta ancora quello linguistico.
A mio parere sì. Ma le due culture oggi non sono più così lontane.

Rimane invece una differenza molto forte tra contesto urbano e mondo rurale?
È difficile generalizzare e penso ci siano differenze tra paese e paese. Nella Bassa Atesina, che io frequento, mi viene quasi da dire che questa differenza non ci sia. Ma probabilmente in altre zone dell’Alto Adige la situazione è diversa.

Da mistilingue, lei cosa ne pensa dell’attuale sistema scolastico altoatesino “monolingue”?
Da vera mistilingue la mia visione sarebbe quella di una scuola bilingue e/o interetnica vera. In teoria esiste una scuola “bilingue”, ma di fatto sottostà all’Intendenza italiana. Questa scuola è sicuramente una buona scuola, ma è una scuola “italiana” con potenziamento della lingua tedesca e non, a mio avviso, una scuola bilingue a tutti gli effetti.

Quelle esperienze a cui lei ha fatto riferimento sono quelle di una “scuola bilingue” che entra dalla finestra invece che dalla porta. Ma per riuscire a fare una vera scuola plurilingue ci vorrebbero un progetto pedagogico specifico, spazi giusti e insegnanti formati appositamente. Prima o poi, politicamente, potrà esserci spazio nella provincia di Bolzano per una vera scuola plurilingue?
Me lo auguro, ma non so quando questo avverrà. Penso che a un certo punto ci sarà bisogno di un’unica Intendenza, che si ponga come obiettivo principale quello di dare la possibilità a tutti di imparare entrambe le lingue. Ci sarà poi da affrontare il problema che questi nuovi bilingui non saranno in grado di parlare così bene la propria madrelingua. Ma a dire il vero questo problema oggi esiste già, perché i ragazzi tendono a leggere sempre meno e si impoveriscono linguisticamente stando troppo sui social network.

È vero, esiste un problema di fondo. Forse in questa prospettiva i due gruppi linguistici principali potranno avviare una nuova fase della convivenza, mettendo insieme le forze nella prospettiva del comune obiettivo di consolidare entrambe le culture, ma in dialogo tra loro in un progetto pedagogico che finalmente consenta di apprendere la seconda lingua a scuola, cosa che nel sistema attuale non avviene di certo.

Vianini: occorre andare oltre la lente “etnica”

Lorenzo Vianini

Lorenzo Vianini, giovane ricercatore bolzanino con laurea triennale in Studi Internazionali e magistrale in Storia e Media, ritiene che il conflitto etnico sia ancora presente in Alto Adige, anche se in forme diverse rispetto al passato. La questione etnica, spiega, è come un “elephant in the room” (ndr: espressione tipica della lingua inglese per indicare una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene ignorata o minimizzata). In questo momento ci sono altri tipi di conflittualità che mantengono il conflitto etnico non tanto sullo sfondo quanto “sospeso”, mentre la questione torna periodicamente per via di cronica mancanza di comprensione e volontà di capire la realtà dell’“altro”.
è successo anche negli scorsi giorni – ricorda Vianini – quando nel commentare i dati sul virus e le differenze tra città e valli, si è inevitabilmente scivolati a parlarne in versione etnica, anche se nella realtà dei fatti non ce ne sarebbe motivo.
Secondo il giovane riceratore, il conflitto è basato su un problema di reciproca comprensione. Manca ancora la necessaria “empatia”, che consentirebbe di riconoscere le reciproche storie permettendo la formazione di una base comune in grado di identificare le falle nella società sudtirolese non sulla base dell’appartenenza etnica ma guardando ai problemi reali. Vianini ritiene che l’unica vera soluzione per il conflitto etnico resta un’istruzione condivisa, sulla quale occorrerà investire di più in futuro.