Giorgio Dobrilla, Primario Gastroenterologo Emerito all’Ospedale San Maurizio di Bolzano e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Padova e di Parma, probabilmente non ha bisogno di presentazioni in Alto Adige. Già autore di numerose pubblicazioni scientifiche, articoli e libri divulgativi, ha recentemente pubblicato il suo nuovo volume “Imparare dagli altri – commento critico a frasi celebri di tutti i tempi”, edito da Gedi Editore con la collaborazione di Alessandro Cimino. Il libro raccoglie 150 massime e aforismi commentati criticamente nello spazio di una pagina. Essi sono in parte una collezione dei suoi scritti per la rubrica “Asterisco”, usciti negli ultimi anni ogni sabato per l’inserto settimanale Monitor dell’Alto Adige, e in parte materiale inedito. Il libro si apre infatti con la prefazione del direttore dei quotidiani “Alto Adige” e “L’Adige” Alberto Faustini, che spiega come la rubrica e il libro del Dottor Dobrilla abbiano lo scopo di far pensare attraverso citazioni immortali, che l’autore riesce a interpretare mettendone in luce l’attualità e regalando loro nuova vita. Il libro del Dottor Dobrilla non è solo un aiuto intellettuale per i lettori, che vengono stimolati a interrogare se stessi per diventare cittadini più attenti e consapevoli, ma è anche un aiuto pratico a chi ha bisogno poiché a fine anno tutti i proventi del libro verranno devoluti in beneficenza all’associazione “Volontarius” e “Cacciatori Briciole”, per la stima personale che lo lega al fondatore e coordinatore del gruppo Christian Bacci. La passione per gli aforismi, racconta il Dottor Dobrilla, lo accompagna da quando era ragazzo: “ho sempre avuto l’abitudine di annotarmi le frasi che in qualche modo mi colpivano, chiunque fosse l’autore”. Il concetto di imparare dagli altri, ci tiene a specificare Dobrilla, non equivale affatto a “fare come gli altri”, anzi, gli aforismi sono da leggere e giudicare in modo critico. Non tutti infatti sono positivi e imparare dagli altri può significare anche osservare gli esempi negativi ed evitare gli stessi errori. Le citazioni all’interno del libro spaziano da Mark Twain a Marco Aurelio, da Confucio a Oscar Wilde, e mostrano come a distanza di secoli alcuni problemi non siano cambiati e come il mondo sia in parte sempre lo stesso. La lunghezza di una pagina per ogni commento è voluta per permetterne la comoda lettura, per esempio aprendo il libro in maniera casuale e trovando Demostene accanto a Carl Gustav Jung. Mentre il primo afferma “credo proprio del buon cittadino preferire le parole che salvano da quelle che piacciono” il secondo osserva che “pensare è molto difficile e per questo la gente preferisce giudicare”, due frasi che non potrebbero essere più attuali alla luce dei quotidiani fenomeni di populismo, pseudoscienza e cattivo uso dei social network. L’insegnamento centrale del libro è non smettere mai di riflettere su se stessi e sulle proprie azioni, ma essere sempre presenti con il pensiero in ogni sfera della vita. Per questo il libro è suddiviso in dieci sezioni che riflettono vari aspetti della nostra realtà: la medicina, i sentimenti, la cultura, l’informazione e la scienza, la filosofia e la società, la politica con la storia e le leggi, la sincerità e le bugie, la fede, la ricchezza e la povertà. Pensare significa proprio ciò che il Dottor Dobrilla fa nel suo libro: non accettare una citazione o un esempio altrui acriticamente, ma sviscerarlo e interrogarsi su cosa esso significhi per sé, come si applichi nella propria realtà e cosa se ne possa ricavare di utile per migliorare se stessi e magari, in piccola parte, il mondo.
All’incirca un mese fa è comparso sulle passeggiate del lungo Isarco un albero ornato di piume e farfalle colorate, da cui pendono frasi delle poesie di Pablo Neruda e ai cui piedi poggia una domanda apparentemente banale: “Cosa ti rende felice?”. Scovata l’artista, Martina Buraschi, ha raccontato la sua storia.
Come è nata l’idea? Con le mie amiche Elena, Eva e Sabrina abbiamo pensato di portare un po’ di bellezza e di gioia nel parco. L’idea è stata, prima ancora che fiorissero gli alberi, di vestirne uno spoglio con delle farfalle e delle piume, qualcosa che desse speranza e gioia alle persone che passano. La scritta “Cosa ti rende felice?” è lì proprio perché la gente non si pone più questa domanda. Dietro abbiamo messo anche altri quadri che sono lì per essere presi e portati via: chi vuole può prenderli, proprio perché la bellezza va condivisa.
È legata alla situazione che stiamo vivendo? No! È una cosa che secondo me deve esserci sempre, perché corriamo troppo e non ci fermiamo mai per sorprenderci, per lasciarci stupire dalla bellezza di quello che abbiamo intorno. È lì per sensibilizzare le persone.
Come reagisce chi passa di lì? Le persone si fermano, guardano, chiedono. Chiedono sempre se sei parte di un’associazione, non ammettono che il singolo possa fare qualcosa. Sono molto colpite da questa cosa, non sono abituate alla gratuità. La gente mi ringrazia, perché dice che ho fatto qualcosa di bello per il parco. Una ragazza ci ha detto, per esempio, che si era arrabbiata con una persona perché aveva preso un quadro. Abbiamo risposto che non doveva arrabbiarsi perché i quadri sono lì per essere presi. È rimasta stupita, e allora ho fatto scegliere anche a lei un quadro da portarsi via, perché è bella la gratuità.
Come ha scoperto l’arte? Ho scoperto l’arte quando mi hanno diagnosticato il Parkinson. Da lì ho dovuto rallentare un po’ tutto nella mia vita. Sono sempre stata un’amante della natura e ho iniziato a vedere negli alberi cose da pitturare. Poi ho incontrato delle ragazze che come me sono molto sensibili all’arte. Siamo un gruppo di amiche, ed è molto bello, perché la forza delle donne sta nelle donne, nello stare insieme. Le donne, secondo me, sono molto forti se sono unite.
A cos’altro si dedica? Oltre a questo, io sono un’infermiera, ma non posso più veramente fare questo lavoro. Però ho creato questa figura, all’interno dell’ospedale, e accompagno i bambini che devono affrontare delle lunghe terapie facendoli dipingere. Nella sala di ADMO abbiamo poi creato una donna-albero che simboleggia la vita, sul quale è attaccato un cuore per ogni donatore. È un rito che adesso facciamo sempre: quando qualcuno dona, attacca un cuore con il suo nome sull’albero. Un altro compito importante è quello di decorare la sala dove vengono accolte le donne che attendono l’esito della mammografia, perché è molto spoglia e bianca. Insieme alle colleghe vogliamo renderlo un posto accogliente per sostenere le donne in un momento così delicato.
Cosa la spinge a fare tutto ciò? Ho sempre pensato a quale fosse il mio scopo nella vita, e siccome non so ancora esattamente quale sia, almeno quello che so fare lo faccio per gli altri, per quello che serve. Non sono fautrice di niente, da sola, ci sono molte persone che mi sostengono. Tutti possono fare qualcosa, non sono io ad essere brava, forse ho solo più coraggio degli altri. Ecco, ho meno inibizione; c’è gente più brava di me che si crea molti problemi a fare le cose, invece bisogna proprio farle, bisogna buttarsi in questa vita.
Durante i 12 mesi caratterizzati dalle varie ondate di Covid19 i bolzanini più sportivi e amanti della natura e delle camminate si sono ingegnati per riuscire a mantenersi attivi. Ma non sono pochi anche i residenti che hanno addirittura riscoperto l’importanza dell’attività motoria proprio durante le restrizioni più rigide.
Da marzo 2020 a marzo 2021. Al di là dei lutti che purtroppo hanno colpito molte famiglie e alle difficoltà di vario tipo, economiche e non solo, questo periodo resterà nella memoria di tutti noi anche per i “lockdown del movimento”. Per 12 mesi i nostri spostamenti e il nostro stesso movimento quotidiano sono stati fortemente limitati. Di questo hanno sofferto non solo gli sportivi di professione e gli amatori, ma anche tutti coloro – e sono la maggioranza dei bolzanini – che amano muoversi nel nostro bel territorio. Camminando, pedalando, scalando, giocando e svolgendo in definitiva ogni tipo di attività che implichi un movimento organizzato, individuale o di gruppo. Ognuno ha cercato di ingegnarsi per riuscire a far sopravvivere in questo modo la propria passione, cercando di esercitare il corpo attraverso il movimento preferito o individuando dei surrogati, il più possibile vicini all’originale. Ma sono stati anche tanti i residenti nel capoluogo, normalmente meno attivi, che proprio in quest’anno hanno riscoperto l’importanza di “mettersi in moto”, specie quando questo è stato reso praticamente impossibile. Abbiamo quindi colto l’occasione per riflettere sull’importanza dell’attività motoria per la salute e per raccogliere una serie di testimonianze da parte di operatori del settore e/o semplici cittadini.
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LA PAROLA DEL MEDICO Nella scorsa primavera avevamo già fatto ricorso alle considerazioni del più noto divulgatore medico altoatesino, il prof. Giorgio Dobrilla, per cercare di orientarci nell’ambito della nuova emergenza che si era venuta a creare. Siamo dunque tornati a interpellarlo per chiedergli proprio dell’importanza dell’attività motoria per la salvaguardia della salute.
Giorgio Dobrilla
Dobrilla ha scelto di partire da lontano, ricordandoci che “gli animali, uomo compreso, di per sé sono fatti per muoversi”. In ogni caso, ribadisce il prof. Dobrilla, “il movimento è utile prima di tutto perché è naturale, come il mangiare o andare di corpo”. Mentre dal punto di vista scientifico muoversi “significa anche liberare delle tossine che sono presenti nei nostri muscoli”. Va però tenuta presente una cosa fondamentale: l’attività motoria deve essere ragionevole. Il nostro interlocutore ci tiene a ricordare che “ad essere importante non è lo sforzo saltuario” e che il movimento “deve essere anche correlato con il peso del corpo”. Insomma: se uno pesa 120 chili e un altro ne pesa 35 è chiaro che il movimento per questi due individui ha significati ed effetti molto differenti. Da qui il consiglio del medico: “l’attività motoria deve essere svolta continuativamente e con intensità, ed è senz’altro meglio non insistere troppo sulla fatica”. Si deve anche tenere conto dell’età, naturalmente, ma di per sé l’attività motoria non è preclusa neppure a coloro che per un motivo o per l’altro sono costretti a restare in casa. “Ci si può muovere anche a casa, io ad esempio ho un corridoio lungo 10 metri e so che se lo percorro per 10 volte ho camminato per 100 metri”, osserva Dobrilla, invitando comunque a esercitare il buon senso. E coloro che stanno sempre seduti nello svolgimento della loro propria attività quotidiana ad alzarsi almeno ogni ora, per sgranchirsi un po’ e muoversi. Il professore ricorda che il movimento ha anche effetti psicologici molto positivi, specie in un periodo come questo, in grado di provocare ansie e paure. “Il movimento mette in moto tutto un complesso metabolico e ormonale che dà importanti benefici, promuovendo anche l’equilibrio psichico. Il movimento con le gambe apre vasi che normalmente sono stretti, consentendo di aumentare il flusso della circolazione sanguigna”. Insomma: per la salute, l’attività motoria è un toccasana, anche se le modalità in cui essa si esplica vanno relazionate in maniera stretta all’età, alle condizioni e allo stato di salute dell’individuo.
ALPINISMO E SCI La pandemia ha comportato forti limitazioni anche per quanto riguarda tutte le discipline che si svolgono in montagna, dalle semplici camminiate all’alpinismo, dallo sci della domenica alla pratica agonistica sulle piste o allo sci alpinismo. Ne è testimone Ermanno Filippi, istruttore di alpinismo e appassionato scialpinista. “A pesare oggi è quasi più l’idea della mancanza di libertà piuttosto che le effettive limitazioni”, ricorda Filippi osservando criticamente il protrarsi da oltre un anno della “cosiddetta situazione eccezionale di emergenza”. Secondo Filippi i più danneggiati dalle limitazioni al movimento sono stati e sono i giovani e i bambini. “Si parla tanto di scuola, ma anche bloccare tutte le squadrette attività in tutte le discipline sportive di bambini e ragazzi per oltre un anno ha comportato molti riflessi negativi”, osserva Filippi ricordando che “molti piccoli non hanno potuto trovarsi neppure per dare un calcio a un pallone”. In realtà però Filippi ora vede un po’ di luce in fondo al tunnel: “è stata durissima in particolare nella prima fase della pandemia quando ci hanno semplicemente chiusi tutti in casa, anche se in realtà c’erano regioni con contagi elevatissimi e altre con pochissimi casi, ma negli ultimi mesi è stato di molto aggiustato il tiro sulla base dei famosi ‘colori’, circoscrivendo in qualche modo il problema. Filippi considera comprensibile la chiusura degli impianti da sci, perché “con l’arrivo dei turisti la cosa poteva avere senz’altro una certa incidenza con il contagio”, anche se in realtà grandi incrementi non sono stati registrati in altre realtà dove la chiusura non c’è stata o è stata molto minore come Svizzera ed Austria. La stessa cosa secondo Filippi vale in qualche modo pure per l’attività degli alpinisti, anche se lì naturalmente “i numeri sono altri e neppure lontanamente paragonabili”.
Ermanno Filippi
“Tra gli alpinisti il contagio secondo me è da escludere, il problema è legato magari al fatto che ci si rechi sul posto insieme con l’auto”, ricorda Filippi puntando il dito soprattutto sulla frequentazione delle baite che, dobbiamo ricordarlo, in Alto Adige sono rimaste aperte grazie a un’ordinanza del governatore Kompatscher. Ermanno Filippi coglie l’occasione anche per denunciare quello che a suo avviso è il vero problema che oggi devono affrontare gli escursionisti. “Nell’alpinismo così come in altri settori esiste un’emergenza legata alla attuale tendenza della giurisprudenza nuova esigenza emersa di dover spesso identificare responsabili esterni in caso di incidenti verificatisi durante le attività svolte. Questo produce gravi conseguenze, come chiusure e divieti, mentre i proprietari dei terreni dove si trovano i tracciati o i sindaci continueranno a sentirsi insicuri fino a quando verrà predisposto un nuovo quadro normativo che consenta agli escursionisti appassionati dell’outdoor di prendersi in toto le loro responsabilità. Filippi ricorda come questo valga non solo in alta montagna ma anche nelle palestre di roccia del fondovalle che si trovano su proprietà private, attrezzate a loro spese nel corso degli anni dagli escursionisti arrampicatori stessi. “Spesso i proprietari non sanno nemmeno dell’esistenza di percorsi chiodatiattrezzati. La stessa cosa vale per valanghe causate dagli sci alpinisti. Gli amministratori locali non possono essere ritenuti responsabili per questi eventi.”
PALESTRE Come dicevamo, la pandemia ha fortemente ridotto anche i vari percorsi di avviamento alle varie discipline sportive, che vengono messi a disposizione dei più piccoli. La chiusura prolungata ha anche di fatto chiuso tutte le palestre, impedendo ai bolzanini di svolgere le diverse attività che vi vengono ospitate. Tra queste vi è anche il settore del fitness, particolarmente colpito in questi mesi, come testimonia Manuel Buratti di Gravity Gym. “Noi come Gravity abbiamo un’app attraverso la quale i nostri clienti possono usufruire di schede personalizzate per l’allenamento domestico, il consiglio comunque è di fare l’attività sportiva consentita e di mangiare sano, siamo tutti provati dalla situazione che stiamo vivendo e prendersi cura di sé è molto importante in questo momento”, osserva Buratti.
Vita da Runner
C’è una bella differenza tra chiudere all’interno del Comune i residenti di una città di 100mila abitanti e quelli di un paese di mille. A Bolzano è ovvio che alle fine tutti si riversano sul Talvera, magari additandosi vicendevolmente per l’assenza di mascherine e per gli assembramenti. Ne sanno qualcosa anche le centinaia, se non migliaia, di cittadini che con cadenza quasi giornaliera sono soliti mettersi le scarpe da ginnastica per andare a correre, con lo scopo star bene e sentirsi in forma. Come la bolzanina Martina Chiarani. “All’inizio, non essendo una che vive per la corsa, me ne sono stata a casa e mi sono fatta un po’ di aerobica seguendo dei tutorial. Poi ho cominciato a uscire da sola in orari in cui sapevo che c’era poca gente in giro, sempre con lo scaldacollo da tirare su quando incontravo qualcuno. Le restrizioni non le ho vissute come una grande ingiustizia perché tutti noi eravamo chiamati a fare dei sacrifici. Per quanto riguarda la caccia al runner come ‘untore’ che c’è stata, soprattutto nel primo periodo, io l’ho vissuta come assolutamente immotivata. Le persone erano molto nervose perché limitate nella loro libertà. Ognuno si sfoga come può: c’è chi lo fa andando a correre e chi imprecando contro quelli che corrono. Pur di uscire di casa molti hanno scoperto la corsa proprio in questo periodo. Sono molto contenta, va bene così!”
Martina Chiarani
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Una delle tre targhe per azioni collettive conferite dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella insieme ai 28 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica” è stata assegnata all’Istituto Tecnico Galileo Galilei di Bolzano. Destinatari di questa onorificenza i “giovani produttori di gel igienizzante per una scuola più sicura”. Fin dai primi giorni di emergenza sanitaria, infatti, i docenti Raffaele Fiorini, Elisa Maccagnan e Marina Masciovecchio e la tecnica di laboratorio Gaia Gottardi si sono adoperati per coinvolgere gli studenti nella produzione di un gel igienizzante a base di alcool etilico che rispettasse la formula omologata dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
“Nelle settimane dopo la diffusione dei primi contagi, i disinfettanti non si trovavano – racconta la professoressa Elisa Maccagnan – e noi, grazie a una formula usata soprattutto dai medici che operano nei Paesi in via di sviluppo, abbiamo potuto produrlo in autonomia a scuola.” Al Galilei, durante le ore di chimica e biologia le figure di riferimento sono tre: due insegnanti, uno impegnato nella teoria e l’altro nella pratica, e un tecnico di laboratorio. L’idea di coinvolgere i ragazzi è stata del professor Raffaele Fiorini, che si occupa della parte pratica delle lezioni. Così, quelle che nel frattempo sono diventate due quarte e due quinte dell’indirizzo chimico si sono trovate impegnate in questa nuova attività, che si è affiancata a quella già in uso di campionare la carica batterica presente sulle superfici, un esercizio utile all’acquisizione di alcune competenze fondamentali. Dal momento che una delle buone pratiche per limitare la diffusione del contagio è proprio l’attenta pulizia delle superfici, questa attività è stata svolta più di frequente, anche allo scopo di verificare l’efficacia della disinfezione. La voce di quello che docenti e alunni stavano facendo al Galilei si è diffusa rapidamente, e in poco tempo altri istituti si sono rivolti alla scuola chiedendo di essere riforniti di gel igienizzante, in quei giorni ancora difficile da reperire sul mercato. Lo stesso ha fatto il Comando dei Vigili del Fuoco. Purtroppo, il lockdown della scorsa primavera ha bloccato il progetto. A settembre, però, con la ripresa delle lezioni, gli insegnanti hanno proposto ai ragazzi di fare informazione nell’istituto. “Divisi in gruppetti, gli alunni che avevano partecipato al progetto sono andati nelle classi condividendo con i loro compagni ciò che avevano imparato: come si produce un gel igienizzante, come si disinfettano le superfici, eccetera. Per una questione di spazi, infatti, siamo costretti a ruotare tra le diverse aule e, da settembre, ogni volta che gli alunni ne lasciano una hanno l’incarico di pulire le superfici”, spiega Maccagnan. I ragazzi hanno accolto con entusiasmo le proposte dei docenti e le responsabilità che comportavano. “La cosa migliore – continua la professoressa – è stata farli sentire parte attiva nel reagire alla situazione che ci trovavamo ad affrontare. Quando hanno saputo della targa che ci è stata conferita, la loro reazione è stata commovente: si sono chiesti se riusciranno a incontrare il Presidente Sergio Mattarella”. Queste, invece, le parole di ringraziamento di Raffaele Fiorini in un post pubblicato su Facebook: “Per noi il premio è stato un’enorme sorpresa e ne siamo tutti orgogliosi. Ringrazio la Dirigente che ci ha supportato e tutti i colleghi e personale ATA che continuamente contribuiscono al buon funzionamento della nostra scuola. Un pensiero speciale va a Michele che, sempre in prima linea, vive e vivrà nei nostri cuori”.
È passato quasi un anno dal suo ultimo concerto live ma, nonostante questo, la musica dentro di lui non ha mai smesso di risuonare. Nasce a Bolzano, gira il nord d’Italia andando ad abitare prima a Milano e poi a Padova. Jacopo Schiesaro – in arte ‘Fanchi’ – cresce ascoltando De André e Fabri Fibra, scrive canzoni fin da quando era bambino e, con il tempo, perfeziona sempre più la sua passione arrivando a unire la metrica del genere ‘rap’ alle dimensioni ‘pop’. Sta collaborando con ‘Revubs Dischi’ per l’uscita, ormai vicina, di suoi nuovi pezzi. In queste settimane, accogliendo un’esigenza dei cantanti bolzanini più giovani, concretizzerà un’idea per permettere ai musicisti di ricominciare a esprimersi, direttamente nella propria città, attraverso un vero e proprio evento musicale. La difficoltà di suonare e fare serate musicali dal vivo nei quartieri della nostra città non è determinata solo dall’emergenza del virus, bensì – come avverte Fanchi – “è un problema presente da prima dell’arrivo delle norme restrittive anticontagio. Suonare a Bolzano non è facile, i concerti vengono spesso visti come elementi di disturbo, e non come qualcosa di necessario per la vita dei cittadini”.
Il 10 aprile: una data da tenere in mente “Da giovane desideravo trovare uno spazio per poter fare musica, da qui si è sviluppata in me l’idea di ritagliare dei momenti per dare voce ai giovani d’oggi che desiderano lo stesso. Ultimamente si parla spesso degli effetti negativi del lockdown sugli adolescenti – continua Fanchi – allora mi sono detto: quale momento migliore per realizzare il mio desiderio, se non ora che se ne sente la necessità?” L’evento di musica dal vivo, disponibile online al pubblico sabato 10 aprile dalle ore 15 alle 22, nasce da un’idea originale di Fanchi, ma diventa subito un progetto condiviso. L’iniziativa è sostenuta dall’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano, organizzata da Aaron Damian di BeYoung insieme ad Alessandro Tacchetti del Movimento Universitario Altoatesino.
Solo musiche originali Il concerto, che vedrà come protagonisti diversi gruppi musicali e cantanti solisti, verrà svolto interamente nel rispetto delle regole anti-Covid19. “Grazie al palco di Beat Studios, spazio creato appositamente per rendere possibili i concerti live da trasmettere a distanza, potremmo fare musica in totale sicurezza. L’esibizione sarà senza pubblico in studio per evitare assembramenti, ma grazie a questo evento manterremo la musica bolzanina viva rendendo partecipi gli ascoltatori da casa”, ha sottolineato Fanchi. Come per altre manifestazioni musicali, anche per questa i cantautori sono stati scelti singolarmente e tutte le canzoni che verranno proposte sono originali. “In questo periodo i giovani cantanti stanno ottenendo dello spazio nel panorama musicale nazionale, noi vogliamo creare le circostanze per far sì che questo avvenga anche a livello locale”. Per rendere possibile un incontro tra le diverse generazioni, gli organizzatori hanno voluto invitare anche alcuni cantanti adulti. “Non è stato facile selezionare gli artisti, volevamo trovare un giusto equilibrio tra gli adolescenti e i più grandi. Con questa iniziativa desideriamo dare la possibilità ai giovani cantautori che non hanno mai portato la propria musica fuori dalle mura di casa, di esprimersi pubblicamente”, ha concluso Fanchi. L’evento, proprio per il suo valore sociale, è destinato a replicarsi nei prossimi anni davanti a un pubblico entusiasta di ascoltare nuove proposte.
Da febbraio il centro storico è interessato da cantieri stradali di rifacimento della pavimentazione in cubetti in porfido. Il disagio maggiore lo registra chi abita vicino a via Talvera, prima per un semaforo che imponeva il traffico alternato nel tratto a doppio senso di circolazione, e poi per la perdita temporanea dei preziosissimi posti auto riservati ai residenti. Gli altri due cantieri degli ultimi due mesi hanno riguardato e in parte ancora riguardano la zona pedonale: via Grappoli e via Leonardo Da Vinci, dove soprattutto quest’ultima è quella che dai lavori subirà una evidente trasformazione, considerato che siamo da sempre abituati a vederci parcheggiate moltissime biciclette. Abbiamo contattato uno dei responsabili del cantiere, il geom. Alberto Frascati, che ci informa che uno degli obiettivi dei lavori è quello di uniformare il tratto pedonale della via alle altre vie, tipo via Goethe e via della Mostra, in cui in passato era stato tolto lo scalino del marciapiede, portando strada e marciapiede allo stesso livello. Ma per via Leonardo da Vinci l’estetica non è la motivazione principale dell’avvio dei lavori, il problema grosso è dato dallo smaltimento delle acque piovane. Negli ultimi tempi abbiamo visto come le piogge intense siano diventate sempre più frequenti, l’acqua piovana si concentra in pochi eventi importanti durante l’anno, e ciò impone la predisposizione di adeguate vie per il deflusso delle acque prevedendo per esempio anche tubi interrati di maggiori dimensioni. Tutto questo anche per scongiurare quanto successo la scorsa estate in Corso Libertà: una parte di portico interamente sott’acqua, nuova ciclabile impraticabile, con acqua che fuoriusciva dai tombini, incapaci di smaltire la pioggia.
Però in città c’è chi mormora che i lavori in via Leonardo da Vinci vengano fatti soprattutto per liberarla dal parcheggio selvaggio delle biciclette. Tra Università, negozi e uffici, sono molti i bolzanini che scelgono via Leonardo Da Vinci – lato portico – per lasciare le proprie biciclette, e non è difficile comprendere che c’é chi questa cosa non la veda di buon occhio. E quindi la domanda viene quasi spontanea: che fine faranno i posteggi per le bici? Capiamo presto quanto questo quesito sia spinoso e quanto sia difficile trovare qualcuno disposto a prendere posizione in merito, tenuto conto che la scelta può essere impopolare. Per questo motivo abbiamo contattato l’Assessore alla Mobilità del Comune, l’arch. Stefano Fattor: “Via Leonardo Da Vinci è un cantiere dei Lavori Pubblici, lo sta seguendo il vicesindaco Walcher. Io posso anticipare che nelle previsioni spariscono una serie di rastrelliere per biciclette, in particolare quelle davanti al portico. Ci sarà sicuramente un periodo di disagio perché spariscono parecchi posti per le biciclette. Tuttavia posso dirle che l’Ing. Moroder, direttore dell’ufficio mobilità, e io stiamo per presentate al sindaco e al vicesindaco la nostra proposta di soluzione del problema, molto innovativa, molto visionaria per Bolzano. Per correttezza istituzionale non posso anticipare nulla (il giornale ha chiuso prima dell’incontro con Sindaco e Vicesindaco, ndr), posso però dirLe che rispetto al numero di bici che ci sono adesso, puntiamo ad avere almeno 150 – forse 200 – posti bici in più. Con questa operazione dovrebbero anche scomparire definitivamente tutte le biciclette che vengono regolarmente legate ai ciliegi della Piazza dell’Università”. è una anticipazione che incuriosisce, ma noi non possiamo che prendere atto di questa volontà di trovare una soluzione all’annoso problema del posteggio delle biciclette soprattutto a ridosso della zona pedonale e in zona stazione. Vi terremo aggiornati da queste pagine.
“La storia delle donne è lo strumento della loro emancipazione”. Conclude così la nostra intervista la presidente dell’Archivio delle Donne, Alessandra Spada. La citazione è di Gerda Lerner, la storica e studiosa della condizione femminile che ebbe un ruolo chiave nella nascita del primo corso di studi americano sulla storia delle donne. Rifacendosi alla Lerner, Alessandra Spada voleva sottolineare l’importanza del Frauenarchiv – Archivio storico delle Donne come strumento per lo studio della soggettività femminile. L’archivio nasce nel 2005 a Bolzano da un’idea di un gruppo di cittadine interessate alla storia delle donne. Fu reso possibile grazie al Comune di Bolzano che, creando un Centro Interculturale per le Donne di Bolzano, diede spazio a un archivio storico femminile su modello di quelli già esistenti in area tedesca. Oggi le donne che lavorano al Frauenarchiv lo fanno per lo più volontariamente e nel tempo libero. “Forze giovani che ci diano idee e che abbiano voglia di partecipare sono sempre benvenute”, suggerisce però Alessandra Spada. La funzione principale dell’archivio è quella di raccogliere e conservare la memoria delle donne in tutta l’area del Tirolo storico, l’attuale Euroregione Tirolo – Alto Adige/Südtirol – Trentino. La raccolta delle fonti è un lavoro in continuo sviluppo, come ci spiega la Spada: “Continuiamo a fare appelli alla popolazione per l’invio di materiali: diari, lettere e foto che hanno come protagoniste le donne”. Spesso le donne non sono consapevoli di conservare fonti preziose, ad esempio i diari, che nell’immaginario comune vengono considerati superflui, sono in realtà fonti molto utili che forniscono informazioni su particolari aspetti e percezioni delle comunità. Questi testi personali rientrano nella categoria degli ego-documenti e consentono l’ingresso nella storia a classi che spesso sono state ignorate. Tra gli ego-documenti conservati nell’archivio delle donne vi è anche un fondo dedicato alla Oral History, che raccoglie registrazioni e trascrizioni di racconti e ricordi individuali. A recuperare testimonianze e interviste di donne che abitavano la regione nel secolo scorso è la storica Martha Verdorfer, che recentemente ha pubblicato, con il Frauenarchiv, “Frauen für Frieden”, volume che rivela la storia del movimento pacifista degli anni Ottanta. Oltre alla raccolta di documenti, l’archivio si pone anche obiettivi di ricerca e di divulgazione. Ad esempio sono stati censiti archivi locali per ricercare tracce delle donne tra i documenti pubblici. “Siamo andate negli archivi di Bolzano e in altri archivi pubblici e abbiamo cercato, con l’aiuto di archiviste, di individuare fondi dove le protagoniste sono donne, abbiamo poi prodotto un inventario, uno strumento in più per aiutare chiunque voglia fare ricerca”. L’archivio, conservando documenti e avviando progetti di ricerca, intende evidenziare il ruolo delle donne che troppo spesso in passato sono state escluse dalla storia nonostante esse costituissero, e costituiscono ancora oggi, una grande parte della società. Indiscutibilmente, analisi della società e dei suoi processi che non tengano conto della storia delle donne risultano parziali e incomplete. Il lavoro del Frauenarchiv rende possibile rileggere le dinamiche socio-politiche del nostro contemporaneo alla luce della questione di genere. Ci permette quindi di riappropriarci della storia.
Nel 2020 la presidenza del gruppo di artisti bolzanino “Amici dell’Arte” è stata ceduta da Amedeo Masetti ad Adriana Fantoni. Il nuovo direttivo mantiene la tradizionale filosofia del gruppo, fondata sul principio di inclusività. Adriana e Amedeo ce lo spiegano presentando vecchi e nuovi progetti artistici.
Gli Amici dell’Arte si costituirono nel 1998 su iniziativa di Costantino Bombonato. Il gruppo sorse all’interno del Club Rodigino, l’associazione culturale che ricorda le origini venete dei molti che da queste aree si trasferirono a Bolzano. Sotto la direzione di Bombonato, gli Amici dell’Arte iniziarono a organizzare mostre annuali collettive. Nel 2008 ci fu la prima esposizione in Galleria Civica. Nel 2009 Amedeo Masetti, divenuto presidente, propose di evidenziare anche gli aspetti culturali legati alle tradizionali mostre annuali, che vennero perciò arricchite da numerosi eventi quali concerti e conferenze. Le rassegne successive spaziarono da Dante a Fellini, passando per il Jazz e “the Beatles”. Purtroppo la pandemia ha impedito esposizioni nel 2020, ma il gruppo continua a lavorare sotto la nuova presidenza di Adriana Fantoni. Il passaggio del testimone lascia invariata l’identità del gruppo, saldamente ancorata al principio di inclusività: “Non ci interessa tanto la formazione dei membri quanto la loro disponibilità a sposare la nostra filosofia, che si basa sulla partecipazione” racconta Adriana. Essere Amici dell’Arte significa fondamentalmente voler fare parte del gruppo, “lasciare in disparte l’individualità personale – continua Amedeo – e mettere in evidenza il lavoro collettivo”. La responsabilità ricade sui singoli artisti il cui impegno contribuisce al miglioramento di tutto il gruppo, su questo presupposto sono organizzate anche formazioni e spazi di confronto. L’anima inclusiva del gruppo è in grado di educare all’arte e di renderla accessibile a tutti, togliendola così da quel piedistallo distante e irraggiungibile su cui spesso l’arte viene posta. È “un gruppo popolare – risponde Adriana – io mi sono avvicinata quando ho visto la mostra sull’Inferno di Dante. Mi sono resa conto che mi parlava direttamente, non perché fosse semplice ma perché era molto viva”. Il carattere popolare a cui fa riferimento Adriana è dato da una modalità di comunicazione semplice e su livelli differenti, reso possibile anche dalla diversità che caratterizza i membri del gruppo: ognuno con il proprio stile e background. Ma popolare è anche la volontà di alleggerire il confronto con l’arte alta, elitaria, a beneficio della partecipazione, per dare a tutti e tutte la possibilità di esprimere la propria identità artistica. In questo senso gli Amici dell’Arte danno un contributo vivo alla cultura bolzanina. Il prossimo maggio 2021 sarebbe in programma una mostra, questa volta a tema libero perché le restrizioni sono state fin troppo presenti nel 2020; l’invito di Amedeo e di Adriana è quello di affacciarsi a questo mondo e di diventare, come loro, amici dell’arte.
Il 2021 comincia con uno sguardo rivolto al futuro, non solo all’auspicabile fine della pandemia, ma anche alle giovani generazioni, che hanno sofferto gravemente le privazioni e le opportunità mancate di quest’anno e che saranno messe maggiormente a repentaglio dalle ripercussioni economiche della crisi. Con questa consapevolezza, proprio a gennaio 2021, il Consiglio Comunale di Bolzano ha accolto la proposta di introdurre nello Statuto Comunale i principi dell’equità intergenerazionale e dello sviluppo sostenibile e di aderire alla campagna nazionale Figli Costituenti. Figli Costituenti è una campagna nata nel 2019 che propone l’inserimento in Costituzione dei principi di tutela ambientale, sviluppo sostenibile e equità intergenerazionale. La parola chiave, al centro della proposta, è sostenibilità, un concetto che secondo la definizione ONU nel cosiddetto rapporto Brundtland indica “uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri” e lega quindi perfettamente i tre principi. Il nome “Figli Costituenti” fa chiaramente riferimento ai padri costituenti e vuole indicare uno scatto generazionale e la necessità di aggiornamento della Costituzione con temi che all’epoca non erano del dibattito pubblico.
La proposta è appoggiata e portata avanti da diversi partiti, gruppi, enti pubblici e associazioni con lo scopo di incentivare il dibattito su questi temi e dare voce ai giovani. “Per questo è importante approvarla anche nei Comuni, per avere sempre più peso e riuscire a calendarizzarla in Parlamento”, spiega Matthias Cologna, già coordinatore per Figli Costituenti in Alto Adige prima di essere eletto anche consigliere comunale a Bolzano nel 2020. Fra i Comuni altoatesini capofila ci sono Selva di Val Gardena, Santa Cristina e Ortisei, che hanno già inserito i principi nel loro statuto, il Comune di Merano e recentemente il Comune di Bolzano, dove è stata approvata la mozione che impegnerà la Giunta a modificare lo statuto. “Ho aderito alla campagna perché credo siano tematiche trasversali importanti, soprattutto in Italia, dove c’è tanta disparità tra le generazioni e molte ragazze e ragazzi fuggono all’estero. Certamente modificando poche parole in Costituzione la situazione non migliorerà da un giorno all’altro, ma rappresenta comunque un inizio perché significa avere maggiori diritti. Iniziare a parlare di questi temi, organizzare eventi e dibattiti è già un passo avanti per aumentare la consapevolezza all’interno dell’opinione pubblica e iniziare a chiedersi se alcune misure rispettino questi criteri e siano “a prova di futuro””, racconta Matthias Cologna. La crisi climatica sarà la grande sfida che tutto il mondo dovrà affrontare nei prossimi anni e, per quanto piccolo possa sembrare, il gesto di Figli Costituenti afferma la necessità di modulare ogni futura decisione nel rispetto del principio di sostenibilità e di agire in tal senso per continuare a garantire lo sviluppo e il progresso.
Durante la pandemia, il proliferare di fake news in rete ha messo a dura prova la tenuta sociale. Di questo problema e della “bulimia informativa” abbiamo parlato con il responsabile dell’autorità provinciale di garanzia sulla qualità dell’informazione Roland Turk e con con lo psicologo esperto di dipendenze da internet Cesare Guerreschi.
// Di Luca Sticcotti
Recentemente la pubblicazione e la successiva circolazione nei social di un video a opera di medici e farmacisti altoatesini che mettono in discussione l’utilità dei vaccini contro il coronavirus ha suscitato un grande dibattito. è tornato dunque in primo piano il tema della qualità dell’informazione e del disorientamento causato dalla sovrabbondanza di notizie “non certificate” che circolano in rete, soprattutto nei social network e nella messaggistica privata. Si tratta di un tema complesso, anche perché tocca principi intangibili nel nostro ordinamento democratico come la libertà di informarsi e di esprimere opinioni. La qualità dell’informazione come garanzia per i cittadini e la capacità degli stessi restano comunque tutt’oggi dei veri e propri fari a cui aggrapparsi, come risulta chiaro nelle due interviste che vi proponiamo.
INTERVISTA CON ROLAND TURK
Roland Turk
Fake News in Alto Adige. Quali le osservazioni del Comitato provinciale delle Comunicazioni? Quella che stiamo vivendo è una situazione eccezionale, un tempo di crisi che purtroppo presenta straordinarie conseguenze anche per la divulgazione di fake news. Fin dall’inizio c’è stata una grande incertezza da parte degli scienziati nell’inquadrare il fenomeno e questo ha determinato un terreno fertile per la nascita delle “teorie” più strane. Mi domando quali motivi ci siano alla base. Di solito si dice che le fake news nascono per motivi economici e in questo hanno il loro peso anche i comportamenti dei media online, che vogliono avere tanti “clic”. Ma ci possono anche essere motivi politici, come abbiamo visto anche nell’esempio delle elezioni negli Stati Uniti. Nel caso della pandemia le fake news a mio avviso sono state veicolate anche dalla grande preoccupazione manifestata dalle persone.
Insomma, l’ansia e la paura hanno sostenuto in questa fase la forte diffusione di ideologie e credenze già precedentemente esistenti, attraverso la forte penetrazione dei social network, che oggi si affermano sempre di più come i veri mass media. Sì, poi le fake news si muovono con i loro consueti meccanismi. Di solito hanno contenuti eclatanti, che saltano subito all’occhio. Oppure si basano su facili semplificazioni plausibili e smascherarle è anche molto difficile, perché spesso non sono false al 100%. Spesso succede che di queste notizie siano false solo le conclusioni e non le premesse. In realtà i problemi principali relativi alle fake news è che non si riescono a bloccare e la loro caratteristica di diffondersi più rapidamente delle notizie vere, garantendo di informare in merito a “quello che altri non dicono”. È un po’ il meccanismo che si attiva quando ci si trova a un tavolo tra amici. Ognuno racconta le proprie storie, anche fantasiose, ma è raro che qualcuno chieda “senti, ma chi te l’ha raccontata questa cosa?”. Proprio qui sta la prima questione fondamentale per smascherare le fake news. Occorre chiedersi: qual è la fonte? La notizia si trova anche su altri media? è oggettivamente credibile? Insomma: bisogna ragionare un attimo prima di prendere una notizia per buona e magari divulgarla a propria volta.
Oggi si ha spesso la sensazione che quella tra i media tradizionali e Google e i social network per il monopolio dell’informazione sia ormai una battaglia persa. È così? Questo rapporto andrebbe regolato. Ma purtroppo nei vari stati le autorità di garanzia per le comunicazioni da tempo si ritrovano a essere privi degli strumenti necessari per intervenire su questo piano.
Non abbiamo gli anticorpi per poter reagire e garantire la correttezza e la qualità dell’informazione in rete? Bisognerebbe responsabilizzare i social network in merito ai contenuti che vi vengono veicolati. Finora non era stato possibile farlo, ma forse recentemente qualche piccolo passo in questa direzione è stato compiuto. Certo non facilita il fatto che le legislazioni vigenti in merito sono nazionali, mentre i social sono realtà internazionali. Noi come Corecom a livello locale possimo fare molto poco. Qualche intervento lo possiamo mettere in atto solo sui siti locali d’informazione, soprattutto se viene pubblicata qualche bufala o se tra i commenti online trova spazio qualcosa di intollerabile dal punto di vista legale. Sui social, invece, come autorità garante non possiamo fare nulla, purtroppo.
Un altro argine alle fake news potrebbe essere rappresentato in futuro da vere e proprie scelte editoriali da parte delle testate giornalistiche in merito al cosiddetto fact-cheching, riservando risorse giornalistiche proprio alla confutazione più o meno in tempo reale delle fake news. Purtroppo questo è molto difficile da realizzare in un momento in cui il mondo del giornalismo è in grande crisi e non ha le risorse umane, oltre che finanziarie, che sarebbero necessarie in questo senso. Spesso i giornalisti non hanno il tempo per fare le loro ricerche per verificare a fondo le notizie che si apprestano a pubblicare e questo vale anche per il lavoro che prelude al fact-checking. Lo stesso problema naturalmente rende molto difficile anche la moderazione dei commenti ai post nei social che vengono pubblicati dai singoli media.
Certo, ma per i media tradizionali questo vuol dire privarsi di un’indispensabile autodifesa, in una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Purtroppo si ha spesso la sensazione che il giornalismo di qualità non sia più finanziabile. Gli introiti pubblicitari calano e non sappiamo fino a che punto lo stato andrà avanti con i suoi sostegni all’editoria. Dobbiamo avere fiducia nel nuovo giornalismo online e nel suo coraggio.
E forse dobbiamo sviluppare tutti, anche e soprattutto i lettori e utenti, una responsabilità nei confronti delle fake news, per poter continuare a disporre anche nel futuro di un’informazione di qualità. Nell’interesse di tutti. È proprio così.
Arginiamo lo stress, usiamo meglio la rete e difendiamoci dalla bulimia informativa
Cesare Guerreschi
Dott. Guerreschi, il fenomeno delle dipendenze da internet non è nato con il Covid-19, ma è indubbio che con la pandemia certi meccanismi psicologici e sociali abbiano ricevuto una forte accelerazione. Quali sono i principali pericoli a cui siamo andati e andiamo tuttora incontro? Esistono ancora pochi studi riguardo gli effetti psicologici da Coronavirus, ma quelli esistenti confermano le ipotesi avanzate dagli studiosi: la pandemia ha aumentato i livelli di stress, ansia, sintomi depressivi, insonnia, rabbia e paura. Le paure non sono rivolte solo al contagio, ma anche al timore di perdere la propria posizione lavorativa. Sembra che gli effetti psicologici della pandemia siano simili a quelli di un disturbo da stress post traumatico.
La prolungata limitazione delle proprie libertà, inoltre, ha generato la cosiddetta pandemic fatigue, intesa come un insieme di demotivazione e fatica nel seguire i comportamenti protettivi per fronteggiare l’emergenza sanitaria, unita a demotivazione, sfiducia e percezione non realistica del pericolo. L’ultimo anno ha generato una grande domanda di informazione in merito alla malattia da coronavirus, la sua gestione e le sue possibili cure. La cittadinanza come si è orientata? Quale effetto ha prodotto in merito la sovrabbondanza di notizie e la diffusione di fake news?
Da tempo si parla di “medicina google”, ma in realtà la recente diffusione incontrollata di informazioni “non certificate” ha provocato in molte persone un vero e proprio rifiuto della medicina tradizionale. è un processo in qualche modo reversibile? Internet è il mezzo più potente che abbiamo a disposizione. La semplicità di utilizzo e la quantità di informazioni che può fornirci in pochissimo tempo ci fanno erroneamente credere di trovare risposta a una qualsiasi nostra domanda. Ed è anche vero, ma la differenza sta qui: se mi rivolgo al mio medico, sono certo di rivolgermi a un professionista che ha fatto un determinato percorso di studi ed è specializzato per potermi aiutare. Cercando in internet non sempre ho la certezza che la fonte sia affidabile. Le fake news sono costruite ad hoc per attirare l’attenzione, per essere attraenti: si pongono come certezze in una situazione incerta. Non sono totalmente false, quindi possono risultare credibili e fanno leva su una serie di meccanismi cognitivi in cui è facile cadere. Il meccanismo diventa reversibile attraverso un’educazione all’utilizzo della rete; questo tipo di educazione deve essere preventiva e promossa già dalla giovane età, non appena si fornisce ai ragazzi la possibilità di navigare in internet. Il fact-checking è un’attività che deve essere insegnata.
Quali consigli possiamo dare ai lettori che sentono il bisogno di “difendersi” da un’informazione che oggi come oggi parla 24 ore su 24 di coronavirus? Questo fenomeno viene anche detto Information overload, ed è una sorta di bulimia informativa: da una parte assistiamo alla perenne diffusione, da parte di giornali e notiziari, di informazioni e notizie riguardanti la pandemia da Coronavirus, dall’altra noi fruitori ne siamo alla costante ricerca, per incrementare il nostro senso di controllo su ciò che sta accadendo. L’effetto in realtà è opposto e incrementa le sensazioni di ansia. L’indicazione più semplice, ma sicuramente anche la più utile, è quella di limitare il tempo in cui ci si dedica all’ascolto dei notiziari, alla lettura dei giornali, per dedicarsi ad altre attività, come la lettura di un libro o dell’esercizio fisico.