Remember Festival: l’importanza di ricordare

Ogni anno, il 27 gennaio, tutti ricordiamo i tragici avvenimenti della Shoah e ci sforziamo di non lasciar sbiadire quella memoria così dolorosa, ma allo stesso tempo così importante. Il Centro Giovani Villa delle Rose dell’associazione La Strada-Der Weg, anche per la sua ubicazione nel Passaggio della Memoria, ha molto a cuore questa tematica e ogni anno si impegna a organizzare un Viaggio della Memoria e degli eventi aperti alla cittadinanza per mantenere vivo il ricordo e rammentare l’importanza di imparare dal passato. Il Remember Festival è un insieme di eventi che danno spazio a importanti testimonianze e alle riflessioni sul tema della memoria, la Shoah e il nazi-fascismo di ragazzi ed esperti.

Dopo alcuni spettacoli andati in scena il 26 gennaio il festival continua il 27 con la cerimonia di deposizione delle corone presso il monumento a Manlio Longon, al Monumento alla deportazione di via Pacinotti e al muro del Campo di transito di Bolzano, dove vengono letti dei testi preparati dai ragazzi. Nello stesso giorno, al Bunker H in via Fago (ore 20.30), i partecipanti al Viaggio della Memoria hannoo modo di farsi Testimoni di Memoria con delle restituzioni presentate attraverso i linguaggi che ritengono più consoni alle emozioni e alle riflessioni che sono scaturite in loro durante l’esperienza. Venerdì 28 alle ore 18 alla Biblioteca Civica si terrà quindi un dialogo tra alcuni esperti sull’esperienza di Bolzano durante l’occupazione nazi-fascista. Infine sabato 29 gennaio alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rainerum, avrà luogo una conferenza con il docente Matteo Saudino, in arte Barbasophia, youtuber e divulgatore che dialogherà con Luca De Marchi sull’importanza di affrontare a scuola le tematiche della memoria.

Tutti gli eventi sono gratuiti e si può accedere liberamente fino ad esaurimento posti. è necessario esibire il Supergreen pass, nel rispetto delle normative vigenti. Per info e prenotazioni:
villadellerose@lastrada-derweg.org

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Via Fago: alla scoperta del Bunker H

Andiamo alla scoperta di uno dei luoghi più singolari della città di Bolzano. Ripercorriamo la genesi e poi – soprattutto – la riconversione del bunker di via Fago in uno spazio orginale ed esclusivo per le espressioni artistiche. Nel bunker H nel 2019 sono state anche effettuate alcune riprese con la star hollywoodiana William Defoe.

In via Fago, a pochi passi dal centro della città, c’è un luogo che può essere considerato un piccolo gioiello urbanistico che racchiude in sé storia, geologia, arte e mistero. Ed è forse quest’ultimo aspetto quello più affascinante. Perché in molti da ragazzini, almeno una volta, si sono ritrovati di fronte al cancelletto d’ingresso del famoso bunker al civico 14. Un vero e proprio labirinto di sette mila metri quadrati che si snoda dentro alla montagna del Guncina, fatto di corridoi profondi e silenziosi, modellati nel tempo dalla roccia lavica, e che veniva utilizzato come terreno su cui testare il proprio coraggio in sfide spavalde tra amici. Un “sottomondo” da esplorare, costruito in maniera artificiale dai soldati tedeschi nel 1943 durante la Seconda guerra mondiale. Gli scavi infatti sono stati condotti tramite l’uso di candelotti di dinamite che hanno disintegrato la roccia al fine di realizzare un rifugio antiaereo. Dopo essere stato utilizzato anche dall’esercito italiano, è rimasto per molti anni abbandonato finché è stato preso in gestione dalla Cooperativa Talia nel lontano 2013. “Quando lo abbiamo rilevato era in condizioni disastrose. C’erano oggetti bruciati, scritte lungo i muri, materiale per le messe nere. Ma sin da subito abbiamo capito il potenziale di questo luogo e abbiamo provato a convertirlo a favore della città e dei cittadini”, spiega Gino Bombonato, presidente della cooperativa. È così che è iniziato un faticoso lavoro di recupero: “Dopo aver esplorato l’intero bunker lo abbiamo sistemato per poterlo aprire al pubblico e alle visite guidate. Non abbiamo voluto toccare tutto però”, racconta Bombonato, riferendosi a delle particolari aree in cui nel tempo l’azione di Madre Natura ha permesso la formazione di stalattiti, stalagmiti e cascate calcaree che i gestori vogliono preservare dall’intervento dell’uomo. Così come il laghetto, che appare e scompare per uno strano fenomeno naturale senza spiegazione: “Un giorno è pieno d’acqua e quello dopo è prosciugato. E raggiunge fino al metro di profondità”, ci dice Bombonato abbozzando un sorriso.

Perché il Bunker H, così ora denominato, è questo: un posto incredibile, ma ancora poco vissuto dai bolzanini. Per questo la cooperativa hanno deciso di affidarsi alla cultura e all’arte per attirare al suo interno giovani ed appassionati. E attraversando il cosiddetto “corridoio a U” non si può che rimanere a bocca aperta. Quindici murales e graffiti creati dall’estro di diversi street-artists accompagnano il cammino verso nuovi spazi da scoprire: “Il bunker si è trasformato in una galleria d’arte. Le opere al suo interno seguono due filoni: uno classico dedicato ai miti greco-romani e uno ai miti norreni. Sono capolavori prodotti da artisti giunti a Bolzano da tutta Italia”, prosegue Bombonato. Ma in quelle sale – dove è così facile perdersi – la cooperativa organizza anche concerti, eventi di teatro, riunioni e set cinematografici. Nel 2019 il regista Abel Ferrara ha scelto il bunker come location per alcune riprese del suo film “Siberia”, con il celebre attore Willem Dafoe come protagonista. Recentemente è stato aperto il bando “Bunker Clip” per dare la possibilità a videomaker e musicisti di realizzare un video nella location di via Fago. I vincitori verranno svelati durante la serata conclusiva del progetto che si svolgerà ad aprile. Dentro al bunker, ovviamente.

Autore: Alexander Ginestous

Per Laura l’informatica non è “solo per maschi”

La passione per lo studio, l’applicazione concreta di una propria conoscenza che si presta alla risoluzione dei problemi nel modo più efficace possibile e anche una buona dose di buona volontà, hanno portato la bolzanina Laura Acinapura a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nazionali di Informatica.

L’informatica nella vita quotidiana
“Ho iniziato il mio percorso nell’indirizzo tradizionale del Liceo Scientifico Torricelli, un indirizzo che, avendo il latino ma non l’informatica, mi è sembrato quasi più classico/umanistico che scientifico. Negli stessi anni, tramite un gruppo di amici, sono venuta a conoscenza dell’esistenza delle Olimpiadi di Informatica – ci racconta Acinapura – e ho trovato diversi problemi che mi affascinavano.”
Di quali problemi si trattava e, successivamente, quali di questi si è vista sottoporre durante le gare, Laura lo chiarisce immediatamente con un linguaggio accessibile ai non addetti ai lavori, ma sempre preciso: “quando ci si immagina un problema di informatica non si deve pensare a qualcosa che sia collegato alla tecnologia. Quelli che dobbiamo risolvere sono problemi di vita comune, come ad esempio spostarsi da una città all’altra in un modo razionale, utilizzando la strada più rapida. Sembra un problema informatico? No, eppure è proprio l’informatica che, attraverso gli algoritmi, risolve questo genere di problemi. Insomma, dobbiamo massimizzare i nostri risultati.”
Inizialmente il Liceo di Laura non partecipava a questo genere di competizioni. “Ho deciso, quindi, di proporre alla mia scuola di prenderne parte e – prosegue – insieme ad altri 2 studenti ho svolto prima le fasi regionali, passando a quelle nazionali per poi vincere la medaglia di bronzo.”

Laura Acinapura

La medaglia d’oro
“Essendomi qualificata quell’anno, nel 2021 sono potuta passare direttamente alle fasi nazionali, tenute a novembre. Il risultato è stato assolutamente positivo: ho ottenuto la medaglia d’oro, che viene data solo ai migliori 13 su 158 partecipanti”, spiega Laura. Interessante è vedere anche il numero di ragazze: lei l’unica in Italia con l’oro, e tra tutti solo 13 femmine, una partecipazione che non è mai stata così alta, ma il numero rimane lo stesso basso…

Poche ragazze? “Diamo più opportunità”
“Per me l’informatica è stata da sempre un’estensione della matematica, un campo del ‘problem solving’, un aspetto teorico più che pratico che, come dicevo prima, non riguarda l’utilizzo dei computer.” E sul basso numero delle ragazze interessate all’informatica, Laura aggiunge: “Si vedono poche ragazze in questo ambito, quindi è difficile che qualcuna sia invogliata ad affacciarsi a questo mondo. Poi l’assenza di opportunità non è sicuramente d’aiuto e, nell’immaginario collettivo, è un’attività tipicamente maschile: bisogna cambiare.”

Pensando al futuro…
“Adesso posso avere la possibilità di andare alle gare internazionali, la vera sfida Olimpica. E, anche se la passione per scrivere codice rimarrà, non voglio andare a studiare informatica, quanto invece fisica, probabilmente all’ETH di Zurigo”, ha concluso Acinapura.

Autore: Andrea Dalla Serra

Un’altoatesina a Seul

Da Bolzano a Seul passando per Los Angeles. Passioni, lingue, amori e sorprese di Ayssata “Aisha” Ba, nata in Alto Adige da padre senegalese e madre sudtirolese. Sposata con un sudcoreano, è al terzo mese di gravidanza.

Si potrebbe iniziare dicendo che Aisha Ba ha i piedi in due continenti, non fosse che la sua storia ne copre tre e i piedi non sono sufficienti. Nata a Bolzano da padre senegalese e madre del Tirolo del Sud, ha sposato un coreano, sempre del sud, e ora vive a Seul. 

Tutto questo, ovviamente, non interessa agli uffici dell’anagrafe altoatesina, per loro è solo un’appartenente alla comunità linguistica tedesca della provincia di Bolzano, ma il resto del mondo la potrebbe selezionare come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. A essere più precisi, la cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Ufficio anagrafe escluso, quindi, non dovrebbe stupire nessuno che Aisha parli cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese,  il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”. 

Restando sulla questione “stupore”, non dovrebbe meravigliare nemmeno che Aisha abbia pensato di trasferirsi in Corea del Sud. Da un paio di decenni, infatti, non è più solo le metà meridionale di un paese diviso da una guerra. Da lì viene “Squid Game”, la serie più vista nella storia di Netflix, lì è stato girato “Parasite” film vincitore di quattro premi Oscar tra cui quello di miglior film nel 2020, da lì viene, probabilmente, anche il televisore piazzato nel vostro salotto.

Chi ha un figlio adolescente non dovrebbe aver bisogno di ulteriori dettagli, gli altri possono consultare Google alla voce “K drama”, serie televisive “made in South Korea”, o  cercare dettagli sul “K pop”, il pop coreano che vede tra i suoi maggiori esponenti i “Bts”, boy band che può vantare tre dischi di platino, due singoli multi-platino, tre singoli di platino, tre singoli d’oro e un disco d’oro, limitandosi solo al mercato discografico statunitense. Il video di uno dei loro ultimi successi, “Dynamite”, uscito un anno fa, è stato visualizzato oltre un miliardo di volte, per l’esattezza 1.350.372.123 (al 31 dicembre 2021).

Bene, tutto questo, però, non ha nulla a che fare con la scelta di Aisha che in Corea ci è andata per ballare:  “Io non sapevo nulla del K-Pop e tanto meno dei K-drama che hanno attratto l’attenzione della generazione della mia sorella più piccola. Ci sono andata perché volevo imparare a ballare il Locking, una danza hip hop di cui erano diventati maestri i coreani”.

Questo avveniva nel febbraio di quattro anni fa, quando Aisha si trovava a Los Angeles, ovvero proprio dove il Locking era nato. 

A questo punto i continenti diventano quattro e quindi è meglio ripartire dall’inizio.

Aisha ha concluso l’intero percorso scolastico in lingua tedesca a Bolzano. Poi si è iscritta all’Università di Innsbruck dove si è laureata in economia. In seguito, mentre alternava gli studi del dottorato con un lavoro part time alla Camera di commercio di Bolzano, si è accorta di essere troppo giovane per avere un futuro tanto prevedibile: “Mi sembrava di sapere esattamente come sarebbe continuata la mia vita, per cui ho deciso di partire per Los Angeles per un viaggio che unisse la vacanza all’approfondimento della mia passione per il Locking. Sono rimasta lì per tre mesi, ma non mi sono trovata bene, credo che lo stile di vita statunitense non faccia per me. Poi mi sono resa conto che in California il Locking era passato di moda, mentre continuava ad essere molto apprezzato in Asia. Così ho fatto un po’ di ricerche e ho scoperto che la soluzione migliore era la Corea del Sud. Sono atterrata a Seul con l’idea di restarci solo un anno, poi le cose sono cambiate”.

Come detto, era il febbraio 2018, ottenuto il visto per un anno per “vacanze di lavoro”, ha iniziato a lavorare in un ristorante (di giorno) e a seguire i corsi di ballo (di sera). “Già a Bolzano lavoravo saltuariamente come modella e in Corea ricevevo molte richieste che ho finito per accettare. Dopo dieci mesi di permanenza, ho ottenuto il visto di lavoro”. Nel frattempo, ha conosciuto Kim Jun Gu, il ragazzo che è diventato suo marito, anche questo in maniera molto “moderna”: “So che non è molto romantico, ma tutto è iniziato da un suo messaggio su Instagram”. 

Anche lui lavora come modello e col passare del tempo la relazione si è fatta seria e Aisha gli ha fatto conoscere i genitori: “Si sono incontrati in Thailandia nel Natale 2019, l’ultimo prima della pandemia. Subito dopo avrei voluto far conoscere Bolzano a Kim Jungu, ma il Covid non l’ha reso possibile. Siamo riusciti a venire solo ad agosto del 2021”. 

La visita e l’incontro sono descritti in un video sul frequentatissimo canale “You Tube” di Aisha,  e molto altro si trova anche su Instagram e su Tik Tok. Immagini che mostrano quanto Aisha si trovi bene a Seul. “La Corea mi piace, mi sento a mio agio e tutto si muove velocemente senza i rallentamenti burocratici a cui siamo abituati in Europa. Di Bolzano mi manca soprattutto l’atmosfera delle feste, in particolare quella del Natale”.

Prossimamente le mancherà ancora di più, perché come ha rivelato lei stessa sui suoi canali social, ora aspetta un bambino. In un video del 2 gennaio scorso, mostra suo rotondissimo pancino e racconta i suoi primi tre mesi di gravidanza con un’estrema dovizia di particolari. Neanche una parola sulla scelta riguardo al censimento etnico.

IL PERSONAGGIO
Aisha potrebbe essere selezionata come testimonial di questo inizio del terzo millennio, non solo per la sua famiglia globalizzata. è modella, ballerina, ovviamente “influencer”e si è sposata in streaming. La cerimonia si è svolta in Corea alla presenza del marito, ma, a causa dell’emergenza Covid, i genitori hanno potuto seguire la cerimonia solo via webcam dalla loro casa di Bolzano. Una classica cittadina del mondo che è arrivata a Seul dopo una sosta a Los Angeles, parla cinque lingue: oltre all’italiano, il tedesco della madre, il pulaar del padre senegalese, il coreano del marito e l’inglese, “lingua di lavoro”.

Autore: Massimiliano Boschi

Gabriele Antinarella: artigiano e artista

Gabriele Antinarella, in arte Lele, classe 1938, è un barbiere, un artigiano, ma soprattutto un artista. Si è diplomato al liceo artistico di Carrara e con le sue opere ha allestito diverse mostre. Parallelamente alla sua passione per l’arte ha portato avanti la sua abilità da artigiano aprendo un salone in via Milano nel ’58. Ora che è in pensione ci racconta la sua vita e cosa lo ha ispirato nella realizzazione delle sue opere.

Da dove nasce la passione per l’arte?
Quando ero piccolo andavo a scuola solo a fine anno per farmi dare la pagella. D’inverno non riuscivo a frequentare le lezioni a causa di un problema alla gamba che mi faceva zoppicare, quindi, se nessuno mi accompagnava, era difficile per me arrivare a scuola da solo a piedi. A fine anno, quando riuscivo ad andare, non ci capivo molto delle lezioni e per questo i professori non mi interrogavano. Per passare il tempo mi mettevo a ritrarre sui banchi i profili dei miei compagni di banco, oppure guardavo fuori dalla finestra della scuola e disegnavo la campagna e gli alberi. Mi facevo ispirare da ciò che vedevo.

Cos’è che ti ha portato a riprendere le Semirurali nelle tue opere d’arte?
Quando ho aperto il mio salone stavano iniziando a buttare giù le casette delle Semirurali, il quartiere in cui ero cresciuto, partendo da via Sassari e andando verso via Milano. Io, vedendo questo smantellamento, mi resi conto che i luoghi della mia infanzia stavano sparendo per sempre. Per questo nel mio salone, quando non c’erano clienti, spostavo la tendina e mi mettevo a disegnare. Malgrado le casette fossero tutte simili, il bello era scoprire che ognuno era diversa per la sua posizione e emanavano svariate personalità. Le ho viste crollare tutte, una dopo l’altra fino all’ultima. Fortunatamente questa sono riuscito a filmarla. Quel giorno in cui l’hanno demolita eravamo circa una decina, ma c’era un silenzio di tomba, sembrava un funerale: l’unico suono che si sentiva era il rumore delle gru. Sapevamo tutti che dovevano buttarle giù per forza, occupavano troppo spazio e a quei tempi c’era una grande fame di case.

Quando comincia invece la passione per la cinematografia?
La passione per il cinema inizia sempre dalle casette Semirurali. Il fotografo Gatti mi disse che nel suo negozio gli erano arrivate delle cineprese molto belle e nel 1988, grazie al ricavato del salone, riuscii a comprare la mia prima cinepresa. Mia mamma ha sofferto tanto quando è dovuta andare via dalla sua casetta in via Parma e quindi, armato della mia prima videocamera, chiesi il permesso al geometra del cantiere di entrare a fare delle riprese. Fu la prima cosa che filmai e da lì non ho più smesso.

Avresti mai pensato che tutti i tuoi lavori sarebbero diventati dei documenti così importanti?
In realtà mentre li realizzavo no, l’ho capito solo dopo. Ho compreso anche un’altra cosa: quando le persone vedranno le mie opere e i miei documentari, anche tra venti, trenta o quarant’anni, penseranno a me. Io vivrò finché vivranno i miei lavori, è questo il fascino dell’arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Un’esperienza di teatro sensoriale, racchiusa in una scatola

Andrea Bernard, regista e teatrante, e Salvatore Cutrì, attore formatosi a Napoli, ci raccontano il progetto “Insieme/Zusammen”, ideato in collaborazione con Elena Beccaro e sostenuto nella sua seconda edizione dal teatro Cristallo di Via Dalmazia.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto nasce dall’idea di stimolare il pubblico in modo diverso. Volevamo andare oltre al teatro tradizionale e quindi siamo partiti da una domanda: “quando abbiamo smesso di vivere insieme?”. Ci siamo chiesti se il motivo del nostro allontanamento dagli altri fosse solo causa del lockdown o se ci fossero altri motivi più intimi. Questa domanda l’abbiamo racchiusa in una scatola interattiva e l’abbiamo proposta al pubblico. La voce narrante di Sebastian guida lo spettatore, che diventa in qualche modo attore, a compiere un’esperienza unica. 

Com’è nata l’idea?
L’esperienza che abbiamo voluto ricreare è quella di un teatro sensoriale in cui, attraverso l’olfatto e il tatto, viene risvegliata la memoria. Le vicende personali vengono destate attraverso il racconto di una storia che invita lo spettatore ad utilizzare gli oggetti contenuti nella scatola e a rispondere alla domanda posta all’inizio. La scatola nasce quindi da una necessità di arrivare nell’intimità delle persone. Nella sfortuna del lockdown, la fortuna è stata che a Bolzano si sono aperti molti bandi riguardanti il teatro e, grazie alla vincita del bando di Weigh Station, siamo riusciti a realizzare il nostro progetto. 

A quale pubblico vi siete rivolti? 
Il progetto si rivolge a tutti, l’unica parte di pubblico che abbiamo escluso sono i bambini, poiché non sono ancora entrati nella fase di crisi che riguarda l’età adulta e di conseguenza non potrebbero comprendere la performance. In qualche modo quest’esperienza serve per fare tornare bambini gli adulti e per scaturire degli stimoli profondamente ingenui e infantili.

Qual è l’obiettivo del progetto? 
L’obiettivo è lo stesso che ci poniamo ad ogni spettacolo, e cioè smuovere lo spettatore e cercare di provocarlo. La vera arte è quella che muove qualcosa in chi la guarda e che risveglia anche gli animi più assopiti, altrimenti non è arte.

Autrice: Sarah Sartoretto COOLtour

Un territorio a più velocità

Anche quest’anno vi offriamo il nostro sguardo retrospettivo sugli ultimi 12 mesi, vissuti attraverso le notizie più importanti rilanciate dai media e che hanno calamitato in un modo o nell’altro la nostra attenzione. In questo caso il nostro interlocutore è Luca Barbieri, un giornalista di origini venete esperto di innovazione, che da 10 anni ha scelto di risiedere nella nostra terra e ci aiuta a leggere il nostro mondo anche un po’… “da fuori”.

Il 2021 in realtà aveva preso il via con la tragica vicenda che vide protagonista la famiglia Neumair Perselli.
Già. Negli ultimi giorni però mi hanno colpito le dichiarazioni da parte della famiglia che dice di essere stata “curata” dall’affetto della città. Devo dire che rispetto ad altri contesti, a livello altoatesino c’è stato un miglior rispetto della privacy e il senso di comunità è emerso. 

Nel 2021 la realtà altoatesina come ha reagito al secondo anno di pandemia?
Si è evidenziata una frattura all’interno della società che prima era rimasta sotto traccia. Ai vertici della Provincia ci sono figure dell’ambito scientifico e politico che sono ancora sotto shock; si erano illuse che l’Alto Adige fosse molto più “moderno” di quanto invece è stato appurato. Anche a chi viene da fuori risulta evidente che quello altoatesino è un territorio a due velocità: c’è infatti una parte della popolazione che ha solide tradizioni e ottimi principi, ma vive in una sorta di “pensiero magico”. Faticano molto, queste persone, a credere nell’oggettività della scienza e al valore del metodo scientifico in particolare. Hanno creato scorciatoie che le portano a decisioni che in realtà non hanno nessun fondamento, ma sono ancorate ad un immaginario identitario. Occorrerà valutare attentamente gli effetti che questo meccanismo produrrà in futuro sulla società altoatesina. La ritrosia rispetto alla vaccinazione penso lascerà il segno nelle famiglie, nei contesti sociali e anche nei luoghi turistici che hanno maggiormente sofferto. Negli ultimi mesi l’immagine tradizionale di un Alto Adige perfetto e super organizzato ha dovuto fare i conti con una certa dose di indisciplina rispetto alle norme stabilite man mano. La comunicazione verso l’esterno deve quindi ora fare i conti con questa novità e il contraccolpo sta portando comunque anche gli altoatesini a rielaborare l’immagine che hanno di loro stessi. La cosa andrà metabolizzata anche a livello politico e non solo in una prospettiva a breve termine.

Per la società e la politica altoatesina in realtà è risultato drammatico soprattutto il muro che si è alzato rispetto ad Austria e Germania. Il Tirolo del Nord e l’Austria hanno spesso agito in direzione ostinata e contraria, mentre da parte della Germania c’è stato quasi un blocco completo del turismo. Sono cambiamenti epocali, che hanno ripercussioni importantissime specie su alcune zone del nostro territorio come la Venosta, il Burgraviato e la Passiria. 
E’ vero, ma devo dire che l’Alto Adige ha passato praticamente indenne la crisi del 2008 e anche durante la prima parte della pandemia tutto sommato ha retto. Se il Covid 19 non durerà ancora tantissimo secondo me la provincia di Bolzano dal punto di vista economico ce la farà a superare l’emergenza. Un’altra questione, come dicevo, è quella culturale e d’immagine. Lì sarà più difficile venirne fuori. In ogni caso la Provincia nel 2021 ha cambiato di molto il suo atteggiamento nei confronti del governo italiano, anche perché con Draghi ci sono stati molti meno margini di manovra per differenziazioni territoriali.

Un altro tema importante del 2021 è stato quello dello sviluppo turistico in montagna e della sua sostenibilità ambientale…
La pandemia ha senz’altro riportato in primo piano il tema della sostenibilità e del ritorno alla natura. Fermando le attività umane la natura ha cercato subito di riprendere il suo spazio, lo abbiamo visto tutti, anche nelle città. Così abbiamo potuto appurare qual è la misura del nostro impatto. Per quanto riguarda la montagna è importante che la gente ci viva e che quindi se ne prenda cura. In Alto Adige il fatto che una parte della produzione industriale sia nelle valli, senz’altro aiuta. Quello che succede nelle province vicine ne è la controprova. Personalmente sono un escursionista amante della natura selvaggia e non amo la montagna luna park e iperservita. Però è anche vero che ci sono dei comprensori vocati ad una specifica attività turistica che devono essere dotati di impianti moderni in grado di garantire una serie di servizi, pur in equilibrio con la natura. Molto più pericoloso è ampliare troppo e spargere tanti microimpianti in giro per il territorio. In ogni caso oggi gli sportivi della montagna sono sempre più propensi a fare esperienze al di fuori degli impianti: lo sci alpinismo dovrà avere più spazi, in futuro. 

Ci vorrebbe un assessorato provinciale alla transizione ecologica…
Sì. Di fatto c’è ed è l’assessore ai trasporti dove sono stati fatti molti investimenti. Il trasporto pubblico in provincia è di serie A+++ rispetto ad altri territori limitrofi. 

Sì, ma la cosa vale solo in parte per la città di Bolzano… A proposito: la sfida della mobilità nel capoluogo sembra essere sempre più una “mission impossible”.
Da questo punto di vista la provincia ha tre distinte dimensioni: Bolzano, il resto del territorio e la A22. L’autostrada, soprattutto a nord di Bolzano, è davvero un terno al lotto. Le aziende sanno che al 90% non possono rispettare un impegno, se questo è legato ad uno spostamento in autostrada a nord del capoluogo. Poi è incredibile la disattenzione quasi “scientifica” che è stata riservata finora nei confronti della mobilità a Bolzano. Le circonvallazioni in provincia sono pazzesche, mentre a Bolzano è esattamente il contrario. Siamo già da tempo ad un livello di non sopportazione, tutti ora vogliono risolvere il problema ma l’ingorgo infrastrutturale che si è creato è talmente grave che sarà davvero difficile trovare una via per risolverlo.

A Bolzano il cantiere per il Waltherpark riuscirà a ripartire?
La tempesta è perfetta, al contrario dei precedenti rendering. Queste sono le cose che succedono quando la politica urbanistica la fanno i privati e non le amministrazioni comunali. Il Waltherpark poi è una doppia scommessa, perché è stato pensato prima della pandemia. è tutto da vedere se la società post Covid avrà ancora quel tipo di esigenze. L’incubo è che rimanga la voragine o che si costruisca, ma poi gli immobili restino in gran parte inutilizzati.

A proposito di altri temi… fondamentali. Per anni abbiamo discusso di toponomastica. Oggi invece si discute della possibile nuova collocazione di Ötzi.
Tra la terrazza di Benko in stile Star Trek sulla città e le altre ipotesi, quella che mi convince meno è quella dell’ex Enel, che dal punto di vista viabilistico mi sembra molto problematica. Mi domando se non abbia più senso lasciarlo lì dove sta.

Aeroporto di Bolzano. Qual è il suo futuro?
Altra scommessa, questa, da considerare alla luce della pandemia. L’impatto sui residenti è tutto da valutare, ma c’è. Una cosa è certa: sulla base dei voli previsti mi sembra che l’aeroporto avrà pochissimo impatto sul tema della mobilità in Alto Adige. Stiamo infatti parlando di microflussi turistici: l’aeroporto non è collegato con hub internazionali in grado di dare un approccio competitivo. In più da Bressanone in su è sempre più vicino Innsbruck. L’aeroporto di Bolzano resterà poco interessante per il sistema produttivo, insomma. 

Le recenti elezioni comunali a Merano: Che tipo di cambiamento si è verificato?
La SVP è riuscita a vincere perdendo. Da non meranese mi dispiace che si sia interrotto quell’esperimento, perché anche in ottica provinciale teneva aperta una strada anche per il futuro. 

Era di fatto una Große Koalition con uno spazio importante riservato all’ottica ambientalista… Ora a Merano resta molto interessante il fatto che in consiglio comunale di fatto le principali forze politiche nazionali in pratica oggi non esistano, o quasi. 
Infatti. Le dinamiche sono comunque altre, anche rispetto al Comune di Bolzano e la Provincia. 

Nella gestione della pandemia l’Euregio ha manifestato la sua inconsistenza. Bolzano, Innsbruck e Trento si sono mossi sempre in ordine sparso. 
Non ci potevamo attendere di più da un progetto che di fatto non è molto di più di un cartello messo lungo l’autostrada. Si tratta solo di un branding amministrativo per il Tirolo antico, ma non ha nessun’altra aspirazione, al di là delle tariffe della mobilità e di qualche altra iniziativa di comunicazione. 

Dei giovani invece di solito si parla solo se disturbano la quiete pubblica, a parte qualche riconoscimento pubblico per i meriti sociali o scolastici…
Parlare di movida a Bolzano fa abbastanza ridere. I problemi vanno relativizzati e comunque manca ancora un’università forte. Insomma: un problema giovani non c’è. Il problema è piuttosto quello di riuscire a valorizzarli come risorse, dando loro la possibilità di esprimersi a livello creativo, attraverso spazi di libertà vera e non “ammaestrata” ovvero finanziata. Giusto è che si facciano un’esperienza del mondo più vasta, riuscendo poi magari a riportarli qui dopo le importanti esperienze compiute all’estero. 

SIAMO INNOVATIVI?
Per Luca Barbieri in provincia di Bolzano sono presenti diverse aziende estremamente innovative e che hanno ulteriori potenzialità di crescita, ma non sono ancora sufficientemente conosciute. Non si tratta solo di ditte nel campo dell’artigianato ma più in generale di realtà industriali che sono riuscite a mettere “a terra” conoscenze tecniche legate alla montagna, ma non solo. In Alto Adige è anche presente un bel sistema di start up, anche se forse un po’ troppo sovvenzionato, dove sono attivi giovani davvero molto in gamba con forti legami internazionali e in alcuni casi anche provenienti “da fuori”. Secondo Barbieri nel prossimo futuro occorrerà riuscire a contaminare un po’ di più queste realtà con il nostro sistema sociale, scolastico e politico. Per il giornalista occorrerà spingere sul concetto dell’imprenditorialità, evitando che i giovani si adagino in un’ottica di assistenza, meccanismo che Barbieri definisce “il male assoluto”. I giovani altoatesini sono spesso in gamba, svegli e internazionali, parlano più di tre lingue e devono poter seguire la loro strada con coraggio, senza condizionamenti, insomma.

Luca Barbieri

CHI E’ LUCA BARBIERI
Consulente per la comunicazione di centri di ricerca, pmi innovative e startup, Luca Barbieri è imprenditore e giornalista. Dopo 13 anni in RCS, dove ha collaborato alla nascita e al lancio di Corriere Innovazione, ha co-fondato Blum, società di consulenza che aiuta imprese innovative e centri di ricerca a crescere attraverso comunicazione, media relation ed eventi. In Alto Adige, dove risiede dal 2012, ha fondato Alto Adige Innovazione e conduce, per RAI Alto Adige, la trasmissione Master Up. Investitore e mentor di numerose startup, insegna Linguaggio Giornalistico all’Università di Padova e Comunicazione dell’Innovazione al MOIM, Master in Open Innovation Management dello stesso ateneo. Il suo nuovo libro, in uscita a febbraio, si intitola “Comunicare Innovazione e Impresa” (Ayros editore).

Autore: Luca Sticcotti

Il ricordo del giardiniere della passeggiata

Lungo il Talvera una lapide ricorda Rocco Edoardo Nardo, il giovane operaio amato dai suoi colleghi che si prendeva cura delle piante della passeggiata di Sant’Antonio. Nardo è scomparso tragicamente a soli 25 anni nel 1998. Ma il suo volto e il suo sorriso sono tuttora impressi nella memoria dei suoi ex colleghi giardinieri. 

Percorrendo le Passeggiate del Talvera in direzione di Ponte S. Antonio, appena passato il piazzale delle feste, in corrispondenza di vicolo Sabbia, c’è quella che comunemente viene chiamata la “casa del giardiniere”. Un tempo la struttura ospitava anche i bagni pubblici, ma da diverso tempo ormai, non è che un deposito materiali della Giardineria comunale. Osservando l’edificio, un dettaglio che salta all’occhio di quanti ci passano davanti, è la targa in ricordo di Rocco Eduardo Nardo, il “giardiniere della passeggiata“, scomparso il 15 luglio del 1998 all’età di soli 24 anni.
Il volto di Rocco sulla foto, ci ha spinto ad indagare un po’ per associare una storia a quel sorriso. Abbiamo contattato i suoi colleghi di allora a cui dobbiamo anche lafoto utilizzate per questo servizio.
Tutti conservano il ricordo di un giovane promettente e di compagnia. Sono stati loro ad avere l’idea di dedicargli la targa, visto che quella struttura era la sua base operativa. “Rocco è stato assunto nel gruppo del 1995. Io avevo preso servizio un po’ prima, nel 1992”, ci racconta Katia Zanoner. “Era assegnato alla zona passeggiate del Talvera e S. Antonio. Faceva parte del gruppo dei giovani che erano arrivati con il concorso: un bel ragazzo molto socievole e di compagnia. Noi che siamo ancora in servizio e che più di vent’anni fa abbiamo lavorato con lui, ne conserviamo ad oggi un caro ricordo, soprattutto per il tempo trascorso insieme al di fuori dell’orario di lavoro. Ci si trovava la sera e si andava insieme a ballare. Eravamo in 6-7, avevano fatto gruppo, tutti arrivati da poco e lui era dei nostri. Avevamo tutti tra i 20 ed i 25 anni e oggi, dopo quasi 30 anni insieme, siamo ancora molto legati tra noi. Pensi che i colleghi più anziani sono ormai prossimi alla pensione.”
Il collega Daniele Ravagnani lo ricorda così: “Di lui posso solo dire che era giovane, ma aveva una certa maturità. Potevamo già dargli fiducia come operaio, affidandogli qualche responsabilità. Era un ragazzo molto promettente. Ricordo che era anche molto socievole”.
Michelangelo Pegoraro, un ex collega oggi in pensione, così ricorda: “Abbiamo lavorato insieme nelle vigne di Castel Roncolo, che il Comune di Bolzano possedeva o aveva in gestione fino alla giunta Spagnolli. Tra le mansioni della giardineria, c’era quella di occuparci anche della vendemmia.”
“Ho inoltre un bellissimo ricordo di una trasferta di lavoro fatta insieme a lui, per la manifestazione Cervia in Fiore. È stata quella la prima volta che abbiamo partecipato come giardineria. Sono state giornate intense e ricordo che, per tre giorni, abbiamo lavorato dalla mattina alla sera, a volte illuminati solo dalla luce dei fari della macchina. Come dire, stanchi ma soddisfatti e felici.”
La cronaca dell’epoca riporta che Rocco, rientrando a casa dopo il lavoro alle passeggiate di S. Antonio, lungo via Sarentino, perse il controllo della sua auto, terminando tragicamente la sua corsa uscendo di strada per schiantarsi nella giardineria sottostante.

Autore: Till Antonio Mola

Ora misure concrete per i giovani

Come nel resto d’Italia, anche in Alto Adige gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado hanno concluso il 2021 con la scuola in presenza. Tra gioie e dolori, abbiamo analizzato quest’ultimo periodo con Daniela Höller, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Provincia di Bolzano.

Dottoressa Höller, l’anno scolastico è iniziato con quattro mesi di scuola in presenza, un dato positivo… ma com’è stato percepito questo periodo da studenti e famiglie?
Bisogna innanzi tutto ricordarsi del ruolo centrale che la scuola ha sul percorso formativo e di crescita di ogni singolo studente: il valore del ‘gruppo’ è importante per tutti, specie per i bambini, e gli sviluppi che si porta con sé non sono attuabili con le scuole chiuse.
La scuola in presenza ha garantito un costante confronto con gli studenti, ma è sempre stata accompagnata da sentimenti di incertezza e insicurezza dettati dalla possibilità di un ritorno in DaD completo o parziale, dovuto da casi di positività in classe. In questo nuovo anno bisogna ricordarsi che la scuola in presenza è una risorsa per tutti, permette anche di prevenire e monitorare situazioni famigliare complesse conseguenti alla situazione pandemica

Si parla spesso, ma non abbastanza, di abbandono scolastico e salute mentale, cosa si può fare nel piccolo per migliorare questi fenomeni?
Temo che siano sempre di più gli adolescenti che si ritirano socialmente. Sono numerosi anche gli studenti affetti da stress e ansia da prestazione, anche nel nostro ufficio giungono lamentele riguardanti la pressione dovuta da verifiche e interrogazioni a scuola.
All’inizio della pandemia, nel 2020, abbiamo fatto un progetto con i bambini chiedendo loro come stavano; i risultati mostrano quanta voglia di ritornare ad aggregarsi e voglia di fare avevano. Questo per dire che manca spesso un dialogo aperto con i bambini e gli adolescenti, bisogna parlare con loro e chiedere a loro quali siano i problemi che più sentono vicini. Per il resto è compito di tutti noi garantire una formazione e un’istruzione completa e in presenza, e per far ciò serve responsabilità da parte degli adulti. Serve anche rispettare le misure di prevenzione da Covid-19 dando così anche l’esempio ai più piccoli. E – naturalmente – serve mantenere aperta la scuola.

Propositi per questo nuovo anno in tema infanzia e adolescenza?
L’Unione Europea ha voluto dedicare il 2022 alla gioventù, questo è sicuramente un dato positivo, ma bisogna stare attenti: queste iniziative vanno bene, ma non devono rimanere cose astratte e, anzi, devono trovare in fretta un’applicazione concreta. La chiave dev’essere la parola ‘partecipazione’, i progetti che si portano avanti devono essere coinvolgenti e interessanti per i giovani e, perché no, magari devono partire proprio da loro. Esistono delle leggi provinciali che sanciscono tutto questo e sono applicabili anche nel piccolo, ad esempio a livello comunale. La partecipazione dei giovani non è una scelta, è una risorsa che dev’essere applicata.

Autore: Andrea Dalla Serra

Barbieri di quartiere, da tre generazioni

C’è un’attività che, in Viale Druso 88b, si trasmette ormai da tre generazioni. Tutto ebbe inizio quando, nel 1957, Marco Prearo aprì il suo salone di barbieri che oggi, a distanza di 65 anni, porta avanti il figlio Paolo. Anche lui, a sua volta, ha insegnato il mestiere ai propri figli Luca, 16 anni, e Marco, 21 anni; non manca però anche l’aiuto di un terzo apprendista, Filippo. Abbiamo parlato insieme a Paolo Prearo che ci ha fatto luce sul mestiere del parrucchiere, sulla formazione professionale dei giovani che si avviano a questa attività e sul rapporto del salone con il quartiere e i suoi abitanti.

Paolo Prearo, quando ha iniziato a lavorare e dove ha potuto apprendere il suo mestiere? 
Ho iniziato all’età di 15 anni sotto la guida di mio padre; avere un salone di riferimento è essenziale tutt’oggi per avviarsi alla formazione.

E perché? 
Prima ancora di iniziare il percorso professionale bisogna trovare un salone in cerca di apprendisti, solo così si può abbinare la formazione alla pratica.

Oggigiorno il numero di iscritti nelle scuole professionali per barbieri è sempre più basso, com’è la situazione nelle classi dei suoi tre ‘apprendisti’? 
Mio figlio Marco ha finito l’anno scorso mentre Luca è al primo anno, in classe sua gli studenti sono solamente 8; Filippo invece sta frequentando l’ultimo anno insieme ad altre 5 persone. Se a questo dato si aggiunge che la formazione è ‘unisex’, per garantire in futuro più possibilità di trovare lavoro e venire incontro a tutte le esigenze dei clienti, si nota la scarsa affluenza di iscritti ai corsi. È vero che non è facile trovare dei saloni in cerca di giovani apprendisti, ma anche a livello locale c’è sempre qualche posto di lavoro che si muove…

Quali sono, per voi, le maggiori difficoltà di questo periodo? 
Ora non ci sono grandi difficoltà, all’interno del salone tutto avviene su appuntamento, questo favorisce l’organizzazione e impedisce l’affollamento. Anche la clientela è sempre attenta a rispettare le norme di sicurezza. Subito dopo il lockdown abbiamo introdotto l’utilizzo di diverse attrezzature usa e getta – dalla mantellina al misuratore di temperatura per la febbre – e questo ha, di conseguenza, fatto aumentare di 1 euro la tariffa, ma nessuno si è lamentato e non ci sono state polemiche.

Intorno alla sua attività ha notato chiusure di negozi ed esercizi commerciali? 
Ha chiuso solo qualche piccolo negozio, ma fortunatamente non ci sono state grandi chiusure conseguenti al lockdown.

Essendo legato al quartiere, quali sono i problemi che più si percepiscono?
Noi siamo proprio in Viale Druso, una strada trafficata e spesso bloccata, specie la mattina e la sera quando gli abitanti percorrono il tratto casa-lavoro; questo è senz’altro uno dei problemi principali.

All’interno del salone passano periodicamente gli abitanti della zona, quali sono gli argomenti più diffusi con la clientela? 
Purtroppo in questo periodo di pandemia si parla principalmente di Covid-19, solitamente si spaziava dallo sport alla politica.

Autore: Andrea Dalla Serra