Lo sapevate che nel centro di Bolzano, in via della Mostra 2, c’è un bellissimo palazzo nel quale è possibile ammirare affreschi settecenteschi di rara bellezza? Si tratta di Palazzo Menz, per lunghi anni sede della Banca Commerciale italiana e gli affreschi sono quelli di Carl Henrici, realizzati nel 1776 per i Menz, ricca famiglia bolzanina di mercanti. Nello stabile oggi si trova un negozio, ma gli affreschi, considerati dai suoi contemporanei il capolavoro di questo artista, restano visitabili.
Balli in maschera, scene d’amore e paesaggi orientali affrescano le due bellissime sale, una delle quali veniva usata come sala da ballo. Un tripudio di colori che richiama lo stile veneziano del quale Henrici si fa interprete dopo il suo soggiorno nella Serenissima Repubblica di Venezia. Henrici, artista nato nel 1737 a Schweidnitz nella Slesia e morto a Bolzano nel 1823, offre un magnifico esempio della pittura del XVIII secolo con la sua visione così perfetta di un mondo sognante e leggiadro, molto “laico”, specie se contrapposto alle opere più richieste al tempo a Bolzano, tutte a forte connotazione religiosa. Qualche anno fa il critico d’arte Vittorio Sgarbi era venuto a Bolzano e fu fatto l’impossibile per consentirgli la visita agli affreschi. Un articolo del quotidiano Alto Adige ci porta alla mezzanotte di un giorno di marzo del 2017: telefonate, richieste, un custode ad accendere le luci. E Sgarbi rimase senza parole per qualche minuto, per poi confessare “Non li avevo mai visti e sono magnifici. Li conoscevo solo sui libri, quelli di Rasmo…” Già, Nicolò Rasmo: un nome ancora oggi importantissimo per chiunque si occupi di storia dell’arte a livello locale, grande storico dell’arte e soprintendente della Provincia di Bolzano e di Trento. A Rasmo, cui il Comune ha dedicato una via nel rione Casanova, si riconoscono meriti nel campo della tutela del patrimonio artistico, alle problematiche della conservazione. Tra i tanti suoi scritti ve ne è uno dedicato a Palazzo Menz ed edito nel 1972 dalla Banca Commerciale Italiana, che finanziò anche il restauro dell’edificio danneggiato dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La storia del palazzo affonda le sue radici nella fine del 1200. Apprendiamo che – dopo che il duca Mainardo II, nel corso della lotta coi principi vescovi di Trento, cui la città apparteneva, distrusse le mura e il castello del vescovo – sorse una contrada che oltre alla sede dell’amministrazione vescovile (l’attuale hotel Città) comprendeva le residenze di alcune delle più aristocratiche famiglie del paese: i Botsch (Palazzo Campofranco), i Liechtenstein (Palazzo Pock/Kaiserkrone), i conti Trapp e gli Starkenberg. Questi ultimi occupavano le due case adiacenti al palazzo vescovile sulle quali sorse poi il palazzo Menz. All’estinzione della famiglia, le case vennero assegnate ad altri, fino al 1666, anno in cui i Wettin se ne assicurarono il possesso per poi demolirle ed erigere al loro posto un palazzo particolarmente rappresentativo da abbinare al nome Rafenstein, ottenuto con l’acquisto dell’omonimo castello al solo scopo di assumerne lo stemma e il titolo nobiliare (e rivenderlo subito dopo). Solo nel 1753 il palazzo fu acquisito dai Menz. In occasione dell’ingresso nella casa di Giorgio Paolo Menz, che nel 1776 sposava Elisabetta Clara Amorth, il palazzo fu radicalmente restaurato, è a quell’epoca che risalgono anche gli affreschi. Le opere sono sotto strettissima tutela storico-artistica, ma essendo “private”, non sono mai state valorizzate.
Girando l’angolo che da via San Quirino porta su via Peter Mayr 2 è quasi difficile accorgersi della presenza del Centro Giochi Dinx. Questo perché dalla vetrina si intravedere a malapena l’arcobaleno di colori sprigionato dal muro composto dagli oltre 400 giochi in scatola e carte presenti nella sede. Si tratta di un piccolo ritrovo che accoglie gratuitamente, due sere a settimana, diversi appassionati genuini di giochi di società desiderosi di conoscere nuova gente e passare del tempo in compagnia.
“Il nostro è un servizio rivolto a tutti: famiglie, ragazzi e gruppi – precisa Sabine Tomasini, presidente del Centro -. Per questo miriamo a diventare un punto di riferimento per qualsiasi attività ludica del territorio”. Una missione, questa, che prosegue da ormai 19 anni. Dinx è stato fondato infatti nel lontano 2003 per volere di alcuni accaniti giocatori che regolarmente si incontravano per sfidarsi con i titoli più celebri, dal Risiko al Monopoli passando per Scarabeo. Mossi i primi passi – tra cui le visite alle fiere di settore e l’organizzazione di numerose serate di gioco su a Castel Flavon – l’organizzazione si è trasferita da qualche anno nel quartiere San Quirino: “Presentiamo una collezione di giochi vastissima che cerca di soddisfare ogni esigenza. Basti pensare che a Bolzano Sud abbiamo un magazzino che contiene altri 5.000 giochi. Ai nostri tavoli si siedono persone che vanno mediamente dai 20 ai 45 anni, ma ci capita di riuscire ad avvicinare anche persone più piccole o più grandi. In sede abbiamo sempre un collaboratore pronto a rispondere a qualsiasi dubbio o domanda sui diversi giochi e regolamenti”, prosegue Tomasini. D’altronde il gioco riveste un ruolo sociale essenziale nella vita quotidiana di molti di noi, ed è sicuramente un modo molto intelligente e divertente per impiegare il proprio tempo libero. La sua funzione ludica è uno strumento necessario per rafforzare l’educazione nei bambini e spingere molti adolescenti ad abbandonare per qualche ora pc e smartphone: “Sedersi attorno a un tavolo con la propria famiglia o amici e giocare tutti insieme è un’esperienza che le nuove tecnologie non possono sostituire. Tirare un dado, spostare con la mano una pedina e capire quali strategie da attuare non sono sensazioni replicabili attraverso uno schermo o tastiera”, precisa la presidente. Sono affermazioni confermate anche da svariati studi americani che certificano la crescita di mercato del settore ludico, accelerata in parte l’avvento del Covid. Come a voler rimarcare che, nonostante la molteplicità di giochi nuovi usciti per consolle e computer, il gioco da tavola fisico non scomparirà mai. è una passione che non tramonta e che viene tenuta viva proprio da associazioni come Dinx, che contribuiscono a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità, creando nuovi legami e occasioni d’incontro. E Dinx si muove anche su quattro ruote. Grazie al loro “Spielemobil”, un vistoso autobus azzurro, i collaboratori sono capaci di raggiungere diverse località della provincia per offrire un hotspot fisso dove noleggiare i giochi settimanalmente. Una vera e propria ludoteca viaggiante, che permette di organizzare eventi dedicati e che viene spesso sfruttata da scuole e associazioni interessate al tema del gioco di comunità.
La cultura della musica rock nasce in America, ma negli anni ‘50 ha influenzato tutta Italia compreso il quartiere Sciangai di Don Bosco. Leonardo Reale ha vissuto la sua adolescenza proprio lì e in quegli anni ha sviluppa una vera e propria passione per questo genere musicale.
Come sei arrivato ad abitare alle Semirurali? I miei genitori si sono trasferiti a Don Bosco nel ’46, mio padre lavorava nelle fabbriche della Lancia, quindi hanno assegnato alla mia famiglia una delle baracche di fianco alla fabbrica, costruite apposta per i lavoratori. Io avevo appena due mesi di vita e lì ho vissuto sei anni. Nel ’52 mio padre ha ottenuto una casa, sempre data dalla fabbrica della Lancia, in via Resia, vicino al famigerato campo di transito. In questa casa ho vissuto con la mia famiglia per vent’anni, poi mi sono sposato e sono andato ad abitare in via Palermo, tornando quindi nel quartiere Don Bosco.
Com’è nata la tua passione per il rock? Quando sono arrivato in via Resia non c’erano tante possibilità di ascoltare musica. L’unico mezzo di comunicazione era la radio, che però trasmetteva principalmente musica melodica e classica, mio padre era un appassionato di questo genere, quindi lo ascoltavamo spesso. Io però ero un ragazzo di quattordici anni a cui la musica classica stava iniziando ad andare un po’ stretta. Un giorno alla televisione ho visto “il Musichiere”, un programma televisivo in cui si esibivano diversi cantanti. Quella è stata la prima volta che ho ascoltato musica rock e me ne innamorai all’istante. Solo dopo ho scoperto che negli Stati Uniti questo genere esisteva già da cinque anni. Un altro contatto con il rock erano i Luna Park itineranti, che arrivavano nel quartiere e, per attirare il pubblico, trasmettevano questa musica con dei giradischi e dei grandi altoparlanti. Negli anni ’60 ho iniziato a lavorare. La mia passione per il rock era così bruciante che ho iniziato a mettere da parte i soldi dello stipendio per potermi permettere un giradischi. Ci ho messo ben sei mesi di paga, ma alla fine sono riuscito a comprarne uno.
Come si è sviluppata poi questa passione? Dopo il giradischi i soldi che mettevo da parte li usavo per comprare i vinili. Negli anni sono arrivato a collezionare un migliaio di dischi. Ascoltavo moltissimi cantanti sia americani che italiani: Elvis Presley, Little Richard, ma anche Celentano, Mina, Little Tony. Nel ’64 poi alcuni amici formarono una band rock di Sciangai, i Dedy Cemm. Il loro primo disco si chiamava “Gli angeli ci guardano” e fu prodotto dalla casa discografica Jaguar nel 1967. Io spesso li accompagnavo quando suonavano nei locali e, quando volevano fare una pausa, mi chiedevano di cantare. Amavo imitare Elvis Presley, infatti uno dei dischi a cui sono più affezionato è un quarantacinque giri di Elvis contente le canzoni “Don’t be cruel” e “Hound dog”: è il primo disco che ho comprato. Di tutti i cantanti il re del rock era quello che ammiravo di più. Ancora oggi faccio qualche mostra dei miei dischi nel quartiere e li custodisco tutti gelosamente.
AIAS è un’associazione nata nel 1966 per rispondere alle esigenze dei ragazzi con disabilità e per sostenere i loro famigliari. L’associazione, che inizialmente aveva la sede in via Vittorio Veneto, si è poi spostata in via Piacenza a Don Bosco, molti dei ragazzi accolti da AIAS abitano infatti nei dintorni.
Andrea di Curti, presidente dell’associazione, racconta le diverse attività svolte da AIAS insieme agli iscritti e il ruolo che ha nel quartiere.
Che funzione ha AIAS a Don Bosco? L’associazione vuole essere un polo importante sia per i nostri ragazzi iscritti, sia per l’intero quartiere. La nostra biblioteca specialistica “Oltre l’Handicap” ha l’obiettivo di essere un luogo culturale per tutti. È possibile utilizzare i computer, prendere libri in prestito, studiare o leggere libri ai bambini nell’angolo a loro dedicato. Serve anche a noi per promuovere attività sociali e culturali, che hanno lo scopo di informare su ciò che facciamo. Don Bosco è ricca di associazioni, quindi per noi è anche bello far parte di questa rete.
Quali sono le attività che organizzate? Con quali altri enti collaborate? Da tempo oltre a curarci dell’aspetto socio-sanitario dei nostri ragazzi ci occupiamo anche del loro tempo libero. Abbiamo una collaborazione con il canile Sill, per esempio, e ogni settimana portiamo i ragazzi a fare diverse attività con gli animali. Altre collaborazioni importanti sono quelle con la scuola di ballo Vanity Dance, in cui i ragazzi possono seguire corsi di danza, e con la palestra di pugilato, dove imparano l’autodifesa. Durante l’estate vengono svolte diverse iniziative, soprattutto musicali, al parco delle Semirurali ad esempio. Organizziamo inoltre diversi soggiorni estivi in montagna o al mare, in cui i ragazzi hanno l’occasione di fare molte attività divertenti, l’anno scorso, per esempio, hanno fatto canottaggio a Santa Giustina. Tutto questo non sarebbe possibile senza l’aiuto dei volontari, ma purtroppo facciamo sempre più fatica a trovarne. I giovani dovrebbero avvicinarsi a questo mondo anche solo per una breve prova, perché è quel genere di esperienza che va custodita per tutta la vita.
Si intitola “Lost identities” la mostra di Mike Fedrizzi alla Mediateca Multilingue di Merano (fino al 4/03) . La personale dell’artista, nato a Bolzano e residente a Laives, è proposta da “lasecondaluna” di Laives e rientra nell’impegno dell’associazione a favore di artisti e artiste residenti in territorio trentino e altoatesino. A Merano Fedrizzi presenta la serie GIF – Genereic Identity Format, di cui vengono proposte le tavole su carta ideate dall’artista durante un viaggio in Vietnam e realizzate a pennarello o a rapidograph, insieme al loro risultato conclusivo che consiste in un video nato dal montaggio in serie delle stesse. Oltre alle tavole di GIF sono esposte anche opere della serie Dirty Waters. I lavori di Fedrizzi mostrano creature ibride – corpi maschili e femminili nudi, da cui si protendono teste multiformi, in un’inquietante mix tra di escrescenze robotiche e accessori tribali. I visi sembrano incastrati in un meccanismo, un nonsense costruttivo che ci affascina e ci respinge al contempo, dall’identità sfuggente. Non a caso la mostra ruota attorno alle molteplici sfaccettature del concetto di cultura e di diversità culturale, ma anche alla dimensione digitale, alla nostra presenza sui social, in cui ci troviamo quotidianamente “incastrati” in comportamenti e automatismi. “Il titolo rimanda a una sorta di danza meccanica inespressiva, un loop che ricorda il nostro status sui social media, ormai sempre più identificativo anche se in modo sempre più generico. Le figure rappresentate racchiudono infatti una sagoma umana, prigioniera di un’estetica insostenibile che immobilizza, appiattisce e rende tutto simile.” – si legge nel comunicato della mostra. “L’essenza più profonda sembra non interessare poi molto, il nostro Essere sostituito dal nostro Avere, con un Formato di Identità Generica” afferma l’artista. Un’identità che può liberarsi solo ritrovando una dimensione umana, che passa, in primo luogo, dalla cultura. In questo senso, il direttore artistico della secondaluna precisa:”Nelle sagome spogliate … l’umano ritrova sé stesso e si scopre condividere con gli altri le gioie del dirsi parte di una comunità. Di qui, forse, il messaggio di speranza infine disteso: l’abbandono della certezza predigerita, della collocazione non scelta, dell’identificazione artificiale in quel che è accettato come regola alimenteranno il passaggio verso la fase in cui potremo definirci, inequivocabilmente e semplicemente, di cultura umana”.
LA MOSTRA
Mike Fedrizzi, Lost identities, Mediateca Multilingue di Merano. L’inaugurazione: il 10/02 alle ore 17.30. La mostra è visitabile fino al 4/03. Orari da lun.a giov.: 10 – 12.30 e 14.30 – 18.30, ven: 10 – 12.30. Ingrsso libero e gratuito nel rispetto nelle norme anti Covid vigenti.
Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.
Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.
Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora
Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).
INIZIATIVE A BOLZANO
Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori. La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio. La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it
INIZIATIVE A MERANO
A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza. Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori. Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena. Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.
I difficili tempi che stiamo vivendo e il susseguirsi di cambiamenti repentini paiono mettere in secondo piano altre urgenze, fino a pochi mesi fa prioritarie. Una di queste è l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottoscritta il 25 settembre 2015 da 193 Paesi delle Nazioni unite, tra cui l’Italia. L’Agenda 2030 e i suoi 17 obiettivi hanno quale obiettivo principale la condivisione dell’impegno, volto a garantire un presente e un futuro migliore al nostro pianeta e alle persone che lo abitano. Ma a livello locale cosa sta succedendo? Nel suo terzo anno di vita, la Rete dell’Alto Adige per la Sostenibilità si concentra sui temi più urgenti dell’Agenda 2030. Grazie all’AIB (Associazione delle biblioteche)e ai comitati educativi, nel corso del 2021 sono state organizzate 48 tavole rotonde che hanno reso possibile un confronto con la popolazione sul tema “17 obiettivi per l’Alto Adige”. Con il Progetto della Rete 2022, Matthäus Kircher, amministratore delegato di OEW, acronimo di Organisation für Eine solidarische Welt (Organizzazione per Un Mondo solidale) di Bressanone, espone l’intenzione di affrontare le preoccupazioni emerse più frequentemente con tematiche mensili specifiche: “Numerose organizzazioni lavorano ora insieme per un cambiamento di mentalità in Alto Adige. Le Settimane contro il razzismo, la Marcia delle donne e l’Alleanza climatica Climate Action Southtyrol (sito internet: www.climateaction.bz) sono esempi concreti di uno sforzo comune. Vorremmo rafforzare ulteriormente queste dinamiche con un team di coordinamento che darà supporto a sottogruppi intorno ai 17 obiettivi”. Più di 130 organizzazioni partner, ma anche nuove associazioni e gruppi, sono invitati a contribuire con uno sforzo comune sul sito internet www.future.bz.it “Consultando questo sito internet è possibile prendere visione sia delle iniziative che degli eventi previsti, nonché visionare gli scambi online e i programmi dei partner della rete.” Ad affermarlo è Daniela Delmonego che come membro del team tiene aggiornato questo calendario. È lei a seguire anche i circoli per il clima, che possono registrarsi autonomamente e gratuitamente sul sito web. Daniela spiega che “i circoli per il clima sono un collegamento vivo con i paesi e possono realizzare cose sorprendenti. Confidiamo che più circoli possano ispirarsi a vicenda. Questo è vero lavoro di rete, basato su un impegno reale e sulla costruzione di ponti nella società civile”. “Un altro pilastro per una comune visibilità sono le relazioni con i media”, spiega Tanya Deporta che coordina le relazioni pubbliche. Nel blog SOS Future sul portale Salto.bz, sulla sezione notizie del sito web e nelle conferenze stampa congiunte, risulta l’intenzione di dare voce ai sottogruppi che si stanno formando. “La nostra rete ha anche una funzione unificante nel lavoro con i media. Chiunque voglia contribuire a dargli forma può contattarci”, dice Tanya Deporta. “Dall’esterno veniamo spesso percepiti come una specie di organizzazione ombrello, che sovrasta le altre, ma noi siamo esattamente l’opposto: il nostro potere viene dal basso”, spiega Judith Hafner, anche lei membro del team di coordinamento, di cui fanno parte anche Manuela Prantner, che si occupa del settore giovanile e Sigrid Seberich, alias Clown Karamela, che cura il settore artistico. Altre persone chiave collaborano per protezione del clima, parità di genere e consumo consapevole, sviluppando insieme una spinta collettiva per l’attuazione dei 17 obiettivi di sostenibilità. Questo processo dovrebbe continuare quest’anno con otto riunioni interne alla Rete e sei tavole rotonde. Chiunque voglia essere informato o partecipare attivamente a questo nostro percorso è invitato a tenere d’occhio il calendario degli eventi su www.future.bz.it. Vista l’attualità e l’importanza delle tematiche in programma, non possiamo che augurare buon lavoro!
Sono ormai 5 anni che, all’interno dell’ospedale di Bolzano, un volenteroso gruppo di donne di ogni età porta avanti un progetto di fondamentale importanza per numerosi neonati, e spesso per le loro famiglie, che si trovano in situazioni tutt’altro che semplici. Quella che andiamo a proporre oggi è una storia mai raccontata sui media locali, una storia tutta al femminile nata per ricoprire lacune burocratiche attraverso azioni volontarie di umanità. Abbiamo parlato con Alessia Toniatti, dirigente e coordinatrice dell’iniziativa in Azienda Sanitaria, e le dottoresse Donatella Mascheroni e Petra Wanker.
I neonati non possono stare soli “Il progetto ‘mamme per tutti’ è nato per un’esigenza del reparto pediatria all’interno dell’ospedale. Lavorando in terapia intensiva neonatale sappiamo che un bambino non può essere ricoverato in assenza di un adulto; questo – spiega Mascheroni – causa un grande problema: laddove non è presente un genitore, o per esigenze di tipo lavorativo non può essere presente in ospedale 24 ore su 24 (come richiesto), serve un altro adulto che garantisca la propria presenza e si prenda cura del neonato. L’idea che ci è quindi venuta in mente è stata quella di far accedere alcune volontarie che sostituissero la figura del genitore donando il proprio tempo al bambino.” Se sul piano teorico e organizzativo l’idea sembra concretizzabile, sul piano burocratico non è tutto così semplice: “offrendo questo servizio, vista la responsabilità, è necessario fornire alle volontarie un’assicurazione.” Ed è qui che, nel 2017, entrano in gioco Toniatti e Wanker, la prima in qualità di dirigente, la seconda come vicepresidente dell’Associazione prematuri Alto Adige, “un gruppo, questo, di genitori e simpatizzanti – specifica Wanker – formato per aiutare i neonati e le loro famiglie”. L’Associazione, tesserando le volontarie che sarebbero poi entrate in contatto con i neonati, avrebbe garantito a queste ultime l’assicurazione. “Tutt’oggi – nonostante le ulteriori difficoltà causate dall’emergenza sanitaria – proponiamo questo aiuto ai genitori che pensiamo siano in difficoltà; il loro consenso è giustamente obbligatorio. Le volontarie sono tutte vaccinate e utilizzano ffp2.” evidenzia Mascheroni.
Il valore della vicinanza “Per un bambino avere 20 persone che si alternano intorno a sé non è sicuramente d’aiuto, garantire una continuità avendo sempre le stesse volontarie per il medesimo neonato è importante” racconta Toniatti che, sentito il personale sanitario, organizza la presenza e i cambi delle volontarie che prestano il servizio. “Le ‘mamme per tutti’ non si sostituiscono al personale sanitario, ma garantiscono a questo di svolgere il proprio lavoro al meglio, senza occuparsi anche del resto” dice Toniatti. “I più grandi, inoltre, manifestano la volontà di interagire con un adulto, e questo è fondamentale per il loro sviluppo e per l’aspetto psicologico. L’interazione – conclude Mascheroni – è importante quanto mangiare e può evitare ripercussioni dannose sullo sviluppo cognitivo del bambino dovute all’assenza di una figura adulta.”
Meglio tardi che mai. La città di Bolzano, distintasi negativamente nel corso del lockdown del 2021 per l’assoluta assenza di wc pubblici, ha avuto un importante scatto d’orgoglio mettendo direttamente in gioco i propri terminali nei quartieri e coinvolgendo un buon numero di esercizi commerciali. Non solo cani, dunque. Finalmente ora anche gli umani possono disporre di un servizio fondamentale, a titolo gratuito.
Dalla collaborazione tra l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Bolzano, la Consulta per le persone con disabilità e la Confesercenti è nato il progetto “nette Toilette gentile” che mira a sostenere le persone con disabilità nella partecipazione alla vita sociale della città. Di fatto il Comune capoluogo invita gli esercenti pubblici e commerciali, il terzo settore e i vari enti pubblici e privati della città ad aderire all’iniziativa, mettendo a disposizione la propria toilette a uso gratuito e senza obbligo di consumazione alle persone con diversa abilità. Apponendo sulla vetrina del proprio locale un apposito adesivo si segnala l’adesione all’iniziativa. Per maggiore chiarezza sono stati realizzati due diversi adesivi per specificare i bagni accessibili con la sedia a rotelle e quelli non. Attualmente sono 24 gli esercizi cittadini tra bar, ristoranti, associazioni e cooperative che hanno già aderito all’iniziativa. L’Assessorato alle politiche sociali del Comune auspica che la lista dei partecipanti all’iniziativa possa aumentare ancora e invita gli interessati a contattare gli uffici comunali all’indirizzo osservatorio@comune.bolzano.it Ecco di seguito l’elenco delle “Toilette gentili” già attivate. Comune di Bolzano (Vicolo Gumer 7), Distretto sociale Centro Piani (Via Renon 37), Distretto sociale Oltrisarco Aslago (Via Pietralba 10), Distretto sociale Don Bosco Firmian (Piazza Don Bosco 11), Distretto sociale Europa Novacella (Via Palermo 54), Distretto Sociale Gries San Quirino (Piazza Dadonna 12), Il Cerchio Coop. soc. (Via Duca d’Aosta 39), Associazione per l’amministrazione di sostegno (Piazza Vittoria 48), Coffee Bean (Corso Libertà 15A), Mc Donalds (Piazza Parrocchia 4), Mc Donalds (Via Buozzi 30), Bar Melitta (Via Laura Conti 2/A), Ristorante Cibus (Via Marie Curie 13), Pizzeria Doppiozero (Via Maso della Pieve 2/E/G), Gastronomia Al papero giallo (Via Milano 37), Caffetteria Gelateria Pennini (Via Resia 76/A), Bar Hally (Via Sassari 69), Subway Sub-Tyrol (Via Galilei 20), Canalescuola Coop. soc. (Via Wolkenstein 6), Birreria Romagnolo (Piazza Matteotti 8), Bar Nadia (Piazza Cadonna 8), Bar Pizzeria Tortuga (Piazzetta Mazzoni 9), White Cafè (Via Cagliari 12), Bistrò Gambrinus (Via Duca d’Aosta 21/23), Laboratorio espresso (Via Milano 45), Ristorante Pizzeria Al Torchio (Via Museo 2/A), Bar Rosi (Via Novacella 16), Cafè Mario (Via Resia 98), Ristorante Un melograno (Via Verona 6C), Bar Tapas (Viale Trieste 88).
Numerosi gli eventi che inondano l’Italia – e spesso tutto l’occidente – in vista della Giornata della Memoria, internazionalmente celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime della barbarie nazista e filonazista. C’è chi però di Memoria si occupa tutti i giorni: Dario Venegoni, presidente nazionale ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati) racconta della sua storia familiare, intrecciata indissolubilmente al Campo di Bolzano, e di come coltivare la memoria.
Come è giunto ad occuparsi del Campo di Bolzano? Mia madre era Ada Buffulini. Era una ragazza borghese di Trieste, laureata in medicina a Milano, dove aveva conosciuto un giro intellettuale di antifascisti, ambiente in cui si era spesa molto, diventando stretta collaboratrice di Lelio Basso. Dopo un periodo vissuto in clandestinità era stata arrestata e deportata a Bolzano. Lì aveva conosciuto mio padre, Carlo Venegoni, che invece veniva da una famiglia operaia: era diventato dirigente sindacale e poi dirigente comunista, e aveva già trascorso dieci anni in carcere. Nel campo avevano organizzato un comitato clandestino e antifascista – poi lui evase, mentre lei rimase fino alla liberazione. Si sono ritrovati nel dopoguerra, dopo diversi mesi. Io, insomma, sono figlio loro. Quando ero bambino loro parlavano del campo, molti loro amici li avevano conosciuti lì e di questo mi sono accorto solo dopo, lavorando all’elenco dei deportati.
Dario Venegoni
La storia del campo, insomma, appartiene alle persone, ma appartiene anche ai luoghi. Pensa che Bolzano ne sia consapevole? I miei genitori sono tornati negli anni ’60 – perché per caso si trovavano in Alto Adige – e hanno visto il campo prima che venisse distrutto. Anch’io, trovandomi in Alto Adige, qualche anno dopo – avrò avuto una ventina d’anni – decisi di cercarlo. Tornai a casa senza vedere niente, per via Resia tutti negarono che esistesse. Da allora qualcosa è cambiato: sono state messe le targhe commemorative e l’istallazione del muro con i nomi secondo me è una magnifica narrazione. Dopodiché… cosa dobbiamo dire? Il campo è stato distrutto, non ce n’è traccia. Non si può certo dire sia una memoria valorizzata. È che non la volevano ricordare né italiani, né tedeschi, e così ci hanno messo una pietra sopra.
Quest’anno Bolzano è Città della Memoria; come scongiurare l’attenzione solitamente dedicata solo al Giorno della Memoria? Mi auguro che le iniziative organizzate siano occasioni per chiarire il ruolo – che non fu affatto secondario – del campo di Bolzano nella strategia di sterminio nazista. Temo che si perda un po’ di vista, con tutte le cerimonie, l’insieme: il Campo di Bolzano, anche se non era fatto per uccidere – ma dove in molti sono morti, e forse questo non è chiaro – era un ingranaggio della macchina che sì, era fatta per uccidere. La stragrande maggioranza di quelli che da Bolzano sono partiti per il Reich, non è tornata. In questo ci deve essere più consapevolezza, che forse aiuterebbe la memoria del campo ad essere più solida, non solo in città ma anche in Italia. Poi, per ANED la Giornata della Memoria è tutti i giorni dell’anno; quindi, sono sempre favorevole a tutto ciò che può rendere più stabile e continuativo questo lavoro. A Bolzano qualcosa di permanente c’è. Il muro su cui vengono proiettati i nomi dei deportati è lì, giorno e notte, estate e inverno. Non puoi fare a meno di fare un qualche ragionamento – centinaia, migliaia di nomi, qualcosa provocano.