Oggi vi raccontiamo la storia di Alrun Rainer, 20 anni, di Egna, studentessa di storia dell’Arte all’Università di Vienna. Fin qui è tutto abbastanza normale, se non fosse che Alrun è una ragazza che si è appassionata in maniera totale alla storia dell’arte romanica e gotica della nostra terra, tanto da aver cominciato a mappare un gran numero di chiese. La particolarità di Alrun è la luce che si accende nei suoi occhi quando parla della sua passione.
“Il mio interesse riguarda prevalentemente le chiese costruite tra il 1100 ed il 1500. L’ obiettivo che mi sono prefissata è di riuscire a visitarle tutte, più qualche castello. Mi appassiona la simbologia medievale e mi interessa indagare gli aspetti mistici delle chiese. Inoltre, mi piace ricercare le informazioni sui mecenati che ne hanno favorito la costruzione”.
Sei solita portare con te un quaderno, che per il suo spessore assomiglia più a una agenda, nella quale annoti con estrema cura tutte le specifiche delle chiese che visiti.
Ne posseggo più di uno, e altri ne seguiranno, considerato che non le ho ancora visitate tutte. A settembre i miei genitori mi accompagneranno per qualche giorno in Val Venosta a visitare le chiesette romaniche.
Immagino che alla base di questa passione ci sia anche un aspetto emotivo, un qualcosa che esercita un forte fascino.
Si, è così. Una mattina sono andata a visitare la chiesetta di San Giacomo a Kastelaz, sopra Termeno e, lì seduta, ad un certo punto ho visto il fascio di luce che passava attraverso la piccola finestra e ne ho percepito la magia. Le chiese di quel periodo hanno tutte l’abside rivolta ad Est e, quando assisti a questa cosa, capisci questa simbologia della luce, che nella religione rappresenta Cristo. È stata una emozione molto forte.
Adotti uno schema particolare quando visiti una nuova chiesa? A parte procurarti la chiave per entrare, cosa non scontata…
Mi piace prendermi il tempo per osservarla da fuori, cercare affreschi o elementi architettonici particolari e fotografare tutto. Solo successivamente entro, mi raccolgo e mi lascio toccare dall’energia della chiesa. Sono luoghi che mi emozionano, Mi piace calarmi in questa emozione, che non è necessariamente religiosa e, solo dopo, comincio a documentare tutto. Non lo faccio con lo smartphone, ma con una macchina fotografica compatta dedicata.
Hai un obiettivo ultimo?
Molte guide sono strutturate per essere lette da persone che già hanno una base di conoscenze, manca un approccio semplice e diretto, spero di riuscire a sviluppare qualcosa in questo senso. Mi piacerebbe realizzare un archivio, non so ancora in quale forma – potrebbe essere un sito internet – con foto e grafiche, in grado di aiutare le persone a meglio comprendere le chiese ed i loro tesori.
Cosa vorresti fare “da grande”?
Intanto vedo di finire i tre anni di storia dell’arte, cui accompagno lo studio di pubblicistica. Per la laurea magistrale ritengo sia importante acquisire una conoscenza della lingua italiana nell’ambito specifico e al momento una delle ipotesi è che io torni in regione per studiare scienze dei beni culturali.
L’associazione AIED di Bolzano ha compiuto 50 anni. Per l’occasione abbiamo avuto allora il piacere di intervistare la presidente Silvia Camin.
Di cosa si occupa AIED?
AIED è un’associazione nata a livello nazionale nel 1953 con l’obiettivo di promuovere e diffondere il concetto di procreazione libera e responsabile. La sezione di Bolzano è nata nel 1973 da un gruppo di femministe e si occupa della gestione di un consultorio familiare convenzionato. L’obiettivo è rimasto quello di promuovere una cultura femminista per una società libera e paritaria.
Nel concreto quali sono i vostri servizi?
Grazie a un’équipe multidisciplinare offriamo: consulenze e ambulatori ostetrico-ginecologici, accompagnamento e sostegno alla genitorialità, riabilitazione pelvica, consulenza e terapia psicologica, consulenze legali e sociali, percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole e mediazione familiare e culturale.
Il vostro slogan per i 50 anni è “50 anni insieme e ancora tanta strada da fare”. Che tipo di evoluzione c’è stata e su cosa invece c’è ancora da lavorare?
Oggi c’è una maggiore consapevolezza di sé e della propria salute sessuale, una crescente capacità di riconoscere il disagio e di chiedere aiuto e un’attenzione alla prevenzione più presente. Purtroppo, però, ciò che rileviamo di più è quello che ancora non c’è stato: ci troviamo come associazione a rivendicare cambiamenti sociali, che latitano a realizzarsi, gli stessi che chiedevano le femministe degli anni ‘70. Ancora oggi vediamo la vita delle donne condizionata da un sistema sociale ancorato a ruoli di genere patriarcali. Questo ce lo raccontano le nostre utenti, ma anche le statistiche e soprattutto le agghiaccianti notizie di attualità che ci colpiscono in continuazione. Tutto ciò rende evidente come sia ancora lunga la strada da fare e urgente il cambiamento culturale. Per questo penso sia fondamentale un impegno maggiore, visto che in 50 anni i cambiamenti sono stati al di sotto delle aspettative e ritengo che l’educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole debba diventare obbligatoria, perché questo cambiamento è possibile solo attraverso le nuove generazioni, che devono essere accompagnate.
Cosa avete in programma per festeggiare questi 50 anni?
Abbiamo individuato come tema-cardine delle iniziative l’autonomia e l’indipendenza economica delle donne: vogliamo rendere più evidente come ogni giorno vengano fatte delle scelte che condizionano non solo la carriera, ma anche l’autonomia e l’autosufficienza economica presente e futura. Tra marzo e aprile 2023 abbiamo tenuto degli interventi di educazione economica in consultorio e il 30 settembre ci sarà al Teatro Cristallo la giornata di convegno-spettacolo “Donne e denaro” con ospiti di rilievo nazionale. L’obiettivo di questa giornata formativa è dare strumenti di riflessione e speriamo di cambiamento nella vita di chi vorrà essere presente.
Che altri eventi avete in agenda?
Un impegno importante degli ultimi anni è aver aderito alla rete Frauenmarsch – Donne in marcia, che si traduce in una manifestazione, che quest’anno è alla terza edizione e si terrà il 23 settembre, per scuotere l’Alto Adige rispetto a parità e violenza di genere.
La nostra nuova rubrica sui palazzi diroccati presenti in città ha avuto un tale successo che abbiamo deciso di pubblicare un primo blocco di fotografie scattate direttamente dai nostri lettori. Il sogno è che questi edifici ritornino… operativi.
Avevamo avviato la nuova rubrica “Bolzano dismessa” su proposta di una signora del capoluogo, ma la risposta da parte dei lettori è stata così significativa che ci siamo visti costretti a dedicare un’intera storia di copertina a questo tema. Il catalogo fotografico degli edifici abbandonati nella città di Bolzano così affamata di soluzioni abitative, si è trasformato dunque da un appuntamento quindicinale rappresentato da una fotonotizia ad una vera e propria foto gallery. Il fatto che molti lettori (soprattutto lettrici) abbiano preso a cuore l’iniziativa ringraziandoci, sta senz’altro ad indicare che nella cittadinanza quella di segnalare le “zone d’ombra” createsi nel tempo nel tessuto urbano di Bolzano fosse un’esigenza molto sentita, anche se finora inespressa. Le lettrici non hanno fatto altro che guardarsi intorno e affacciarsi dalla finestra nel rione in cui abitano o in cui lavorano o gravitano. Alcune volte le lettrici ci hanno anche fornito qualche notizia sugli edifici fotografati, basandosi sulla memoria personale o sulle narrazioni arrivate alle loro orecchie in merito ai motivi di ogni singolo abbandono. Gli edifici sono di diverso tipo. Si va dai condomìni alle ex case cantoniere, dai masi contadini abbandonati agli edifici commerciali, di vario genere. Non mancano nemmeno luoghi che a lungo hanno ospitato servizi pubblici, poi spostati altrove. Per arrivare a fabbricati in disuso ormai da così tanto tempo da aver perso persino la memoria della loro precedente funzione “attiva”, nella vita dei residenti della zona. Non ci resta che invitare i lettori a proseguire il loro “censimento” fotografico. Auspicando che sia il “pubblico” che il “privato” colgano l’occasione per partire da questi luoghi per un necessario percorso di rilancio della città di Bolzano, dal punto di vista del suo bisogno non solo abitativo ma anche di spazi per commercio di vicinato e comuni per la socialità.
E’ STATA UNA SCUOLA
Gli edifici in rovina nella nostra città sono un vero peccato e uno scandalo, vista la cronaca mancanza di spazi per edificare e i prezzi degli appartamenti, sia in vendita che in affitto. La foto che vedete l’abbiamo scattata ad Oltrisarco per fare seguito alla segnalazione di una nostra lettrice anziana che ringraziamo. In Via Castel Flavon si trovano i ruderi di quello che fu lo Josfheim, una scuola di economia domestica ed un convitto per gli studenti della scuola professionale per le professioni sociali. L’edificio risulta in stato di abbandono da decenni. Sul sito della Provincia all’indirizzo urly.it/3wdrh si trova il progetto per la ricostruzione dell’intero complesso, che avrebbe dovuta essere realizzata entro il 2010 (!). Non se ne fece nulla e ancora nel 2017 ci fu una polemica perché il rudere era divenuto rifugio per senza tetto. Sei anni fa l’Ipes assicurò che al suo posto sarebbe stato costruito un edificio per anziani e giovani coppie con bambini. Ebbene: il palazzo dismesso è ancora lì. Lo abbiamo fotografato nei giorni scorsi.
VIA BRENNERO 26
Qui ci troviamo in Via Brennero, in prossimità di quello che la nostra lettrice Lucia individua essere il civico 26. La casa cade a a pezzi e – come scrive la lettrice – si trova “senza numero, con porte e finestre sprangate”. “sono passati così tanti anni che la gente non si chiede nemmeno più cosa sia”, aggiunge la nostra lettrice.
LUNGO TALVERA SAN QUIRINO 25
I lettori ci hanno inviato anche questa fotografia di quella che per anni fu la storica sede del quotidiano Alto Adige. Si trova nei pressi di ponte Druso, sul Lungo Talvera, giusto di fronte al Carcere di Bolzano, altro edificio scandaloso non solo a causa alle condizioni in cui versa, ma anche al fatto che risulta tuttora operativo oltre che sovraffollato.
EX CASA CANTONIERA All’incrocio tra Via della Mendola e Via della Vigna (quella del cancello!), si trova questa casa cantoniera da anni in stato di abbandono. L’edificio è dotato di un vasto e incolto, segnala la nostra lettrice Donatella.
VIA PENEGAL 27
Nel bel mezzo del cuneo verde a Gries si trova questo maso in completo abbandono, segnalato e fotografato da un’altra lettrice, Donatella. “Pare sia di due sorelle in lite post eredità”, aggiunge la lettrice.
Csaba Hamza è stato definito il “Re Mida” del badminton, la disciplina sportiva che i più conoscono come volano. Hamza nutre grandi ambizioni sia per la federazione di uno sport che in Italia ha ancora molti margini di crescita, sia per il futuro ruolo dell’Alto Adige in questo sviluppo. Ci ha raccontato la sua vita e i suoi sogni.
Csaba Hamza, allenatore e responsabile della scuola di badminton dell’Ssv Bozen, definisce la sua vita un “film”. Effettivamente, mentre srotola il racconto che l’ha portato dalla natia Transilvania a Bolzano, l’impressione che se ne ricava è quella. Tante esistenze condensate in una sola, a partire dalle vite professionali. La prima non si svolge con la racchetta in mano, come si potrebbe pensare, ma con uno strumento musicale, la viola.
Arriva in Italia nel 1984 dove raggiunge il padre, anch’egli musicista, che l’aveva preceduto di un paio di anni. Finalmente può lasciarsi alle spalle la Romania di Ceausescu, in cui è cresciuto, e realizzarsi nella sua passione, la musica. Passa i primi anni a L’Aquila e poi va a studiare a Roma, dove si diploma all’Accademia musicale di Santa Cecilia. Fino ai 22 anni, pratica poco sport, più che altro a scuola. Il mondo della musica classica è estremamente competitivo e c’è poco tempo per altro. Solo dopo aver cominciato ad affermarsi come musicista, si avvicina al badminton. Più per caso, come spesso avviene nella vita.
“Avevo trovato lavoro a Palermo, al Teatro Massimo, come Prima viola. Era un momento di grandi soddisfazioni ma ero nuovo in città e, per conoscere qualcuno, ho pensato di iniziare a praticare uno sport. Era agosto, non il miglior periodo per iniziare a praticare uno sport, e l’unica federazione che trovai aperta era quella di badminton. Un po’ ci avevo giocato e allora, mi chiesi, perché non provare?”, spiega.
Da quel momento, poco alla volta il badminton entra sempre di più nella sua vita: Hamza gioca ad alto livello riuscendo a conciliarlo con il mestiere di musicista.
Comincia però ad accarezzare l’idea di trasformarlo in qualcosa di più di un passatempo che aiuta a coltivare relazioni sociali. Prima di arrivare in Italia, aveva studiato al liceo pedagogico. L’esperienza di insegnamento con i ragazzi non gli manca. Comincia allor a frequentare corsi di perfezionamento in giro per il mondo, dalla Danimarca, dove studia con Zhang, il suo mentore, alla Corea. Ha quindi inizio la sua seconda vita come “uomo d’oro” del badminton italiano. Diventa capo allenatore della nazionale italiana, poi anche preparatore tecnico di quella tedesca. Un percorso di dedizione totale che dopo aver vissuto a Milano lo porta a Bolzano, attirato dalla possibilità di lavorare per creare una storia di successo.
I risultati non si fanno attendere: le ultime tre edizioni del campionato italiano se le accaparra la squadra dell’Ssv Bozen, espressione di quella che ormai viene definita la “scuola bolzanina”. Nel capoluogo stanno infatti maturando alcune delle speranze di questo sport, cominciando dalla figlia Yasmine Hamza (che recentemente ha vinto un argento al torneo internazionale “Brazil International Series”) fino ad atleti come Marco Danti e Ruben Fellin, tra i migliori under 17 del Paese. Tra i nuovi talenti si segnalano oggi anche Anna Hell e Katharina Kössler. La scuola che partì tredici anni fa con 26 allievi adesso ne conta 350. Ma l’obiettivo dichiarato è riportare un atleta italiano alle Olimpiadi. L’ultima giocatrice è stata Jeanine Cicognini ai Giochi di Rio 2016.
Ma non è l’unico.
Il sogno è avere una struttura dedicata, un centro in cui le giovani promesse possano allenarsi senza dover condividere spazi e tempi con altre discipline, misurandosi con professionisti di altre nazioni, atleti dalla Thailandia o dall’India che, di passaggio in Europa, potrebbero allenarsi in Alto Adige, approfittando della sua posizione centrale. “Mi piace pensare in grande. I nostri giovani atleti potrebbero imparare dai migliori talenti mondiali e Bolzano diventare la capitale del badminton. Se troveremo una sponda nella politica locale, potremo costruire una sorta di hub continentale. Questo è il sogno e ci sto lavorando con tutte le mie forze”. Parola di Re Mida.
Jan Fragiacomo è un giovane atleta bolzanino che si è avvicinato da poco al mondo dell’atletica leggera ma i suoi risultati sono sempre più notevoli. Durante i Campionati Italiani Assoluti svolti qualche settimana fa a Molfetta Jan è riuscito a conquistare l’ottava posizione con un nuovo risultato personale di 6396 punti. Oggi andremo a scoprire i segreti del suo successo e a conoscere meglio la sua storia.
Jan, raccontaci qualcosa in più di te…
Ho 23 anni e studio scienze motorie a Verona, dove mi sono trasferito e ho trovato il mio gruppo di allenamento con il Cus Verona che voglio ringraziare immensamente.
Come ti sei avvicinato al mondo dell’atletica?
Mi sono avvicinato all’atletica solamente tre anni fa: ho praticato baseball per tutta la vita e da due anni ho scoperto le prove multiple (il decathlon) e me ne sono innamorato: in questo momento è tutta la mia vita. Prima di iniziare con il decatlon mi sono avvicinato al mondo dell’atletica con l’idea di diventare un giavellottista (il braccio ce lo avevo) poi, stando al campo con gli allenatori, abbiamo provato qualche corsa e qualche salto e ci siamo accorti che qualcosa c’era, così nel 2021 abbiamo provato a fare una prova multipla ed è stata la prima volta che gareggiavo in sette delle dieci discipline. Non lo avevo preparato per niente ma mi è piaciuto moltissimo e da lì ho iniziato a prepararmi seriamente per questa disciplina.
Quest’anno ai Campionati Italiani Assoluti di Molfetta hai fatto un gran risultato…
Quello dei Campionati italiani è stato un risultato incredibile: non ci avrei mai creduto. Quest’anno il mio obbiettivo era molto più basso (l’anno scorso non ero nemmeno riuscito a qualificarmi per i campionati italiani U23), mi servivano settecento punti in più rispetto al mio personale dell’epoca per qualificarmi e in qualche modo siamo riusciti a tirarli fuori. Essere lì era già un sogno. Poi ho cercato di mettere l’ansia da parte, divertirmi e fare il mio. Ed è venuto fuori anche un bel risultato.
La tua disciplina preferita?
Il giavellotto. Il mio primo amore. È anche la disciplina dove vado meglio.
Quella con cui vai meno d’accordo?
I 1500 metri: è una gara veramente dura, essendo l’ultima gara delle due giornate hai ancora pochissima energia nel corpo. Comunque mi piace il fatto che c’è ancora tanto margine di miglioramento e ho tanti punti da recuperare.
Obiettivi futuri?
La stagione è praticamente conclusa, la testa è ormai ai campionati italiani assoluti del 2024 per provare a scalare qualche posizione in più.
Quante volte ti alleni a settimana?
Svolgo due allenamenti al giorno, una sessione mattutina e una pomeridiana. Ho sempre continuato a giocare a baseball, quest’anno ho fatto un po’ più fatica ad allenarmi quindi ho giocato solo le partite. Al momento le due carriere sono parallele, in futuro deciderò su quale delle due concentrarmi in base a come andranno le cose.
Che cosa ti spinge a migliorarti?
I miglioramenti stanno venendo uno dietro l’altro e questo mi motiva sempre di più a migliorarmi.
Ti sei addirittura ritrovato a firmare autografi per piccoli tifosi, come ti sei sentito?
Mi piace coinvolgere il pubblico e cerco sempre di fare uno spettacolo e non solo una prestazione. Questo mio modo è piaciuto molto e inoltre mi aiuta anche nel rilassarmi meglio e riesco a godermi il momento. Se mi fisso troppo su quello che devo fare mi irrigidisco e non riesco a raggiungere i migliori risultati. Questo mio modo è piaciuto talmente tanto che ho passato due giorni a firmare autografi e a fare foto insieme ai ragazzi che seguivano le gare. È stato molto soddisfacente.
Michele Dalla Serra è da non molto il nuovo referente del settore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Bolzano Bressanone. Questo compito è sempre stato affidato a un sacerdote, ma ora per la prima volta l’ambito viene coperto da un teologo laico per tutti i tre gruppi linguistici. Attirare i giovani al mondo della chiesa risulta sempre più difficile oggigiorno, una vera sfida che Michele, classe ’93, ha preso a cuore. Con lui oggi andremo a scoprire cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate e come i giovani vedono la chiesa cattolica.
Come ti sei avvicinato alla religione fino poi ad arrivare a fare questo lavoro?
Sono cresciuto a Bolzano in un ambiente parrocchiale. I miei genitori mi portavano nella chiesa della Visitazione, ho frequentato lì la catechesi e i campi scuola estivi. È sempre stato il mio ambiente. Poi quando ho iniziato le superiori mi sono aggregato ad un gruppo di miei coetanei che si trovava alla Parrocchia dei Tre Santi e sono cresciuto assieme a loro, con esperienze, gite in montagna e viaggi organizzati dalla Pastorale Giovanile. Facendo queste esperienze con il tempo mi sono offerto nel dare una mano nell’organizzazione; una cosa tira l’altra e finite le superiori ho iniziato a dare una mano più sostanziosa sempre su base volontaria, fino a quando non mi è stato offerto un lavoro part-time dall’azione cattolica.
Poi ad ottobre nel 2022 la Pastorale Giovanile stava cercando qualcuno che si impegnasse nel coordinamento delle attività del gruppo linguistico italiano e del gruppo linguistico tedesco, allora mi sono candidato ed eccomi qua.
La tua fede come ti ha influenzato in questo percorso?
Sicuramente è stato un percorso di crescita. Quando le cose vanno bene, viene facile avere fede, quando invece le cose non vanno mi chiedo sempre perché lo faccio. Sicuramente non lo faccio per me: lo faccio sempre nell’ottica del servizio. Fede e servizio sono due parole che vedo molto legate tra di loro.
Che rapporto hanno i giovani con la chiesa rispetto alle generazioni passate?
In passato c’erano meno proposte e i giovani erano meno ribelli, avevano meno voglia di autodeterminarsi e fare di testa loro. Quindi era più facile per le famiglie trasmettere ai propri figli il loro spirito religioso.
I miei genitori sono cresciuti frequentando l’oratorio, come molti dei loro coetanei. Oggi non tutti i genitori d’oggi hanno avuto un passato parrocchiale, e quindi la chiesa viene vista solo come una istituzione e non si propone più ai ragazzi di andare in parrocchia. Molti genitori delle generazioni passate raccontavano le loro esperienze positivi ai loro figli e questo sicuramente aiutava: i figli si fidavano di più.
Come li vedi i giovani d’oggi?
Quello che vedo adesso è che c’è più un senso di ribellione, di fare di testa propria. Non ho ancora capito se è per mancanza di voglia, per i troppi impegni o per il troppo stress.
Insegnando religione in un liceo mi sono reso conto che i ragazzi d’oggi sono stressati in generale. Alcuni arrivano a scuola già spremuti: tra compiti, sport e lezioni se gli si fa una proposta ulteriore diventa facile che ti dicano di no.
Da un lato c’è questo abbondare di proposte, impegni e stress, dall’altro (in modo implicito/silente) c’è un fortissimo desiderio di approfondire alcune tematiche. Anche sulla scia del post-Covid a lezione si fanno un sacco di domande, non solo sul futuro ma anche sul presente. E, secondo me, rispetto a queste domande manca spesso l’occasione per metterle in comune e discuterle assieme.
Perché si parla poco di religione tra i giovani?
L’estate scorsa abbiamo fatto un campo estivo con la parrocchia e una delle difficoltà che emergeva dai ragazzi (che erano quasi tutti delle superiori) è che oggi se dicono in classe che vanno a messa o fanno parte di un gruppo parrocchiale, a loro viene attribuito lo stigma dello sfigato e quindi magari tanti si vergognano di raccontare questa loro esperienza. è stato interessante: quando ne abbiamo parlato alla fine si sono trovati ad essere ben in sei in una classe di venti alunni che stavano facendo questa esperienza, ma non ne avevano parlato tra di loro.
Secondo me, è perché si ha paura di venire etichettati anche perché ultimamente la chiesa istituzione viene criticata molto. Ma essere chiesa in realtà è una cosa diversa da quello che normalmente si pensa. Si ha paura di porsi delle domande per la paura delle risposte. Il tema della fede presuppone di farsi domande tutti i giorni per crescere, per mettersi in discussione.
Come si fa ad attirare i giovani affinché prendano parte alle iniziative religiose?
Secondo me la strategia della testimonianza e dell’esempio è senz’altro quella più efficace. Se esprimo ai giovani le mie emozioni e faccio capire loro che quella cosa lì muove anche me, la testimonianza senz’altro ha effetto. Magari non viene recepita subito ma viene presa messa lì da qualche parte e poi magari dopo qualche anno viene tirata fuori, perché qualcuno capisce cosa ha voluto dire fare quell’esperienza. In ogni caso che vengano tre ragazzi oppure cento per me tutti sono importanti ed è importante che tutti riescano a vivere bene quell’esperienza.
Ai giovani che messaggio vuoi lanciare?
Dico loro: se per un periodo le cose vanno male devi pensare che poi passa, e allora intanto prova a vedere il bello che ti dà il ritmo per andare avanti. Comunicare questo ai giovani è determinante. Perché poi iniziano a fidarsi di più e a capire che con la fede la vita non è un sogno dove va tutto alla perfezione ma che ognuno ha le proprie difficoltà ma anche le sue gioie. Per me avere fede è un valore aggiunto, mi dà ha una marcia in più per ripartire: è una speranza a lungo termine.
Che cosa deve assolutamente avere un buon cristiano?
La speranza. Se non abbiamo la speranza non possiamo ritenerci cristiani. Però non deve essere una speranza del “che vadano bene le cose”, ma un “io credo che le cose vadano bene”, “spero di capire come farle andare bene”, e “spero che succeda nei tempi giusti”. Occorre essere sicuri che prima o poi ci sarà una svolta e credere in quella sicurezza vuol dire appunto aver fede.
Come si fa poi a mantenere la fede?
Da bambino hai una fede giovane e acerba. Hai le tue scarpette piccoline. Se quando cresci ti allontani dalla fede, ti ritrovi poi ad essere adulto e avere ancora le scarpe da bambino. Ti senti ridicolo, non le vuoi più mettere quelle scarpe. Ma come cresce il piede, devi anche cambiare la scarpa. Ciascuno deve crescere nella fede facendosi delle domande, confrontandosi con gli altri, capendo se anche loro si fanno le stesse domande e come si possono trovare dei punti in comune. La dimensione tanto sottolineata dal Papa della fraternità è questa: stare insieme, confrontarsi insieme per cercare di trovare una soluzione ai problemi di tutti.
K. è un giovane lavoratore, che fino ai 18 anni è stato seguito e ospitato in una comunità residenziale socio pedagogica di una nota Associazione con sede a Bolzano. Già lì si distingue per la sua caparbietà, l’impegno nel rispetto delle regole, l’attitudine a stabilire buoni rapporti con gli altri ospiti della struttura. Raggiunta la maggiore età deve lasciare la comunità. Viene inserito con successo in un’altra struttura, gestita dalla medesima Associazione che da diversi anni si occupa di problematiche giovanili e non solo. Si tratta di una struttura per lavoratori, residenti nel comune di Bolzano, maggiorenni. Requisiti per accedere a questa opportunità abitativa sono avere un lavoro e una forte motivazione nella ricerca di una situazione più stabile. La struttura è in grado di ospitare ventiquattro persone, in camere doppie e triple, con cucina e bagni in comune. K. è stato ammesso a fine novembre 2022. Riesce subito ad ambientarsi e a fare amicizia con gli altri ospiti.Collabora alla routine della casa, svolge i suoi compiti (pulizia e quant’altro) senza intoppi e con solerzia. Lui lavora da McDonald’s ma sogna di fare il parrucchiere. In struttura sono in atto più progetti: uno socio-abitativo e uno socio-lavorativo, per aiutare rispettivamente a trovare casa e lavoro. Collaborando con gli operatori di questi servizi K., dopo soli due mesi, trova lavoro come parrucchiere a Bressanone. Caso vuole che alcune persone che già conosce vivano a Bressanone e abbiano una stanza libera nell’appartamento in cui abitano. È fatta! Per K. si apre una nuova strada: a inizio febbraio 2023 lascia la struttura a Bolzano, si trasferisce nella nuova casa a Bressanone e per intraprendere il lavoro dei suoi sogni, grazie anche all’aiuto e al supporto ricevuto dagli operatori della struttura.
In questo numero di QuiBolzano, parliamo di fotografia Urbex, nome contratto derivato dall’espressione angolofona urban exploration, che consiste nell’esplorazione di architetture urbane spesso abbandonate. Per capire meglio il fenomeno abbiamo incontrato il fotografo bolzanino Andrea Pozza, che ha adattato la fotografia Urbex ai suoi progetti con la dama mascherate (fino al 31 agosto è presente a Castel Presule con una sua mostra personale).
Come ti sei avvicinato all’Urbex? Urbex è la riscoperta dei luoghi dimenticati, dei luoghi abbandonati. Io stesso ho cominciato con la documentazione dei vecchi bunker militari presenti in Alto Adige. Poi sono passato a documentare le strade militari di confine e i rifugi antiaerei di Bolzano, per arrivare a documentare infine le ville e i castelli abbandonati. Nel caso degli ambienti militari, mi interessava fare un lavoro di documentazione e ricerca di cosa è successo realmente; da quando mi sono appassionato alle ville e ai castelli, nel mio lavoro fotografico, gioco più con la fantasia, cercando con uno scatto di evocare quello che mi immagino possa esservi successo un tempo, come feste e balli. Quindi è nata in me la voglia di interpretare i luoghi con la mia fotografia. Come si esplorano gli edifici? Purtroppo molti esploratori non interpretano più lo spirito iniziale della disciplina, facendo passare il messaggio che bisogna introdursi nei luoghi illegalmente. Detto questo, per andare ad esplorare i luoghi abbandonati non si può suonare il campanello e chiedere il permesso. In alcuni rari casi, in occasione di eventi particolari, c’è un custode o un referente, per esempio un curatore, che ben volentieri ti fa entrare. Però è chiaro che se si trova un rudere aperto, quindi con porte e finestre aperte, entri. Io non ho mai rotto niente per entrare, ho sempre trovato le porte aperta. Poi è ovvio che non trovi nessuno a cui chiedere il permesso… quindi si entra, si fanno queste fotografie, si cerca di portare via le foto e lasciare l’ambiente come lo si è trovato. Quindi assolutamente non si porta via niente, non si fa niente all’interno che possa deturpare questo ambiente, anche se ci pensano già le intemperie. È una semplice documentazione. L’unica cosa che mi porto via è la fotografia. Le uniche tracce che si lasciano, sono le proprie impronte, perché ovviamente i luoghi sono impolverati e quindi ecco però il massimo deve essere questo. Quindi mi raccomando, quando sentite parlare di Urbex, di esplorazione urbana, non pensate subito a ragazzi scapestrati che vogliono entrare per spaccare e divertirsi, ma pensate a persone come me che sono appassionate di storia e che vogliono portarsi via un’immagine di luoghi che poi a distanza di anni non ci sono più o sono stati completamente distrutti e rovinati.
Di che posti stiamo parlando? C’è di tutto, si va dalle ex basi militari abbandonate, ai bunker; ma ci sono anche moltissimi manicomi, ospedali, scuole e asili.
Immagino che ci sia una energia particolare in posti come carceri, ospedali e monasteri di clausura Inizialmente in determinati posti percepivo una forza negativa e per questo motivo ho deciso di orientarmi verso le ville i castelli, che comunque hanno un’aura più buona e più interessante.
Il primo libro si era rivelato uno scoop: per la prima volta si parlava di quella guerra lontana ma vicina anche al pacioso Alto Adige; per la prima volta si affrontava il tema della Legione straniera senza romanticismi, così come per la prima volta il Vietnam non evocava atmosfere à la Oliver Stone. Due anni dopo Luca Fregona si è trovato “costretto” a pubblicare un altro volume in cui si concentra su altre storie di Legionari la cui memoria, altrimenti, sarebbe andata perduta nelle scartoffie di qualche impolverato ufficio francese.
Sette vite, sette personaggi, sette storie impresse nero su bianco su oltre 300 pagine capaci di trasportare il lettore in quell’inferno sconosciuto vissuto da giovani italiani che hanno combattuto in Vietnam nella prima guerra d’Indocina dal 1946 al 1954 con la Legione straniera francese. Racconti d’avventura dal taglio cinematografico, se si vuole, e a tratti anche piuttosto crudi, narrati da quel Luca Fregona – cronista che ha “semplicemente” raccolto le testimonianze di chi quella guerra l’ha vissuta in prima persona, come Legionario o come famigliare. Ed è proprio dai parenti di chi ha indossato il Kèpi bianco che è partita la necessità – come la chiama l’autore – di trovare altre storie, di indagare sul passato di chi dopo la Seconda guerra mondiale si è arruolato in quell’esercito esotico. Il titolo del libro è “Laggiù dove si muore” (Ed. Athesia), e da un certo punto di vista rappresenta un omaggio a chi si è affidato nella mani di Fregona per ritrovare la vita dei propri cari che sono scomparsi nel nulla dall’altra parte del Globo.
Qual è stata la molla che ha fatto scattare l’ispirazione per questo secondo libro? “Soldati di sventura” è stato per me un successo, e non sto parlando delle vendite; già mentre lo scrivevo mi ero reso conto di aver raccontato una storia ancora non scritta e di aver scovato una notizia del nostro passato che in qualche modo noi italiani avevamo dimenticato. E dopo la pubblicazione ne ho avuto la conferma: mi sono arrivate decine di messaggi e telefonate di famigliari di altri Legionari che avevano fatto il Vietnam. Mi dicevano “finalmente qualcuno che può darci delle risposte, perché dei nostri parenti non sappiamo niente, nemmeno dove sono sepolti”. Li ho contattati, ci siamo incontrati, mi hanno messo a disposizione una mole enorme di materiale: fotografie, lettere, cartoline, ritagli di giornale, frammenti di divise, croci al merito, encomi e libretti militari. E da qui mi sono attivato attraverso quei canali che avevo già rodato con il primo libro.
Non deve essere stato un lavoro facilissimo… No, infatti, anzi. I morti ufficiali italiani nell’elenco dei caduti sono 525, ma a questi va aggiunta qualche centinaia di dispersi. Per loro c’era poco da fare, le famiglie all’epoca non sapevano a chi rivolgersi, si perdevano nella burocrazia e poi desistevano. Come il caso di una famiglia di Bressanone che ha perso il figlio in Indocina e mi aveva chiesto aiuto: ho scoperto che si era arruolato a 16 anni, l’ultima lettera che aveva mandato a casa era del gennaio del ‘54, poi è stato dato per disperso. Non sono riuscito a scoprire altro, è stato frustrante.
Però con altri dispersi la ricerca ha avuto successo. Già, come nel caso del bolzanino Alfredo Decarli, di cui la famiglia non sapeva più nulla da settant’anni. È stata la sorella di questo soldato a contattarmi tramite la parlamentare Biancofiore, che aveva svolto senza successo delle indagini per conto suo presso l’ambasciata francese. Era partito a 18 anni da Bolzano per amore. Lui era di estrazione umile, si era innamorato follemente di una ragazza che lo corrispondeva; solo che lei apparteneva ad un livello sociale leggermente superiore, così i famigliari erano contrari al loro matrimonio. Allora lui si arruola nella Legione straniera senza dire niente a nessuno, con l’illusione di mettere da parte, in quei cinque anni di servizio, i soldi necessari per ottenere l’assenso dei futuri suoceri. Appena arrivato all’addestramento in Algeria, però, capisce subito di aver commesso un errore madornale, anche perché lei non condivide questa scelta e lo lascia con una lettera. Lui arriva in Indocina nel marzo del ’54. Il 13 aprile si offre volontario per essere paracadutato a Dien Bien Phu pur non avendo mai fatto un lancio in vita sua. Il 18, giorno di Pasqua, viene lanciato sulla conca e il 19 muore per le ferite riportate in combattimento. La sorella di Decarli mi aveva chiesto aiuto perché a lei non avevano detto nulla di tutto ciò. La sua famiglia era stata convocata in questura, e qui avevano detto loro che il loro caro era morto, ma non dove, come e quando. Invece grazie ai miei preziosi canali sono arrivato ad ottenere un fascicolo grazie al quale ho scoperto la vicenda e che il ragazzo era stato addirittura decorato con stella d’argento.
Fra le sette c’è anche la storia di un meranese. Ildo della Torre di Valsassina, nonno dell’ex segretario del Pd Alessando Huber. Sono andato a trovare la moglie e uno dei figli che vivono in provincia di Trieste, dove si era trasferito dopo la guerra in Indocina. Mentre gli altri Legionari di cui parlo erano migranti economici, o comunque disperati che entravano in Francia da clandestini e poi convinti o costretti ad arruolarsi per evitare la prigione, lui ci era andato perché era un fascista convinto, seppur giovanissimo. Ancora minorenne si arruola volontario nei Battaglioni Giovani Fascisti, combatte in Libia, viene ferito, fatto prigioniero; finita la guerra, a 24 anni, si sente dalla parte degli sconfitti, si nasconde e poi si arruola nella Legione straniera. Viene impiegato nel Terzo Reggimento di fanteria in una delle zone più sanguinose, dove c’è una guarnigione perennemente sotto attacco. L’Indocina lo cambia, rientra in Italia e si ricostruisce una vita contraddistinta da un grande impegno civile. Una volta a Bolzano, poi, si rivolge al giornale Alto Adige per raccontare la sua storia in forma anonima, indicando solo il numero di matricola.
E poi c’è quella in “presa diretta”, narrata da Giorgio Cargioli di La Spezia. Una persona meravigliosa, un uomo onesto con cui è stato facilissimo legare, tanto che siamo diventati amici. Ha 88 anni, la memoria e la grinta di un ventenne; sono stato a casa sua tre giorni e mi ha anche mostrato un memoriale che aveva scritto qualche anno fa. Grazie ai nomi che ricordava dei suoi commilitoni che gli erano morti sotto gli occhi sono riuscito a risalire al ruolino di marcia del suo battaglione, e quindi ad ogni dettaglio delle battaglie. Lui è un caso molto particolare: a 18 anni si arruola per evitare la prigione dopo essere entrato clandestinamente in Francia; durante l’addestramento tenta di disertare, ma gli va malissimo. Lo mettono subito in prima linea in Indocina, e dopo l’armistizio del ‘54 gli restano tre anni da fare in Algeria, dove stava esplodendo un’altra guerra. Stanco dei massacri diserta e passa con i Viet, che lo rinchiudono in un campo di prigionia per otto mesi; poi gli offrono due possibilità: restare in Vietnam per sempre a costruire il socialismo o tornare nelle mani dei francesi. Lui voleva tornare in Italia, quindi sceglie la seconda opzione. Ma la corte marziale di Saigon lo condanna a due anni di carcere, a cui si aggiungono i tre anni di Legione che rimanevano. Poi però, sulla nave prigione che lo sta riportan do in Algeria, 104 disertori si ammutinano e riescono per una mezzora a sopraffare i gendarmi, lui riesce a buttarsi a buttarsi in mare nel Canale di Suez e salvarsi. Una fuga così clamorosa che finì sui giornali di tutto il mondo.
Un’avventura tra venti gelidi e paesaggi da sogno in Islanda. È stato il viaggio realizzato da Bartolomeo Sailer insieme alla sua compagna nell’estate 2021. Originario di Bolzano, Bartolomeo vive da tempo a Bologna, dove lavora come musicista elettronico – conosciuto come Wang Inc. Dietro il musicista si nasconde un ambientalista convinto: Bartolomeo da anni ha rinunciato all’auto e per gli spostamenti usa la bicicletta, facendone una filosofia di vita.
Com’è andato questo viaggio in bici alla scoperta dell’Islanda? Lo abbiamo intrapreso nel 2021, è stato il regalo che ci siamo fatti per i nostri 50 anni. L’Islanda è una delle mete del ciclismo estremo, nel senso che tu vai in un ambiente inospitale per l’essere umano a prescindere. Se poi vai in bicicletta, che comunque è un mezzo di trasporto dove sei in balia degli elementi meteorologici, diventa tutto ancora più difficile. Per il viaggio abbiamo comprato due biciclette del genere Gravel, che sono biciclette leggere che però sono in grado di montare ruote grosse come quelle di una mountain bike, su cui noi abbiamo montato dei copertoni lisci, ideali per il nostro tipo di viaggio. Avevo preparato tutto nei minimi dettagli, calcolato la durata delle tappe e previsto le soste. Tempo due giorni e sono saltati tutti i piani, in quanto alla mia compagna Simona è partito un dolore al ginocchio che non le permetteva di pedalare. Ci siamo dovuti fermare nel primo campeggio disponibile e da lì abbiamo dovuto ri-pianificare il viaggio, prevedendo una lunga pausa per far passare l’infiammazione. E poi ci siamo trovati a rincorrere le tappe perché avevamo fatto delle prenotazioni. Abbiamo dormito molto in tenda, nei sacchi a pelo, ma ogni settimana avevamo previsto una tappa con un tetto sopra la testa, sia per rimettere in sesto le cose che per dormire in un letto.
Siete riusciti a rispettare il piano di viaggio? Avevamo in programma di fare il giro completo dell’isola, compresa una penisola che viene chiamata i fiordi dell’Ovest. La abbiamo saltata per questioni di tempo. Inoltre ci siamo trovati ad affrontare situazioni con vento molto forte dove a fatica siamo riusciti a stare in piedi a spingere le bici a mano. Il tutto nel nulla. Sono momenti in cui devi arrivare a patti con te stesso. Dopo una notte passata con la tenda che ci si schiacciava in faccia dal vento, abbiamo deciso di prendere un bus per evitare di farci veramente male. Invece dei 1400 km previsti, ne abbiamo fatti 800 in bicicletta e circa 400 coi mezzi pubblici.
Quanto costa un viaggio così? Noi abbiamo speso 3.500€ a testa in 35 giorni, quindi 100€ al giorno: il cibo costava cifre esorbitanti. E parlo del supermercato. Una volta siamo andati al ristorante: per due hamburger e 4 birre abbiamo pagato 80 €.
Tornerete? Assolutamente sì, per andare a vedere i fiordi dell’Ovest. E poi vorremmo attraversare il centro dell’Islanda, dove, a parte qualche bivacco, non c’è nulla. Chi affronta quel percorso è un po’ come se viaggiasse su Marte. Deve essere una esperienza unica!