Jacopo e lo studio in Francia e Spagna

Jacopo Prescianotto, studente bolzanino che ha deciso di studiare per due anni tra Madrid e Rennes (Francia), ci racconta cosa significa per un giovane avventurarsi per l’Europa alla ricerca di nuovi percorsi e nuove versioni di sé.

Cosa ti ha spinto a decidere di studiare all’estero?

Dover passare un lungo periodo in casa durante il Covid mentre frequentavo il mio primo anno di università mi ha dato la sensazione che Bolzano “mi stesse stretta” e mi ha offerto l’opportunità di riflettere sulle mie scelte future alimentando il mio desiderio di provare qualcos’altro.

Il bilinguismo altoatesino ha avuto un ruolo nella tua decisione?

Sicuramente mi ha influenzato nella decisione di aggiungere la Germania alla lista delle possibili destinazioni per cercare un lavoro. Non ho ancora avuto l’occasione di mettere in pratica il mio tedesco, ma ho realizzato quanto sia un plus incredibile; le persone internazionali che conosco quando scoprono che sono italiano e so il tedesco rimangono sempre stupefatte.

Quali sono le differenze più grandi che hai trovato tra Spagna, Francia e Italia?

Le differenze più sostanziali che ho trovato tra il nostro modo di vivere per la Spagna è l’efficienza dei trasporti pubblici, mentre per la Francia l’offerta agli studenti di un welfare universitario incredibile. Dal punto di vista della didattica, le università spagnole e francesi sono più orientate alla pratica e a lasciare agli studenti lo spazio di vivere con maggiore serenità la vita universitaria.
Ho avuto così l’impressione che spagnoli e francesi siano più bravi di noi a limitare la sovrapposizione di vita lavorativa e vita privata, dando la priorità al proprio benessere piuttosto che alla produttività.

Cosa ti manca e cosa no di Bolzano?

Oltre alle persone, la prima cosa che mi viene in mente sono certi luoghi di Bolzano, come le passeggiate del Talvera, il paesaggio dalla finestra di camera mia, Via Novacella con i ciliegi in fiore. Sono tutti luoghi familiari che mi rievocano una sensazione di pace e sicurezza. Tuttavia vivere in un posto nuovo in cui si entra in contatto con nuove persone dà la possibilità di “reinventarsi” ed essere la versione più recente di sé stessi, a Bolzano questo risulta più difficile.

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa esperienza?

I vantaggi sono sicuramente dati dalla realizzazione delle aspettative che mi hanno spinto a partire. Inoltre ho costruito una rete di persone che per me saranno dei punti di riferimento in giro per l’Europa. È come se avessi due vite parallele da cui cerco di attingere il meglio. La lontananza ti insegna ad arrangiarti e ad adattarti alle situazioni. Dall’altra non è sempre facile dover ricominciare da capo in città nuove e con persone nuove senza sapere cosa accadrà dopo. Sono contento e convinto di questa esperienza, ma sento anche il bisogno di stabilità. La cosa difficile è lasciare la famiglia e gli amici, ogni volta che riparto da Bolzano mi sale un po’ il magone.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Uno sport di determinazione e inclusività

Giulia Padovani, trentunenne, bolzanina, nella vita si occupa di ergoterapia e nel suo tempo libero pratica uno sport un po’ insolito. Giulia pratica uno sport sui pattini, a rotelle, di contatto, ma senza palla. Uno sport nato nel 1935 a Chicago, tanto spettacolare quanto avanguardistico. In Alto Adige viene rappresentato dalla squadra Alp’n Rockets Roller Derby, fondata a Bolzano nel 2012. Oggi andremo assieme a scoprire qualcosa di più su questo affascinante e poco conosciuto sport.

Ciao Giulia, raccontaci cos’è il Roller Derby… 

Il Roller Derby è uno sport di contatto sui pattini a rotelle in cui due squadre si sfidano in un circuito ad anello. A differenza di quello che si possa pensare nel roller derby non c’è una palla, ma per ogni squadra c’è una giocatrice “attaccante” che si chiama Jammer e quattro giocatrici in difesa, le Blocker. L’attaccante può fare punti superando le giocatrici della squadra avversaria. Ovviamente le Blocker avversarie devono difendere e fare in modo di non farla passare, ad esempio buttandola fuori dal campo. 
Le due squadre condividono lo stesso spazio nel circuito e continuano a bloccarsi o superarsi a vicenda facendo così il giro del circuito. Una partita dura circa un ora, suddivisa in due tempi da 30 minuti. Vince chi totalizza il maggior numero di punti.

È uno sport prettamente femminile o aperto anche al mondo maschile?

È forse uno dei pochi sport in Italia che è più diffuso tra le donne che tra gli uomini. Attualmente in Italia non ci sono tornei maschili di roller derby, ma gli uomini possono giocare insieme alle donne in alcune partite amichevoli oppure possono decidere di arbitrare le partite. 

Come ti sei avvicinata a questo sport?

Prima di entrare in squadra non avevo idea dell’esistenza di questo sport, ne sono venuta a conoscenza tramite amici e mi ha subito incuriosita. Una volta iniziato mi ha cambiato la vita e mi ha fatto scoprire i miei punti di forza. Non sono mai stata una persona sportiva, ma in questo sport ho trovato il mio posto ed ormai è la mia passione.

Quali sono le caratteristiche che ti rendono una buona giocatrice?

Bisogna avere tanta voglia di mettersi in gioco. La bellezza di questo sport sta nel fatto che non è necessario avere un fisico atletico o essere sportivo per giocare, è uno sport che trova i punti di forza in ogni tipo di fisicità.  È importante avere spirito di squadra e saper dare fiducia alle proprie compagne. 

È possibile provare questo sport?

Chiunque voglia provare il roller derby è ben accetto! Siamo sempre lieti di accogliere nuovi membri in squadra, e prima di iniziare a giocare insegniamo a tutti a pattinare. Chiunque voglia provare può contattarci su Instagram e gli forniremo tutta l’attrezzatura necessaria per pattinare per la prima volta. Siamo aperti a tutte le persone a prescindere dal genere a partire dai 18 anni di età.

Che cosa ti piace di più del Roller Derby?

L’aspetto che amo di più del roller derby è la sua inclusività, lo spirito di squadra e la forza che tira fuori dalle persone, perché se puoi affrontare una pattinatrice che ti arriva addosso e cerca di buttarti giù, allora sì che sei forte e puoi affrontare tutto!  
Ti cambia la vita e il modo in cui la approcci, può dare tanta forza e tanto coraggio. Quello del roller derby è un mondo bellissimo, allegro e inclusivo, fatto di persone forti e determinate, in cui tutti alla fine di una partita (ma anche durante) si vogliono bene e festeggiano insieme. È uno sport in cui si può imparare a contare sugli altri, che, nonostante tutto, anche nelle partite più difficili sono lì con te a combattere. 

Autore: Niccolò Dametto

Una raccolta di strumenti musicali per il carcere 

Erjon Zeqo è un ricercatore dell’Eurac, conosciuto anche come musicista – prevalentemente con il suo gruppo Zio Cantante – e mediatore interculturale. In anni recenti lo abbiamo visto coinvolto all’interno di progetti culturali con i detenuti della casa circondariale di Bolzano. L’ultimo, in ordine di tempo, riguarda la raccolta di strumenti musicali per i detenuti.

Di cosa si tratta?

Si tratta di una raccolta di strumenti musicali da donare alla casa circondariale per essere utilizzati in progetti di educazione musicale e di musica d’insieme con i detenuti. Il progetto parte come una mia iniziativa personale, anche se poi mi appoggio alle associazioni che sostengono le iniziative formative, tra cui Biblioteca Culture del Mondo, Alpha Beta, ecc. 

Come hanno accolto questa sua proposta i detenuti?

Sono entusiasti, non ultimo in quanto scoprono nuovi modi per poter occupare il tempo in maniera creativa. Vedere e potersi esercitare su a una tastiera, una fisarmonica, un contrabbasso, un sassofono o un flauto è sicuramente una scoperta che stimola sia la creatività, sia la voglia poi di intraprendere dei percorsi di crescita individuale personale. Compito dei mediatori è trasferire questo stimolo in un piano educativo e formativo a lungo termine, volto ad un reinserimento.

Che musica suonate?

Suoniamo pezzi di musica rock, di musica pop, ma non manca chi si cimenta nel freestyle, quindi con il rap. Molti detenuti sono giovani e giovanissimi e quindi rappresentano anche un po’ le tendenze e le preferenze musicali dei giovani.

Immaginarla alle prese con il rap è una visione insolita… 

La proposta di musiche etniche è spesso la base del percorso in quanto è il modo che permette alle tante persone che provengono da altri paesi di trovare un legame con le proprie radici, con la propria storia e la propria tradizione.
Per quello che riguarda il rap, posso solo mettermi a disposizione per realizzare con gli altri musicisti una base musicale con strumenti suonati dal vivo, o anche attraverso la musica elettronica. Si tratta di creare un ponte…

Che tipo di strumenti sarebbero ben accetti? La domanda racchiude un appello implicito ai nostri lettori per destinare ad una causa nobile lo strumento che magari da una vita sta nell’angolo e non viene mai suonato… 

Cerchiamo in un buono stato, che non abbiano necessità di manutenzione straordinaria, anche perché non abbiamo dei fondi per poter eseguire delle riparazioni. Sono ben accetti tutti gli strumenti, purché funzionanti. Chiaramente ci auguriamo che vengano donati strumenti che possano essere passati di mano in mano, quindi per esempio una chitarra, un ukulele o anche una tastiera. In questo momento ci manca – potrei dire – un basso o strumenti che possano servire per uno studio di registrazione, come per esempio un computer, dei microfoni, dei cavi e altra strumentazione accessoria.  

Come ci si mette in contatto con lei?

Sono su Facebook come Erjon Zio Cantante, ma mi si può contattare mandando una e-mail a erjon.zeqo@gmail.com

Autore: Till Antonio Mola

Alimentare la responsabilità nei confronti dei più deboli

Dopo più di 30 anni di lavoro in Alto Adige – spaziando dal giornalismo alle problematiche sociali in ambito ecclesiale, dalla narrativa alla ricerca storica e alla cooperazione allo sviluppo –  il meranese Paolo Valente ha assunto nello scorso settembre l’incarico di vicedirettore di Caritas Italiana. 

L’inizio della frequentazione di chi scrive con Paolo Valente risale alla fine dello scorso millennio. All’epoca si lavorava entrambi per i media diocesani, svolgendo un compito per così dire pionieristico che aveva le sue radici nella testimonianza di don Giorgio Cristofolini, il “prete in miniera” fondatore del settimanale diocesano il Segno. Dopo quell’esperienza Paolo Valente si è occupato di molte cose, sempre mantenendo uno sguardo attento al tema che gli stava più a cuore, ovvero la promozione di una convivenza che nella nostra terra fosse reale, non stereotipata, se soprattutto scevra dall’ipocrisia che spesso si annida in maniera non troppo nascosta, nei tre principali ambiti da lui frequentati, ovvero la chiesa, la politica, il giornalismo. L’ultima tappa in ordine di tempo del percorso di Paolo Valente in Alto Adige è stato il compito – una mission impossible potremmo dire col senno di poi – di riportare la Caritas della Diocesi di Bolzano Bressanone al suo spirito originario, (anche) attraverso la riunificazione delle sue due sezioni italiana e tedesca. Da quell’esperienza, all’apparenza fallimentare, è poi scaturito un nuovo e importante impegno, solo in parte inaspettato. 

L’INTERVISTA

Iniziamo dicendo di cosa si occupa Caritas Italiana. Qual è il compito che si prefigge? 

La Caritas nazionale supporta le quasi 220 Caritas diocesane nel loro compito fondamentale, che è quello di animare le persone e la comunità ad assumersi le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti di coloro che si trovano in situazioni di povertà e di vulnerabilità. 

Qual è l’organizzazione di Caritas Italiana sul territorio nazionale? 

I servizi di Caritas Italiana sono a Roma. La rete che essa coordina si estende su tutto il territorio nazionale, suddivisa in 16 delegazioni regionali e quasi 220 Caritas diocesane. L’organizzazione nazionale fa parte a sua volta di Caritas Europa e di Caritas Internationalis, la confederazione mondiale che fa capo direttamente alla Santa Sede.

Negli altri paesi europei Caritas ha mission e organizzazioni diverse?

Ci sono differenze di ordine culturale. In alcuni Paesi la Caritas è più strutturata e orientata all’operatività, in altri tende maggiormente a sviluppare una cultura della solidarietà e dei diritti, con azioni di “advocacy” (ovvero patrocinio, sostegno e promozione), di formazione e di informazione. Ovunque ha il compito di promuovere l’impegno della comunità senza sostituirsi ad essa. L’amore per il prossimo (questo significa “caritas”) è come l’aria: non si può delegare ad altri.

Per quale motivo nel primo periodo sei stato chiamato a sviluppare la comunicazione, in Caritas Italiana? 

Da due anni Caritas Italiana si trova in un processo di riorganizzazione. Nello sviluppo organizzativo la comunicazione è un tema centrale, soprattutto quando si opera in una rete molto ampia. Una buona ed efficace comunicazione è elemento strategico (tanto più che la Caritas è innanzitutto un messaggio) e difatti il nostro lavoro sta dando una mano forte alla nuova struttura, al centro e sui territori.

Annualmente la Caritas Italiana per qualche giorno conquista le prime pagine dei giornali con il suo Rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia. Qual è la situazione attuale nel nostro paese?

Negli ultimi 15 anni i poveri assoluti sono triplicati. Questo è dipeso dalle crisi globali (finanziaria, sanitaria, le guerre) ma anche dalla debolezza delle politiche di contrasto alla povertà. Più esposte all’indigenza sono le persone che non dispongono di una rete sociale consolidata. 

Per molti anni sei stato attivo in provincia di Bolzano, dove ti sei occupato di giornalismo, di problematiche sociali in ambito ecclesiale, di narrativa, ma sei stato anche in grado di gettare uno sguardo a livello internazionale lavorando nella cooperazione allo sviluppo. Cosa ha significato per te questo trasferimento a Roma? Come hai vissuto e vivi questo passaggio avvenuto tra la provincia di confine del profondo nord e la capitale italiana nonché cuore della chiesa cattolica?

La dinamica centro-periferia ci mostra che si può trovare del provincialismo sul confine come anche nella capitale. Ogni realtà è centro ed è confine, quando la prospettiva è l’essere umano nella sua integralità. Roma è una città straordinaria e divertente. È al tempo stesso centro e periferia, con i pregi e i difetti dell’uno e dell’altra.

Il tuo periodo di lavoro prima come direttore della sezione italiana e poi dell’intera Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone si è concluso in maniera piuttosto burrascosa. Ma a quanto pare la tua esperienza e le tue qualità professionali sono state considerate più che preziose da parte della Caritas nazionale, visto che sei stato chiamato prima a dirigere e occuparti dello sviluppo della comunicazione della sede centrale, e poi anche a svolgere un ruolo direttivo a stretto contatto con il direttore don Marco Pagniello e con il presidente Carlo Roberto Maria Radaelli, arcivescovo di Gorizia. Per te è stata una sorpresa o una conferma di quelle che erano le linee di sviluppo che avevi pensato di portare avanti nel tuo impegno nella Caritas della Diocesi di Bolzano-Bressanone?

Quello che ha portato alla conclusione burrascosa è un sistema di potere che non può tollerare che in Alto Adige una persona libera stia alla guida di un’organizzazione di un certo peso. Una persona di lingua italiana con un ruolo a livello provinciale che non sia quello di “vice” è un fatto anomalo, non previsto. Il sistema non tollera nemmeno una realtà che si sviluppi in senso autenticamente interlinguistico. Fa saltare il modello. Siccome tutto questo invece stava prendendo forma, si è usato lo strumento della diffamazione, della manipolazione e delle pressioni indebite. Si dice che coloro che non possono manipolarci, cercano di manipolare gli altri contro di noi. Premesso che io sono pieno di difetti, la violenza irrazionale degli attacchi e la mia chiamata a Roma dimostrano solo che il progetto era buono (ma scomodo).

Da diversi anni sui nostri giornali ti occupi della rubrica “Senza confini”, nella quale rifletti spesso sui temi centrali dell’attualità altoatesina. Alla luce delle tue recenti esperienze quali sono secondo te le principali sfide, vecchie e nuove, che dovremo affrontare? La provincia di Bolzano viene spesso dipinta come un esempio di benessere e di buona organizzazione. Ma – come avrai potuto sperimentare – non è tutto oro quel che luccica…

Mi pare che siamo nell’epoca dell’opportunismo miope. Dopo l’idealismo etnico dell’era Magnago, dopo il pragmatismo post-etnico degli anni di Durnwalder, l’era Kompatscher era sbocciata con l’idea di guardare “oltre i bordi del proprio piatto” (“über den Tellerrand hinaus”). Ma forse era già troppo tardi. L’Autonomia si era già trasformata in un sistema di potere. La convivenza, direbbe Piero Agostini, era stata “rinviata” a data da destinarsi. Auguro alla nostra terra la capacità di valorizzare il suo essere sul confine, inteso come il luogo in cui si impara ogni giorno a guardare lontano. Si può fare.

Autore: Luca Sticcotti

Albert Mayr e il suo sguardo “oltre”

Nei giorni scorso è scomparso Albert Mayr, valido compositore di musiche ed insegnante, ma noto ai più come figlio del martire nel nazismo Josef Mayr Nusser.
Ho avuto modo di incontrare Albert Mayr in varie occasioni e ogni volta ne ho apprezzato le diverse e notevoli qualità umane e professionali. 
La prima volta è stato quando ha assistito alla prima esecuzione di un mio brano per archi dedicato a suo padre. Già in quell’occasione a colpirmi è stata la sua gentilezza e la sua attenzione: nel descrivere il mio brano utilizzò infatti aggettivi molto rispettosi, anche se in realtà la mia modalità espressiva era lontana mille miglia dal suo approccio compositivo più sperimentale. Successivamente l’ho incontrato a più riprese nei vari momenti celebrativi che negli anni si sono succeduti, dedicati al padre Josef. Com’è noto il mancato sì ad Hitler costò la vita a Mayr Nusser, arruolato contro la sua volontà nelle file dell’esercito germanico. Per questo motivo in sostanza Albert venne privato della figura paterna. Ciò nonostante si può dire che Albert Mayr abbia dedicato una sostanziosa parte della sua vita alla gestione della figura pubblica del padre. Non è stato facile: per decenni su Mayr Nusser è aleggiato un giudizio negativo da parte della politica e della  chiesa sudtirolese. Un giudizio in realtà ancora in parte attuale ed alimentato da due motivazioni di fondo: da una parte la presunta scelta egoistica di Josef nei confronti delle sue responsabilità di marito e padre, e dall’altra l’aver messo indirettamente in evidenza la posizione filonazista largamente condivisa durante l’occupazione da parte della quasi totalità della popolazione sudtirolese. Ebbene: il modo con cui Albert è riuscito a rapportarsi con l’evoluzione del ricordo del padre nella politica e nella chiesa altoatesina è stato secondo me al contempo un esempio di coerenza e di temperanza. In particolare ha mostrato di apprezzare la scelta della chiesa di riconoscerne il coraggio della scelta di coscienza, ma ha sempre messo in guardia dal pericolo di “sterilizzarne” il messaggio attraverso la scelta di beatificarlo. Per quanto riguarda la politica, poi, sappiamo che i conti con la storia probabilmente non verranno fatti mai fino in fondo.

Nella mia memoria in ogni caso sopra ogni caso resterà impressa una conversazione che ebbi con Albert su una panchina della collina dei saggi di Bolzano, giusto all’ombra della chioma dell’albero dedicato al padre Josef. In quell’occasione, dopo essere stato intervistato da  me, mi invitò a rifuggire nella mia attività di compositore da ogni spinta volta a incasellarmi nelle categorie etnico linguistiche praticamente onnipresenti in ogni contesto, in provincia di Bolzano. Forse questo è uno dei motivi per cui Albert Mayr scelse di vivere in Toscana, nonostante i suoi frequenti soggiorni a Bolzano.  

Autore: Luca Sticcotti

Alla ricerca dei suoni perduti

Oggi incontriamo Francesco Gigliotti, collezionista, ricercatore indipendente, musicista, viaggiatore. Da anni colleziona antiche macchine parlanti e registrazioni sonore.

Come è nata questa tua passione?

Da bambino quando andavo al bar di mio zio in Calabria mi capitava di ascoltare la musica provenire dal Juke Box. Curioso, ascoltavo e osservavo. Non riuscivo a comprendere come da un disco di plastica potesse uscire la musica. Fu così che iniziai la mia ricerca frequentando biblioteche, musei e archivi. L’interesse si è poi trasformato in passione: da oltre 25 anni cerco e colleziono “macchine parlanti e suoni”. Non mi sono ancora fermato.

La tua collezione da cosa è composta?

La collezione è composta da macchine parlanti inventate per la registrazione acustica, quindi dal 1877 fino ai giorni nostri. Si tratta di fonografi, grammofoni, radio valvolari e registratori di ogni natura: a rullo di cera, a filo di stagno, a bobina, a disco e digitali. La collezione comprende inoltre documenti scientifico-informativi, libri, articoli di stampa dell’epoca, monografie, fotografie e autografi di musicisti e cantanti famosi.

Ci sono anche registrazioni sonore?

Certo, ci sono centinaia di cilindri sonori di fine 1800, svariati cataloghi di dischi a 78, 45 e 33 giri, cassette audio e bobine sonore. I generi delle registrazioni sono vari e tra queste si trovano anche la voce di Mahatma Gandhi e quella del mitico Che Guevara.

Qual è la tua registrazione più antica?

Il primo disco registrato in Italia nel 1895 dal titolo “La Risata”, cantato dal napoletano Berardo Cantalamessa e marcato Berliner.  

Qual è il fonografo più rappresentativo della tua collezione?

Il più famoso fonografo di T.A. Edison, quello del 1888, il modello “CLASS M” con motore elettrico. Una rarità mondiale!

Quali eventi hai organizzato per promuovere la tua ricerca?

Dal 2017 sono responsabile del progetto “ArcheoPhonica Sound & Media Research” che si occupa di ricerca e archiviazione di documenti fonografici e mezzi di comunicazione sonora. Dopo il loro ritrovamento all’interno del Phonogrammarchiv di Vienna, mi sono occupato della presentazione delle prime registrazioni audio in dialetto tedesco e ladino effettuate in Alto Adige tra il 1906 e il 1918. Ho organizzato tre mostre: Bolzano, Ortisei e Merano.

Qualche curiosità?

Durante la mostra a Bolzano è stato registrato su cilindro di cera il brano jazz “Tiger Rag” eseguito dal vivo dalla Tiger Dixie Band di Bolzano/Trento.

Hai un sogno?

Si! Realizzare il “PhonoMuseum”, un grande spazio aperto al pubblico dedicato alla storia della comunicazione acustica, dove poter conservare macchine parlanti, apparecchi fonografici, grammofoni, antiche radio e documenti scientifici. Uno spazio condivisibile da altre realtà associative locali, come quella del cinema, del teatro e della fotografia. La città di Bolzano potrebbe vantarsi finalmente di un polo museale unico nel suo genere, così come Vienna, Berlino, Parigi, Torino, Roma e Bologna.

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Un centro giovanile in cui fare musica

Tea Ducato, operatrice culturale di BluSpace, ci racconta la nuova veste del centro giovani e i loro progetti vecchi e nuovi.

Quali sono gli obiettivi e i target del centro giovani BluSpace?

Dall’anno scorso il target è cambiato: dalle attività per bambini e bambine della scuola primaria siamo passati a proposte dedicate a ragazzi dalle medie in su. Il progetto BluSpace di MusicaBlu come centro giovani incentrato sulla musica funziona; la sfida è stata, e ancora è, quella di creare attività stimolanti e che possano rispecchiare le esigenze dei ragazzi in modo da creare un gruppo stabile all’interno del centro con cui poter creare un rapporto e sviluppare interessi e competenze sempre intorno al tema musicale. MusicaBlu vuole essere un luogo in cui si possano creare agio e benessere per potersi esprimere, ma anche solo per poter essere.

Come ti senti in questo ruolo di operatrice culturale?

Non è un lavoro semplice, è impegnativo, rischioso e pieno di sfide, ma per questo molto gratificante. Utilizzare la musica come strumento primo nel creare attività e rapporto coni ragazzi è molto stimolante ed educativo a 360 gradi. La musica insegna molto, dall’ascolto all’espressione della propria identità, dalla fragilità al saper improvvisare. Cerco di ispirarmi principalmente a due teorie pedagogiche per svolgere la mia professione al meglio: la creazione di valore di Makiguchi che si concentra sull’idea che l’educazione dovrebbe mirare alla creazione di valore nella vita dei ragazzi; e la pedagogia montessoriana che vede nello slogan “aiutami a fare da solo” il suo leitmotiv. La prospettiva che cerco di adottare è quella di riconoscere nei ragazzi il loro valore e dar loro gli strumenti e la speranza per poter essere autonomi e credere in sé stessi così da riconoscere che l’obiettivo non è la perfezione della prestazione, bensì la felicità.

Che cos’è il progetto “Mettetevi Scomodi”?

È un progetto ideato da Diego Baruffaldi e Maddalena Ansaloni durante il periodo COVID che si è concluso l’anno scorso in cui Ansaloni intervistava artisti locali ponendo loro domande scomode. Le interviste venivano registrate e caricate sui canali del centro così da arrivare agli interessati in via telematica vista la situazione di distanziamento sociale e lockdown. Questo progetto ha passato il testimone a MusicMix che consiste in interviste-concerto live.

Quali sono e sono stati i vostri progetti?

L’anno passato è stato un anno bellissimo: abbiamo seguito moltissime nuove iniziative stimolanti come degli episodi radiofonici in Rai sul tema musica e donna, il progetto della val di Fassa “Pano-rama Music”. Abbiamo collaborato con altre realtà per trasmettere temi sociali come, con Gea e OnLovera, il problema della violenza sulle donne o per partecipare a iniziative intergenerazionali. Un progetto molto interessante in arrivo è “InsideMusic”, che ha come obiettivo quello di introdurre i ragazzi al mondo della produzione e registrazione musicale all’interno dello studio di registrazione della scuola di musica.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Sandra Mairhofer, il talento pusterese

Nuoto, bici e corsa ma in maniera più spinosa: è il cross triathlon. La bici su strada viene sostituita con la mountain bike e la corsa con della corsa fuoristrada. Sandra Mairhofer, pluricampionessa mondiale della disciplina, recentemente ha partecipato al campionato italiano di winter triathlon (disciplina di cui è anche pluricampionessa mondiale) e si è affermata campionessa italiana. Il winter triathlon a differenza del triathlon classico viene svolto completamente sulla neve e il nuoto viene sostituito dallo sci di fondo. Oggi andremo a conoscere meglio la sua storia e i suoi segreti per raggiungere risultati di questo livello.

Ciao Sandra, raccontaci un po’ di te… 

Ciao, sono Sandra Mairhofer, sono nata nel ‘92 a Tesido, in Val Pusteria, e lì sono cresciuta; ho fatto lì le scuole fino alla maturità. Dopodiché sono andata ad Innsbruck per studiare Scienze Motorie e diventare professoressa. 

Come ti sei avvicinata la mondo del triathlon? 

Mi sono avvicinata al mondo del triathlon molto tardi, avevo 25 anni, mi è sempre piaciuto stare all’aria aperta e fare sport a contatto con la natura però non avevo mai praticato sport ad alti livelli.
Ho visto e conosciuto il triathlon un’estate in Puglia, ero lì per lavoro e ho conosciuto un ragazzo che mi ha avvicinato a questo mondo e me ne ha fatto innamorare. Sempre in Puglia ho fatto la mia prima gara e mi sono tesserata con una squadra pugliese.

E a quello del cross triathlon?  

Tornata in Alto Adige a fine estate ho continuato con il mondo del triathlon iniziando ad allenarmi in maniera più specifica, però visto il territorio della mia zona non me la sentivo di andare con la bici da corsa sulle nostre strade molto trafficate e strette della Val Pusteria. Quindi ho scoperto tutti i sentieri nel bosco e mi sono innamorata della mountainbike. Così mi sono avvicinata al Cross Triathlon.

Qual è la disciplina che ti piace di più?

Fra tutte, quella che amo di più è la mtb: infatti, faccio anche gare solamente di mountain bike, le Marathon. La mtb è stupenda perché è capace di portarti a scoprire tanti nuovi posti, è uno sport tecnico, divertente, dove sei molto collegato alla natura.

In cosa fatichi di più?

Il nuoto, mi viene abbastanza bene, però l’allenamento in sé è quello più noioso di tutti: stare in una vasca e andare avanti e indietro… è troppo monotono per i miei gusti. (ride n.d.r.)

Il territorio dove vivi ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obiettivi?

Il territorio dove vivo mi ha aiutato tanto nel raggiungere gli obiettivi che avevo e che ho tutt’ora. Il nostro territorio è avventuroso e ti lancia tante sfide, tante salite da scalare in sella e da percorrere. Grazie al nostro territorio riesco a portare a casa allenamenti di qualità. Ovunque ti porta la tua bici, hai tanti posti da scoprire, viste mozzafiato, laghetti, nuovi boschi e montagne da visitare. 

Quante volte ti alleni a settimana?

Cerco di allenarmi due volte al giorno, ma dipende molto dal periodo della stagione. 
Sono professoressa alle superiori, quindi devo riuscire anche ad incastrare le mie lezioni e gli allenamenti. Durante la pausa estiva riesco infatti ad allenarmi di più.

Quanti sacrifici ci sono dietro tutto questo?

Dietro tutto ciò ci sono tanti sacrifici. Progetto la mia giornata in base agli allenamenti che devo fare. Anche la mia alimentazione è organizzata sulla base degli allenamenti, cerco di avere la massima prestazione e il miglior recupero possibile per quella giornata.

Autore: Niccolò Dametto

Cambiare vita

Lo scrittore e giornalista Marco Pontoni è bolzanino di nascita, ma da diversi anni la sua professione lo ha portato a trasferirsi in Trentino, dove resterà ancora per poco per realizzare, insieme alla sua compagna, il classico cambio vita.

“Sono un bolzanino doc, cresciuto in Via Dalmazia. Terminati gli studi a Bologna, la mia vita si è spostata in Trentino, dove ho lavorato come giornalista in diversi uffici stampa, iniziando da quello dell’Istituto Trentino di Cultura, oggi Fondazione Bruno Kessler, passando poi a quello della Provincia di Trento e poi a quello del Parco Naturale Adamello Brenta, per il quale tuttora lavoro.”

Lei è anche uno scrittore. Nel 2023 ha pubblicato “Tra noi uomini” edito dalla casa editrice Nutrimenti. Di cosa si tratta?

La mia passione per la scrittura ha un ruolo importante nelle mie recenti scelte di vita. “Tra noi uomini” è un romanzo che ruota attorno a tre personaggi maschili. Due di loro sono amici dai tempi della scuola e le loro vicende proseguono fino alla soglia della terza età. Il terzo protagonista è il padre di uno di loro; è un personaggio carismatico e sopra le righe, un pittore anarchico che in realtà ha dei problemi di relazione con il figlio, ma invece è in grado di affascinare e catturare l’attenzione dell’amico del figlio. Il romanzo segue i percorsi di queste amicizie che si allacciano e si sciolgono; non si tratta di amicizie idilliache, non sono l’amicizia cameratesca raccontata per esempio dai film di Salvatores. Sono amicizie complicate dai rapporti che questi uomini hanno con le donne, complicate dal loro bisogno d’amore e dai loro desideri che sono molto forti. Quella del racconto è un’amicizia che prosegue nel tempo e porta i miei personaggi da Bolzano a Roma, poi in parte anche in Umbria e anche in Argentina e in altri Paesi dove si trovano a vivere.

Il libro è stato selezionato per il Premio Latisana…

Si tratta di un premio internazionale che riguarda la letteratura “mitteleuropea”, quindi italiana, austriaca e anche dell’area balcanica. Mi ha fatto molto piacere essere selezionato tra i 5 libri finalisti. Anche perché nel 2013 vinsi con un racconto un altro premio di questo tipo. Si trattava del premio Frontiere-Grenzen, che veniva organizzato in Trentino ma al quale partecipavano autori di area mitteleuropea e di varie lingue. Il concorso aveva in giuria anche autori importanti come Helena Janeczek. Per quanto riguarda il Premio Latisana vedremo come andrà; la premiazione finale ad aprile.

Il libro quando è uscito?

All’inizio dell’estate del 2023 ed è un po’ che lo presento, sia qui in Trentino Alto Adige che in altre parti d’Italia, tra cui in Umbria, nel mio comune d’adozione, dove ho avuto modo di presentarlo al Marsciano Book Festival, cosa che mi ha fatto molto piacere. Con l’editore Nutrimenti ho un contratto per due titoli, per cui adesso sto lavorando al prossimo romanzo.

Perché definisce Marsciano suo comune di adozione?

Qui devo fare un passo indietro, al lockdown del 2020. Sui giornali si è scritto che questo lockdown che ci ha chiusi in casa, ha avuto un effetto particolare sulle coppie, portandole a dei comportamenti a volte un po’ bizzarri. Si diceva che le coppie o scoppiavano perché non riuscivano più a gestire questa situazione, oppure al contrario si immaginavano in una nuova vita. Ecco nel caso mio e della mia compagna Manuela vale la seconda ipotesi. In quelle settimane abbiamo iniziato a ragionare sulla possibilità di fare il classico cambio vita, quello a cui molti di noi pensano ad un certo punto del proprio percorso. Nel nostro caso l’idea è stata quella di aprire una struttura ricettiva, un bed and breakfast, che fosse anche una sorta di piattaforma da utilizzare per fare alcune attività nei campi che ci piacciono e ci interessano di più. E questi campi sono la scrittura e i libri. Con un gioco di parole abbiamo allora deciso di chiamare la nostra struttura Bed & Bookfast, immaginando un luogo dove tutto ruota intorno ai libri e dove, per esempio, anche le camere avranno dei nomi ispirati ad alcuni titoli famosi come Il Nome della Rosa o Cime Tempestose. 
La struttura si trova nella frazione Mercatello di Marsciano, a una ventina di minuti da Perugia e una ventina di minuti dal lago Trasimeno.

Come vive e vivete queste settimane prima del cambio di vita?

Abbiamo un po’ di batticuore, anche perché io ho fatto il giornalista per quasi 30 anni, ed è questo il lavoro che conosco. Però penso anche che qualche cambiamento importante nella vita ci possa stare. Manuela è un architetto di formazione ed ha un’esperienza di lavoro in un agriturismo; quindi, lei sa molto più di me su come si gestisce una struttura di questo tipo. Insieme speriamo di riuscire a creare attorno a questa struttura tutta una serie di attività culturali di animazione del territorio e ci auguriamo che in molti ci verranno a trovare. 
La prima impressione è molto positiva – insomma sono tre anni che ci stiamo lavorando, perché abbiamo ristrutturato questa casa che abbiamo acquistato e adesso ormai siamo quasi in fondo per cui speriamo di poter aprire per la fine della primavera.

Cosa intende esattamente con “animazione del territorio”?

Abbiamo trovato un tessuto culturale molto vivace. L’idea è quella di offrire anche camminate nella natura insieme a persone che spiegano. Sono cose che io visto fare e che ho anche accompagnato in questi anni nel Parco Adamello Brenta. Abbiamo notato che sono proposte già presenti in Umbria e noi ci auguriamo di infilarci un po’ anche in questo filone che comprende pure presentazioni di libri da parte degli autori, l’organizzare dei gruppi di lettura e quant’altro possa incontrare l’attenzione delle persone. 
Qualche anno fa ho frequentato la Scuola Holden a Torino, per cui ho preso anche un po’ di ispirazione da quella esperienza.
La scrittura è un’attività molto solitaria, ma ritengo che potere ogni tanto rompere questa bolla di solitudine e lavorare insieme agli altri può essere bello e interessante. Sono convinto che la nostra proposta possa funzionare.

Autore: Till Antonio Mola

Aldo Mazza: cinquant’anni fra libri e intercultura

Si chiude un’epoca per quell’ “alieno” venuto dal Sud a insegnarci cosa vuol dire stare insieme. Lo ha fatto così bene che può vantare di aver ricevuto dal Land Tirol la Croce al Merito per il suo impegno concreto per la convivenza tra gruppi linguistici in Alto Adige. Edizioni Alpha Beta confluisce in Edition Raetia, ma lui sarà ancora lì sulla tolda a seguire la sua nave che va.

“Arrivò in Alto Adige/Südtirol da Salerno oltre cinquant’anni fa poco più che ragazzo. Di questa terra sapeva poco o nulla e certamente non immaginava che proprio la sua particolarità di terra di frontiera, di incontro e scontro tra culture, sarebbe diventata il centro del suo impegno”. Così il risvolto di copertina di “Impegno miteinander” curato da Toni Colleselli e Lucio Giudiceandrea per i tipi di Edizioni Alpha Beta Verlag, introduce il personaggio Aldo Mazza “un illuminista pragmatico che è andato a cercare e a provare sul campo le soluzioni a questo problema: come creare confidenza con l’altra lingua e cultura, come favorire la comunicazione e l’incontro”. Il volume racconta l’impegno e il percorso di Aldo Mazza in questi cinquant’anni ed è stato pubblicato nel 2023, in occasione del suo 75esimo compleanno, mentre si stava compiendo il percorso di cessione o forse meglio dire fusione, tra la casa editrice da lui fondata e diretta fino ad oggi, e le Edizioni Raetia. Finita anche questa fatica, incontriamo Aldo Mazza all’inizio di un anno in cui potrà cominciare a godersi la pensione anche se l’impegno per la sua creatura non verrà meno, anche se lo eserciterà in altra forma.

Aldo, cominciamo dalle origini. A Merano ci sei arrivato per amore. Giusto?

Eh sì, era il 1968 quando sulla spiaggia di Salerno conobbi Ulli (Zipperle ndr) quella che sarebbe diventata mia moglie, una di quelle tipiche conoscenze estive che di solito si esauriscono ben presto. Nel nostro caso non fu così, il nostro incontro era destinato a durare nel tempo e così decisi di seguirla a Merano. 

Non facili gli inizi, vero?

Ero piombato in una famiglia che seguiva le regole non scritte, non espresse, ma fortemente radicate che volevano che i “tedeschi” non dessero confidenza agli “italiani” se non per ragioni di lavoro. (una situazione descritta molto bene dalla stessa Ulli nel primo capitolo del libro ndr).

E poi?

Cominciai a studiare il tedesco, ad approfondire la storia di questo posto per capire dove mi trovavo e le ragioni dell’altro, ed insegnai italiano nelle scuole tedesche. Poi per due anni lo feci anche in Somalia, già con Ulli assieme a me e divenni anche coordinatore didattico del programma di italiano “lingua veicolare” presso l’Università di Mogadiscio.

Al rientro a Merano sboccia poi l’idea di Alpha Beta Piccadilly, una scuola di lingue.

Sì. Avevo maturato una certa esperienza nel settore e così nel 1987 con un gruppo di amici fondammo la Cooperativa Alpha&Beta. Eravamo convinti che fosse necessaria un’iniziativa concreta che cercasse di rompere il clima di separazione e fornire strumenti di conoscenza e comunicazione reciproca per favorire il contatto.

E qui cominciò, in embrione, la fase della casa editrice…

All’inizio erano pubblicazioni per l’apprendimento linguistico, testi di glottodidattica e sull’interculturalità in stretto contatto con l’attività della scuola di lingue. Poi pensammo che la casa editrice andasse ulteriormente sviluppata come strumento che supportasse a tutto campo il lavoro (inter)culturale: promuovendo libri per creare conoscenza, curiosità, e per passare dal vivere vicini quasi ignorandosi alla voglia di superare quel confine che c’è tra italiani e tedeschi. Contribuendo così alla realizzazione di una “casa comune” che non abolisse le differenze, ma consentisse uno scambio reciproco consapevole.

Con quale spirito e obiettivo, si diede vita ad Alpha Beta?

Lo scopo, sia della scuola di lingue che della casa editrice, è sempre stato quello di creare un ponte tra le due culture, il dialogo, la conoscenza reciproca. Per l’editoria prima con i libri per la didattica e poi con narrativa e saggistica. Questo secondo aspetto, in ottica “glocal”, si è sviluppato a partire dal 2008 con una casa editrice che non voleva essere né italiana né tedesca e con un desiderio di sconfinare continuamente tra una cultura e l’altra. Ad esempio, partendo dalla convinzione che se non conosci la letteratura dell’altro di fatto non lo conosci, abbiamo sviluppato con la Collana TravenBooks, il lavoro di trasporto di molta letteratura da una lingua all’altra. Il tutto nella convinzione che l’Alto Adige/Südtirol fosse il territorio ideale per l’incontro di due grandi culture come quella tedesca e quella italiana. 

Quali sono le pietre miliari di questi anni di editoria?

In questi anni abbiamo pubblicato più di 300 libri a cui sono molto legato. Se devo isolarne alcuni, mi viene in mente uno degli ultimi, quello dedicato alla trasposizione dell’opera omnia di Willhelm Busch da parte di Giancarlo Mariani con il determinante contributo di Ulrike Kindl e Dominikus Andergassen, e poi la Collana “Zeitworte/Parole del tempo”, quella “Territorio/Gesellschaft” con ad esempio “Stella aliena” di Lucio Giudiceandrea in coppia con “Die Bluten der Macht” di Hans Heiss che sono un modo di guardare la stessa realtà, quella della Volkspartei, con la prospettiva di un autore italiano e uno tedesco. Particolarmente orgoglioso sono anche della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, molto apprezzata a livello nazionale, che ha prodotto 26 titoli sul tema del disturbo mentale a partire dall’esperienza dell’approccio di Franco Basaglia, indagando un altro tipo di confine: quello tra salute e malattia.

Della collana Territorio/Gesellschaft fa parte il volumetto “Stare insieme è un’arte” che hai scritto a quattro mani con Lucio Giudiceandrea.

È il tentativo di far capire come lo stare insieme tra persone di lingua e cultura diversa non sia naturale, ma sia un percorso a volte faticoso che richiede rinunce e compromessi, da parte di tutti, ma è anche ricco di soddisfazioni per gli individui e le società che intendono affrontarlo. Se ignoriamo la storia, la cultura, la sensibilità e la lingua dei nostri vicini, sarà difficile superare le contrapposizioni. Il punto è che bisogna volerlo.

Cosa lega tra loro tutte queste opere?

Il filo rosso è dato dal fatto che vogliono guardare alla complessità del nostro territorio e non chiudersi in uno dei due mondi che lo compongono. È la teoria dello sconfinamento di cui dicevo prima, in un territorio dalla grande potenzialità: il confine visto non come limite, ma come risorsa. Come il vino, le mele e il bel paesaggio, la nostra terra ha infatti da offrire una particolare competenza che è quella del sapersi muovere dall’interno di due grandi culture.

Ci siete riusciti?

Difficile dirlo. Se l’obiettivo era quello di guardare le cose con una prospettiva che non fosse solo italiana o solo tedesca, ma vedesse il tutto cercando di fare sintesi, credo che abbiamo dato un contributo significativo.

Un rammarico?

Abbiamo fatto il possibile per fornire strumenti di conoscenza, occasioni di dialogo e contatto, ma guardando alla realtà di oggi, credo ci sia ancora molto da fare.

E da oggi in poi?

Seguirò da dietro le quinte il percorso di Edizioni alphabeta Verlag in Raetia e spero di avere più tempo per me, per trascorrerlo in seno alla famiglia e anche nella mia isola croata a leggere e… guardare il mare, come facevo a Salerno. Sono abbastanza sereno, ma anche curioso di vedere come reagirò a questa mia nuova fase della vita.

Autore: Enzo Coco