Il coro Plose di Bressanone fa rivivere lo spirito della montagna

Nato nel 1964 il Coro Plose C.A.I. Bressanone ha una lunga storia alle spalle, caratterizzata da un’intensa attività e quest’anno si appresta a festeggiare l’anniversario dei 60 anni dalla sua fondazione. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Maurizio Brocco, presidente del coro. 

Quando e come è nato il coro Plose C.A.I. Bressanone?

Il Coro Plose C.A.I. è nato 60 anni fa proprio sulle panchine dei Giardini Rapp a Bressanone dove alcuni giovani brissinesi hanno mosso i primi passi nell´allora inesplorato mondo del canto corale e, con grande passione e divertimento, hanno dato vita ad un piccolo e inesperto coro. Negli anni il coro è cresciuto ed è diventato un riferimento per l´attività culturale della nostra città. Attraverso concerti ed eventi ha saputo conquistare un numeroso pubblico di appassionati del canto popolare.

Com’è composto il coro?

Attualmente il coro è composto da 26 elementi: 7 nel gruppo dei tenori primi, 8 nei tenori secondi, 7 nei baritoni, 4 nei bassi. Il coro attualmente è diretto dal maestro Stefano Barberio di Bressanone.

Qual è il vostro repertorio?

Ci concentriamo tipicamente canti di montagna e della tradizione popolare.

Negli anni avete partecipato a eventi davvero importanti. Qual è quello che le è rimasto più impresso?

Il Coro Plose ha finora all’attivo circa 900 concerti. Sicuramente una delle nostre partecipazioni più sentite è stata quella del 2010 a Roma dove, in occasione della consegna ufficiale dell’Albero di Natale alla Santa Sede proveniente dal Comune di Luson, il Coro ha accompagnato una delegazione di Bressanone e si è potuto esibire davanti al Santo Padre Benedetto 16.mo all’interno della Sala Clementina in Vaticano e poi ancora in Piazza San Pietro durante la cerimonia ufficiale di accensione dell’albero.

Cosa avete in programma per quest’anno? Avete già dei programmi per il festeggiamento dei sessanta anni del coro?

In questo 2024 il nostro coro ha in programma un´attività particolarmente intensa proprio per festeggiare nel migliore dei modi i 60 anni di attività. L´evento più importante sarà comunque ad ottobre, quando sabato 19 proporremo alla Cusano un concerto con la partecipazione del coro Vós de Mont dalla provincia di Udine, un coro molto conosciuto e guidato dal maestro Marco Maiero, considerato uno dei principali maestri della coralità italiana. Anche noi del Plose abbiamo in repertorio diverse canzoni dal lui stesso scritte e armonizzate.

Qual è il segreto della longevità e dell’entusiasmo di questo coro?

La passione, ma anche il costante impegno e sacrifici di coristi e maestri, hanno permesso 60 anni di ininterrotta attività. Inoltre da sempre il nostro coro è ambasciatore del canto popolare e di montagna. Il coro è fatto di amicizia, di impegno personale, di divertimento e di responsabilità. Tutti stanno insieme legati dalla passione per il canto e dalla stima reciproca e vivono il volontariato nella sua espressione più genuina. Il coro esige però sempre serietà e perseveranza, ma restituisce gioia e allegria, in incontri, conoscenze e soddisfazioni.

Autori: redazione COOLtour

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto

Ospitare, ma in un modo diverso

Il turismo non è certo una novità nel nostro territorio. Ma esistono forme di viaggio e ospitalità che esulano dai consueti meccanismi, mettendo al centro uno scambio in natura fatto di convivialità e rapporti umani. Ecco l’esperienza di Giovanna e Erich, due bolzanini che abitano alle porte del capoluogo.

Giovanna Carnevale ed Erich Schmid vivono a San Genesio e nella loro casa entra il mondo. E non si tratta solo di un modo di dire.  La coppia è infatti host – praticamente sono ospitanti – di couchsurfing, una opportunità totalmente gratuita per il viaggiatore che trova ospitalità a casa di volontari, così gentili da accogliere sconosciuti nelle loro abitazioni, senza alcun compenso.

Nota a margine: dal 2020 gli sviluppatori del servizio couchsurfing, disponibile in tutto il mondo, hanno rinunciato alla pubblicità di terze parti. Per compensare questa scelta, hanno reso l’utilizzo della piattaforma a pagamento (richiedono un abbonamento di circa 2 euro al mese e 15 € l’anno), ma il costo è esclusivamente relativo all’utilizzo della piattaforma.

L’INTERVISTA

Ciao Giovanna e Erich. Come funziona questa vostra esperienza?
Giovanna Carnevale – Si tratta  di una app e piattaforma internet, fondata nel 1999, alla quale noi ci siamo iscritti, dove ci sono persone da tutto il mondo e c’è la possibilità di ospitare o richiedere ospitalità quando si è in viaggio. Quando ci si trova in una città che non si conosce, è bello incontrare qualcuno che ti guida e ti dà anche delle indicazioni su cosa vedere, che non è necessariamente sempre quello dove vanno tutti i turisti.

È quindi una forma di viaggio molto sociale, dove alla base di tutto c’è l’arricchimento culturale. Che tipo di viaggiatori avete ospitato?
Erich Schmid – Senz’altro tante persone molto aperte e desiderose di conoscere cose nuove dei paesi attraverso i quali si trovano a viaggiare.
Giovanna Carnevale – Anche quando siamo noi a viaggiare, normalmente utilizziamo la richiesta di ospitalità presso persone i cui profili evidenziano interessi comuni, e devo dire che abbiamo fatto delle esperienze molto belle, in quanto in questi incontri ci si scambia: quando ospiti fai entrare il mondo in casa tua, e quando viaggi sei tu che vai incontro al mondo.

E confermate che non c’è scambio di soldi…
Giovanna Carnevale – Preparare da mangiare a chi ti ospita o arrivare con un presente e non a mani vuote sono di fatto suggerimenti o consuetudini indicate anche nel sito del couchsurfing.
Erich Schmid – Indirettamente uno scambio c’è, anche se non di soldi. Quando viaggiamo, ci riempiamo l’auto di cose buone da mangiare e di bottiglie di vino buono da offrire in cambio dell’ospitalità. Normalmente diamo la disponibilità o ci offriamo di cucinare qualcosa di tipico italiano. Ovviamente tante volte prepariamo una pastasciutta, ma possiamo preparare la pasta fatta in casa, fare la pizza o cucinare qualche risotto, cose che sono sempre molto apprezzate.

Quindi è proprio un incontro culturale dove si presuppone che ci sia questa sensibilità di base per la condivisione. Può capitare che questa sensibilità non ci sia?
Erich Schmid – Sì, può capitare, specie con i viaggiatori che rimangono solo per una notte, che arrivino la sera e partano la mattina presto. Hanno poco da darti, perché il tempo non è sufficiente.
Giovanna Carnevale –  Ma chi ospita può anche scegliere di escludere soggiorni di una notte perché non sei un albergo. Noi non lo facciamo, anche se preferiamo chi si ferma da noi per 2-3 giorni.

Ricordate come avete iniziato? 
Giovanna Carnevale – Non avevamo ancora completato il profilo sulla piattaforma di couchsurfing, che già siamo stati contattati. Il nostro primo ospite è stato un viaggiatore dell’est europeo residente in Germania e in viaggio verso la Liguria, che abbiamo ospitato per due notti.
La nostra seconda ospite è stata una ragazza di Genova, suppergiù della nostra età, che lavorava alla fiera e che si spostava solo in autostop. Era espertissima del couchsurfing e mi ha aiutato anche a completare il nostro profilo. È stata con noi cinque notti. La sera mangiavamo insieme, ha cucinato anche lei, anche prodotti suoi, e ci siamo trovati molto bene insieme, tanto che ci siamo anche rivisti più di una volta e siamo rimasti in contatto. Insomma è stata una bellissima esperienza. E da lì in avanti, ogni mese abbiamo ospitato qualcuno, questo prima che anche noi cominciassimo la nostra di esperienza di viaggio.

In genere come accogliete i vostri ospiti?
Erich Schmid – Per noi è fondamentale che l’accoglienza sia calorosa. Di base c’è che gli ospiti arrivano attraverso un sistema che permette di conoscerli prima. E un abbraccio di benvenuto è un ottimo modo per abbattere subito le barriere.

I vostri ospiti come li sistemate? 
Giovanna Carnevale – Dal nostro appartamento c’è una scala che collega ad un appartamento con due stanze nel sottotetto. Possiamo ospitare singoli viaggiatori o coppie, ma ci è capitato anche di ospitare una mamma con le sue due figlie.

Come valutate il sistema di recensioni della app di couchsurfing? Lo ritenete affidabile? 
Giovanna Carnevale – Ci sono tantissime persone, ognuna ha visioni diverse della vita e un modo diverso di ospitare e di vivere l’ospitalità. Però sia l’ospite che l’ospitante rilasciano un giudizio alla fine del soggiorno e questi giudizi si possono leggere. Quando qualcuno ti fa una richiesta, tu vedi se è stato già ospitato, che cosa hanno scritto di lui e poi tu puoi anche decidere se vuoi ospitare o meno. Non si è mai obbligati a dare la possibilità di venire a casa propria. Se la persona ti ispira, e hai la possibilità e il tempo di ospitarla in quel periodo, dici di sì, altrimenti rifiuti la richiesta e non succede niente.

Avete una idea di quanti iscritti al servizio ci siano?
Giovanna Carnevale – Quando la prima volta sono andata ad iscriverci, sono rimasta sorpresa perché in provincia di Bolzano c’erano più di 1000 persone. Ma immagino si tratti di un dato che comprende anche i profili non attivi, di gente che magari si iscrive e poi non utilizza la piattaforma.

Autore: Till Antonio Mola

Coro della Visitazione: cantare e ricordare

Quello della Visitazione è un coro che non vuole solo cantare, ma anche riportare in vita ricordi e memorie. Abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Loris Bortolato, direttore del coro.

Qual è l’intento del vostro coro?

Direi che l’intento principale è emozionarci cantando e, contemporaneamente, contribuire ad emozionare le persone che ci ascoltano. Perché emozionare? Perché spesso eseguiamo canti popolari che sono fortemente radicati nella tradizione e sono quindi in grado di evocare ricordi, rappresentando un ritorno al passato.

Da quante persone è composto il coro al momento?

Il coro è composto da 23 elementi. Attualmente la maggioranza è femminile, con 18 donne e 5 uomini. Per me, in qualità di direttore di coro, è un’esperienza nuova dato che ho sempre lavorato esclusivamente con voci maschili. Devo quindi cercare canzoni e tonalità adatte anche alle signore, evitando che le voci maschili prevalgano.

Si ricorda qualcosa dei primi momenti di quando è nato il coro?

Sì, certo. Ho percepito immediatamente la loro fiducia in me. Ho subito comunicato loro che questa esperienza era nuova anche per me, ma che avrei fatto del mio meglio per rendere le cose piacevoli. Da subito si è instaurato un rapporto di fiducia tra di noi, si sono aperti immediatamente con me, sicuramente facilitati dal fatto che, essendo anch’io del quartiere, mi conoscevano già.

Cosa ha portato le persone a far parte di questo coro?

Io vedo in loro una grande voglia di mettersi in gioco e una grande voglia di fare. Ci sono delle signore che si prendono la briga di preparare tutti gli spartiti con le musiche, di fare le fotocopie per tutti i membri e molte altre cose. Gli uomini si occupano principalmente dell’allestimento, quindi la preparazione di tutti gli strumenti e la sistemazione delle sedie. Alla fine delle canzoni, quando riusciamo a ottenere un risultato concreto, vedo in loro la gioia di essere riusciti a costruire qualcosa tutti insieme.

Autrice: Sara Rosca COOLtour

Elvis, acrobata bolzanino e artista di strada

Elvis Kakiti è un artista e un performer talentuoso di origini keniote. L’abbiamo incontrato per conoscere la sua storia, capire cosa significa essere un acrobata e un artista di strada a Bolzano e per parlare del suo ultimo spettacolo “Mahmud y no solo Mahmud”.

Ciao Elvis, raccontaci qualcosa su di te. 
Certo, ho 37 anni, vengo dal Kenya e nella mia vita ho svolto moltissime forme d’arte diverse come acrobatica, circo e performance di strada. 

Come sei entrato nel mondo dell’acrobatica?
Quando avevo 14 anni ho visto il mio amico Salim esibirsi in acrobazie e ne sono rimasto affascinato. Da quel momento ho capito che quello sarebbe stato il mio destino. Gli allenamenti erano duri e talvolta anche pericolosi dato che non avevamo nemmeno i tappetoni di sicurezza sotto di noi. Ai miei genitori non piaceva per nulla l’idea che io facessi acrobatica e si opponevano ad ogni opportunità che mi si presentava.

Come sei entrato nel circo?
Nel mondo del circo ci sono diverse posizioni assegnate durante gli spettacoli e la più richiesta è la base, appena c’è stata richiesta e necessità di una base mi sono fiondato e così mi sono unito al circo.

Con il circo che esperienze hai vissuto?
Credo che la cosa più sbalorditiva siano stati i viaggi in altri paesi. Poter ottenere un permesso di viaggio in Kenya non è per nulla facile, ma grazie al circo sono riuscito a visitare molti paesi tra cui la Grecia, la Spagna e, più importante di tutto, l’Italia dove poi mi sono trasferito e sono diventato un artista di strada.

Com’è essere un artista di strada a Bolzano?
C’è molta gente che ha un cuore enorme e mostra sempre il suo supporto, ma ci sono anche persone che non accettano che tu sia lì a fare la tua performance. Inoltre essere un artista di strada ti permette di vedere le situazioni che ti circondano e di capire lo stato delle persone e dei giovani. Ho avuto la possibilità di conoscere moltissime persone fantastiche e se tornassi indietro questa scelta non la cambierei di sicuro.

Come sei arrivato allo spettacolo “Mahmud y no solo Mahmud” e di cosa tratta?
Grazie alle performance di strada ho conosciuto un uomo che faceva parte dell’organizzazione di questo spettacolo. Lui aveva visto in più occasioni le mie capacità e mi conosceva quindi mi ha permesso di partecipare al casting per il ruolo di acrobata. Lo spettacolo parla di un ragazzo che affronta un durissimo viaggio di migrazione dal Senegal e uno dei desideri era proprio quello di trovare attori africani. 

Com’è stato accolto dal pubblico questo spettacolo?
Abbiamo avuto un grande successo, teatri sempre pieni. Neanche i direttori se lo aspettavano. Siamo stati tutti molto contenti di aver potuto raccontare a così tante persone la storia di Mahmud e di tutte le persone che come lui affrontano un viaggio simile.

Quali sono i tuoi piani per il futuro?
Mi piacerebbe portare nelle scuole un programma di scambio culturale. Ormai ci sono così tante persone di origini diverse nelle classi che vedersi rappresentati e riconosciuti credo sia molto importante per moltissimi giovani.

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

Serie C Gold: ecco i Cowboys di Bolzano

Nel mondo del basket altoatesino spiccano i Cowboys: la squadra di serie C Gold dei Basket Piani, allenata dal coach Michele Massai. Squadra attualmente quarta in campionato e con l’obiettivo di fare bene durante i playoff, che inizieranno a maggio. Sono una squadra molto giovane e piena di talento, composta da giocatori tutti altoatesini. Oggi abbiamo l’onore di conoscere Stefano D’Alessandro, il capitano della squadra.

Ciao Stefano, raccontaci un po’ qualcosa di te … 
Sono Stefano D’Alessandro, ho 25 anni e sono nato e cresciuto a Bolzano. Mi sono diplomato al liceo scientifico Torricelli nell’estate del 2017, con una parentesi in Inghilterra dove ho avuto la fortuna di poter studiare il quarto anno. Ho deciso poi di laurearmi in fisioterapia alla Claudiana e al momento lavoro come fisioterapista presso un centro specializzato in riabilitazione e sto continuando i miei studi nell’ambito dell’osteopatia a Innsbruck. Attualmente sono al quarto anno. 

Come ti sei avvicinato al mondo del basket?
In tutto il percorso accademico il basket mi ha sempre accompagnato. La palla a spicchi è da sempre stata impronta familiare sia da parte di papà che di mamma e da buon fratello minore non potevo che seguire le orme di mio fratello Lorenzo, ora giocatore professionista a Vigevano in serie A2, che da sempre è la mia ispirazione. 
L’entrata definitiva nel mondo del basket è avvenuta grazie a un compagno di scuola a 7 anni, che ad oggi è ancora amico fraterno.

Chi sono i Cowboys?
Ho sempre giocato a Bolzano, ho mosso i primi passi in prima squadra a 15 anni in serie C nazionale e poi in serie D, fino alla nascita dei “Cowboys” (oggi ribattezzati iCowbois, perché su Instagram era l’unico nome disponibile). 
Il gruppo nasce nel 2017, anno dove ai giovani della serie D e qualche veterano si aggiunsero gli ancora più giovani ragazzi del settore giovanile. Dopo lo scetticismo iniziale di una squadra così giovane, ci siamo dimostrati un gruppo di incredibile talento, che ha iniziato la cavalcata verso la serie C Gold, guidati prima da Deborah Fiorani e poi da Michele Massai, nostro attuale condottiero.

Come è nato il nome?
In modo del tutto casuale. Come è consuetudine fare a inizio stagione, ho avuto il compito di creare un gruppo WhatsApp della squadra e nel dare nome alla chat scelsi questo. Ad oggi grazie anche al mondo del 3×3, siamo conosciuti così in tutto il panorama cestistico italiano.

Vi trovate anche al di fuori del parquet?
Siamo prima amici che giocatori, e anche se nel corso degli anni abbiamo perso qualche compagno di squadra per motivi di studio o di approccio al professionismo non perdiamo occasione per stare insieme. Questo essere squadra è stata sicuramente la chiave per i nostri successi. 

Cosa ami di più di questo sport?
Di questo sport amo l’agonismo e la vita da spogliatoio. Mi piace come la frazione di secondo sia l’ago della bilancia tra una buona e cattiva giocata, e per quanto sia uno sport atletico e di contatto ma anche e soprattutto un gioco di intelligenza nel fare le scelte giuste. In tutte le occasioni lontano da casa il basket mi ha sempre aiutato a fare amicizia ed è sempre stata valvola di sfogo.

Autore: Niccolò Dametto

Una vita dedicata alle donne e ai loro diritti

In occasione della giornata internazionale della donna, sul nostro giornale torna una rubrica che nel recente passato è stata dedicata a mettere in luce figure femminili particolarmente significative nel nostro panorama locale. Per l’occasione abbiamo incontrato Claudia Tomio, responsabile dei progetti di Pari Opportunità messi in atto dal Comune di Merano. 

Laureata in lingue, Claudia Tomio è stata per molti anni stimata traduttrice del Comune di Merano. Ma il suo impegno per i diritti delle donne ha segnato il cammino delle Pari Opportunità del Comune di Merano. 

Dottoressa Tomio la Sua carriera potrebbe essere presa ad esempio dalle giovani donne che si affacciano allo studio o al mondo del lavoro. Due anni e mezzo fa Lei si è concessa di rinnovarsi e lanciarsi in una nuova stimolante sfida. 

Sì, non nego che ci siano voluti coraggio e una buona dose di incoscienza. Passare dal ruolo di traduttrice a quello di dirigente (ndr dell’Ufficio Scuole, Istruzione e Giovani ) ha comportato un grande cambiamento professionale ma anche personale e un moltiplicarsi di impegni e responsabilità. Ma si è anche aperto un capitolo che – al di là dei molti problemi da risolvere – regala soddisfazioni e occasioni di crescita. Questo soprattutto grazie alla possibilità di attivarsi in settori cruciali quali la prima infanzia, la scuola, la ristorazione scolastica, le politiche giovanili. Ho mantenuto tra l’altro appunto anche l’impegno nel campo delle Pari Opportunità, che seguivo anche prima.

Vicino alla vita professionale lei è riuscita ad essere anche moglie e madre. Era difficile conciliare famiglia e carriera? 

Conciliare queste due sfere della vita è una grande sfida per tutte le donne. Non si tratta solo di essere brave a barcamenarsi tra famiglia e lavoro, si tratta soprattutto – durante un’esperienza totalizzante come quella di avere e crescere un figlio – di riuscire a mantenere intatte lucidità, impegno e passione anche a livello professionale.
La conciliazione è un nodo cruciale e sento di dover mettere in guardia le giovani donne dal considerare il part time l’unica soluzione possibile. Perché il part time ci penalizza dal punto di vista retributivo e pensionistico: credo che per riuscire a coniugare lavoro e carriera servano orari flessibili e, soprattutto, la collaborazione fattiva dei compagni o mariti. 

Ciò che trovo particolarmente stimabile in Lei è l’impegno profuso per molti anni per il rispetto dei diritti delle donne e le pari opportunità. 

Partendo dalla condizione di privilegio di donna con un buon lavoro, un’indipendenza economica e una vita di coppia all’insegna del rispetto, ho sempre sentito il dovere di impegnarmi a favore di donne meno fortunate, vittime di discriminazioni, violenze, molestie. L’impegno è iniziato con il Comitato pari opportunità del Comune, con cui ho lavorato quasi vent’anni a favore delle dipendenti comunali. Ben presto si è aggiunta la collaborazione con l’Ufficio Pari Opportunità, che attua interventi a favore di tutte le donne meranesi.

Cosa fa concretamente l’Ufficio Pari Opportunità del Comune? 

L’Ufficio ha il compito di supportare tutte le donne di Merano sia rilevando esigenze e situazioni di disagio e attivando interventi ad hoc, sia valorizzando i talenti e la creatività femminile favorendo l’empowerment e l’autodeterminazione delle donne. 

Quali sono state le conquiste da voi messe in atto fino ad oggi?

In vent’anni abbiamo messo in atto degli interventi in larga parte innovativi, e abbiamo avuto un ruolo da apripista per altre Amministrazioni anche oltre i confini di provincia e regione. In particolare In primis voglio segnalare i due Piani per l’Uguaglianza tra donne e uomini 2013-2017 e 2020-2024, documenti strategici e programmatici che contengono azioni positive a favore delle donne di Merano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giustizia riparativa, per ricostruire il rapporto con il condannato

È di questi giorni la notizia che in Alabama è avvenuta la prima esecuzione mediante inalazione di azoto. Una forma di tortura, secondo le Nazioni Unite. Nel 2023, nei soli Stati Uniti sono state eseguite 24 condanne a morte. Altri 55 stati, tra cui Cina, India, Cuba, Iran e Giappone, permettono la pena capitale. Insomma, oltre la metà della popolazione mondiale è ancora esposta alla legge del taglione, che presso i popoli antichi prevedeva di infliggere all’autore di una lesione personale un’uguale lesione. In alcuni stati come la Nuova Zelanda, il Canada, l’Australia, il Regno Unito, la Norvegia, la Svezia e l’Olanda si sono intrapresi percorsi diversi, volti al riconoscimento della vittima del reato e alla responsabilizzazione “morale” del reo mediante una risoluzione mediata delle questioni derivanti dal reato.

In Italia la possibilità di accedere a programmi di giustizia riparativa è stata introdotta con la legge 150/2022.  Dell’esperienza italiana si è parlato la sera del 24 gennaio nella sala di rappresentanza del Comune di Bolzano. Presente, accanto ai rappresentanti del Centro regionale per la giustizia riparativa, l’ex magistrato milanese Gherardo Colombo. “Che la pena, oltre ad essere proporzionata al reato e tesa alla rieducazione del condannato, non debba essere contraria al senso di umanità lo prevede la nostra Costituzione”, ha esordito Colombo. Insomma, è la società stessa a pretendere un sistema “punitivo” che miri al reinserimento del condannato e non alla pura vendetta. 

Il dibattito sulla giustizia, spesso strumentalizzato dal mondo politico per garantirsi l’impunità, dev’essere incentrato sulla relazione che intercorre tra l’autore di un reato, la sua vittima e la comunità. Se seguiamo il filo rosso dell’etimologia, scopriamo che il termine deriva da iustus, che trae origine da jus, diritto. Jus contiene la radice yu o yug, che esprime il concetto di unire, legare insieme. Dalla stessa radice derivano anche le parole jugum, giogo, e jurare, legarsi con giuramento. L’eremita non ha bisogno di giustizia, se non di quella divina. Si capisce dunque che la giustizia è il collante di ogni comunità, ciò che permette lo svolgimento di una vita civile. Per assurdo, anche una giustizia “ingiusta” o amministrata da persone “ingiuste” come spesso è accaduto nella storia, svolge la medesima funzione. Nelle società “democratiche”, la giustizia si amministra nel nome del popolo e non dei potenti. 

Nelle ore precedenti l’incontro, Gherardo Colombo ha visitato il carcere di Bolzano, notoriamente inadeguato e fatiscente. “Ciononostante”, ha affermato Antonella Valer del Centro regionale per la giustizia riparativa, ”è necessario non abbandonare l’argomento e, soprattutto, gli essere umani che compongono l’universo carcerario.” 

Mediante gli strumenti introdotti dalla Riforma Cartabia, che agi artt. 42-67 disciplina la giustizia riparativa, l’ordinamento italiano permette, su base volontaria e gratuita, alle vittime e agli autori di reati, assistiti da mediatori, di avviare un percorso “riconciliativo” teso non alla “negazione del male fatto” ma alla riparazione dell’offesa mediante un risarcimento simbolico o materiale. 

Gherardo Colombo ha quindi raccontato l’esperienza vissuta in Belgio, un paese che applica la giustizia riparativa da molti anni, da “55 magistrati che sono rimasti per un giorno rinchiusi in un carcere per potersi rendere conto di cosa significhi la detenzione e di ciò che segue la condanna. In un altro stato come la Norvegia – ha proseguito l’ex magistrato –, la pena massima applicata è di 22 anni e le carceri prevedono spazi adeguati affinché un detenuto, al di là della privazione della libertà personale, possa condurre una vita che rispetti la sua dignità di essere umano”. 

Su questo punto Colombo è stato categorico: “Il male esiste e i reati sono il male ma la società non può rispondere semplicemente con altro male”. Sempre secondo Colombo, la carcerazione, se proprio non sia possibile trovare un altro modo di “punire” chi delinque, dovrebbe comunque limitarsi al periodo di pericolosità di un soggetto. Colombo ha anche ribadito il concetto che sta alla base delle sue affermazioni: come essere umani siamo tutti uguali, “io non sono più di te, io sono degno come te”. 

Riguardo a esperienze di giustizia riparativa, l’ex magistrato ha raccontato un episodio di scippo perpetrato da due giovani ai danni di una donna anziana. Accettato un percorso di mediazione su base volontaria, “gli autori del reato si sono resi conto del male reale procurato alla vittima e hanno smesso di banalizzare il loro gesto”. 

La giustizia riparativa può essere applicata in ogni stato e grado del processo. Per i minori, il percorso di mediazione può addirittura portare all’esclusione della condanna, per gli autori di reati non gravi alla sostituzione della pena. In altri casi sono previste delle attenuanti che abbattono la pena di un terzo anche in sede esecutiva. 

Intensa anche l’attività del Centro regionale di giustizia riparativa, che opera dal 2004, illustrata da Antonella Valer. Al centro dell’attività dei mediatori, che hanno affrontato una sessantina di casi, vi sono soprattutto programmi di dialogo. Ai percorsi proposti dal RIRE (riparare relazioni), hanno aderito una novantina di persone. Significativa al riguardo l’esperienza di un ragazzo rom bolzanino, che è intervenuto di persona per raccontare la propria storia ed esperienza di giustizia riparativa.

COS’E’ LA GIUSTIZIA RIPARATIVA?

La giustizia riparativa rappresenta un orientamento innovativo che mira a risolvere i conflitti penali attraverso la mediazione e il ripristino delle relazioni danneggiate. Questo approccio è visto come un’alternativa al sistema tradizionale, concentrato sulla punizione, e favorisce la comprensione reciproca tra autore e vittima del reato. Sebbene ci siano sfide nell’implementare questo modello, molti ritengono che contribuisca a una società più equa e centrata sulla riparazione dei danni causati piuttosto che sulla retribuzione. 

Tuttavia, esistono delle limitazioni, e alcuni reati particolarmente gravi o violenti sono esclusi dal processo di mediazione penale. Inoltre, la partecipazione ai percorsi di giustizia riparativa è sempre volontaria per entrambe le parti coinvolte. Se una delle parti non è disposta a partecipare o se la mediazione non riesce a raggiungere un accordo soddisfacente, il procedimento penale tradizionale può proseguire.

Autore: Reinhard Christanell

129 partecipanti all’Open di Bolzano 2024

Dal 2 al 4 febbraio si è tenuta la XIX edizione del torneo internazionale di Scacchi Open di Bolzano. Quest’anno è stato battuto il record di partecipanti. Sono stati ben 129, provenienti da Italia, Austria, Germania, Svizzera, Spagna, Finlandia, Messico, e Ucraina.

Il torneo si gioca dal 2006 e nemmeno il periodo pandemico ha saputo interromperne la cadenza annuale. Dal 2021, grazie al supporto di Museo Mercantile e Camera di commercio, il torneo si gioca nelle splendide sale di palazzo Mercantile. “I giocatori, specie quelli provenienti dall’estero, sono molto colpiti e dicono che non hanno mai giocato in un posto così bello”, ci racconta Luca D’Ambrosio vicepresidente del circolo ARCI scacchi di Bolzano, che ha organizzato il torneo.

Motivo di orgoglio per gli scacchisti altoatesini era anche la ricorrenza del centenario del torneo di Merano del 1924, un torneo internazionale che vide la partecipazione di alcuni dei più forti giocatori del tempo. Il torneo, svoltosi proprio a febbraio nel Kurhaus, è noto in quanto vi è stata giocata per la prima volta la cosiddetta Variante di Merano (un sistema di mosse efficace per il Nero), tuttora utilizzata nel gioco e l’unica che porti il nome di una città italiana.

All’Open di Bolzano 2024 c’è stata poi una novità assoluta: la trasmissione in diretta delle partite delle prime 6 scacchiere dell’Open A grazie alle scacchiere elettroniche che hanno permesso a molti appassionati di seguire, grazie ad internet, le partite più importanti in tempo reale.

Il torneo è stato diretto dall’arbitro internazionale Gerhard Bertagnolli (il quale di recente ha arbitrato la finale del Campionato Mondiale ad Astana in Kazakistan) e dai due arbitri collaboratori Massoud Zendehdel Jadeh Kenari e Sauro Soriani.

Il torneo principe OPEN A, aperto a tutti, ha visto la straordinaria vittoria del giovane bresciano Gabriel Urbani che ha vinto tutte le 5 partite. Decisiva per la vittoria finale è stata l’ultima partita con il CM (Candidato Maestro) austriaco Thomas Bauer (già vincitore della 17a edizione). Al secondo posto si è piazzato il vincitore dell’anno scorso, l’altoatesino Niccolò Casadio a 4,5 punti ed al terzo posto l’FM (Maestro FIDE) Nicholas Paltrinieri (a pari punti con il FM austriaco Joachim Wallner ma con miglior Buchholz (sistema di spareggio per stabilire l’ordine di classifica tra due o più giocatori terminati a pari punti).

Nello stesso OPEN A si assegnava anche il titolo di miglior giocatore altoatesino che è andato per la terza volta consecutiva al giovane Niccolò Casadio, che ha preceduto Paltrinieri e Massimo Zammarchi (Arci Scacchi Bolzano).

L’OPEN B, riservato a giocatori con punteggio ELO fino a 1800, ha visto la vittoria a pari merito dalla giovane Maddalena Buccio di Brescia, del trentino Daniel Demozzi e del brissinese Viktor Hilinkskyy.

L’OPEN C, riservato a giocatori con punteggio ELO sotto ai 1500, è stato invece vinto da Tiziano Agnoli, seguito da Josef Demetz e da Kevin Kircher.

Autore: Till Antonio Mola

Marco Niro e il suo “predatore”

Se gli orsi avessero la stessa indole dei lupi, l’entusiasmante debutto solista di Marco Niro (una metà del collettivo letterario che come Tersite Rossi ha al suo attivo già sei volumi, di cui un paio imperdibili) si potrebbe riassumere nelle tre parole “homo homini ursus”, parafrasando il detto latino coniato da Plauto e ripreso più autorevolmente dal filosofo Thomas Hobbes secondo cui l’uomo sarebbe un lupo nei confronti degli altri uomini.

Lo scrittore e giornalista trentino Marco Niro ha ampiamente dimostrato, nelle opere realizzate come Tersite Rossi, un’informata, indefessa, costante voglia di fare della letteratura resistente, sociale, d’impegno, ma al tempo stesso fruibile: con questa prima uscita a proprio nome, la sua dichiarazione d’intenti viene pienamente rispettata e rinvigorita.

Il predatore, distribuito nelle librerie lo scorso 24 gennaio per i tipi di Bottega Errante Edizioni, è un volume avvincente, sconcertante, di quelli che fanno arrabbiare per la subdola storia che si nasconde dietro un concertato massacro di orsi ad opera di un politicante corrotte e dei suoi emissari e scagnozzi.

Va da sé che il libro prende in più di qualche modo ispirazione dai recenti fatti legati al problema degli orsi che nel vicino Trentino è diventato nell’ultimo triennio uno dei leit motiv su cui vengono impostate le campagne elettorali.

Va da sé anche che i personaggi siano di fantasia, ma nella loro piccolezza e nelle loro debolezze sono umanissimi (in senso negativo) e non distanti dai loro corrispondenti reali, anche se agiscono in maniera più esagerata: non dimentichiamo che la realtà ha la tendenza scostumata a superare sempre e comunque la fantasia.

Con una scrittura lucida, Niro crea una storia truce, un noir ursino in cui i personaggi umani sono tutti cattivi, con la sola eccezione dei ragazzi, che non essendo ancora uomini a tutti gli effetti in qualche modo si salvano.

Non solo, Niro racconta tra le righe, ma neppure troppo a dire il vero, di una provincialità gretta, omertosa e di comodo non troppo distante da quella del nostro Alto Adige: anche se i nomi di persone e luoghi sono di fantasia e l’ambientazione è vagamente identificata con l’area del Trentino occidentale in cui proliferano gli orsi, il Trentino è la location indiscutibile in cui si svolge la trama del romanzo, lo confermano indubitabilmente i cognomi tipici di alcuni personaggi.

Quanto all’orso (o orsi, considerando che ve n’è più d’uno nel romanzo di Niro), è visto qui come capro espiatorio delle umane debolezze e come metafora dell’“altro”, del “diverso” in senso lato, animale, emarginato, straniero che sia. Inutile dire che sia proprio lui a riscuotere incondizionatamente le simpatie del lettore.

Autore: Paolo Crazy Carnevale