Nasim e la sua “libertà” di arrampicare

Venerdì 12 aprile, al teatro comunale di Gries è stato proiettato il film “Climbing Iran”, accompagnato da un intervento della protagonista, Nasim Eshqi, ad oggi considerata una delle migliori arrampicatrici al mondo. Nel 2019 le è stato conferito infatti il King Albert Mountain Award per i suoi straordinari risultati: ha infatti aperto più di cento nuove vie in Iran e in altri paesi. Inoltre, da moltissimi anni Nasim si impegna per i diritti civili delle donne. Il film Climbing Iran” è il ritratto di una donna straordinaria, che ha fatto della propria storia un modello di libertà in Iran e nel mondo.

Le montagne da scalare in Iran, non sono solo quelle di roccia, ma anche barriere sociali culturali e religiose. Nasim è l’unica donna in Iran a fare la professionista dell’arrampicata all’aperto; su ottanta milioni di abitanti sono solo trecento le donne che praticano l’arrampicata in palestra, con orari diversi da quelli degli uomini, e sono soltanto una decina quelle che lo praticano all’aperto, nessuna ai livelli di Nasim.
Nasim Eshqi è nata a Teheran, in Iran, nel 1982. Da bambina era una ragazza diversa dalle altre; era sempre piena di energie e non smetteva mai di muoversi. Le piaceva giocare con i ragazzi e fare tanto sport. Sin da subito ha notato che nel suo paese se sei un uomo hai dei “punti” in più, hai più potere. Così decise che avrebbe voluto cambiare le cose. Le donne nel suo paese vengono considerate deboli, e lei non voleva esserlo.
Ha scoperto così l’arrampicata relativamente tardi, aveva 23 anni. Prima faceva kickboxing ad alti livelli, ma ha lasciato perché non voleva gareggiare e allenarsi con il velo in testa.
Così per caso si è imbattuta nel mondo dell’arrampicata, ed è diventata la prima donna in Iran ad aprire nuove vie di arrampicata. Quando arrampica non è tenuta ad indossare il velo. Si sente libera. In città vengono seguite le regole di condotta dell’Islam, ma in montagna è diverso. Non importa se sei povero o ricco, uomo o donna, con la pelle chiara o con la pelle scura, israeliano o italiano. La forza di gravità tira giù tutti allo stesso modo.
La parola “nasim” viene usata per indicare un vento leggero, ma Nasim non è certamente una brezza leggera.
L’Europa per Nasim era un sogno. All’inizio arrampicava solo nei paesi per i quali era più facile prendere il visto. Quando aveva ormai quasi perso le speranze di venire in Europa, le hanno invece proposto di andarci per la realizzazione di catalogo promozionale, con un visto di 30gg ha arrampicato 27 giorni di seguito. Dormiva in treno e di giorno arrampicava. Alla fine è tornata a casa ammalata.
Nel 2020 è quindi arrivato un progetto: portare Nasim in Italia e farle aprire una nuova via sulle Alpi. Aiutata da un alpinista trentino, capace di aprire nuove vie, e da una raccolta fondi partita dal web, Nasim è partita. Purtroppo, la raccolta fondi è stata subito bloccata perché gestita dagli Stati Uniti. I sostenitori però non si sono rassegnati: una volta conosciuta la storia di Nasim hanno donato i fondi direttamente alla ragazza che ha avviato il progetto, Francesca Borghetti. Così in poco tempo si sono raccolti i soldi necessari per far venire Nasim in Italia.
è in questo modo che è nato film/documentario “Climbing Iran”, dedicato alla storia della ricerca della libertà di Nasim. Che lei stessa ha potuto raccontare ai bolzanini accorsi numerosi all’incontro del 14 aprile.

Autore: Niccolò Dametto

La nascita dei Prati del Talvera

Una vicenda all’insegna del genio e della sregolatezza. Con l’aiuto di Michele Di Puppo riviviamo insieme la rocambolesca vicenda che vide la nascita del polmone di Bolzano, frequentato ogni anno da migliaia di cittadini e ospiti. 

Tra il 1970 e il 1972 si compì la trasformazione del greto sassoso del torrente Talvera in quello che a tutt’oggi sono i Prati del Talvera, una delle aree verdi più amate del capoluogo. L’opera fu resa possibile grazie alla visione, il genio e la tenacia dell’Ing. Michele Lettieri, al tempo professore all’Istituto per geometri “Delai”. L’Ing. Lettieri è scomparso nel 2016 all’età di 92 anni e questo autunno avrebbe compiuto 100 anni. Per ripercorrere la sua storia con la giusta energia, Qui Bolzano ha deciso di intervistare un suo amico, Michele Di Puppo, già assessore e vicepresidente della Provincia dal 1993 al 2003.

L’INTERVISTA

Chi era Michele Lettieri per lei?

Un amico che ho conosciuto quando ormai era in tarda età e del quale ho avuto modo di ricostruire il percorso di vita grazie ai suoi racconti. Ritengo che i Prati del Talvera siano stati l’opera più significativa nel secolo scorso per la città di Bolzano. 
Prima dei lavori, il greto del fiume era una discarica in cui si poteva trovare di tutto, calcinacci, vasi e lavandini di chi ristrutturava il bagno, ma anche immondizia dietro ai cespugli. Le scuole ci mandavano gli studenti a correre per farli sfogare e non lasciarli sempre in palestra.
Un giorno il preside di un Istituto fece notare a Michele Lettieri, allora insegnante all’Istituto Geometri, che sarebbero serviti un paio di campi di calcio per far fare dello sport ai ragazzi. 
Al tempo e dai tempi del CUC, il Circolo Universitario Cittadino, Lettieri era molto conosciuto, avendo anche una certa facilità di rapporti sociali. Consideri che conosceva anche molto bene l’ambiente militare in quanto uno dei suoi fratelli era comandante dell’ospedale militare, e suo padre sarto dell’Unione Militare, cioè l’unica azienda abilitata alla fabbricazione di uniformi. Inoltre, a Bolzano era presente il secondo reggimento Genio. Tutte queste circostanze costituivano una polvere pronta ad esplodere se ci fosse stata una miccia che la innescava. La miccia era appunto la genialità e la sregolatezza di Michele Lettieri, il quale fece partire l’opera del risanamento del greto del torrente Talvera, come diceva lui, da… fuorilegge. 

Perché il Comune di Bolzano prese la decisione di realizzare due campi da calcio? 

Perché il Genio militare aveva segnalato la sua volontà di mettere a disposizione le macchine e gli uomini per realizzare i campi sportivi, sulla base di un desiderio del Comune stesso. In realtà né l’uno né l’altro avevano mai convenuto su questa strada, ma finirono per trovarsi coinvolti, senza una delibera,  sulla scia delle proposte  che fece loro Michele Lettieri. Quindi il Genio mise a disposizione le macchine e le scavatrici, che erano residuati militari di guerra, la Giardineria del Comune pagò il carburante e, quando le macchine si rompevano, si occupò anche della realizzazione e sostituzione dei pezzi di ricambio. Pensi che il Genio arrivò a chiedere agli altri comandi in giro per l’Italia di mandare altre macchiine, anche scassatissime, che vennero cannibalizzate per i pezzi di ricambio in modo da poter andare avanti coi lavori. Questi poterono proseguire anche grazie alla facilità che aveva Lettieri nel suo rapportarsi con le imprese edili. Lui era un “ingegnere strutturista” e aveva molti clienti tra le imprese locali, solo che spesso “si dimenticava” di mandare il conto dei progetti fatti e quindi queste si trovavano in debito verso di lui. Fu così che nei passaggi più difficili si fece mandare specialisti per gli scavi, oppure materiali particolari, come ad esempio i massi ciclopici che sostengono il terrapieno dei due campi di calcio. Questi in sostanza venivano prelevati in cava, portati e messi in opera gratuitamente. Quindi se oggi noi possiamo usufruire dei Prati del Talvera, dobbiamo ringraziare questa persona che non aveva nessun tipo di considerazione per le… formalità.

Quanti mezzi vennero utilizzati per lavorare nel greto? E quanti soldati e studenti?

I mezzi erano una ventina circa. Quanto al numero di persone: le classi venivano portate sul terreno a rotazione, calcoliamo 25 studenti per classe… Se fossero fatte ruotare tre classi, sarebbero stati già 75 studenti. Tra i soldati, oltre agli operatori dei mezzi, c’era anche chi faceva servizio a terra, quindi potevano essere altri 30-40 uomini, tant’è che arrivavano al cantiere con due camion e c’era la corsa in caserma a chi saltava su. Piuttosto che fare servizi di caserma i soldati preferivano venire qui ai Prati e c’era la corsa per accaparrarsi la macchina più comoda per lavorare. Quindi c’era un entusiasmo straordinario; c’era chi addirittura saltava l’intervallo per non perdere la macchina.

E i lavori erano tra Ponte Sant’Antonio e Ponte Talvera, giusto?

Michele Lettieri mi raccontò che il progetto aveva bisogno di consenso, per cui decise di iniziare da Ponte Talvera, in quanto la gente che passava si affacciava al parapetto e vedeva queste macchine, questi soldati lavorare e quindi nessuno ebbe più il coraggio di ritirarsi dall’opera, né il Comune, né i militari. Poi i campi da calcio vennero fatti, ma furono l’ultima opera in tutto questo cantiere.

Può raccontarci qualcosa su come Lettieri fosse come insegnante?

Si dice che non si limitasse ad insegnare la topografia, e a portare gli studenti nel greto del torrente per un’ora. Lui “si dimenticava” di farli rientrare (e pure di dar loro i voti), per cui saltavano anche le altre lezioni, mandando su tutte le furie il suo preside, l’ingegner Morrione. Gli studenti collaborarono attivamente alla progettazione dei lavori. E una volta diplomati, questi ragazzi erano geometri veri, visto che la pratica l’avevano fatta realmente. 

Ha qualche ricordo recente di Michele Lettieri?

Ricordo l’ultima volta che se l’è sentita di fare una passeggiata da Via della Roggia, dove abitava nella casa di riposo, fino all’inizio del Ponte Talvera, dove ci siamo affacciati al parapetto. Era un Martedì Grasso, i Prati erano pieni di bambini in maschera, l’erba confusa con i coriandoli. Devo dire che la vista di Michele Lettieri non era più così capace di distinguere, però si capiva che respirava a pieni polmoni. Quel vociare, quei colori, quel movimento sui suoi prati. Credo che si sia portata via quell’immagine fino all’ultimo minuto della sua vita.

Autore: Till Antonio Mola

B.O.M.: le giovani menti aperte si ritrovano in biblioteca

Jacopo Schiesaro, da tempo attivo nella realtà culturale bolzanina, è un operatore determinato a promuovere la salute mentale nella comunità. Sin dalle superiori ha iniziato un percorso fuori dalle aule scolastiche per avvicinarsi alla cultura, partecipando a diversi progetti culturali e sociali. Il suo bisogno di affrontare il tema della salute mentale è sorto da esperienze personali che lo hanno spinto a voler abbatterne il tabù. Il Collettivo Open Mind è nato con l’obiettivo di creare un gruppo libero da pregiudizi dove le persone, soprattutto quelle di età compresa tra i 18 ed i 35 anni, possano confrontarsi apertamente su diversi temi, incluso quello della salute mentale.

Il collettivo si compone di 28 volontari e comprende anche diverse figure professionali quali psicologi, assistenti sociali, bibliotecari e un’assistente alla maternità. La forza trainante di questo progetto è l’empatia e il desiderio di creare una comunità accogliente e solidale. Il progetto BOM, Biblioteca Open Mind, nasce per rivedere il concetto di biblioteca e promuovere la narrazione come strumento per comprendere la salute mentale. “La biblioteca è uno spazio che può essere vissuto e il nostro obiettivo è che BOM diventi un luogo in cui una persona possa sentirsi accolta e raccontarsi liberamente” afferma Jacopo Schiesaro. La Biblioteca è sostenuta dall’associazione Be Young, all’interno del quale si svolgono gli incontri mensili. Inoltre all’interno dello spazio Drin si possono prendere in prestito i libri dedicati al tema della salute mentale. Lo scopo non è quello di creare un gruppo di assistenza o di autoaiuto, ma quello di normalizzare la necessità di cercare sostegno e supporto nei momenti difficili. “Siamo spesso abituati a stare male senza fare rumore” afferma Schiesaro. Tra le attività proposte vengono organizzate delle trasferte per visitare diverse realtà culturali e sociali nazionali come, ad esempio, la biblioteca sociale UAU di Brescia, la Biblioteca degli Oggetti Leila di Bologna e l’Accademia di Comunità “La Foresta” di Rovereto. Ogni mese vengono organizzati inoltre incontri aperti alla cittadinanza e talk con esponenti della cultura con cui i ragazzi possono confrontarsi e creare un dialogo costruttivo. Un’iniziativa particolarmente interessante è quella di creare un “finto farmaco” all’interno del quale ci sono due foglietti illustrativi contenenti informazioni sulla salute mentale e una mappa dei servizi disponibili a Bolzano. Inoltre BOM sta lavorando a un libro che raccoglie 30 interviste relative alle storie di giovani adulti, con l’obiettivo di colmare il vuoto informativo sulla salute mentale. BOM Biblioteca Open Mind si trova in Viale Trieste 30 a Bolzano. 

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

Dj Giangee: la musica come espressione dell’anima 

Gianluca Comploj, in arte dj Giangee, è un noto artista brissinese che ci ha raccontato il suo amore per la musica in tutte le sue sfumature.  

Quando è nata la tua passione per la musica? 

La mia passione non ha una data di nascita precisa, ho davvero un’infinità di ricordi legati a diverse canzoni, devo tantissimo ai miei genitori che mi hanno sempre cresciuto a pane e audio cassette. Dai primi album di Luca Carboni che ascoltavo da bambino alle sessioni di Slayer/ Slipknot in solitaria da adolescente. Per darti una linea temporale mi piace pensare che la mia passione sia nata da quando sono riuscito a registrare le prime frequenze in testa!

Come si sono evoluti i tuoi gusti musicali nel tempo? Da quali fattori, persone o gruppi musicali sei stato maggiormente influenzato?

Sono sempre stato una persona con gusti musicali variegati, sono cresciuto a suon di rock, blues, jazz e musica etnica per poi conoscere, con l’evoluzione parallela del mondo della musica, la musica elettronica ed è stato amore a prima vista! Le sonorità che mi hanno influenzato principalmente sono state sicuramente le percussioni, i fiati, la musica blues e jazz. I personaggi e i gruppi che mi hanno influenzato di più sono stati Jimi Hendrix, i Dire Straits, i Police , Enya, Zucchero e Pino Daniele per poi ampliare la mia visione sul mondo dell’elettronica con artisti come Joe T Vannelli, Ralf e la vecchia scuola dell’hip hop Italiano da Bassi Maestro a Frankie hi NRG.

Qual è il singolo a cui sei più legato e perché?

è il primo singolo che ho scritto: SEA WOLF. Quando ho registrato il brano per me era tutto nuovo e per la prima volta ho avuto la possibilità di andare a registrare in uno “studio”. Mi ricordo come se fosse ieri come e quando l’ho prodotta, registravo un mio amico che accordava una chitarra, altri amici con il sax e un paio di microfoni arrangiati. È stato tutto davvero magico.

Qual è il tuo rapporto con i vinili? Quanto sono importanti per la tua musica? 

I vinili per me hanno sempre avuto un ruolo importantissimo. Fin da bambino ammiravo chi sapeva mixare e scratchare e grazie a questo ho iniziato a voler imparare e migliorare la tecnica del mixare con i dischi, oltre a voler accumularne sempre più. Non dimenticherò mai la mia prima lezione con lo storico DJ Dino, che mi ha fatto mixare talmente tante volte il brano “In the music – deepswing” che ormai il disco avrà un solco al posto della traccia. Per me i dischi sono fondamentali non solo per suonare, ma anche per campionarli e usare qualche sample ritagliato da qualche brano che mi fa impazzire, per iniziare a produrre una bella traccia in studio.

Cosa vuoi trasmettere con la tua musica?

Lo scopo è far immedesimare l’ascoltatore, vorrei riuscire condividere tutte le emozioni, compresa l’energia che ho provato nel comporre il brano. Mi piace l’idea che l’ascoltatore possa entrare in sincronia con il brano. Vorrei che la mia musica riuscisse a far staccare dalla vita quotidiana e far vivere un momento pieno ed emozionante, sollevando l’ascoltatore per qualche istante da qualsiasi tipo di dovere o responsabilità. Ho sempre considerato la musica come un mezzo. Dove ti porta però, lo decide solo l’ascoltatore!

Qual è stata la tua più grande soddisfazione in questo percorso?  

Sicuramente una delle più grandi soddisfazioni è stata la prima console da dj che ho comprato con i miei primi soldini. Poi sono arrivati i primi passi fatti su un giradischi con risultati decenti e la firma del mio primo contratto musicale con un’etichetta. Sicuramente un grande orgoglio è essere riconosciuto non solo come dj, ma anche come artista.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe trasformare questa passione nel mio lavoro, continuare a produrre e suonare, crescere artisticamente, conoscere sempre più gente del settore, comporre più brani possibili e collaborare con i migliori per poter prendere spunto dalle loro tecniche. Insomma il mio progetto è di continuare a imparare e conoscere per riuscire a fare di ciò che amo il mio antidoto alla quotidianità.

Autori: Redazione COOLtour

Una giusta dieta è importante in ogni fase della vita

Nella nostra rubrica QuiDonna oggi incontriamo Chiara Riva, una giovane quanto appassionata dietista. L’indagine sul cibo e la sfera nutrizionale per lei partono da lontano, negli affetti famigliari e nei giochi di bambina. Ama il cibo sano e di qualità, le ricette della tradizione emiliana, veneta e tirolese corrispondenti alle sue stesse radici. Per fare di questo universo gustoso la sua professione ha affrontato gli studi necessari e i tirocini che l’hanno portata ad approfondire sempre di più le sue conoscenze e le sue esperienze. Oggi è desiderosa di aiutare le giovani ad impostare una corretta alimentazione che le sosterrà negli anni a venire. La sua attenzione per le diverse fasi della vita di una donna ne fanno una importante alleata ad ogni età. 

Qual è il percorso di studi per la sua professione? 

Per poter diventare dietista bisogna conseguire la laurea di primo livello in dietistica. Il corso ha durata triennale e si articola in un percorso teorico e pratico. Nei tre anni di studio vengono svolte 1500 ore di tirocinio in diversi ambiti: presso ospedali, cliniche specializzate, ristorazione collettiva e produzione alimentare, in modo tale da offrire allo studente un’ampia prospettiva lavorativa.La nostra figura rientra tre le professioni sanitarie e ci occupiamo dell’alimentazione nel paziente sano e affetto da patologie, stilando piani alimentari grammati e non, sotto prescrizione medica. Inoltre collaborando con altre figure sanitarie trattiamo in un team multidisciplinare i disturbi del comportamento alimentare.
Molto importante a mio avviso è poi la sfera dell’educazione alimentare che mai dovrebbe mancare in una consulenza, indipendentemente dal motivo dell’invio. Recita infatti la definizione del profilo professionale il dietista è: “Il professionista sanitario competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell’alimentazione e della nutrizione, ivi compresi gli aspetti educativi e di collaborazione all’attuazione delle politiche alimentari” (DM 744/94, profilo professionale del Dietista).

Com’è nata questa sua passione? 

Fin da piccola ho sempre amato cucinare ma soprattutto mangiare. Ho avuto la fortuna di passare molto tempo con i miei nonni che mi hanno trasmesso la loro grande passione per la cucina bolognese ed altoatesina. Ricordo ancora i sabati pomeriggio passati a impastare  canederli o a preparare tortellini.
Da lì è partito il mio interesse per l’ambito alimentare. Dopo la laurea in lingue ho così deciso di intraprendere questa strada per conciliare la mia passione per la cucina sana e genuina e poterla mettere a disposizione di chi con il cibo ha un rapporto a volte conflittuale. 

Cosa significa dieta sana? 

Questa è una bellissima domanda. Spesso inizio i percorsi chiedendo al paziente cosa significhi per lei/lui il termine dieta, e puntualmente la risposta riporta termini come eliminazione, sofferenza e mero dimagrimento. 
Il concetto di dieta va pensato invece come un percorso a 360 gradi volto ad ottenere salute e benessere. Etimologicamente parlando, infatti, il concetto di dieta deriva dal termine greco daitia che significa alimentazione bilanciata, stile di vita attivo non rinunciando alla  convivialità. Personalmente quando penso al concetto di dieta sana non posso che pensare alla dieta mediterranea, una dieta semplice, prevalentemente vegetale e ricchissima di “nutraceutici”. Questo pattern alimentare permette di mantenersi in forma, prevenire  e migliorare molte patologie cronico degenerative. 
Inoltre uno dei punti cardine della DM è la sua semplicità e sostenibilità, dove per sostenibile non intendiamo solo l’aspetto ambientale, ma la “fattibilità / attuabilità”  con cui  la persona riesce a seguire il piano dietetico. È esperienza comune che molti pazienti che seguono diete particolarmente rigide le abbandonino dopo qualche tempo riprendendo il peso perso con interessi. 

Pensando alle diverse fasi della vita di una donna come dovrebbe cambiare la dieta? 

La donna nell’arco della sua vita va incontro a modificazioni ormonali che comportano molti cambiamenti a livello fisico-biologico, emozionale, di composizione corporea e di condotta alimentare.Far fronte in ognuna di queste fasi alle diverse esigenze nutrizionali risulta pertanto essenziale. 

Alcuni esempi in linea generale? 

Durante la gravidanza è consigliato ridurre l’apporto di zuccheri semplici per contrastare l’effetto diabetogeno insito in questo particolare periodo. Durante la menopausa è essenziale invece l’apporto di proteine, di calcio e di vitamina D per prevenire le problematiche legate al metabolismo osseo. 

Quali nutrienti sono indispensabili e quando? 

In una dieta bilanciata dovrebbero sempre essere presenti tutti i macro e micronutrienti. 
Per macronutrienti intendiamo i carboidrati (pasta, pane, riso, patate), le proteine (legumi, pesce, formaggio, uova e carne) e i lipidi/grassi (olio, frutta secca, burro).
Nei micronutrienti rientrano invece le vitamine e i minerali particolarmente presenti in frutta e verdura.  
Tali componenti dovrebbero essere presenti ad ogni pasto della giornata cercando di variare il più possibile tra gli alimenti delle diverse classi. 

Un ultimo consiglio dedicato alle adolescenti. 

Oggi giorno veniamo bombardati quotidianamente dalle cosiddette Fad Diets, diete estremamente restrittive che promettono risultati strabilianti in poco tempo. La verità?..Sono diete pericolose, perché non sono bilanciate e purtroppo spesso demonizzano singoli alimenti o ancor peggio interi gruppi alimentari (molto spesso carboidrati) che vengono esclusi dalla dieta senza alcun fondamento scientifico. 
Ai giovani inoltre darei questo messaggio: non seguite diete fai da te o consigliate da personale non qualificato. Se volete migliorare la vostra alimentazione o intraprendere un percorso di dimagrimento affidatevi ad un professionista.  
Sarebbe inoltre particolarmente importante investire maggiormente in progetti di educazione alimentare fin dalle scuole primarie. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Giovani decatleti crescono

Argento per Kevin Lubello del CSS Leonardo da Vinci ai campionati italiani di prove multiple indoor U20. Il diciottenne eptatleta di Bolzano ha totalizzato 5.103 punti. Dopo cinque gare Lubello era ancora in testa alla classifica generale, ma alla fine ha dovuto cedere il passo al lombardo Tommaso Franzè. Oggi andremo ad intervistare il suo allenatore, Riccardo Vantini, per scoprire qualcosa in più su questo giovane talento bolzanino.

Ciao Riccardo, raccontaci un po’ quando vi siete conosciuti…

Kevin è mio atleta da ormai tre anni, prima era nella SAF Bolzano, poi ha deciso di cambiare società; è arrivato al CSS come saltatore, faceva salto in alto principalmente. Negli anni successivi Kevin ha avuto piacere di provare qualcosa di diverso e ha iniziato con le prove multiple, passando proprio a questa disciplina in maniera definitiva.

Quante volte a settimana vi allenate? Che tipo di allenamento fate?

Kevin si allena solitamente sei o sette volte a settimana e gli allenamenti sono piuttosto lunghi perché spesso allena più di una disciplina alla volta.

Campionati italiani… c’è stato il primo exploit… ve lo aspettavate?

Sì, io mi aspettavo che sarebbe andato bene, già l’anno scorso comunque al campionato italiano era andato bene. Quest’ inverno ha fatto un gran bel lavoro profondo e ha imparato molto; settimane prima della gara già vedevo che era in un ottimo stato di forma e sapevo che si poteva giocare una medaglia.

Raccontaci un po’ com’è andata la gara…

Ha esordito molto bene sui sessanta metri dove ha fatto un grandissimo miglioramento, poi nel salto in lungo ha fatto veramente bene (sei metri e ottanta); già dopo le prime due gare era primo. Nel peso avevo paura che non riuscisse a reggere, perché ha una struttura un po’ esile, ma invece si è difeso bene. Va detto che i ragazzi lavorano molto bene dal punto di vista tecnico, per i lanci e i getti ci facciamo aiutare anche da un allenatore del Lagarina, Paolo Chiusole. Poi Kevin nell’alto è stato incredibile! La cosa interessante è che c’era sua sorella a guardare e mi ha chiesto quanto avrebbe fatto secondo me, e io le ho detto “guarda, se la gara va male, un metro e novantuno, se la gara va bene uno e novantasette”, la gara è andata bene (ride n.d.r.). 
Negli ostacoli è andato molto bene, è riuscito a pareggiare il suo stagionale, sull’asta invece un po’ sottotono, quest’inverno non abbiamo saltato molto non avendo un impianto indoor in regione. Infine, nei mille metri, quando ha capito che comunque non sarebbe riuscito a vincere e che il secondo posto era ormai suo, ha lasciato un po’ andare e ha concluso in tranquillità. 

Prossimi obiettivi?

Sicuramente fare bene alle outdoor. Un piccolo sogno nel cassetto sarebbe poterlo vedere con la maglia azzurra. Quest’anno sarà difficile, ci sono i mondiali e il limite di partecipazione è molto alto, ma l’anno prossimo gli europei dovrebbero essere alla sua portata.

Cosa vorresti dire a Kevin?

Kevin… sono molto fiero di te! 

CSS e prove multiple, c’è un bel movimento ultimamente…

Quello che a me piace in questo momento dei ragazzi è che hanno un gruppo di lavoro e si allenano assieme, dagli assoluti come Jan Fragiacomo ai nostri junior Kevin, Mattia Graif e Daniele Tomasi fino ai più piccolini Mattia Andreasi, Mattia Giovanazzi, Francesco Antonelli e Marco Santoni. Stare assieme è la loro forza. Stare tre ore al campo da soli è difficile, farlo assieme è tutta un’altra cosa.

Autore: Niccolò Dametto

Case: prezzi impossibili

In Alto Adige e in particolare a Bolzano i prezzi degli alloggi in vendita e in affitto hanno raggiunto livelli tali da mettere in crisi non solo la maggior parte delle giovani famiglie autoctone, ma anche molti dei lavoratori e studenti che giungono da fuori provincia. Si tratta di dinamiche che rischiano di avere ripercussioni molto significative sia sulla demografia che sulla composizione stessa della società altoatesina, sempre meno in grado di rinnovarsi. Il costo della vita in Alto Adige rischia di aggravare la carenza di personale che si registra da tempo in molteplici settori, nella sanità in primis. Ne abbiamo parlato con Marino Melissano, ex dirigente scolastico a Bolzano e segretario generale di Altroconsumo. 

Per acquistare casa a Bolzano occorrono oggi in media quasi 4700 euro a metro quadro, ovvero 1500 euro in più della media nazionale. Il capoluogo altoatesino è secondo solo a Milano, in questa speciale classifica  stilata dall’Osservatorio trimestrale del portale Immobiliare.it
A Bolzano ormai poi per un appartamento in affitto occorrono 1.500 euro al mese. Gli economisti dicono che un affitto equo dovrebbe corrispondere al 30% dello stipendio. Ma quale famiglia oggi a Bolzano può contare su 5mila euro al mese di stipendio?
Per non parlare del fatto che gli affitti oggi, soprattutto nel capoluogo, sono vincolati a clausole vessatorie quali fideiussioni, numerose mensilità anticipate e – spesso – adeguamenti automatici all’inflazione. Cosa che, naturalmente, non avviene per gli stipendi. I problemi economici per le giovani famiglie, diventano quindi quasi insormontabili per i giovani single, sempre che non abbiano patrimoni o genitori alle spalle che li sostengono. La conseguenza di ciò è che sempre più persone decidono di cercare un’abitazione fuori dal capoluogo o – addirittura – lasciare del tutto la provincia di Bolzano. Il progressivo calo demografico di Bolzano, certificato nei giorni scorsi, è forse solo appena iniziato. Di queste cose ne abbiamo parlato con Marino Melissano di Altroconsumo, che da anni segue i rincari nel mercato immobiliare del capoluogo.  

L’INTERVISTA

Per quale motivo ci ritroviamo con i prezzi per gli alloggi, in affitto e in vendita, più alti d’Italia? Siamo secondi solo a Milano, è possibile?

In merito qualcuno ha suggerito delle motivazioni. C’è chi dice che sì, Bolzano è una città cara, ma che d’altronde non c’è disoccupazione e quindi bene o male tutti possono permettersi di acquistare o prendere un alloggio in affitto. Poi si osserva che mancano terreni per le nuove costruzioni e che quindi è logico che i prezzi degli alloggi lievitino, visto che ai prezzi dei terreni si aggiungono costi di costruzione tutt’altro che contenuti. Queste due motivazioni, devo dire, non mi convincono più di tanto. Mi convince piuttosto di più chi dice che a Bolzano ci sono molte agevolazioni, sia per l’acquisto che per l’affitto, e che queste finiscono per dare ai prezzi una spinta verso l’alto. Chi vende sa che chi acquista o va in affitto può accedere a queste agevolazioni, e questa dinamica alza i prezzi. Questo meccanismo però, a bene vedere, c’è sempre stato. Ma i prezzi in passato non erano mai stati così alti. La legge di mercato dice poi che se c’è poca offerta e tanta domanda, i prezzi salgono. Questo però di nuovo mi convince di meno, perché a Bolzano i prezzi sono rimasti alti anche quando la domanda era calata, come è avvenuto durante il periodo del covid. Un’altra motivazione che viene addotta è che in Alto Adige l’economia tira e c’è poca concorrenza, in tutti i settori. Dicono che dove c’è poca concorrenza per forza di cose è alto il costo della vita così come i prezzi delle abitazioni. Questa motivazione in effetti è convincente e sono anni che le associazioni dei consumatori denunciano questa situazione. Chiedendo dei correttivi.

D’altronde Bolzano è la città d’Italia più ricca non solo dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini ma anche della disponibilità economica dell’amministrazione pubblica, provinciale in primis. Ecco: la politica cosa può fare per arginare questo caro casa? 

Già da qualche anno sono stati identificati dei possibili interventi correttivi. Ma poi alla teoria non è seguita la pratica. Ad esempio per rendere di nuovo disponibili i tanti alloggi sfitti sono state fatte delle ipotesi di intervento. Ma siamo rimasti alle ipotesi.

Si ha la sensazione che, alla fine, gli interessi dei proprietari finiscono sempre per prevalere… 

Esatto. Ma poi ci sono le altre possibilità di intervento identificate. Per esempio si è parlato di alloggi multigenerazionali da realizzare e poi di recuperare le tante abitazioni di grandi dimensioni che al momento sono occupati da una sola persona… Poi occorrerebbe anche riflettere sulla distribuzione degli alloggi sociali su base etnica. Non corrisponde alla realtà del bisogno.

Le giustificazioni ci sono. Per gli alloggi multigenerazionali i tempi di realizzazione rischiano di essere troppo lunghi, e anche spostare le persone singole in alloggi più piccoli è tutt’altro che semplice… Per quanto riguarda il riequilibrio nella distribuzione degli alloggi sulla base della sola necessità e non dell’appartenenza linguistica, si vanno poi a toccare fili scoperti. La politica, forse, oggi non ha le capacità o il coraggio per muoversi su terreni così delicati dal punto di vista del mantenimento del consenso elettorale…  

Come ho già detto: vorrei che il politico di turno passasse finalmente dalla teoria alla pratica. In questa fase basterebbero anche dei singoli segnali, come portare finalmente a compimento il progetto di recupero a fini residenziali con affitti calmierati per giovani per l’edificio degli ex telefoni di stato in Corso Italia a Bolzano. I progetti non possono restare progetti. Sono fatti per essere finalmente realizzati. Lo stesso discorso vale per gli edifici multigenerazionali. La legge provinciale che li indica è nata nel 2022 e nel 2023 è arrivato il regolamento di esecuzione. La legge prevede alloggi per giovani, anziani e disabili. Peccato però che nella legge stessa si dica che prima ci vuole la pianificazione del territorio. Non si deve fare così! 

Già. Per i piani urbanistici ci vogliono anni, e intanto la gente se ne va. Ed è proprio dei giorni scorsi la notizia che la popolazione di Bolzano ha iniziato a diminuire. Sono in tanti, ormai, che rinunciano a cercare un alloggio a Bolzano. Quando va bene cercano in periferia, quando va male decidono proprio di lasciare la nostra provincia, perché non vedono qui una sostenibilità economica in ottica futura. E si tratta – purtroppo – soprattutto di giovani.  

A ben vedere si tratta di problemi che non si presentano solo da noi. Però altrove – nel passato e anche e soprattutto nel presente – delle soluzioni concrete sono state provate, per governare queste situazioni. 

Sì, perché non siamo solo noi ad essere “malati” di benessere…

Già. In Austria si pratica l’affitto a prezzi contenuti anche alle classi medie e il 40% dei cittadini di Vienna vive in case pubbliche. Questo crea un mix abitativo che rende forte il tessuto urbano. In Francia i comuni con più di 3.500 abitanti sono obbligati a raggiungere almeno il 25% di social housing. In Olanda si può acquistare solo una casa per la residenza ed è vietato acquistare la seconda casa per fini speculativi. Dal 2006 la Germania ha creato più di 540 alloggi multigenerazionali. L’Italia è il fanalino di coda, ma nella ricca provincia di Bolzano ci aspetteremmo una maggiore attenzione a un’abitabilità più sociale, meno cara, più attenta ai bisogni dei cittadini. 

Insomma: ci vuole coraggio politico. Altrimenti non si va da nessuna parte. E anche lungimiranza. Ad esempio per iniziare a limitare la pratica di riservare centinaia di alloggi ad uso turistico estemporaneo, spesso tra l’altro difficilmente tracciabile anche dal fisco. 

Sì. E se sul patrimonio edilizio esistente è difficile agire, si può farlo invece sulle nuove costruzioni. I paesi europei hanno senz’altro la possibilità di decidere di riservare programmaticamente all’edilizia sociale una percentuale specifica delle nuove costruzioni. Se altrove si fa, perché non deve essere possibile farlo anche da noi? Le basi normative ci sono già! Ci si mette attorno a un tavolo e si decide, ad esempio, che il 10% delle nuove costruzioni devono essere in cohousing. Le cooperative che potrebbero gestire queste cose ce le abbiamo già. E la Provincia sarebbe anche nelle condizioni di poter “incentivare” dal punto di vista economico queste nuove pratiche abitative. 

Negli ultimi mesi in realtà sono successe due cose che hanno dato un pizzico di speranza. Si è trattato di due grida di allarme. La prima è venuta dagli imprenditori che fanno sempre più fatica a trattenere il personale giovane e altamente specializzato e che, dopo essere arrivato, getta la spugna a causa del costo della vita troppo elevato e nell’impossibilità di trovare alloggi economicamente sostenibili, specie se intendono formarsi una famiglia. Il secondo grido, collegato al primo, è giunto dall’Università di Bolzano che si sta sviluppando con nuove facoltà fortemente volute (ingegneria e medicina) ma che non sa più dove mettere gli studenti. Per non parlare dei prezzi folli delle (poche) camere in affitto. Questi appelli possono contribuire a dare coraggio a politici e locatori privati? 

Per il momento purtroppo non sto vedendo alcun passo avanti. Ci riempiamo la bocca decantando l’eccellenza della nostra università trilingue con lo scopo di attirare studenti da fuori. Ma è evidente: se andiamo avanti così sarà sempre più difficile attirarli. E questo ci si rivolterà contro. Pensando allo sviluppo dell’università, occorrerebbe pensare prima di tutto agli alloggi, e poi fare tutto il resto. In più ci sarà un motivo se l’80 per cento degli altoatesini se ne va altrove a studiare. Occorrerebbe rifletterci… 

Autore: Luca Sticcotti

Il coro Plose di Bressanone fa rivivere lo spirito della montagna

Nato nel 1964 il Coro Plose C.A.I. Bressanone ha una lunga storia alle spalle, caratterizzata da un’intensa attività e quest’anno si appresta a festeggiare l’anniversario dei 60 anni dalla sua fondazione. Abbiamo avuto il piacere di parlarne con Maurizio Brocco, presidente del coro. 

Quando e come è nato il coro Plose C.A.I. Bressanone?

Il Coro Plose C.A.I. è nato 60 anni fa proprio sulle panchine dei Giardini Rapp a Bressanone dove alcuni giovani brissinesi hanno mosso i primi passi nell´allora inesplorato mondo del canto corale e, con grande passione e divertimento, hanno dato vita ad un piccolo e inesperto coro. Negli anni il coro è cresciuto ed è diventato un riferimento per l´attività culturale della nostra città. Attraverso concerti ed eventi ha saputo conquistare un numeroso pubblico di appassionati del canto popolare.

Com’è composto il coro?

Attualmente il coro è composto da 26 elementi: 7 nel gruppo dei tenori primi, 8 nei tenori secondi, 7 nei baritoni, 4 nei bassi. Il coro attualmente è diretto dal maestro Stefano Barberio di Bressanone.

Qual è il vostro repertorio?

Ci concentriamo tipicamente canti di montagna e della tradizione popolare.

Negli anni avete partecipato a eventi davvero importanti. Qual è quello che le è rimasto più impresso?

Il Coro Plose ha finora all’attivo circa 900 concerti. Sicuramente una delle nostre partecipazioni più sentite è stata quella del 2010 a Roma dove, in occasione della consegna ufficiale dell’Albero di Natale alla Santa Sede proveniente dal Comune di Luson, il Coro ha accompagnato una delegazione di Bressanone e si è potuto esibire davanti al Santo Padre Benedetto 16.mo all’interno della Sala Clementina in Vaticano e poi ancora in Piazza San Pietro durante la cerimonia ufficiale di accensione dell’albero.

Cosa avete in programma per quest’anno? Avete già dei programmi per il festeggiamento dei sessanta anni del coro?

In questo 2024 il nostro coro ha in programma un´attività particolarmente intensa proprio per festeggiare nel migliore dei modi i 60 anni di attività. L´evento più importante sarà comunque ad ottobre, quando sabato 19 proporremo alla Cusano un concerto con la partecipazione del coro Vós de Mont dalla provincia di Udine, un coro molto conosciuto e guidato dal maestro Marco Maiero, considerato uno dei principali maestri della coralità italiana. Anche noi del Plose abbiamo in repertorio diverse canzoni dal lui stesso scritte e armonizzate.

Qual è il segreto della longevità e dell’entusiasmo di questo coro?

La passione, ma anche il costante impegno e sacrifici di coristi e maestri, hanno permesso 60 anni di ininterrotta attività. Inoltre da sempre il nostro coro è ambasciatore del canto popolare e di montagna. Il coro è fatto di amicizia, di impegno personale, di divertimento e di responsabilità. Tutti stanno insieme legati dalla passione per il canto e dalla stima reciproca e vivono il volontariato nella sua espressione più genuina. Il coro esige però sempre serietà e perseveranza, ma restituisce gioia e allegria, in incontri, conoscenze e soddisfazioni.

Autori: redazione COOLtour

Anna Pezzetta: giovane promessa del pattinaggio

Il pattinaggio artistico è uno delle discipline più seguite alle Olimpiadi Invernali e da qualche edizione è stata introdotta anche la prova a squadre. Da quando si è ritirata Carolina Kostner, la prova femminile costituisce l’anello debole della nostra squadra, proprio ora che siamo competitivi nelle altre tre specialità. Tuttavia, nei prossimi anni questa tendenza proverà ad essere invertita da Anna Pezzetta, giovanissimo talento bolzanino in rampa di lancio in questo sport. Andiamo a scoprire la sua storia e a conoscere i suoi obbiettivi futuri.

Ciao Anna, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Anna Pezzetta, sono nata a Bolzano nel 2007 e qui sono cresciuta; ho frequentato la scuola a Bolzano fino a quando mi sono spostata alla scuola di Egna, dove mi allenavo.  Al momento sto finendo il liceo linguistico. 

Quando hai iniziato a pattinare?

Ho iniziato quando ero molto giovane, avevo cinque anni. Mio fratello giocava a hockey e io mi trovavo spesso al palaghiaccio, quando, un giorno, ho voluto provare a pattinare anche io e i miei genitori mi hanno iscritta a dei corsi a Bolzano. Da quel momento non ho più smesso.

Dove ti alleni?

Da settembre 2023 purtroppo non mi alleno più ad Egna, ma mi alleno al forum di Assago, a Milano. L’Arena di Egna ci ha comunicato che non ci sarebbe stato più posto per noi dell’artistico e che avrebbero tenuto solo la danza sul ghiaccio a Egna. Abbiamo deciso così, io e il mio team, di spostarci ad Assago. 

Ci descrivi una tua giornata tipo?

La mattina mi sveglio per le 7 e dopo la colazione vado alla pista per iniziare gli allenamenti che durano dalle 9 circa alle 15. Si inizia con il riscaldamento a secco e poi con l’allenamento sul ghiaccio, e finisco con danza oppure ginnastica, in base ai giorni. Finiti gli allenamenti vado a casa per seguire le lezioni scolastiche online. In mezzo alla giornata cerco di fare stretching per recuperare dagli allenamenti. Finite le lezioni preparo la cena, mi rilasso guardando delle serie tv e vado a dormire.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Mi alleno sei volte a settimana, sicuramente i sacrifici sono tanti sia da parte mia sia da parte di chi mi supporta in questo percorso, a partire dalla mia famiglia e a tutto il team che mi segue. Sono sacrifici che faccio perché amo questo sport e pattinando da quasi tutta la mia vita ormai non li vedo nemmeno più come “sacrifici”, ma quasi come la normalità.

Che cosa ti piace di più di questo sport?

La cosa che mi piace di più è scivolare sul ghiaccio e saltare, ma anche viaggiare per le gare e incontrare nuovi amici che vengono da paesi diversi.

Hobby?

Sì, ne ho diversi, ma purtroppo non ho tantissimo tempo per praticarli. Mi piace nuotare, andare al cinema e fare shopping oppure semplicemente passare del tempo con gli amici. Una cosa che mi manca molto è giocare con i miei animali domestici (cani e gatti) che purtroppo non riesco più a vedere molto, non abitando più a casa.

Obiettivi futuri?

Preferisco rimanere sul vago, sono molto scaramantica (ride n.d.r.). Sicuramente dare il meglio di me stessa in tutto quello che faccio. L’obbiettivo e il sogno principale sono ovviamente, come per tutti gli atleti, le olimpiadi.

La città di Bolzano ti ha aiutato a raggiungere i tuoi obbiettivi?

Di recente sono stata inserita nel “progetto elite” che sostiene economicamente, attraverso la Südtirol Sporthilfe, gli atleti nel periodo preolimpico. È un aiuto molto importante di cui sono molto grata.

Autore: Niccolò Dametto

Philip Gaida, di professione artista: mente e spirito libero

Philip Gaida è un artista visivo di origine francese che da oltre 25 anni vive a Laives. Oggi di anni Gaida ne ha 66. Il papà avrebbe voluto farlo frequentare la scuola piloti di Air France, ma il giovane Philip a 18 anni non aveva né la voglia, né l’energia di affrontare due anni di studi di matematica, il presupposto per fare la scuola piloti. Scelse allora altre vie: prima frequentò la scuola d’arte e poi la vita lo portò a lavorare in giro per il mondo, seguendo la sua innata natura creativa e la sua curiosità. Oggi è un artista quotato negli albi ufficiali e questo vuol dire che le sue opere possono essere anche vendute nelle aste d’arte. Philip Gaida oggi è attivo anche come pittore in tempo reale durante spettacoli soprattutto musicali. Lo abbiamo incontrato nel suo atelier a Laives.

Come ti descriveresti?

In vita mia ho sempre cercato di seguire le mie passioni, che sono parte di me sin da piccolo, quando scoprii quella per il disegno e la pittura. Sono passioni che non mi hanno mai abbandonato, considerato che in pratica sono diventate il mio mestiere. Altre mie passioni sono l’aeronautica e lo sport: tra le altre cose sono istruttore di windsurf e di snowboard. Queste passioni sono anche una fonte di ispirazione per la mia arte.

Sei cresciuto in Francia ma hai girato il mondo. Tra le altre cose hai vissuto per un periodo negli Stati Uniti per conseguire il brevetto da pilota di aereo. Sei stato poi in Sud America, in Africa, in Asia, e comunque hai sempre portato avanti le tue passioni. 

Non si tratta di attività che si fanno in pochi giorni. Praticamente negli ultimi 50 anni ho cercato di combinare le mie passioni, partendo da una formazione base in arte. Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare durante i miei viaggi sia artisti che autentici esperti in determinate discipline, come la scenografia, attività per la quale ho avuto la possibilità di acquisire competenze sul campo; ora sono capace di dipingere in qualsiasi tema o formato. Lavoravo per i grandi tour operator, come per esempio Club Med e mi occupavo anche di allestimenti scenici.

Oggi ti occupi anche di pittura in tempo reale, ad esempio durante i concerti… 

Durante il “live painting”, la pittura dal vivo, improvviso e seguo la mia ispirazione. Quella dell’improvvisazione durante la musica dal vivo è una cosa abbastanza recente, l’ho fatto ad esempio durante i concerti di Agostino Accarino o Francesco Zanardo. Ci sono persone che dipingono sempre gli stessi soggetti. Io invece mi faccio ispirare nel tempo di una canzone e abbozzo un quadro. Può capitare che lo venda la stessa sera o che lo rielabori e lo integri in atelier in un momento successivo.
Mi è anche capitato di dipingere durante le fiere d’arte. Mi piace il contatto con il pubblico che può assistere al “making of”, alla creazione dell’opera d’arte. Spesso commentano e sono liberi di fare tutte le domande che vogliono.

Chi vuole vedere le tue opere cosa deve fare? 

Ho un sito internet, philipgaida.com; su appuntamento apro anche il mio atelier dove si ha la possibilità di vedere al momento circa 150 quadri e 200 disegni.

Autore: Till Antonio Mola