Un informatico a Zurigo

Alberto Masera è un bolzanino classe 2000 con una grande passione per l’informatica e per l’atletica. Dopo essersi laureato in Computer Science alla Libera Università di Bolzano, sta svolgendo un master in Svizzera. Oggi grazie alla sua esperienza andremo a scoprire assieme la città di Zurigo e conoscere la vita di un bolzanino all’estero.

Ciao Alberto, come sei finito a Zurigo?

Dopo aver passato tutta la mia vita a Bolzano ho deciso di provare a vedere se si potesse continuare l’esperienza universitaria attraverso un master all’estero, aggiungendo anche un po’ di economia al mio percorso di studi informatico. Ho deciso di partire perché volevo andare via di casa, fare un’esperienza diversa da quello che è il quotidiano qua a Bolzano. A Zurigo ci ero già stato come turista e mio fratello si è trasferito là a vivere con la sua famiglia. Zurigo è una città molto internazionale, dove comunque si parla il tedesco, una lingua a me già nota. Come turista non è una città che offre molto, ma come città in cui vivere è bellissima; la qualità di vita è molto alta e ci sono servizi di trasporto eccellenti (mi ero portato la bici da Bolzano per i brevi spostamenti cittadini, ma mi sono trovato da subito così bene con i bus e i tram che non l’ho quasi mai usata). I mezzi funzionano bene, sono comodi, puliti e puntuali.

Cosa ti manca di più di Bolzano?

Sicuramente le amicizie, le compagnie e la famiglia. Però la poca distanza da Bolzano (4 ore di macchina) mi permette di passare tranquillamente un week-end a casa. Ma la cosa che mi manca di più di tutte è vedere il Rosengarten al tramonto e in generale tutti i panorami mozzafiato altoatesini.

All’Italia cosa manca?

Potrei dire tante cose, ma credo manchi soprattutto l’apertura verso le altre persone, verso l’estero e le loro culture.Zurigo ti permette di crescere anche a livello culturale, è una città internazionale, ci sono moltissimi residenti stranieri e solo nel mio corso un buon 70-80 % degli studenti è di origine straniera.

Una cosa che lì è normale è che quando entri in un bar o quando fai una passeggiata, senti persone parlare in tantissime lingue diverse, nessuno viene guardato male, sembra quasi che ognuno pensi a sé stesso senza giudicare o “pre-giudicare” nessuno.

A livello sportivo come ti stai trovando?

Benissimo! A livello sportivo è un sogno vivere in Svizzera: ho la fortuna di allenarmi in una società molto ben organizzata e con un livello molto più alto di quello delle società di atletica bolzanine. Ci sono cinque allenamenti a settimana, che vengono già programmati settimanalmente e c’è la possibilità di fare una seduta di fisioterapia a settimana. Abbiamo sette allenatori fissi più diversi aiutanti, ognuno specializzato in diverse discipline che sono molto bravi e preparati.
In Alto Adige mi trovavo già molto bene, ma la qualità tecnica e la preparazione che hanno gli allenatori in Svizzera è un altro mondo.  Lo stato investe molto nello sport e si vede: le strutture d’allenamento sono molto all’avanguardia e ti permettono di allenarti con qualsiasi meteo possibile: ci sono piste outdoor, indoor, palestre e molto altro.

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

Finire il master e trovare lavoro in Svizzera. Sto pensando anche di fare un dottorato, però preferirei prima vivere un’esperienza lavorativa, mi piacerebbe fare ricerche per qualcosa di innovativo che potrebbe servire all’umanità, magari in una start-up o aiutando un progetto già esistente, una realtà che potrebbe aiutare più persone avendo grossi finanziamenti. Una cosa molto bella della Svizzera è che è molto più facile trovare lavoro, soprattutto nell’ambito informatico; hai tante opportunità ed è molto facile conoscere persone che hanno aziende e che hanno bisogno di collaboratori e di persone che hanno idee innovative.

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

A “ferro e fuoco” per la bella stagione

La primavera è arrivata, e anche a Laives si sentono i suoni della natura che si risveglia, il profumo dei fiori che sbocciano e… delle grigliate. A Laives si potrà godere di questo aroma particolare per dodici ore di fila durante la giornata del 29 aprile, quando in parco Marconi andrà in scena una grande kermesse di musica, spettacoli e gastronomia dal titolo “a ferro e fuoco”.

Sei esercizi pubblici, cinque associazioni, quattro musicisti, tre artisti coinvolti: sono i numeri della manifestazione che sabato 29 aprile lancerà la zona a sud di Bolzano verso la primavera, e un piccolo preludio ai grandi festeggiamenti che verranno celebrati a Laives nel corso dell’estate. 

“Una sorta di grande prova generale per il ciclo di eventi che stiamo organizzando per la bella stagione, denominato proprio ‘Pazza estate’ – spiega il direttore dell’ufficio Sociale e cultura, Paolo Brunini – si tratta di un esordio sotto molti punti di vista: perché è la prima volta che organizziamo una kermesse del genere, ma soprattutto perché ‘A ferro e fuoco’ sarà un evento capace di coinvolgere contemporaneamente tutte e tre le realtà che compongono il comune, unendo dunque Laives, Pineta e San Giacomo in un unico luogo per festeggiare assieme”. 

Dalle 11 del mattino dunque, verrà proposta  un’ampia e variegata offerta culinaria, fra l’altro a prezzi alla portata di tutti, e il programma di contorno sarà in grado di soddisfare ogni esigenza: si partirà già al mattino con i concerti, e dunque le esibizioni di Brigida, del dj Ivan, poi i “Cinnamon Rolls” e in serata il deejay Alessio B. Nel primo pomeriggio per i bambini non mancheranno gli spettacolo di burattini, e poi tanta animazione con i clown dell’associazione Sos smile (di cui parliamo nella storia di copertina nelle pagine 4 e 5), con le incursioni dell’artista di strada Francis Forlan, con i giochi dell’associazione genitori bambini Elki, e dopo le ore 21  ci sarà uno spettacolo di mangiafuoco con una vera professionista; grazie all’Arco club Laives si potrà provare a scagliare delle frecce, con l’associazione di Capoeira “Energia pura”  si potranno provare le mosse di questa scenografica arte marziale e dare una mano ai Paesi più poveri allo stand della bottega Altromercato.

“È tutto pronto – conclude Paolo Brunini – non ci resta che sperare nel bel tempo e nella risposta della cittadinanza: questa prima festa è un’ottima occasione per rilanciare l’economia locale, ma anche l’immagine di Laives”.

Autore: Luca Masiello

Il quindicesimo anniversario

Qui Bolzano compie 15 anni ed anche QuiMerano e QuiBassa Atesina sono molto vicini a questo traguardo. Rispetto al 2008 – quando Athesia pubblicò il suo primo giornale in lingua italiana – tante cose successe ed è il panorama dell’informazione in generale ad aver subito una serie di cambiamenti che è poco definire epocali. Una cosa è certa, i freepress QuiMedia continuano a giungere direttamente nelle case di decine di migliaia di abitanti della provincia di Bolzano, consolidando il loro ruolo di informare, raccontare ed essere un punto di riferimento per la vita delle comunità.

UN LUNGO PERCORSO

Era il 27 marzo del 2008 quando uscì per la prima volta QuiBolzano. Sull’onda del successo riscontrato dal primo quindicinale gratuito in lingua Italiana uscito in Alto Adige, nel settembre dello stesso anno fecero la loro comparsa le altre due edizioni dei nostri giornali QuiMedia che tuttora raggiungono più di 70 mila lettori direttamente a casa loro, nella buca delle lettere.
Nel corso degli anni le edizioni furono addirittura di più, arrivando ad interessare anche la vicina provincia di Trento (QuiTrento e QuiRovereto) e altre zone della provincia di Bolzano (QuiValleIsarco). Dal 2015 si tornò alla diffusione originaria che si andò quindi stabilizzando su QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina.
Dal 2008 ne è passata di acqua sotto i ponti e speriamo che in futuro possa passarne ancora molta, non solo in senso metaforico visti i tempi che corrono. Tante sono le persone che, nel corso di questi 15 anni, hanno lavorato con dedizione e con passione per far giungere a tutti voi i nostri giornali. Per primi vanno citati, per forza di cose, il nostro editore On. Michl Ebner e la prima direttrice dei nostri giornali Cristina Ferretti, che con grande determinazione hanno voluto prima ideare e poi sostenere l’idea che la crisi dell’informazione veicolata dalla carta stampata possa essere affrontata e in parte risolta, anche grazie alla proposta di un prodotto che possa giungere a destinazione gratuitamente, attraverso una diffusione davvero capillare.
Nei nostri giornali in questi anni hanno lavorato diversi giornalisti, d’esperienza o alle prime armi, grafici, impiegati amministrativi, addetti all’organizzazione e alla diffusione, agenti pubblicitari. A tutti loro va il nostro grazie, in particolare a coloro che ad un certo punto hanno terminato la loro collaborazione con QuiMedia. Se i nostri giornali, oggi, restano una presenza stabile e apprezzata nel panorama dell’informazione locale, lo dobbiamo anche e soprattutto a loro. Ma va anche detto che QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina oggi sono quello che sono soprattutto grazie a voi appassionati lettori e tantissimi investitori, pubblici e privati, che avete voluto dare un senso al nostro lavoro. Da una lato leggendo e fornendoci tanti feedback, e dall’altro finanziando i nostri giornali che – va detto – non godono di alcun contributo pubblico per il semplice fatto di essere pubblicati.
Nella primavera di 5 anni fa, in occasione del primo decennale di QuiMedia, ci ritrovammo tutti insieme al Teatro Cristallo di Bolzano, per una giornata di festa e al contempo di riflessione sul futuro della città capoluogo. Quest’anno, festeggiando un anniversario importante ma “intermedio”, ci limitiamo a pubblicare questa storia di copertina, che vuole essere da un lato un ringraziamento e dall’altro un momento per ribadire quali sono i motivi che ci animano, nel nostro imperterrito impegno di informarvi ed essere degli interlocutori affidabili per i territori in cui i nostri giornali escono.
Auguri!

UNA PRESENZA CONSOLIDATA

Nel panorama dell’informazione in provincia di Bolzano i freepress QuiMedia rivestono un ruolo peculiare, rappresentando in molti casi l’unico accesso ad una fonte d’informazione veicolata dal tradizionale supporto cartaceo. Com’è noto recentemente i media cartacei hanno suscitato un rinnovato interesse da parte dei cittadini, che tendono a vedere in essi i depositari di un’informazione autorevole e certificata, rispetto al bombardamento di notizie spesso non verificate e non verificabili che vengono veicolate dai social network. Gli stessi social network hanno però anche abituato molti cittadini all’idea che non si debba pagare per poter accedere alle notizie ed è per questo che i freepress si trovano dunque a giocare un ruolo particolarmente importante in quanto giungono gratuitamente a casa delle persone. I freepress hanno dunque davanti la sfida di risultare davvero interessanti e significativi, anche solo per poter essere presi in considerazione e quindi sfogliati e letti. Questo è il compito, rinnovato, che ci assumiamo nei vostri confronti, cari lettori. E per farlo ci basiamo su alcune scelte di fondo. Cogliamo dunque l’occasione del nostro “compleanno” per ribadirle.  

LA SCELTA DEI CONTENUTI

I contenuti di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono per scelta da un lato “locali” e dall’altro legati alla reale vita delle persone.
Non c’è nulla di virtuale, una volta tanto: essere locali per i nostri giornali vuol dire essere davvero “innervati” nei territori in cui vengono distribuiti. Stiamo parlando dei quartieri nella città di Bolzano, della città di Merano e del suo circondario, e delle varie località della Bassa Atesina. 
A ciò si aggiunge la consuetudine, che nei prossimi anni verrà ulteriormente rilanciata, di raccontare la vita delle persone, quelle reali, con le loro gioie e i loro dolori. Ma continuando nella scelta di lasciare volutamente sullo sfondo, nel racconto dei fatti, sia la “cronaca nera” che la cronaca politica nella sua accezione più specificatamente “partitica”. 

ESSERE UN “PONTE”

I freepress QuiMedia negli ultimi anni si sono distinti per il loro sforzo di essere un ponte, soprattutto tra le generazioni più lontane. Stiamo parlando degli anziani,  sempre più numerosi, e dei giovani sempre più impegnati, e in alcuni casi anche affaticati, nella loro difficile sfida di costruire il loro e il nostro futuro. Questo impegno verrà ulteriormente rafforzato. 
Ma il ponte non è solo tra le generazioni. Un altro aspetto della linea editoriale di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, è quello di guardare, seppure utilizzando la sola lingua italiana, all’intera realtà altoatesina e quindi alla vita e alle vicende delle persone dei tre gruppi linguistici ufficiali e di quelli dei nuovi cittadini, sempre più numerosi.
Da sempre attenta alla vita delle associazioni e del volontariato, la linea editoriale dei freepress QuiMedia manterrà un occhio di riguardo anche rispetto a tre nuove tematiche che negli ultimi tempi si sono affermate con forza, trasformando le vite di tutti noi. 

SALUTE, ECONOMIA E PACE

La salvaguardia della salute, la gestione economica individuale e delle famiglie in tempi di crisi e una riaffermata cultura della pace, nei prossimi mesi si affermeranno sempre di più come temi privilegiati per i contenuti che i freepress QuiMedia sceglieranno di offrire ai loro lettori. Si tratta di tre specifiche “lenti” che verranno utilizzate per leggere i fatti e per alimentare – attraverso anche commenti e opinioni autorevoli – la coscienza critica dei lettori.

LE TRE ANIME DEL GIORNALE

I nostri giornali escono grazie alla lungimiranza e al sostegno del nostro editore, che da luglio 2022 è divenuto Media Alpi, restando comunque nella galassia Athesia. 

QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, sono sempre e comunque dei “giornali”, anche se vengono “regalati” ai loro lettori. Sono allora “mezzi di informazione” che si alimenta attraverso la professionalità dei giornalisti professionisti che vi lavorano e i tanti collaboratori che vi scrivono. Ma fondamentale in questa sede è anche ricordare, attraverso un’importante e indispensabile forma di trasparenza, che il vero motore che consente giornali QuiMedia di sostenersi è rappresentato dai tanti clienti, pubblici e privati, che decidono di “investire” con i loro contenuti e le loro grafiche nelle tre edizioni QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina, supportando l’editore nel suo impegno rinnovato.

IL NOSTRO “BIGLIETTO DA VISITA”

I giornali QuiMedia vengono realizzati presso la sede di Via Volta 10 a Bolzano. Dal settembre 2019 direttore responsabile è Luca Sticcotti, già redattore centrale dal settembre 2017. Collaboratore giornalistico per QuiMerano e QuiBassa Atesina è Luca Masiello. Responsabile grafica di QuiMedia è quindi Andrea Mercurio. Della Pubblicità, che fa capo ad Alessandro Toller, se ne occupano Barbara Sonetti (coordinatrice), Giovanni Spagnulo e Mauro Profaizer.
L’editore di QuiMedia è Media Alpi pubblicità srl, che ha sede a Trento in Via Missioni Africane 17.
La stampa di QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina viene effettuata presso Athesia Druck srl, in Via del Vigneto 7 a Bolzano. Non tutti sanno che i giornali QuiMedia si possono ricevere anche attraverso un abbonamento annuale con spedizione postale (indirizzato) al costo di 26 euro l’anno. QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina sono quindicinali ed escono 24 volte all’anno. Periodicamente ai giornali vengono abbinati inserti magazine tematici.
Per contattare QuiMedia basta chiamare il numero 0471 307930 o scrivere una mail a redazione@quimedia.it

Lo scultore dei Krampus

Come spesso accade, le grandi passioni si manifestano per caso, da una semplice curiosità, da un interesse. Così è stato anche per Luca Pojer, classe 1993, scultore specializzato in maschere da Krampus, originario di Salorno. 

// Di Daniele Bebber

Luca Pojer lavora in uno spazio sotto un condominio, ma totalmente indipendente e soprattutto che già ha conosciuto l’arte. “Prima era un laboratorio gestito da due restauratori. I proprietari si sono ritirati dall’attività e sono venuti a chiedermi se mi interessava comprarlo”, racconta; così lacche, dorature e tutto ciò che può servire per la sottile arte del restauro hanno lasciato il posto a scalpelli e legno prevalentemente di cirmolo, in grado di creare un “ambiente” a cui Pojer ormai è abituato. 

Chi varca per la prima volta la soglia del suo laboratorio rimane infatti investito da quel profumo tutto naturale che funge un po’ da biglietto da visita per il giovane scultore. Pojer si impegna tutto l’anno per trovare l’opera giusta, ricercando l’originalità, ed ogni sua creazione è decisamente un pezzo unico.

“Diversamente dagli scultori austriaci che ne producono tante in un anno, io punto molto sullo studio artistico per rendere la maschera unica, certificata e più realistica possibile. Soprattutto voglio che sia leggera alla vista, puntando molto sull’uso dei colori, sui dettagli del volto e applicando diversi materiali naturali – spiega  – Uso corna vere o in resina, a seconda della richiesta del cliente. Per fare le barbe uso pelo vero, code di cavallo e di yak, e pelo di capra”.

Luca Pojer, partiamo dal principio del suo percorso: com’è nata questa passione di realizzare maschere da Krampus?

Avevo capito che poteva essere il mio mestiere già sui banchi dell’Istituto d’arte di Trento: il tema dell’anno per superare l’esame di Terza e diventare dunque maestro d’arte chiedeva di modellare in argilla una maschera sul modello di quelle che appaiono sopra i portoni di molti palazzi nei centri storici cittadini. Io però avevo deciso di riprodurre una maschera del mio territorio, una maschera da Krampus. Ne ho trovata una in un mercato, l’ho fotografata ed ho provato a modellarla. Mi è piaciuto talmente tanto che ho iniziato a studiare per poi scolpirle da solo, in cantina.

E dopo l’Istituto d’arte? 

Mi sono diplomato in pittura, a Trento scultura non c’era. Poi mi sono iscritto all’accademia d’arte di Verona, dove ho studiato modellazione per tre anni. Gli ultimi due li ho frequentati a Carrara, dove ho studiato scultura su marmo e ancora modellazione.

Ma a scolpire il legno di cirmolo, materiale da sempre prediletto perché ben lavorabile e sempre a portata di mano, non glielo ha insegnato nessuno. Per cui si può dire che è quasi un’autodidatta…

Faccio anche qualche lavoro in marmo, però è un materiale complesso e pesante. L’argilla e il gesso sono buoni per creare gli studi preliminari, non sono materiali da esterno. Il bronzo è parecchio costoso, il legno invece è un materiale da Stube, sta in qualsiasi posto, mi trovo molto bene e costa meno. Poi, chiaramente, dipende cosa si vuole realizzare.

In dieci anni di esperienza in questo mondo, quali sono la maschera e la scultura più particolari che ha realizzato?

Per la scultura ho progettato e realizzato un controsoffitto per un’abitazione privata. Ho raffigurato la maturazione della mela, in quanto i miei clienti, oltre ad essere imprenditori agricoli, hanno una casa in mezzo ai meleti. Se penso alle maschere, sicuramente quella più particolare che mi viene in mente l’ho realizzata per il nuovo dentista di Salorno: l’anno scorso mi ha chiesto una maschera con gli occhiali, perché lui porta gli occhiali, da appendere nel proprio studio. È realizzata solamente con legno, cuoio e resine; la parte più difficile è stata proprio realizzare gli occhiali, che già da soli sarebbero stati già una bella opera.

Prospettive per il futuro?

Continuare a lavorare nel settore delle maschere, anche se mi piacerebbe tanto riuscire ad avere un po’ più di spazio anche per le mie sculture. Vorrei aprire un esercizio in cui posso avere delle commissioni anche per le opere d’arte, che a me piacciono molto e dove potrei sfogare la mia creatività a tutto tondo.

Autore: Daniele Bebber

Le opzioni “siciliane” dell’Unterland

Dopo il trauma del 1919, con l’annessione forzata all’Italia e la politica di snazionalizzazione imposta dal fascismo, un’ulteriore sciagura colpì le famiglie sudtirolesi nell’imminenza della seconda guerra mondiale. L’Italia fascista e la Germania nazista volevano evitare che la “questione sudtirolese” incrinasse il patto d’acciaio tra Roma e Berlino e così due delegazioni sotto la guida di Heinrich Himmler si incontrarono a Berlino il 23 giugno 1939 per concordare le modalità di trasferimento della popolazione sudtirolese “nella vecchia patria”. Insomma, il territorio al Duce, il popolo al Führer.

Tutta la seconda parte del 1939 fu caratterizzata da laceranti confronti sulle cosiddette opzioni. Abbandonare l’amata heimat per un futuro incerto o rimanere e perdere il diritto alla propria identità culturale? Si divisero le comunità, le famiglie, lo stesso clero cattolico, in gran parte ostile al regime nazista. Il canonico Michael Gamper e altri sacerdoti, insieme agli attivisti del Deutscher Verband, si adoperarono con tutti i mezzi per convincere le persone a optare per la heimat. Il VKS, al contrario, forse infiltrato da attivisti nazisti, promosse una massiccia campagna a favore del trasferimento. Trasferimento si, ma dove? Non c’era chiarezza, sul punto, l’accordo era soltanto verbale. Si parlò di una terra in Galizia, dove i nazisti avevano intenzione di espellere i contadini polacchi, della Boemia, dell’Alsazia, addirittura della Crimea. 

La Bassa Atesina – o zona mistilingue, come veniva chiamata dal regime – fu dilaniata dall’atroce alternativa. Innanzitutto furono colpiti coloro che avevano già la cittadinanza tedesca: costoro erano i primi a dover “rientrare in patria”. Ma si trattava di contadini, artigiani, professionisti radicati da molto tempo nel territorio. Si sperò che il decreto valesse solo per la provincia di Bolzano e non per quella di Trento, di cui faceva parte la Bassa Atesina. Ma l’illusione svanì ben presto. Anche tra Salorno e Laives gli “alloglotti” dovevano abbandonare il suolo italiano. Gli altri cittadini erano increduli, volevano vedere “nero su bianco” quale fosse il loro destino. Indubbiamente molti avevano sperato che Hitler potesse “riscattare” l’Alto Adige per riunirlo alla vecchia madrepatria austriaca, nel frattempo inglobata nel Reich. Ma Hitler, al contrario, aveva “venduto” senza batter ciglio i Sudtirolesi e la loro terra.

La prima reazione in Bassa Atesina fu una sorta di resistenza passiva: non si era disposti ad accettare l’aut-aut, a farsi cacciare dalla proprie case e terre. In ogni paese si formarono gruppi di “ostili” al patto nazi-fascista. Tutto cambiò quando iniziò a circolare la voce che il regime avrebbe costretto i “politicamente sospetti” che avevano optato per la cittadinanza italiana a trasferirsi sotto la linea del Po. Nacque, forse ad opera del prefetto Mastromattei, la cosiddetta “leggenda siciliana”, secondo la quale i contadini sudtirolesi avrebbero dovuto trasferirsi in Sicilia. “Hinaus oder hinunter” era l’alternativa, “fuori o giù”. A quel punto, gli umori mutarono. Il regime comunicò di aver raccolto i nomi di tutti i “sospetti” che dovevano scendere sotto il Po: si parlò di 300 persone a Termeno e altre centinaia a Magrè, Salorno, Egna, Cortaccia e negli altri paesi. A Magrè furono espropriati a favore dell’ERA 11 ettari di terreno in mano ai contadini più poveri. 

Se inizialmente il regime aveva tentato di “spingere” i sudtirolesi oltre il Brennero, all’improvviso, nell’imminenza della scadenza del termine fissato per il 31 dicembre, l’indirizzo mutò radicalmente. Si tentò di trattenere le persone con promesse e ostacoli burocratici. Centinaia di carabinieri vennero inviati anche nei paesi più piccoli per dissuadere i padri di famiglia dall’opzione tedesca. Evidentemente, non si voleva andare incontro a una “sconfitta” epocale che avrebbe messo a nudo la politica illiberale del regime. Chi aveva un cognome italiano fu costretto a rimanere, gli altri invitati a produrre sempre nuovi documenti difficili da ottenere. Alla fine, se nel resto della provincia l’opzione per la cittadinanza tedesca si avvicinò al 100%, in Bassa Atesina le cifre furono più modeste: 75% a Magrè, 77% a Cortina, 30% a Salorno, 56% a Cortaccia. Complessivamente, l’86% optò per la cittadinanza tedesca. Alla fine, meno di un terzo si trasferì veramente in Tirolo, Baviera e Vorarlberg, gli altri rimasero nei propri paesi. Circa 20000 persone emigrate tornarono in Alto Adige dopo il 1945.

Autore: Reinhard Christanell

Strade diverse ed efficaci per imparare

In Alto Adige la sezione dell’Associazione Italiana Dislessia punta a trovare nuova linfa e volontari, soprattutto tra i genitori dei ragazzi che soffrono di Disturbi Specifici di Apprendimento, i cosiddetti DSA.

Con lo scopo di rilanciare la sezione di Bolzano l’AID – Associazione Italiana Dislessia che si occupa dei Disturbi Specifici di Apprendimento – organizza un incontro di formazione e sensibilizzazione che avrà luogo questo venerdì 24 marzo a partire dalle ore 18 presso IIS – Claudia de Medici – in via S.Quirino 37 a Bolzano. Dopo i saluti del Dirigente scolastico Andrea Pedevilla, la vicepresidente nazionale di AID Antonella Trentin presenterà l’associazione e la sua funzione sul territorio. Seguirà l’intervento in videoconferenza della docente e formatrice Laura Eberle che parlerà dell’apprendimento linguistico, con particolare riferimento alla lingua tedesca. Nell’occasione i soci protagonisti dell’attività della sezione di Bolzano riporteranno la loro esperienza, gli interventi realizzati e i bisogni riscontrati. La conferenza è aperta a studenti DSA, ai loro familiari, a docenti, a rappresentanti dei servizi interessati sul territorio, nonché a tutti gli interessati. Per info e iscrizioni si può scrivere all’indirizzo email bolzano@aiditalia.org

Per spiegare meglio cosa sono i disturbi specifici di apprendimento, i cosiddetti DSA, abbiamo fatto una chiacchierata con Fausto Pàntano, genitore e per anni punto di riferimento della sede altoatesina di Aid.

L’INTERVISTA

Quando e come è nata la sede altoatesina di AID?

In Italia il problema dei Disturbi Specifici di Apprendimento è stato affrontato molto tardi. In Inghilterra un’associazione analoga alla nostra era stata fondata negli anni ‘30. Noi siamo arrivati 60 anni dopo. A Bolzano come genitori ci siamo trovati intorno all’anno 2010, in un primo momento come gruppo di auto mutuo aiuto spontaneo. Poi, in seguito al varo della legge 170/2010 che oggi tutela gli studenti con DSA nella scuola, abbiamo fondato la sezione altoatesina di AID.

In cosa consisteva la vostra attività?

Negli anni abbiamo organizzato diverse iniziative, incontri con esperti, testimonianze da parte di giovani che avevano avuto successo nel proprio percorso di studio nonostante le difficoltà. Nella nostra sezione abbiamo portato le nostre esperienze ma soprattutto abbiamo dato supporto ai genitori che avevano bisogno di chiarirsi le idee, per sostenere il percorso formativo dei loro figli e ottenere la certificazione diagnostica. Al loro arrivo in sezione i genitori avevano la possibilità di sfogarsi e di condividere la loro esperienza, capendo che non erano soli. 

Sono molti i ragazzi che si devono confrontare con disturbi specifici di apprendimento?

Sì. In base all’ultima indagine disponibile del Ministero dell’Istruzione, relativa all’AS 2020/2021, gli alunni frequentanti le scuole italiane a cui è stato diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento sono oltre 300.000. Anche se le statistiche con ogni probabilità “fotografano” solo una parte del fenomeno. 

Si tratta di dati sottostimati?

Sì. Bisogna considerare che qualcuno riesce a compensare, senza dover fare un percorso ufficiale di potenziamento o riabilitazione. A livello nazionale al momento si stima la presenza di un 5% di studenti con DSA, circa uno per classe. In Inghilterra la percentuale è molto più alta, circa il 15%, perché l’inglese non è una lingua trasparente, cioè non si legge come è scritta. In ogni caso anche in passato, con ogni probabilità, molti degli insuccessi scolastici erano legati a questo tipo di problematiche.

Qual è il principale problema che incontrano i ragazzi con DSA a scuola?

I disturbi specifici di apprendimento sono quattro: dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia, e sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano: nel leggere, nello scrivere e nel fare calcoli in modo corretto e fluente. Ogni disturbo presenta dei propri indicatori. Ad esempio nel caso della dislessia possono essere una lenta decifrazione delle singole lettere; incertezza nell’utilizzo delle sillabe; scarso controllo del significato delle parole. Molto spesso gli studenti con DSA hanno difficoltà nella memorizzazione. In ogni caso ogni ragazzo presenta una diversa manifestazione del disturbo. Il nodo sta nella capacità di attivare strategie adeguate che consentano a questi alunni di riuscire ad avere successo nel loro percorso di apprendimento, anche attraverso l’utilizzo di strumenti compensativi. Per quanto riguarda la dislessia il punto è che se un bambino fa troppa fatica a leggere, bisogna evitare che tutta la sua attenzione e il suo impegno siano concentrati nel decifrare la il testo scritto. Per questo ormai da anni si fa un largo uso di tecnologie come la sintesi vocale, una voce artificiale che legge i testi per lo studente, consentendogli di superare lo scoglio della lettura.

Come funziona normalmente il percorso dei ragazzi con DSA a scuola?

Tenendo conto delle indicazioni fornite dai clinici nella certificazione diagnostica presentata dalla famiglia, entro il mese di novembre la scuola predispone per ogni studenti con DSA un Piano Didattico Personalizzato (PDP). Questo piano viene consegnato alla famiglia e viene controfirmato.  
In esso si individuano le discipline per le quali prevedere l’utilizzo di strumenti compensativi o misure dispensative. Il PDP durante l’anno può anche essere rivisto. Noi genitori infatti naturalmente non pretendiamo che i nostri ragazzi vengano promossi, ma ricordiamo solo il diritto di poter disporre di un tipo di insegnamento che consenta loro di apprendere. 

Vengono coinvolti anche gli insegnanti di sostegno?

La legge 170/2010 non prevede l’insegnante di sostegno per gli studenti con DSA. È compito degli insegnanti curriculari di aiutarli a raggiungere il successo scolastico. L’obiettivo non è solo promuovere l’autostima dei ragazzi, ma anche la loro autonomia.

L’incontro del 24 marzo è stato organizzato per rilanciare la vostra sezione. Era stata chiusa?

Sì, nel 2019 l’abbiamo chiusa. Dopo l’entusiasmo dei primi anni quando ci siamo ritrovati in una cinquantina di volontari, con il tempo l’interesse è andato scemando. Molti genitori all’inizio si davano molto da fare ma poi, una volta avviato il percorso scolastico per i loro figli, smettevano di frequentare la sezione. Anche noi fondatori della sezione, d’altronde, ad un certo punto ci siamo trovati in una situazione differente, con i nostri ragazzi che avevano concluso il loro percorso scolastico. L’idea ora è di dare una nuova spinta, cercando nuovi volontari, in questo caso anche magari insegnanti, che possano far rinascere la sezione altoatesina di AID.  

La provincia di Bolzano si caratterizza, rispetto al resto del territorio nazionale, per la presenza della seconda lingua.  A questo proposito come si opera?

La legge 170 prevede che siano disponibili tutta una serie di materiali e procedure specifici, per l’apprendimento delle lingue straniere. In realtà nel nostro caso si tratta di “seconda lingua”, quindi non si può, per esempio, essere dispensati dalle prove scritte, valgono le stesse regole dell’italiano. Ma la strada da fare resta ancora molta.

Gli insegnanti hanno bisogno di una formazione specifica per seguire i ragazzi con DSA?

Sì. Alcuni la hanno, ma non tutti. E i corsi di aggiornamento in merito non sono obbligatori. In ogni caso queste tematiche fanno parte dei percorsi di studio da parte della nuova generazione di insegnanti che si laureano in Scienze della Formazione. La stessa Associazione Italiana Dislessia organizza corsi di formazione per docenti, online e in presenza, a livello locale e nazionale.

Sappiamo che nella storia sono stati molti i personaggi illustri che hanno sofferto di Disturbi Specifici di Apprendimento. Queste neuro diversità stimolano la personalità e la creatività?

Molte persone con DSA sono dotate di talento nell’elaborazione delle informazioni visive e spaziali, capacità di problem solving, intuizione e creatività. A dispetto degli ostacoli legati al disturbo, sono numerosi gli esempi di personalità di successo del mondo delle aziende, della cultura, dello spettacolo, della scienza e dello sport che hanno un disturbo specifico dell’apprendimento, fra i quali il regista Steven Spielberg, il premio Nobel per la chimica Jacques Dubochet, l’imprenditore e fondatore del gruppo Virgin, Richard Branson, il pilota di F1, Lewis Hamilton e molti altri. Evidentemente l’utilizzo di strategie alternative nello studio predispone al meglio anche in questo senso. E oggi ormai abbiamo un’intera generazione di giovani cresciuti in una scuola maggiormente capace di riconoscere i disturbi, compensando le difficoltà e valorizzando i talenti.

CHE COSA SONO I DSA

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) sono disturbi del neuro-sviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente e che si manifestano con l’inizio della scolarizzazione.

I DSA sono classificati in base alla difficoltà specifica che comportano. Si dividono nelle seguenti categorie.

• Dislessia – disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo.

• Disortografia – disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nella competenza ortografica e nella competenza fonografica.

• Disgrafia – disturbo specifico della grafia che si manifesta con una difficoltà nell’abilità motoria della scrittura.

• Discalculia – disturbo specifico dell’abilità di numero e di calcolo che si manifesta con una difficoltà nel comprendere e operare con i numeri. 

Questi disturbi dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo. Non sono causati da un deficit di intelligenza, da problemi ambientali o psicologici e nemmeno da deficit sensoriali. 

I DSA non sono una malattia in quanto non sono dovuti ad un danno organico, ma un diverso neuro funzionamento del cervello, che non impedisce la realizzazione della specifica abilità (lettura, scrittura, numerazione o altro) ma necessita di tempi più lunghi e carichi maggiori di attenzione. Questo diverso neuro funzionamento è innato e non è transitorio: accompagna l’individuo per tutta la vita. 

Quindi dai Disturbi Specifici dell’Apprendimento non si “guarisce”, ma le difficoltà che li accompagnano possono essere compensate con il tempo e con una buona attività di potenziamento/riabilitativa.

Autore: Luca Sticcotti

Parte dai giovani la voglia di recitare

Parte da Pochi, piccolo abitato frazione di Salorno, la prima parte di un viaggio nel mondo delle Filodrammatiche della Bassa Atesina:  un excursus che vuole ritrarre l’impegno ed il divertimento che i volontari riescono a trasmettere con le loro recite sui palcoscenici della zona.

Durante la seconda metà degli anni novanta ai Pochi sono nati tanti bambini che da lì a pochi anni si sarebbero trovati tutti assieme alla catechesi e dunque nel magico mondo del teatro amatoriale. “Una combinazione di astri” la definisce Virginia Gallo, uno di quei fagottini, oggi presidente della FiloPochi. 

“All’inizio eravamo il gruppo della catechesi, messo in piedi dalle catechiste Cinzia Dorigatti, Loredana Plank e Vittoria Caligiuri – racconta -. Oltre alla dottrina, da insegnare avevano anche la passione per fare intrattenimento in comunità, e noi, come bambini, di questo eravamo un po’ l’energia, la vita e le marionette – sorride – da poter utilizzare in piccoli spettacolini divertenti, per le nostre realtà locali”. I giovanissimi commedianti, si trovavano infatti a portare in scena piccoli sketch dialettali, tipo cabaret, chiaramente a titolo di volontariato ma riuscendo ad infondere “una super felicità di divertirci e far divertire”. Negli anni successivi è nato poi ufficialmente il gruppo e negli anni 2010/2011, lo stesso ha deciso di prendere in mano un copione serio e debuttare sul palcoscenico. 

“En sac de confusion” era il titolo del copione “di quella prima commedia – rivela Virginia – la cui storia rappresentava molto bene il nostro gruppo alle prime armi, ma con tanta voglia di fare. Grazie ai contatti – prosegue divertita – abbiamo iniziato a girare i palchi in zona e non solo: malghe, caserme e tutti gli spazi che potevano offrire quattro sedie e un punto per recitare. ‘El malgar ma che om’, altra commedia che abbiamo interpretato, l’abbiamo recitata nel giardino di una malga; e il fatto che il gruppo degli over e quello degli under riesca a recitare sullo stesso palco è sempre molto apprezzato”. Insomma, nel tempo la FiloPochi s’è fatta conoscere recitando pure su alcuni palcoscenici trentini. E con il 2016 è stato fondato il comitato ufficiale della filodrammatica che, da quel momento, per autofinanziarsi ha inziato a partecipare alle feste di paese.

Presidente Virginia Gallo, al momento il sipario è ancora chiuso o state lavorando a qualcosa?

Al momento abbiamo un nuovo copione, che se tutto va bene porteremo in scena il prossimo autunno. Stiamo anche pensando al presepe vivente, che nelle ultime edizioni prima della pandemia ha raggiunto i cento figuranti e pare addirittura che siano venuti a vederlo fino ad un migliaio di persone.

Certo, recitare in dialetto trentino in Alto Adige è un fatto po’ particolare… 

Salorno rispetto al resto dell’Alto Adige è solo un isolotto, perché la popolazione è divisa in ceppi linguistici. I palchi che possiamo avere in zona, rispetto al vicino Trentino sono più limitati, ma non per questo meno divertenti. Abbiamo recitato a Cortina d’Adige, ad Egna e a Laives, mantenendo poi i contatti con le compagnie in lingua italiana. Anche se un mio progetto, ancora però da prendere con le pinze, è cercare di coinvolgere le compagnie in lingua tedesca, con uno spettacolo.

Che tipo di pubblico attirate solitamente?

Sulla stessa linea d’onda del Trentino. Dove siamo andati noi, siamo sempre riusciti a riempire l’80 – 90 per cento dei posti a sedere. Chiaro: si parla di teatri da 100 – 150 persone.

Quanti siete?

Siamo partiti in venticinque fra attori, volontari dietro le quinte ed accompagnatori. I tesserati ufficiali sono una ventina, a maggioranza maschi. La nostra mission, da sempre, è “dare vita alla vita”: in pratica, oltre svago e spensieratezza. Vogliamo offrire attraverso il sorriso il gusto di vivere e quel senso di appartenenza che con l’esperienza, genera responsabilità per un bene comune.

Autore: Daniele Bebber

La scuola “todesca” di Laghetti

La migrazione non è un fenomeno moderno e circoscritto a certi popoli, come si vuol far credere. Da sempre la povera gente è costretta a cercare lontano da casa una dignitosa possibilità di sopravvivenza. Alla fine dell’800, anche la Bassa Atesina conobbe uno straordinario afflusso di immigrati, in particolare dalle valli più povere del Trentino. Servivano braccia per lavorare la terra e per l’edilizia, manodopera per le cave di porfido, lavoratrici per le filande. Ovviamente, queste persone erano disposte a lavorare in condizioni spesso disumane e, soprattutto, per un salario da fame – non diversamente dagli immigrati di oggi.

Gli arrivi sconvolsero i secolari equilibri demografici della Bassa Atesina. Nell’arco di 10 anni, gli immigrati trentini e non solo raggiunsero numeri inimmaginabili: a Laives passarono da 265 a 621 (con un calo degli “autoctoni” da 828 a 570), a Bronzolo da 400 a 769, a Egna da 202 a 405, a Laghetti da 99 a 175. Le conseguenze di questa pacifica “invasione” si fecero ben presto sentire: dall’uso della lingua nei pubblici uffici e nelle sacre funzioni fino all’ambito scolastico. A parte il caso di Vadena, dove scoppiò una vera e propria guerra sulla pelle dei bambini, negli altri paesi le scuole mantennero la loro impostazione tradizionale e gli immigrati del Welschtirol furono ben felici di mandare i propri figli nelle scuole austroungariche. L’apprendimento della lingua gli garantiva un futuro migliore e possibilità di occupazione anche oltre il Brennero. Probabilmente proprio in quegli anni andò a cementificarsi la particolare società mistilingue e multiculturale caratteristica della Bassa Atesina.

Pochi anni dopo, alla fine della grande guerra, l’Alto Adige fu annesso all’Italia. In Bassa Atesina si guardò con preoccupazione al cambiamento in quanto gli equilibri esistenti rischiavano seriamente di essere compromessi dalle nascenti tensioni nazionalistiche. In effetti, sotto la spinta del governatore trentino Credaro e contro gli stessi propositi del governo liberale di Roma, che aveva solennemente garantito il massimo rispetto delle tradizioni locali, si tentò non solo di aggiungere scuole italiane a quelle esistenti ma addirittura di sostituire le prime alle seconde. Il tentativo più grossolano in tal senso fu compiuto nel paesino di Laghetti, frazione di Egna, abitato prevalentemente da braccianti di origine trentina. Dapprima si tentò di staccare la frazione da Egna per costituire un comune autonomo da aggregare alla Provincia di Trento (cosa poi avvenuta fino al 1946) contro la volontà della popolazione, poi nel 1919 si convertì la scuola storica in una scuola completamente italiana. I genitori, quasi tutti italiani si ribellarono e iniziarono a boicottare la scuola di Laghetti mandando i figli in altre scuole nei paesi vicini. A nulla valsero gli interventi delle autorità, che sanzionarono pesantemente i genitori. Vi fu un vero e proprio sollevamento delle madri sia a Laghetti che a Bolzano. Il sindaco della città capoluogo Perathoner scrisse una lunga e accorata lettera al governatore di Trento. Gli abitanti di Laghetti volevano la loro scuola “todesca” e non erano disposti a cedere, tanto che arrivarono al punto da non mandare i propri figli in nessuna scuola. 

A quel punto, le autorità scolastiche trentine infransero per la prima volta il sacrosanto diritto dei genitori di stabilire quale scuola dovessero frequentare i propri figli. Questo diritto era ancorato nella riforma del 1774 di Maria Teresa d’Asburgo, che aveva reso obbligatoria la scuola per i bambini dai 6 ai 13 anni. Ora per la prima volta questo principio venne infranto e i bambini di Laghetti furono costretti a frequentare una scuola che non volevano. 

Se Laghetti fu il primo paese colpito dal fervore nazionalistico, in breve tempo la regola fu estesa a tutti i comuni altoatesini. Alla fine del 1922 molte scuole erano state chiuse, con il 1923 in tutti i paesi fu permessa una prima classe esclusivamente in lingua italiana. Anche i promessi corsi privati vennero boicottati o affidati a maestri provenienti dal profondo Sud.

Autore: Reinhard Christanell

Dentro una Neverland digitale

La Fondazione Haydn presenta la prima assoluta dell’opera Peter Pan – The Dark Side. Non è un’avventura per bambini ispirata al rassicurante immaginario disneyano, ma un crudo racconto sulla solitudine, sul disorientamento e sulle più intime fragilità delle nuove “generazioni digitali”.

Sabato 25 e domenica 26 marzo la Fondazione Haydn di Bolzano e Trento, nell’ambito del suo programma d’opera, porta in scena Peter Pan – The Dark Side, una prima assoluta che trasformerà un classico della letteratura per l’infanzia in un viaggio in terre decisamente più oscure e contemporanee. A dare corpo a quest’avvincente produzione sarà un team artistico internazionale d’eccellenza: il compositore austriaco Wolfgang Mitterer, l’acclamato regista e librettista britannico David Pountney, Daisy Evans, regista d’opera apprezzata per il progetto d’avanguardia Silent Opera, e il direttore d’orchestra Timothy Redmond.

ALLE RADICI DEL “VERO” PETER PAN E RITORNO

La figura di Peter Pan nasce nei primi anni del Novecento dalla penna dello scrittore inglese James M. Barrie. Il racconto delle sue avventure inizia nel cuore di una notte londinese, quando l’eterno ragazzo che non vuole crescere incontra una ragazza, Wendy, e la porta insieme ai fratelli John e Michael sull’Isola che non c’è fra i “bambini perduti”. Il direttore artistico della Fondazione, Matthias Lošek, ha però immaginato un’opera capace di metterne in risalto gli aspetti più oscuri e forse meno noti: “Abbiamo deciso di portare in scena un testo classico che la maggior parte delle persone avesse già incontrato nella propria vita – commenta Lošek – ma lo volevamo fare infrangendo le aspettative, mostrando gli elementi più familiari sotto una luce nuova e più attuale”.

UN TEAM INTERNAZIONALE DI ARTISTI PER UNA PRIMA ASSOLUTA MONDIALE

Il pubblico potrà ritrovare lo stesso desiderio di aderire alla lettura di Barrie anche nel racconto del grande regista teatrale inglese David Pountney che ha scritto il libretto dell’opera: “Le storie possono essere lette come innocenti fantasie, ma tutte, come i miti, incarnano potenti verità umane – commenta Pountney – Le possiamo quindi interpretare scegliendo un registro leggero o molto più oscuro o addirittura una chiave psicologica. Ad esempio, quando si affronta un romanzo in cui dei bambini vengono convinti a saltare da una finestra e a credere che saranno in grado di volare, viene naturale chiedersi che cosa sta realmente accadendo loro. Sono in mani sicure o rischiano di essere sfruttati e danneggiati? Questo è stato il mio punto di partenza per Peter Pan”.

La regista Daisy Evans, che il pubblico in regione ha già conosciuto nel 2019 con la silent opera Vixen, accompagna i passi della giovane Wendy, un’adolescente che vive in una casa-famiglia alle prese con un mondo moderno filtrato da Instagram, Twitter e fake news. Quando incontra un giovane uomo che sembra dirle tutto ciò che lei vuole sentire, viene sedotta, precipitando in una realtà contorta in cui non si sa cosa sia reale e cosa immaginato. Evans abbraccia in pieno lo spirito originario dell’opera e lo porta ai nostri giorni, mettendo in scena una storia di crescita e perdita dell’innocenza: “Peter Pan – sottolinea – parla di quanto è pericolosa la nostalgia che molti adulti hanno della loro gioventù. Ma parla anche del desiderio degli adolescenti di essere il prima possibile grandi: vediamo Wendy, una giovane adolescente, intrappolata in un vortice di influenze che arrivano dai social media. L’opera affronta temi come la pressione a cui i giovani sono oggi sottoposti e il lato pericoloso di questa Neverland digitale”.

La musica di Peter Pan è una creazione del pioniere dell’elettroacustica Wolfgang Mitterer che ha dato vita a un tessuto sonoro capace di percorrere ogni venatura del racconto – dai momenti più oscuri a quelli più umoristici e leggeri – mixando elettronica, orchestra e voce, jazz e classica. Fra echi che riportano alle sonorità di Porgy and Bess di Gil Evans e Salomè di Richard Strauss, ogni personaggio si muove, come dentro un vestito tagliato su misura, all’interno di un proprio mondo sonoro.

Guida l’imponente ensemble musicale composto dall’Orchestra Haydn, dagli otto interpreti che danno voce ai personaggi di Peter Pan e al coro dei pirati e dei “lost boys”, il direttore d’orchestra Timothy Redmond, apprezzato a livello internazionale nella direzione di progetti di musica contemporanea.

PER PETER PAN – THE DARK SIDE: tutte le info

La prima assoluta di Peter Pan – The Dark Side andrà in scena sabato 25 marzo 2023 al Teatro Comunale di Bolzano, con inizio alle ore 20. Lingua dello spettacolo: inglese con sottotitoli in tedesco e italiano. 

Un’ora prima dell’inizio dello spettacolo si terrà un incontro introduttivo all’opera nel foyer del Teatro Comunale. 

La vendita dei biglietti singoli e degli abbonamenti è attiva presso il Teatro Comunale di Bolzano. 

Maggiori informazioni su 

www.haydn.it 

Tel. 0471 053800

info@ticket.bz.it

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON L’OPERA

Peter Pan – The Dark Side è una delle quattro produzioni del programma operistico della Fondazione Haydn di Bolzano e Trento. Si parte con Die Winterreise (Teatro Comunale di Bolzano, 19.03.23), interpretazione in chiave pop dell’omonimo ciclo di canzoni di Franz Schubert. Il programma prosegue con l’opera Hanjo del compositore Toshio Hosokawa (Teatro Sociale di Trento, 01 e 02.04.23) che torna in Trentino dopo il successo di The Raven. Tratta da Five Modern Nō Plays di Yukio Mishima, è una struggente e ipnotica opera da camera sul tema dell’attesa, esempio di narrazione giapponese realizzata da uno dei più importanti compositori di musica contemporanea.

Ultimo tassello della programmazione, dopo oltre 18 esecuzioni e numerosi riconoscimenti, approda a Rovereto lo spettacolo-concerto Curon/Graun del Collettivo teatrale OHT (Teatro Zandonai di Rovereto, 04.04.23). L’opera, che ha vinto la prima edizione del concorso di teatro musicale Fringe ed è prodotta dalla Fondazione Haydn, mette in scena in forma di installazione musicale il destino del paese di Curon, allagato nel 1950 dopo la costruzione del lago artificiale di Resia. 

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Zaccaria, il Presidente e l’attestato d’onore

Ha trascorso una giornata nella Casa degli italiani, in Via XX Settembre a Roma, ospite della massima autorità dello Stato, che gli ha conferito un’onorificenza: è da poco tornato a casa con un attestato ed un ricordo indelebile nel cuore, Zaccaria Dellai, il ragazzo di Laives insignito del titolo di Alfiere della Repubblica. “Zaccaria ha dimostrato che i nostri ragazzi, tutti, sono capaci di grandi cose”, spiega Davide, il suo papà, che lo ha accompagnato all’evento assieme alla mamma, alla sorellina Dora e al fratello Emanuele.

La motivazione ufficiale redatta dagli addetti al lavoro è questa: “Per l’attenzione dimostrata nei confronti delle persone anziane anche attraverso l’ideazione di un fumetto che li vede protagonisti. Sul tema dello scambio intergenerazionale ha continuato a impegnarsi, coinvolgendo l’associazione di cui fa parte”. Ma Zaccaria è molto di più: è un lupetto socievole, sensibile, altruista che da sempre mostra attenzione verso le persone anziane, che considera le sue radici, così lo definisce chi lo conosce. Ha inventato il personaggio di un fumetto, “Il vecio tarampa”, che ha reso protagonista di storie raccolte in un sito internet (www.veciotarampa.it). E la sua amicizia con le persone anziane si è espressa anche all’interno degli Scout, dove ha creato una nuova specialità, “Amico degli anziani”; ha scritto poi agli Incaricati nazionali della branca Lupetti e Coccinelle, proponendo di inserire la specialità nel novero di quelle che tutti i lupetti e le coccinelle possono scegliere.

Davide Dellai, non capita tutti i giorni di essere ospiti del Presidente. Come vi siete sentiti?

L’abbiamo vissuto come un onore grandissimo, molto più grande di quanto le parole possano restituire; e soprattutto come una responsabilità, perché Zaccaria ha dimostrato che i giovani sono in grado di costruire grandi cose, di dare una speranza al futuro, e noi adulti dobbiamo dare loro la parola per fare in modo che sfruttino ogni possibilità. 

Come siete venuti a sapere della consegna del titolo di Alfiere proprio a vostro figlio?

Nell’estate scorsa l’Agesci aveva stilato un elenco di candidature per il titolo, e in questo c’era anche il nome di Zaccaria. All’inizio eravamo contrari, in primo luogo perché ci sembrava che quello che aveva fatto fosse una cosa normale, e poi ci spaventava un’eventuale ribalta: in fondo ha solo 11 anni, è un bambino. Poi però abbiamo accettato, e non pensavamo proprio che il suo nome sarebbe arrivato così in alto. E così un giorno, neppure troppo tempo fa, è arrivata una telefonata dall’Agesci, che era stata chamatadal Quirinale per contattare Zaccaria. Ero al lavoro, non sono riuscito a dire niente, ero molto confuso (ride, ndr).

Come è andata al Quirinale? 

Arrivare alle sue porte è stata un’emozione grandissima, per ciò che il Quirinale rappresenta , per ciò che il Presidente rappresenta, anche per l’aura che trasmette: l’uomo saggio, l’uomo anziano. Ha fatto un intervento bellissimo in cui parlava di questi ragazzi, che hanno fatto ciò che per loro è normale, e ha invitato tutti noi a non trasformali in eroi, ma a restituire loro, la loro genuinità. 

Eravate solo voi due, giusto?

Alla cerimonia sì, l’invito era esteso ad un solo membro della famiglia. Però a Roma ci siamo andati tutti assieme, con mia moglie, la sorellina Dora di 9 anni e il fratello Emanuele di 14: anche loro era molto emozionati, e stupiti per l’onore concesso a loro fratello. 

Cosa farà Zaccaria da grande?

Glielo hanno chiesto anche durante la giornata in Quirinale, e lui ha risposto in maniera divertente: “Per ora mi va bene avere 11 anni e voglio vivere pienamente la mia età. Poi vedremo”. Una dichiarazione autentica, ci ha fatto molto sorridere. A noi genitori basta che prosegua per la strada che ha intrapreso. 

L’ATTESTATO D’ONORE

La Presidenza della Repubblica ha istituito dal 2010 un “Attestato d’Onore” per premiare quei giovani minorenni che, per comportamento o attitudini, rappresentano un modello di buon cittadino, e nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha conferito 30 Attestati di “Alfiere della Repubblica”. La solidarietà per la pace è il tema prevalente che ha ispirato nel 2022 la scelta dei giovani Alfieri. La selezione tra tanti meritevoli è stata orientata a valorizzare comportamenti e azioni solidali, ora nell’ambito di un’accoglienza a ragazzi ucraini in fuga dalla guerra, ora attraverso altri gesti di amicizia, cooperazione, inclusione affinché le diversità non diventino mai barriere. I testimoni scelti non costituiscono esempi di azioni rare, ma sono emblematici di comportamenti diffusi tra i giovani, che illustrano un mosaico di virtù civiche di cui, per fortuna, le nostre comunità sono ricche. Le storie degli Alfieri della Repubblica possono anche essere viste, dunque, come la punta di un grande iceberg che rappresenta, in ogni territorio, la vita quotidiana dei giovani.

I premiati si sono distinti nello studio, in attività culturali, scientifiche, artistiche, sportive, nel volontariato oppure hanno compiuto atti o adottato comportamenti ispirati a senso civico, altruismo e solidarietà.

Autore: Luca Masiello