A poco meno di un mese dalla scomparsa di David Crosby, il direttivo del live Muse ha organizzato un concerto che senza dubbio riuscirà ad accontentare i tanti “orfani” del gruppo Crosby, Stills, Nash & Young. L’appuntamento è per sabato 18 marzo alle ore 21 al Teatro delle Muse di Pineta. E anche in questa occasione il ricavato verrà devoluto in beneficienza, per supportare i vigili del fuoco di Vadena.
Era il 1969, il mondo del rock sentiva stridere la Stratocaster di Hendrix, si cullava con il sound lisergico dei Doors, viveva le allucinazioni di Pete Townsend e si muoveva sui riff dei Led Zeppelin; e mentre nel Vietnam la morte era la compagna di migliaia di soldati, l’Occidente si preparava al più grande festival della storia, Woodstock. È in questa occasione, che sul palco della nella cittadina di Bethel, il trio Crosby, Stills & Nash incontrò artisticamente Neil Young, con il quale diede vita ad un supergruppo che sconvolse le regole del Folk Rock.
Introdotte da Paolo “Crazy” Carnevale, sabato 18 dalle ore 21 sul palco si rivivranno queste sonorità con tre band che si slterneranno sul palco. La prima sarà quella che fa capo alla cantante Chiara Veronese con Bobbi Gualtirolo alla chitarra e voce, Dominique Panizza (tastiere), Fabrizio Bolognani (basso) e Flavio Delladio (chitarra). Seguirà poi la squadra del tastierista Marco Casarin con Camilla Guerrini (voce), Sonia Tripodi (voce), Stefano Licio (chitarra elettrica e voce), Andrea Piazza (chitarra acustica e voce), Alex Bosio (basso) e Mario Cosentino (batteria).
E infine ci sarà la band guidata dal bassista Giorgio Fait (basso): Giorgio Tornarolli (voce), Giordano Tassotti (chitarra), Andreas Gozzi (chitarra), Alex Busato (tastiere), Giorgio Fait (basso) e Pilo Berton (batteria).
Anche per questo concerto il biglietto d’ingresso è stato fissato a 10 euro, e anche per questa occasione il ricavato verrà devoluto per una buona causa: questa volta tocca ai volontari dei Vigili del fuoco di Vadena. Per informazioni e prenotazione posti è possibile chiamare il numero 0471 952650 dalle 9 alle 12 dal lunedì al venerdì, o via mail: prenota@teatrofilolaives.it
Anni terribili, per la Bassa Atesina, il 1796 e 1797. Francesi in ogni dove, combattimenti, morte, carestie. I tetri rituali della guerra si ripetono dalla notte dei tempi, tanto che di questi “momenti di gloria” ne sono piene le pagine della storia e ogni popolo ha le sue da raccontare. Risale proprio al luglio 1796 la tradizione dei Sacri Cuori di Gesù arrivata fino ai nostri giorni.
Quando quell’anno il ventisettenne Napoleone Bonaparte assunse il comando dell’armata impiegata nella campagna d’Italia, il cuore d’Europa subì un tremendo scossone. Il Tirolo doveva restare estraneo alla contesa tanto che nel suo primo proclama “Aux habitants du Tyrol” Bonaparte promise il massimo rispetto per “gli abitanti semplici e virtuosi delle montagne”: a patto che lo lasciassero transitare indisturbato verso Vienna. Ma quando i cocciuti montanari disobbedirono, anche questa regione fu pesantemente coinvolta negli scontri. La difesa dei confini divenne il bene supremo e i paesi della Bassa Atesina si mobilitarono.
Ai primi di giugno 1796 Napoleone si presentò alle porte del Tirolo. Era sua ferma intenzione attraversare la valle dell’Adige per ricongiungersi alle truppe stanziate in Germania. La parola d’ordine in Bassa Atesina era “Fermare Napoleone!”. Salorno, Termeno e Cortaccia fornirono un battaglione di 140 uomini, Egna e Königsberg altri 100. C’era grande carenza di armi ma ciò nonostante i volontari si mostrarono battaglieri. Gli uomini della Bassa furono dapprima sistemati in Val di Ledro con il compito di controllare i passaggi verso l’Italia. Dopo gli scontri tra francesi e austriaci presso Mantova, un fiume di soldati in fuga, feriti e malati attraversò le strade polverose della Bassa Atesina. Scoppiò un’epidemia di tifo, che colpì anche parte della popolazione locale. Due soldati morirono tra Montagna e Pinzon, due vagabondi furono trovati senza vita a Montagna.
Alla fine dell’estate, per la difesa dei confini furono mobilitati altri uomini di Salorno, Egna, Termeno, Cortaccia. La sola Egna ne fornì oltre 200, Montagna una cinquantina. Gli austriaci sotto il generale Wurmser provarono a liberare Mantova e la Lombardia ma furono nuovamente respinti da Napoleone, che il 3 settembre prese quartiere a Rovereto. Era sua intenzione marciare verso Nord ma fu costretto a inseguire Wurmser fino a Bassano. Pochi giorni dopo i Francesi penetrarono in Tirolo attraverso la Val di Cembra. Schützen di molte compagnie cercarono di sbarrargli il passaggio. Tra Salorno e Egna avvennero le prime scaramucce, successivamente altri scontri ebbero luogo in Val di Fiemme. Il 2 novembre Napoleone tentò nuovamente di avanzare fino a Caldaro per occupare l’Oltradige ma fu respinto. Un magliaio di prigionieri fu condotto a Egna. Dopo alcuni giorni, gli Schützen della Bassa Atesina attaccarono su tre fronti i Francesi nei pressi di Bedollo. 40 Francesi furono catturati. Altri 74 furono catturati tra Pergine e Civezzano. Tra il 4 e il 5 novembre i Francesi di Vaubois si ritirarono da Trento, gli austroungarici li inseguirono lungo l’Adige. Il giorno seguente i Francesi furono respinti oltre il ponte di Calliano. L’8 novembre “nessun nemico si trovavo più sul territorio tirolese”.
La libertà, provvisoria, era riconquistata ma la Lombardia rimase in mano ai Francesi. Il Kaiser di Vienna insistette per un nuovo tentativo di liberazione di Mantova. Sulle strade della Bassa Atesina regnava il caos più completo. Mancava tutto, dai generi alimentari alla legna per scaldarsi, dal fieno per gli animali ai medicinali. Specialmente il Welschtirol trentino era in ginocchio. La Bassa Atesina dovette sobbarcarsi l’onere di sistemazione dei soldati e i trasporti dei generi di prima necessità. Mancavano i buoi e anche i cavalli erano stremati. Un’eccezionale ondata di freddo interruppe anche i collegamenti sul fiume Adige. Nel comune di Egna si trovarono rappresentanti di tutti i paesi della Bassa per riorganizzare la distribuzione dei viveri. In febbraio scoppiò una nuova epidemia di tifo e migliaia di soldati e civili morirono.
L’anno successivo, dopo una serie di cruenti conflitti, il 7 aprile fu finalmente raggiunto un accordo per una tregua e il 17 ottobre fu firmato un trattato di pace a Campoformio presso Udine.
“Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”: Questo l’annuncio giunto nella redazione del QuiBassaAtesina qualche giorno fa. Un testo che nella sua semplicità racchiude un nobile intento, quello di avvicinare gli ospiti del Gruppo Natura della Comunità comprensoriale alla coltivazione della terra e compiere un passo in più verso l’indipendenza dei diversamente abili.
“In questi ultimi anni si sente sempre di più il bisogno di tornare a vivere la natura, specialmente nell’ambito del sociale. Così abbiamo pensato di lanciare un appello per trovare un angolo del nostro paese da coltivare come un orto, magari rivalutandolo per il bene della comunità e dei nostri ospiti”. A parlare è Filippo Manara, educatore responsabile del Gruppo Natura,un centro diurno per persone con disabilità medio – lieve. È sua l’idea, concordata con i vertici della struttura, di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto.
Filippo Manara, da cosa parte questa iniziativa?
Il nostro gruppo è stato fondato una decina di anni fa, e – come spiega eloquentemente il nome – ha a che fare con il verde: è uno dei laboratori del Comprensorio Oltradige – Bassa Atesina che un tempo aveva in gestione parco Marconi ed altri spazi pubblici. Oggi stiamo aiutando il Comune gestendo gli spazi verdi di cinque asili; tagliamo l’erba, raccogliamo le foglie, svolgiamo compiti di manutenzione ordinaria. Negli ultimi tempi abbiamo notato che molti dei nostri utenti hanno manifestato l’intenzione di coltivare la terra: alcuni di essi hanno frequentato la scuola agraria di Laimburg o di Ora, così ho pensato che potrebbe essere interessante avviare un progetto di orticoltura da affiancare a quello che stiamo svolgendo al fianco del Comune.
In quanti siete?
Questo gruppo ospita oggi tre persone seguite da due operatrici socio-assistenziali e da me, ma la Comunità comprensoriale riesce a creare una grande rete fra le varie realtà, per cui abbiamo un gruppo molto ben più ampio con cui collaborare. Il numero del Gruppo Natura si è sfoltito solo ultimamente, perché molti dei nostri ospiti sono riusciti ad integrarsi nel mondo del lavoro.
È questo uno dei vostri intenti?
Anche, certo. Nel nostro gruppo arrivano persone giovani intenzionate ad entrare nel mondo del lavoro, anche se spesso mancano loro alcune competenze: li seguiamo con l’intento di spingerli verso un lavoro integrativo. Molti restano con noi un anno o due, poi trovano un impiego come magazziniere in un supermercato o come bidello nelle scuole, giusto per fare degli esempi.
Torniamo al progetto dell’orto. I tempi stringono, fra un po’ è già periodo di semina…
Non abbiamo fretta, non vogliamo averne: noi saremmo felici anche se riuscissimo ad avere un pezzetto di terra a luglio, vorrà dire che semineremo ortaggi estivi. Coltivare la terra è sano, si sta a contatto con la natura, è salutare per il corpo e per lo spirito. Il mio sogno sarebbe partire con un progetto di integrazione, trovare una sorta di sinergia con qualche altro ente o associazione. Un progetto che non sia solo con i diversamente abili, ma che faccia entrare in relazione diverse sfere della società di Laives. E la mia speranza è di riuscire a creare questo orto in uno spazio magari abbandonato a se stesso, non un terreno già coltivato da affittare, ma uno spazio abbandonato da rivalutare, che possa essere utile a tutto il paese.
E cosa pensate di fare con il raccolto, in futuro?
Il Gruppo Natura ha già la sua bancarella al mercato del giovedì di Laives, vende degli accendifuoco che vengono realizzati con il legname di scarto delle falegnamerie: sarebbe bello riuscire ad ottenere una produzione sufficiente da portare al mercato. Nel frattempo l’idea è di utilizzare la verdura all’interno dei Gruppi Abitativi della Comunità comprensoriale. Gli ospiti sono autosufficienti, fanno la spesa da soli, si fanno da mangiare, quindi avere frutta e verdura di stagione e a chilometro zero potrebbe essere una marcia in più.
Qual è il suo sogno, a riguardo del progetto?
La mia utopia sarebbe quello di creare una fattoria sociale. È difficile, lo so, ma bisogna anche sognare, ogni tanto, no?
Laives come Viareggio, Cento e Venezia: la tradizionale kermesse carnevalesca che da 44 anni è diventato un simbolo per tutta la provincia potrebbe ottenere il riconoscimento di “Carnevale Storico” previsto dal Ministero della cultura, introdotto dalla Legge di Bilancio 2022 e finalizzato alla tutela e alla valorizzazione della funzione svolta dai carnevali storici. “Sarebbe bello, anche se non ce la sentiamo di confrontarci con i grandi carnevali italiani: noi diamo il massimo con i mezzi che abbiamo ovvero fantasia, manualità e pochi soldi”, commenta il presidente del gruppo organizzatore, Cesare Zenorini.
La notizia ha fatto il giro della provincia in un attimo, un po’ perché l’edizione 2023, la numero 44, ha registrato un boom di presenze impressionante, un po’ perché il carnevale di Laives è nel cuore di tutti gli altoatesini, da Brennero a Salorno. Ciò che fa nascere una certa ilarità è che neanche i responsabili dell’organizzazione ne sapevano nulla, e si sono lasciati sorprendere pochi giorni prima di domenica 12 febbraio, quando un fiume di maschere ha attraversato la zona della Bassa; un corteo festoso di cui pubblichiamo alcuni scatti a pagina 17 di questo giornale.
Presidente Zenorini, come ci si sente ad essere affiancati a grandi realtà quali il carnevale di Venezia?
Io non mi immagino neanche che cosa possa voler dire confrontarsi con quelle grandi realtà (ride, ndr). La nostra è una grande passione che ci portiamo nel cuore da quasi mezzo secolo, e tutto quello che facciamo viene realizzato da persone normali che utilizzano la propria manualità e fantasia per portare della gioia in paese. E lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, con le nostre mani e spendendo meno possibile. Venezia e Viareggio, per fare due esempi, hanno più mezzi a disposizione, anche e soprattutto economici.
Eppure potreste entrare a far parte del gotha dei carnevali italiani. Come è successo?
A sorpresa, ecco, potremmo dire così: mentre stavanmo sbrigando le pratiche burocratiche per l’organizzazione della manifestazione ci siamo incontrati a Bolzano con i vertici dell’Ufficio cultura in lingua italiana. Ed è stato il direttore Antonio Lampis a lanciare l’idea. Noi non sapevamo neppure che avremmo potuto avere i requisiti, e infatti saranno loro a raccogliere tutte le informazioni e le documentazioni da sottoporre al Ministero per avviare l’iter.
Questo sarebbe il secondo riconoscimento nazionale…
Esatto, qualche anno fa siamo stati inseriti fra le “Mille meraviglie italiane”; ma anche in quell’occasine noi non abbiamo fatto niente. Era stato l’allora assessore comunale Volani a proporci al Forum nazionale dei giovani: con i ragazzi delle scuole medie aveva scritto agli uffici competenti e poi ci hanno insignito a sorpresa di questo riconoscimento.
Quest’anno pare sia andata addirittura meglio degli altri anni. Che cosa avete cambiato?
In realtà nulla, ma è vero che c’è stata davvero una grande adesione; credo che sia l’effetto del post pandemia. Ho avuto la possibilità di vedere dall’alto tutta la manifestazione, perché sono stato su un carro con gli amici Franz e Bepi e ho notato il desiderio e la necessità delle persone di potersi finalmente riappropriare della libertà che da due anni era stata negata. Un desiderio semplice, ma che credo sia alla base della nostra esistenza, poter godere della vicinanza di famigliari ed amici, il rivedere persone care o semplici conoscenti in un contesto gioioso e spensierato come la sfilata dei carri. E lo spettacolo dei bimbi mascherati che ci hanno accompagnato durante tutto il tragitto, fatine, gnomi, streghe, uomo ragno, maghi, cowboys, indiani, tutti desiderosi di lanciare i coriandoli e di riceverne una manciata in cambio ha riempito i cuori di tutti.
C’era anche una nutrita schiera di personalità…
Per noi non è una grande novità: l’ex presidente Luis Durnwalder è un ospite fisso, come l’onorevole Luisa Gnecchi, che però quest’anno non è potuta venire a causa di un impegno a Roma. Noi mandiamo l’invito a tutti, e ogni volta sottolineiamo che la loro presenza deve essere alla pari del semplice cittadino, fuori dai canoni di ufficialità e formalità. E infatti ho scorto un presidente Kompatscher rilassato e felice, mi ha fatto piacere e mi piace pensare che abbia potuto trascorrere una giornata di svago.
A buon mercato e in grado di provocare dipendenza nel giro di pochissimo. Le sostanze, come il crack, che circolano sul mercato bolzanino sono un pericolo concreto per giovani e giovanissimi. L’attività terapeutica del SerD.
L’allarme lo lancia Tanja Umari, psichiatra del SerD, il Servizio per le Dipendenza della ASL, ed è un invito a tutta la società altoatesina, non solo alle famiglie della città di Bolzano. “Negli ultimi tempi abbiamo visto un aumento della quota di ragazzi in cura da noi. Bisogna capire che si tratta di una realtà – quella della tossicodipendenza giovanile – che non è solo un problema lontano, di qualche metropoli ma che può potenzialmente toccare tutti, sia nel capoluogo che nelle valli” afferma la dottoressa che, dopo una decennale esperienza al SerD giovani di Trieste, adesso guida il gruppo di specialisti che nel SerD di Bolzano si occupano delle dipendenze da sostanze psicotrope dei giovani sotto ai 25 anni.
Negli ultimi anni, il profilo dell’utente che si rivolge al servizio per problemi di tossicodipendenza si è modificato profondamente. Nel biennio 2019/20, sono arrivati al SerD 158 nuovi utenti under 25, di cui 60 minorenni e nell’ultimo anno, le persone seguite dal servizio e minori di 25 anni sono state costantemente attorno ai 100. “Si è passati dall’utente eroinomane con una dipendenza per così dire “storica” a ragazze e ragazzi adolescenti”, spiega la psichiatra, “sono questi il target degli spacciatori. Hanno il cervello ricettivo alle sostanze e – è triste ammetterlo – sono degli ottimi clienti. Inoltre l’offerta di droga si adatta alle tasche dei più giovani. Con pochi euro è possibile comprarla”.
È soprattutto la tipologia di sostanze a destare grande preoccupazione. La sostanza maledetta, che ultimamente si sta diffondendo e che maggiormente preoccupa gli addetti ai lavori, è il crack, una droga che ha fatto strage di vite e che siamo abituati a conoscere dai documentari e dai film a stelle e strisce ma che ora circola anche nelle vallate alpine. A buon mercato, il crack è costituito da cristalli di cocaina che vengono fumati per mezzo di una pipetta di vetro e che, dopo pochissime assunzioni, rende schiava la persona che lo inala. Il crack rende dipendenti quasi da subito e l’assunzione nei giovani è una vera e propria bomba che può dare origine a psicosi, schizofrenia fino a ictus o infarto e overdose. Ad esso si aggiunge il policonsumo e l’eroina, in un primo tempo solo fumata e non iniettata, il cui potenziale di dipendenza viene pericolosamente sottostimato dai giovani.
Il metodo per contenere e contrastare questa nuova piaga non è solamente la repressione ma anche la prevenzione e il lavoro di strada, una direzione verso cui si sta muovendo anche il servizio locale. “Avremmo bisogno di avere un maggior numero di persone che parlino la lingua dei giovani, che lavorino sul campo come street worker ed educatori per orientarli. Ci stiamo attrezzando in questo senso ma la strada da fare è ancora lunga”. Importante, come sempre è intercettare il giovane prima che il problema si sia cronicizzato e che questi abbia tagliato i ponti con la vita “normale”. “Nei primi tempi i ragazzi hanno relazioni sia con amici che non hanno contatti con la droga sia con il mondo della dipendenza e dello spaccio”, sostiene Umari, “in questa fase risulta più facile ed efficace il percorso terapeutico”. Un ultimo appello è rivolto alle famiglie. “Spesso abbiamo riscontrato nei genitori una certa sottovalutazione quando li informiamo che i figli consumano sostanze come la cannabis”, conclude la psichiatra, “così non dovrebbe essere. Queste possono comunque provocare gravi danni allo sviluppo del cervello dei figli e preparare il terreno a sostanze più dannose. Oggi seguiamo molti giovani che devono affrancarsi dai cannabinoidi”.
Molto spesso, le famiglie sono impreparate ad affrontare una situazione di tossicodipendenza o si sentono sole. La raccomandazione della psichiatra del SerD è chiara. “Invitiamo a rivolgersi a noi per farsi consigliare e seguire con terapie per ragazzi e famiglie”.
Come riferisce lo storico longobardo Paolo Diacono, tra il 575 e il 590 l’esercito dei Franchi attraversò più volte la valle dell’Adige. Diversi “castra” di origine romana, in quel periodo presidiati da arimanni longobardi, furono distrutti, la popolazione in gran parte schiavizzata. Solo grazie all’intervento dei vescovi Ingenuino di Sabiona / Bressanone e Agnello di Trento fu possibile liberare molti prigionieri dietro pagamento, si vocifera, di un’ingente somma di denaro.
I Franchi, che sotto Carlo Magno avrebbero sconfitto definitivamente i Longobardi di Desiderio nel 774, penetrarono in Trentino per “vendicare” i continui sconfinamenti dei Longobardi nelle Gallie e, soprattutto, per contrastare sul nascere la pericolosa alleanza tra Longobardi e Bavari, questi ultimi stanziati nella piana di Bolzano fino a Laives. Per primo occuparono il castello di Anagni, eretto, secondo la leggenda, da Teodorico, re dei Goti. Da questo castello prese nome l’intera valle chiamata prima di Nan e successivamente di Non. Cramnichis, il condottiero dei Franchi, sconfisse poi il conte di Lagare (Val Lagarina) Ragilo in una sanguinosa battaglia nella piana Rotaliana.
Nella cruenta guerra del 590, i Franchi imperversarono nuovamente in Bassa Atesina. Distrussero diversi castra: Tesana (Tesimo), Maletum (Meltina), Sermiana (Sirmiano), Appianum (Appiano), Fagitana (Fàdana di Cembra), Cimbra (Cembra), Vitianum (Vezzano), Bremtonicum (Brentonico), Voalenses (Voleno), Ennemase (Egna/Castelfeder) “et duo in Alsuva” (Valsugana). Terminata la guerra, nell’anno 591 una nuova calamità colpì la Val d’Adige: non piovve da gennaio a settembre e non vi furono raccolti. Perfino l’erba da foraggio si seccò nei campi. Come non bastasse, sia quell’anno sia quello seguente l’intera valle fu invasa dalle cavallette. La Bassa Atesina era in ginocchio, affamata e decimata come mai negli ultimi secoli.
Questi castra o castella non vanno però intesi come castelli medievali ma bensì come veri e propri villaggi fortificati, occupati da una vasta popolazione dedita all’agricoltura, all’artigianato e ai commerci. Si presume che in epoca romana il fondovalle fosse ancora poco popolato e gli abitanti privilegiassero questi insediamenti collinari o di mezza costa. Non se ne sa ancora molto perché – a parte Castelfeder – pochi sono stati esplorati a sufficienza. La stessa Appianum, come sappiamo, risale certamente alla precedente epoca romana, durata mezzo millennio e terminata da poco più di mezzo secolo. In quel periodo di occupazione longobarda – si presume vi fosse stanziata una guarnigione di arimanni – rivestì certamente una notevole importanza sullo scacchiere del duca di Trento Evino. Da qui controllava le mosse di nemici e alleati lungo tutta la valle dell’Adige. Si spiega così la veemenza con cui fu attaccata dai guerrieri franchi che di fatto rasero al suolo il vecchio centro abitato romano.
Da quel momento in poi, il territorio di Appiano fu di fatto occupato sistematicamente da coloni e “signori” di stirpe longobarda e bavara che si affiancarono all’antica e residua popolazione romana. Il processo di assimilazione fu lento e la convivenza tutt’altro che semplice. Le genti romaniche e germaniche vivevano una accanto all’altra e continuarono a osservare proprie leggi, a praticare propri culti., a seguire proprie tradizioni.
Anche negli altri paesi e villaggi della Bassa Atesina della destra Adige successe la stessa cosa. Sul lato opposto della valle il processo di assimilazione fu ancora più lento e si concluse soltanto dopo l’anno 1000. In epoca carolingia, nell’845, un atto giudiziario ci permette di conoscere i nomi di tre scabini attivi ad Appiano: Hagilo de Prissianum, Launulfus de Bavarius e Fritari de Apiano. Gli scabini erano giudici introdotti e nominati da Carlo Magno e di fatto “suggerivano” la sentenza al conte che presiedeva il tribunale e formalmente pronunciava il verdetto. Il fatto che tre alto funzionari di stirpe germanica occupassero cariche di quel livello potrebbe dimostrare che nel IX secolo gli “immigrati” bavari e longobardi si erano già ampiamente stabilizzati nella zona settentrionale del ducato di Trento. Nel documento, i tre vengono definiti “Teutisci” ovvero todeschi, per distinguerli dai longobardi. Possiamo dunque supporre che la definitiva stabilizzazione dei nuovi arrivati bavari e longobardi nella zona di Appiano (in precedenza vero e proprio feudo romanico) risalga perlomeno all’epoca di Carlo Magno. Gli stessi nomi delle principali località del territorio, tutte di chiara origine romana, vengono tedeschizzate proprio in quel periodo: da Appiano a Eppan (con la E al posto della A e l’accento spostato sulla prima sillaba), da Cornaianum a Girlan, da Missianum a Missian.
Poi per alcuni secoli cala il silenzio su Appiano: finché nel XII secolo riappaiono testimonianze che confermano la completa “metamorfosi” germanica del luogo: accanto a Ebpan o Eppan compaiono anche Screbuhilen / Schreckbichl (Colterenzio), Routa (Reit), Gurlan, Missen o Missian: dove la conservazione della desinenza rimane a perenne ricordo dei trascorsi romanici.
L’altoatesina Salorno e la trentina Roveré della Luna: due paesi a poca distanza, circa quattro chilometri, divisi da una sottile linea di confine dettata dall’appartenenza a due diverse province. Linea che nella realtà storica non c’è mai stata, come si tende invece a far passare in tempi moderni sulla scia del cosiddetto “confine linguistico”.
“In tremila anni di storia, a Salorno non c’è mai stato un confine” afferma l’architetto Franz Kosta, facendo presente che se un “confine” c’era in ogni caso era “più in giù”. Con l’andare dei decenni il confine si è poi spostato, ma Salorno ancora oggi non si può definire ad un paese di confine. E men che meno il confine è linguistico, proprio perché ci sono stati sempre continui scambi fra popolazioni. “Le lingue non sono mani state importanti, noi parlavamo uno con l’altro senza nessun problema” spiega Kosta, portando molti esempi in questo senso di parole di derivazione tedesca, latina, italiana e di altri dialetti più antichi, ancor oggi utilizzate. “Per dire, Cauril e ugualmente Gfrill sono solo lo storpiamento della parola latina con cui è stata nominata Cauria (frazione del Comune di Salorno) – rivela – Lo stesso vale per la frazione dei Pochi, con la differenza che è lo storpiamento della parola “Buchholz”, dal tedesco medievale attribuita dai Baiuvari, perché in latino sarebbe “fagitana”, in quanto c’erano gli abeti, i faggi”. Ma come questi, ci sono molti altri esempi di questo genere anche nel vicino Trentino. “Faedo ha la stessa etimologia della tedesca Pochi. Salorno invece è una parola reta, quindi pre-latina”.
Stesso discorso per i cognomi. Molte persone residenti qui in Alto Adige hanno il cognome italiano e parlano più volentieri il tedesco. Come, per contro, nel vicino trentino è altrettanto normale trovare persone che parlino soltanto dialetto ed italiano, nonostante abbiano cognomi di evidente radice germanica. “Da questo si capisce la loro storia, ovvero di quale realtà hanno fatto parte per 500 anni”, ricoda Kosta. Spesso i cognomi sono spesso accomunati dall’essere associati ad una professione o ad un luogo di provenienza, o di abitazione. E n pratica tutto è un po’ influenzato dal ladino, dall’italiano e dal tedesco.
“Non si può tracciare una linea – commenta Kosta – C’è ben un confine, ma è più sulla carta e nella nostra mente che non nella realtà. Infatti fra i contadini se uno parla tedesco e uno italiano è uguale, si capiscono.In tutte le parole di campagna, ad esempio per identificare gli oggetti, è solo l’accento che cambia”. Lo stesso vale per molte vie e strade, anche in Trentino, solamente ci si è dimenticato da dove arrivano questi nomi. Va ricordato anche che latini e reti non hanno abitato tutte le valli, infatti molte terminologie non hanno subìto alcuna influenza linguistica.
Ma allora, come mai a Roveré della Luna si parla solo italiano e a Salorno c’è il bilinguismo? “Roverè è stata tedesca fino al 1918 – prosegue -. Gli italiani che abitavano qua erano il 20% ed erano tutti fieri pdel loro l’imperatore, non c’erano problemi. Nessuno vuole ritornare lì dove eravamo. Nessuno parla di questa cosa qua. Stiamo analizzando qual è l’origine di certe parole e tradizioni, scoprendo che accomunano davvero tanto”.
I sindaci di Roveré (Luca Ferrari) e di Salorno (Roland Lazzeri) hanno un buonissimo rapporto di vicinato e si sentono spesso per scambiare idee. Come vicini di casa, che però fanno riferimento a realtà diverse, da punto di vista amministrativo.
Nel 2023 l’Aied di Bolzano, sezione Andreina Emeri, festeggerà i 50 anni e per questo momento così importante, ha deciso di organizzare una serie di attività ed eventi durante tutto l’arco dell’anno, volti alla promozione della consapevolezza e dell’autonomia economica delle donne, filo rosso che lega tutte le iniziative. Tre le iniziative organizzate per l’occasione: dal 2 marzo al 17 aprile 4 workshop in sede; il 10 giugno la festa dei 50 anni presso il Bocciodromo di Bolzano e il 30 settembre il convegno “Donne e denaro” al Teatro Cristallo. Tutti gli eventi sono liberi e gratuiti, aperti alla popolazione previa iscrizione.
A dare il via al progetto dei festeggiamenti sarà il primo dei quattro workshop, durante i quali si tratteranno i temi come il lavoro, il conto corrente e la gestione delle risorse finanziarie proprie e familiari.
Primo appuntamento il 2 marzo con la Commercialista e revisora dei conti Bruna Micheletto sul tema Educazione economica e finanziaria. L’autonomia nelle scelte economico-finanziarie, lavorative, familiari e previdenziali anche per favorire la libertà delle donne.
Durante il secondo laboratorio, il 16 marzo, l’avvocata Lorna Ciacci affronterà il tema della Gestione economica familiare, divisione delle spese, conto corrente cointestato e possibili strategie.
Il 23 marzo l’appuntamento sarà con la cooperativa Gea e la Prevenzione della violenza economica. Le operatrici del Centro Antiviolenza Mirca Zanoni e Stefania De Cicco parleranno di gestione delle finanze familiari e di come la violenza economica privi la donna della propria autonomia e non le permetta di godere e partecipare alla gestione delle comuni finanze domestiche provocando sentimenti di dipendenza, ansia, stress e depressione che ne limitano le libere scelte.
L’ultimo appuntamento, per questa parte “formativa”, sarà il 17 aprile con la Vicepresidente dell’Inps Luisa Gnecchi sul tema dell’Indipendenza economica anche da pensionate. Imparare a parlare di soldi e avere il coraggio di gestirli fin da giovani è una questione di sopravvivenza in particolare per le donne che vivono più a lungo, spesso con la prospettiva di pensioni più basse a causa del gap salariale, delle assenze dal lavoro per maternità o assistenza ai familiari e di cura in generale.
I workshop avranno luogo dalle ore 18 alle 20 presso la sede dell’Aied in Corso Italia 13 M. La partecipazione è gratuita e limitata a un massimo di 20 persone. Iscrizione presso la segreteria del Consultorio, telefonicamente al numero 0471 910586 oppure scrivendo a info@aiedbz.it
Il 10 giugno dalle ore 18 alle 24 presso il Bar Bocciodromo di viale Trieste 17 a Bolzano ci sarà poi la festa per i 50 ANNI del Consultorio Aied. Un’occasione di incontro e condivisione, aperta a tutte e tutti, proprio nei giorni in cui ricorrono i 50 anni dall’atto costitutivo dell’associazione.
La musica della serata sarà a cura delle Dj Rol&Pi@ e Shanti Baba. Negli spazi del Bocciodromo verrà organizzata un’esposizione frutto di un lavoro artistico delle studentesse e studenti di due classi del Liceo Pascoli di Bolzano sulla storia e l’attività dell’Aied a Bolzano, il contributo e lo sguardo delle nuove generazioni sul consultorio e l’associazione.
Il 30 settembre dalle ore 9 alle 18 presso il Teatro Cristallo si terrà la giornata di approfondimento “Donne e denaro”. La partecipazione sarà ad ingresso libero su prenotazione direttamente sul sito del Cristallo www.teatrocristallo.it
Alcuni pilastri dell’autonomia altoatesina recentemente hanno iniziato a scricchiolare. Aumentano infatti le spinte a mettere mano, prima o poi, al sistema scolastico che prevede l’insegnamento veicolare attraverso la seconda lingua solo come eccezione e al meccanismo della cosiddetta “proporzionale etnica”, che disciplina l’ammissione ai pubblici impieghi l’assegnazione di alloggi popolari, in modo da garantire un’allocazione proporzionale ai tre gruppi linguistici italiano, tedesco e ladino. Di questi temi ne abbiamo parlato con il docente, costituzionalista ed ex senatore bolzanino Francesco Palermo.
// Di Luca Sticcotti
Oggi ci sono due motivazioni che spingono verso l’introduzione formale della scuola plurilingue in Alto Adige. La prima è la presenza di un numero sempre maggiore di famiglie mistilingui, in cui tra l’altro spesso madrelingua è una lingua “altra” rispetto alle tre lingue ufficiali. La seconda è che il sistema scolastico altoatesino si è dimostrato storicamente poco efficace nel suo compito di impartire un insegnamento adeguato della seconda lingua sia nelle scuole italiane che in quelle tedesche.
In tutta la questione dei diritti linguistici quello della scuola è forse l’ambito più sensibile e delicato. In Europa di modelli scolastici ce ne sono tanti e sono tutti tagliati sulla situazione delle varie minoranze. A fare la differenza di solito è la consistenza numerica delle minoranze linguistiche. Spesso ci si limita a un insegnamento “della lingua”, o a un minimo uso veicolare. Nei contesti più simili alla situazione dell’Alto Adige, in cui c’è una minoranza compatta territorialmente e numericamente maggioritaria o quasi, sono invece più frequenti i modelli di separatismo.
Separatismo?
Sì, si chiamano proprio così. Si tratta di un modello con due gestioni separate. Servono a preservare la lingua e le tradizioni della minoranza attraverso l’istruzione. E il modello scolastico diventa dunque funzionale al mantenimento di una società che abbia questa diversità di fondo. Dove le lingue minoritarie sono in via di estinzione, si compiono anche dei compromessi sul tipo di lingua da insegnare. Per questo cimbri e mocheni hanno individuato il tedesco come alternativa all’assimiliazione, grazie al fatto che per il tedesco si trovano insegnanti e libri, contrariamente a quanto accade per le lingue originarie dei quelle valli trentine. Anche in Valle d’Aosta si è proceduto in questo modo. In quella regione non c’è un vero e proprio bilinguismo perché al dialetto patoué valdotèn di tradizione orale si è sostituito il francese quale lingua d’insegnamento a scuola. Anche in questo caso si tratta di un compromesso. In Valle d’Aosta quindi c’è una sola scuola, con materie veicolate in francese e materie veicolate in italiano.
Il sistema scolastico valdostano funziona dal punto di vista del livello di conoscenza linguistica dei cittadini?
Sì. Se invece si vuole un sistema funzionale alla salvaguardia del gruppo etnico-linguistico allora si hanno modelli come il nostro. Anche se in realtà c’è una contraddizione di fondo.
Quale?
Anche da noi in realtà la lingua parlata dalla minoranza è un dialetto e non il tedesco standard. Ma in questo caso non si tratta di un dialetto che è soggetto a erosione.
Ci sono altri territori plurilingui in Europa dove, come da noi, di fatto non si utilizzano modelli scolastici misti?
Solo in parte. Al confine tra Germania e Danimarca esistono scuole in lingua tedesca nel territorio danese e scuole in lingua danese nel territorio tedesco. In quelle zone però l’apertura all’altra lingua è abbastanza naturale, perché fuori dalla scuola non esiste una separazione linguistica come da noi dove la maggior parte degli italiani non sanno il tedesco e sempre più tedeschi che non parlano l’italiano, perché la maggior parte delle persone vivono in un ambiente sostanzialmente monolingue. Lì al confine tra Germania e Danimarca hanno poi lo stesso problema che c’è qui da noi nella scuola tedesca. Ovvero: è pieno di persone di madrelingua maggioritaria che vogliono frequentare queste scuole monolingui di minoranza. La stessa cosa accade in Carinzia, ovvero in Austria, dove c’è una grandissima domanda da parte di austriaci che vogliono mandare i loro figli alla scuola slovena, dove si insegna in sloveno, tedesco e in parte anche inglese e italiano.
Questo aspetto è interessante. La Carinzia è infatti un territorio molto vicino culturalmente e linguisticamente al Sudtirolo… Nei territori citati quindi non esiste una legislazione locale che impedisca di fatto la scuola plurilingue…
Questo tipo di legislazione in realtà non esiste neppure da noi! C’è invece, naturalmente, una legislazione che prevede la scuola della minoranza. Si tratta solo di una questione di interpretazione, tant’è vero che adesso, improvvisamente, abbiamo saputo si potrà fare. Nella scuola italiana come sappiamo la scuola plurilingue è già abbondantemente sperimentata, con le classi ad immersione. E ora si parte anche nella scuola di lingua tedesca. Dobbiamo ricordare che l’articolo 19 in merito è chiarissimo: si sancisce diritto intoccabile della minoranza di avere una sua scuola. Punto. Ed esiste l’autonomia scolastica, per cui ogni scuola può scegliere in teoria un approccio didattico. Va poi osservata un’ulteriore contraddizione. L’art. 19 non vieta la scuola plurilingue, ma dà però delle precise indicazioni in merito alla procedura che possono adottare le scuole per non ammettere alunni che vengono ritenuti privi della necessaria competenza linguistica di base per potervi accedere. In sintesi: vi è la libertà di iscrivere i figli a qualsiasi scuola, poi la scuola può fare le sue verifiche e rifiutare l’iscrizione ma rispetto a questo rifiuto poi la famiglia può fare ricorso. Ebbene: rispetto a questa parte dell’art. 19 ormai da molto tempo c’è una grandissima tolleranza. Ed è una tendenza, questa che come abbiamo visto, ritroviamo molto diffusa anche in Europa. C’è una grande spinta, da parte delle maggioranze, a far frequentare ai figli le scuole delle minoranze. Poi è chiaro che le situazioni possono essere molto diverse anche in relazione alla “distanza linguistica” tra gli idiomi in uso nel territorio plurilingue. Ad esempio in Spagna la lingua catalana è molto più simile allo spagnolo di quanto non lo sia invece il basco nel nord nel paese. Nei paesi baschi ci sono ben quattro modelli: monolingue 1, monolingue 2, misto a prevalenza 1 e misto a prevalenza 2. Ci sono dunque tutte le gradazioni. Potremmo pensarci anche noi.
LA PROPORZIONALE
La proporzionale è presente anche in altre zone d’Europa?
Sì, c’è, con declinazioni diverse, soprattutto nei Balcani. Quasi tutti i paesi balcanici hanno la proporzionale, ma è flessibile e non aritmetica. Si dice che deve esserci una rappresentanza “adeguata”, “proporzionata”, “equa”…
C’è dunque la possibilità di interpretare…
Sì. La cosa può sembrare positiva, ma non è detto che sia così. Può infatti diventare facilmente una fregatura a svantaggio del più debole. Spesso dipende in pratica dal peso politico delle minoranze per i governi. Altrimenti ci sono altri contesti in cui l’equivalente funzionale della proporzionale esiste, ma è basato sulla lingua, non sull’appartenenza.
Non esiste nessun altro territorio in cui il meccanismo della proporzionale è basato su un censimento linguistico?
No, non ce ne sono altri in Europa. I censimenti negli altri territori, se ci sono, servono solo a fini statistici.
Perché nel 2023 abbiamo ancora bisogno della proporzionale e non può bastare la certificazione linguistica?
Come misura ripartiva rispetto al passato direi che non ne abbiamo più bisogno, nel senso che lo scopo di stabilire la giusta proporzione dei posti nella pubblica amministrazione sulla base della consistenza dei gruppi linguistici è stata raggiunta. Ma la domanda oggi è se ne abbiamo ancora bisogno per motivi di pace sociale. Si tratta di una domanda con un contenuto politico.
Recentemente la domanda è stata posta, in particolare, per il settore della sanità dove la proporzionale complica le cose nella difficile impresa di individuare nuovo personale…
Sì, lì c’è un altro paradosso. Si parla molto di bilinguismo ma in realtà il vero problema è appunto la proporzionale. Sul bilinguismo non si dovrebbe nemmeno discutere. Non capisco come medici e infermieri possano riscontrare tutti questi problemi nell’acquisire le necessarie certificazioni, loro così abituati a studiare nei loro percorsi di studio e qualificazione.
In realtà la gestione del comparto sanitario in questo periodo pare si stia finalmente attrezzando, per offrire al personale dei percorsi più validi e funzionali volti a promuovere le loro certificazioni linguistiche.
Spesso il nuovo personale viene da fuori, dal resto d’Italia, dalla Germania o dal resto del mondo. La proporzionale era stata pensata per altri motivi, in questo caso non c’entra nulla.
Insomma: occorre essere pragmatici.
Sì. Oggi bisogna puntare sulle competenze, settore per settore. E se dobbiamo mettere in discussione la proporzionale occorre farlo con molta attenzione e in maniera graduale, si tratta infatti di un tema davvero sensibile. L’Alto Adige sta cambiando e piuttosto rapidamente. Bisogna chiedersi se l’adeguamento sociale sta andando di pari passo. Da studioso delle norme devo dire che quando la norma è troppo lontana dalla realtà ad un certo punto il meccanismo si rompe. Essere pragmatici va bene, ma il pragmatismo va accompagnato a una visione del futuro.
Il Nordovest della provincia cala gli assi e stravince la coppa per la maggior partecipazione al Torneo d’inverno di Yoseikan Budo, andato in scena nella palestra dell’Istituto superiore per gli sport invernali di Malles. Con una massiccia presenza gli atleti di Silandro, Lana e Merano hanno conquistato rispettivamente il primo, il secondo ed il terzo gradino del podio nella classifica generale.
Quella andata in scena nella fucina altoatesina delle promesse delle discipline olimpiche invernali è stata una grande festa dello sport e del fair play, come sempre si conviene ad un torneo di arti marziali.
Quasi duecento gli atleti si sono ritrovati sui tatami, per un totale di oltre venticinque associazioni provenienti da tutta la regione, da Arco alla Bassa Atesina, da Bolzano alla Valle Aurina, suddivisi in categorie dagli under 8 -28 chili agli under 18 -80 chili. A fare la parte del leone, anche per un discorso logistico, sono stati i padroni di casa, i budoka che vivono e si allenano nei pressi della cittadina di Malles. Ed è così che l’Asc Silandro ha conquistato la bellezza di cinque ori, tre argenti e tre bronzi, l’Asv Lana sette ori , sei argenti e sette bronzi, e l’Sc Merano ha portato a casa otto ori e tre argenti. Ottima la prestazione di chi ha il dojo a un passo da dove si è svolto il torneo: pur non conquistando nessun titolo iridato, l’Asv Mals ha fatto incetta di argenti (ben sei) e di bronzi (altri sei). Fra le tante squadre meritevoli, c’è da segnalare il gruppo della Val Pusteria: ottime le prestazioni dei brunicensi, che oltre ad un oro hanno conquistato sei argenti e tre bronzi, del Campo Tures con due ori, tre argenti e due bronzi, dell’Ssv Pfalzen (due ori e quattro argenti) e del Villabassa: l’ Asv Niederdorf è salito sul podio con ben quattro ori, quattro argenti e sei bronzi.
Sorprese anche dal sud della provincia : due ori per l’ Asv Yoseikan Budo & Fitness Heide Auer (Ora), due ori per l’Appiano, un oro, un argento e un bronzo per il Caldaro.
A ranghi ridotti gli atleti dell’Ssv Brixen, che si sono presentati sul tatami in due, ma hanno comunque conquistato un argento ed un bronzo, e dal Bolzano, che ha portato a casa un argento e un bronzo.
Ora è per tutti tempo di tornare ad allenarsi in vista del prossimo torneo, il torneo Dolomiti che si svolgerà a Nova Ponente il 19 febbraio.