Le opzioni “siciliane” dell’Unterland

Dopo il trauma del 1919, con l’annessione forzata all’Italia e la politica di snazionalizzazione imposta dal fascismo, un’ulteriore sciagura colpì le famiglie sudtirolesi nell’imminenza della seconda guerra mondiale. L’Italia fascista e la Germania nazista volevano evitare che la “questione sudtirolese” incrinasse il patto d’acciaio tra Roma e Berlino e così due delegazioni sotto la guida di Heinrich Himmler si incontrarono a Berlino il 23 giugno 1939 per concordare le modalità di trasferimento della popolazione sudtirolese “nella vecchia patria”. Insomma, il territorio al Duce, il popolo al Führer.

Tutta la seconda parte del 1939 fu caratterizzata da laceranti confronti sulle cosiddette opzioni. Abbandonare l’amata heimat per un futuro incerto o rimanere e perdere il diritto alla propria identità culturale? Si divisero le comunità, le famiglie, lo stesso clero cattolico, in gran parte ostile al regime nazista. Il canonico Michael Gamper e altri sacerdoti, insieme agli attivisti del Deutscher Verband, si adoperarono con tutti i mezzi per convincere le persone a optare per la heimat. Il VKS, al contrario, forse infiltrato da attivisti nazisti, promosse una massiccia campagna a favore del trasferimento. Trasferimento si, ma dove? Non c’era chiarezza, sul punto, l’accordo era soltanto verbale. Si parlò di una terra in Galizia, dove i nazisti avevano intenzione di espellere i contadini polacchi, della Boemia, dell’Alsazia, addirittura della Crimea. 

La Bassa Atesina – o zona mistilingue, come veniva chiamata dal regime – fu dilaniata dall’atroce alternativa. Innanzitutto furono colpiti coloro che avevano già la cittadinanza tedesca: costoro erano i primi a dover “rientrare in patria”. Ma si trattava di contadini, artigiani, professionisti radicati da molto tempo nel territorio. Si sperò che il decreto valesse solo per la provincia di Bolzano e non per quella di Trento, di cui faceva parte la Bassa Atesina. Ma l’illusione svanì ben presto. Anche tra Salorno e Laives gli “alloglotti” dovevano abbandonare il suolo italiano. Gli altri cittadini erano increduli, volevano vedere “nero su bianco” quale fosse il loro destino. Indubbiamente molti avevano sperato che Hitler potesse “riscattare” l’Alto Adige per riunirlo alla vecchia madrepatria austriaca, nel frattempo inglobata nel Reich. Ma Hitler, al contrario, aveva “venduto” senza batter ciglio i Sudtirolesi e la loro terra.

La prima reazione in Bassa Atesina fu una sorta di resistenza passiva: non si era disposti ad accettare l’aut-aut, a farsi cacciare dalla proprie case e terre. In ogni paese si formarono gruppi di “ostili” al patto nazi-fascista. Tutto cambiò quando iniziò a circolare la voce che il regime avrebbe costretto i “politicamente sospetti” che avevano optato per la cittadinanza italiana a trasferirsi sotto la linea del Po. Nacque, forse ad opera del prefetto Mastromattei, la cosiddetta “leggenda siciliana”, secondo la quale i contadini sudtirolesi avrebbero dovuto trasferirsi in Sicilia. “Hinaus oder hinunter” era l’alternativa, “fuori o giù”. A quel punto, gli umori mutarono. Il regime comunicò di aver raccolto i nomi di tutti i “sospetti” che dovevano scendere sotto il Po: si parlò di 300 persone a Termeno e altre centinaia a Magrè, Salorno, Egna, Cortaccia e negli altri paesi. A Magrè furono espropriati a favore dell’ERA 11 ettari di terreno in mano ai contadini più poveri. 

Se inizialmente il regime aveva tentato di “spingere” i sudtirolesi oltre il Brennero, all’improvviso, nell’imminenza della scadenza del termine fissato per il 31 dicembre, l’indirizzo mutò radicalmente. Si tentò di trattenere le persone con promesse e ostacoli burocratici. Centinaia di carabinieri vennero inviati anche nei paesi più piccoli per dissuadere i padri di famiglia dall’opzione tedesca. Evidentemente, non si voleva andare incontro a una “sconfitta” epocale che avrebbe messo a nudo la politica illiberale del regime. Chi aveva un cognome italiano fu costretto a rimanere, gli altri invitati a produrre sempre nuovi documenti difficili da ottenere. Alla fine, se nel resto della provincia l’opzione per la cittadinanza tedesca si avvicinò al 100%, in Bassa Atesina le cifre furono più modeste: 75% a Magrè, 77% a Cortina, 30% a Salorno, 56% a Cortaccia. Complessivamente, l’86% optò per la cittadinanza tedesca. Alla fine, meno di un terzo si trasferì veramente in Tirolo, Baviera e Vorarlberg, gli altri rimasero nei propri paesi. Circa 20000 persone emigrate tornarono in Alto Adige dopo il 1945.

Autore: Reinhard Christanell